(da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Nell’articolo del mese precedente avevo dato indicazioni in generale su come avvicinarsi al mondo editoriale, come scegliere l’editore, come farsi consigliare, come promuovere il proprio libro.
Ho però saltato alcuni passaggi, sia per non scrivere troppo, sia perché alcuni dettagli cambiano libro per libro e caso per caso, quindi vanno valutati sempre assieme all’editore. Però qualche indicazione di massima la aggiungo volentieri, ribadendo che si tratta di consigli derivati dalla mia esperienza e non di verità incontrovertibili.
Qualcosa da raccontare
Come ho detto, per scrivere un libro, bisogna innanzitutto avere qualcosa da raccontare. Ovviamente lungi da me suggerire gli argomenti: si può scrivere di qualunque cosa, dalla storia della propria vita al ciclo vitale degli anfibi, si può fare polemica, si possono fare inchieste. Ovviamente in quest’ultimo caso è fondamentale avere fonti credibili e riscontrabili e la polemica non deve mai scadere nell’insulto gratuito o nel reato di diffamazione. Nel dubbio, meglio consultarsi con un avvocato o chiedere all’editore di farlo. Una cosa va tenuta presente: nella stragrande maggioranza dei casi, non saremo mai i primi ad aver trattato un certo argomento. Quindi rassegniamoci, il libro della vita, quello che apre un mondo, quello che fa fermare un paese, quello che diventa fenomeno di costume, capita molto raramente. Cioè, se J.K. Rowling ha riportato due generazioni di ragazzini a ricominciare a leggere, non è che basti scrivere storie di maghetti orfani per avere lo stesso risultato. Se Il nome della rosa è stato un successo planetario, non basta ambientare una detective story nel medioevo per ripetere tale successo. E non si prenda per oro colato tutto quello che si legge sui fenomeni letterari nati sui social. Insomma, quando si contempla il proprio scritto e si decide di pubblicarlo, non ci si deve aspettare assolutamente nulla se non un po’ di soddisfazione personale e il piacere di donare una parte di sé agli altri. Poi, magari, si vedrà… perché anche i primi successi letterari, limitati al proprio ambito o più estesi, arrivano per tentativi.

Niente fiumi di parole
Quanto lungo deve essere un libro?
Non c’è una risposta univoca, ci sono libri brevi e libri lunghi, la stessa saga di Harry Potter parte da due opere piuttosto corte per poi continuare con dei tomi oltre le 500 pagine, tutte celebrate nella stessa misura. Personalmente, consiglio sempre di non scrivere troppo, niente fiumi di parole, per citare il successo sanremese dei Jalisse. Sia perché più pagine vuol dire più costi, sia perché, parlo da lettrice, se un libro non riesce a prendermi fin dall’inizio, magari tento di trovarci qualcosa di interessante fino a pagina 150 ma non ci arrivo a 400…
La sensazione è che al giorno d’oggi si tendano a scrivere libri troppo lunghi. La stessa cosa succede con i film, che ormai trovarne uno che stia nei canonici 105 minuti è un miracolo. Pure i cartoni animati superano le due ore, quasi sempre inutilmente. In realtà stare entro le 150-200 pagine ha molti vantaggi. Il libro costa meno, è meno pesante, fa meno paura. E sicuramente in ogni testo c’è almeno una pagina di troppo, un concetto ridondante, una digressione inutile. Qui torna il discorso dell’editing: affidarsi a una terza persona, che conosca il lavoro, è fondamentale anche per farsi “asciugare” il testo.
Ah, quanto a “come” presentare il proprio manoscritto, ovviamente oggi si consiglia di usare un programma di videoscrittura. Quando ho cominciato a fare questo lavoro, e non sono passati secoli ma una trentina d’anni, c’erano autori che portavano testi scritti a mano, battuti a macchina, stampati da quello che sembrava un file word ma il file originale non c’era o non riuscivano a passarlo o chissà (uno dei grandi misteri irrisolti di quel periodo), per cui oltre all’impaginazione c’era da fare il lavoro di battitura testi. Oggi la questione è superata, anche se personalmente troverei commovente dover trasformare in libro un testo scritto totalmente a mano. Laborioso, ma bello.
Note e bibliografia contano ma con discrezione
Se quello che si scrive è un saggio o un testo di ricerca o una tesi, sono gradite le note a piè pagina. Gradite agli studiosi, un po’ meno ai grafici, ma è sempre meglio farle. Un autore, al quale dicevo che i suoi libri avevano più note di uno spartito, sosteneva che per lui la bibliografia e le note erano la parte più importante del testo. Sono d’accordo, anche se a mio avviso deve esserci un po’ di misura per non rendere la lettura difficoltosa. Se una nota occupa una intera pagina, forse è il caso di trasformarla in capitolo a parte, da mettere eventualmente in appendice.
Una volta composto il testo, le grandi decisioni sono: con foto-senza foto, a colori o in bianco e nero, su carta bianca o carta avorio, il formato e la brossura.
Sul discorso con o senza foto, dipende dalla tipologia di libro. Un romanzo non ne ha bisogno, al limite una illustrazione ogni tanto, ma non è obbligatoria. Una raccolta di racconti o di poesie idem, a meno che l’autore non sia un artista a tutto tondo che vuole unire più talenti. Un libro di ricerca invece potrebbe averne bisogno, anzi, se si racconta la storia di un paese, una società, un ente o un monumento le immagini sono fondamentali.
Colori o bianco e nero
Stampare il libro a colori o in bianco e nero è una scelta personale. Ovviamente a colori costa di più, ma con l’evolversi delle tecnologie di stampa la differenza non è troppo pesante. Semmai è da valutare come sono le foto che si intendono pubblicare: se per lo più si tratta di documenti, di vecchie immagini e ritagli di giornale in bianco e nero all’origine o molto sbiadite, il colore diventa uno spreco. Se invece prevalgono le immagini a colori di qualità, ovviamente si sceglie il colore. C’è anche la possibilità di fare metà e metà. Riguardo al testo, invece, credo che sia sempre preferibile scrivere solo in nero. Solo se si tratta di un libro per bambini si può pensare a un colore diverso per il titolo o il capolettera di ogni capitolo. E a proposito di scrittura, la scelta del carattere va anche questa a gusto personale. Può essere con le grazie, cioè con i trattini ai piedi o testa delle lettere (come il times, il garamond, anche il carattere di questo giornale), oppure senza grazie, i cosiddetti bastoni, più lineari e moderni, che però possono avere lo svantaggio di essere meno leggibili (è più facile confondere tra loro alcune lettere). La scelta è personale e il consiglio è sempre quello di fare una prova di un capitolo per decidere che cosa si preferisce. Per prova intendo una prova stampata, perché il file video non dà le stesse sensazioni di un foglio di carta. L’importante poi è che il carattere scelto non sia troppo piccolo, perché chi legge deve poterlo fare senza ricorrere a lenti d’ingrandimento, ma nemmeno troppo grande da dare la sensazione di aver voluto allungare il brodo per fare più pagine.
Carta… canta
Quanto alla carta, meglio bianca o meglio avoriata? Liscia, ruvida, usomano o patinata? Anche qui non mi avventuro in consigli, dipende dal gusto personale e dalla tipologia di libro. Statisticamente i libri di narrativa li faccio più spesso su carta avoriata e quelli di saggistica e con tante immagini su carta bianca, ma non è una regola. Sono dettagli da discutere direttamente con l’editore, con dei campioni in mano, e ragionando anche sui costi, sui quali non mi addentro, anche perché – in particolare di questi tempi – non ci sono certezze.

Anche il formato dipende dalla tipologia di libro. Il 14,8×21 (intendo centimetri) è attualmente il più gettonato, facile da gestire, adatto sia ai romanzi sia ai saggi, non punitivo per le fotografie.
In alternativa ci sono formati più piccoli, come il 13,5×20, adatto soprattutto alla prosa, e il 16,8×24, ottimo soprattutto quando ci sono tante immagini e tabelle. Ovviamente nulla impedisce di fare libri più grandi o con misure diverse, sempre tenendo presente che i costi dipendono non solo da quanta carta si utilizza ma anche da quanta ne viene “sprecata” se le misure non sono standardizzate.
Anche sulla confezione: brossura cucita, brossura fresata, copertina flessibile, copertina rigida… non saprei dare consigli fissi ma caso per caso e sempre con un occhio ai costi. Chiaro, infatti, che il libro cucito con la copertina cartonata e magari la sovracoperta è bellissimo da vedere, però è anche molto costoso, soprattutto per le basse tirature.
La sostanza conta più dell’apparenza
A proposito di questo, tra i vari dettagli nel fare un libro c’è da stabilire il prezzo di copertina. E a costo di essere noiosa, dico che anche qui non c’è una regola. Se non si ha un editore disposto a investire sul vostro talento e accollarsi i costi, cosa sempre più difficile, un punto di partenza potrebbe essere fare il totale delle spese, aggiungere il 50% in più e dividerlo per il numero delle copie escluse quelle d’obbligo da mandare alle biblioteche (che sono tre) e quelle che si intendono tenere come omaggi, arrotondando poi per eccesso il risultato. Ma se il totale supera i 20 euro forse è il caso di ridimensionare. Anche qui la cosa migliore è parlarne con l’editore ed eventualmente anche con altri scrittori che stanno vivendo l’esperienza del primo libro.
Personalmente, non ho mai giudicato un libro dal prezzo, né dal fatto che fosse in edizione di lusso o economica. Una bella copertina può essere accattivante, ma un buon contenuto vale di più. Purché si trovi chi lo sappia apprezzare. E qui vi rimando alla lettura dell’ultimo paragrafo dell’articolo precedente (“Scrivere una passione. Pubblicare una scelta” in VicenzaPiù Viva n. 205 di febbraio 2026, pp. 50-52), che contiene appunto alcuni consigli su come promuovere, diffondere e vendere il proprio libro. Il tema merita probabilmente un ulteriore approfondimento: ne scriveremo ancora.


