martedì, Aprile 14, 2026

Basi Usa a Vicenza, tra disimpegno americano e futuro della città: perché pensarci ora

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(da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Da quando Donald Trump è entrato sulla scena politica americana, una linea è diventata via via più esplicita: gli Stati Uniti intendono ridurre il proprio impegno diretto nella difesa europea, chiedendo agli alleati di farsi carico in misura crescente della propria sicurezza. Una tendenza che non nasce ieri, che attraversa amministrazioni diverse e che oggi si traduce in scelte politiche, militari ed economiche sempre più chiare, orientate verso aree considerate strategicamente più rilevanti per Washington.

In questo contesto generale, Vicenza occupa una posizione particolare. In città sono presenti due basi statunitensi – Caserma Ederle e Caserma Del Din – che hanno segnato profondamente il territorio, la vita urbana e il dibattito politico degli ultimi decenni. È legittimo domandarsi se, in uno scenario di progressivo disimpegno Usa dalla difesa europea, anche queste strutture possano essere coinvolte, nel medio-lungo periodo, da una riduzione delle presenze o addirittura da un abbandono.

basi usa a vicenza Ederle
Basi Usa a Vicenza: Ederle, interno (foto di Dania Ceragioli)

Va detto con chiarezza: oggi non esistono evidenze fattuali che indichino decisioni imminenti in tal senso. Ma proprio perché si tratta di ipotesi e non di emergenze, è questo il momento giusto per porre il tema. Attendere segnali ufficiali o scelte già definite significherebbe, come spesso accaduto in passato, trovarsi di fronte a decisioni prese altrove, senza un progetto condiviso e senza una visione per il futuro della città.

Una parte consistente della comunità vicentina, ancora segnata dalla lunga e dolorosa vicenda dell’imposizione della seconda base al Dal Molin, guarderebbe con favore a un’eventuale riduzione o uscita delle forze americane. Sarebbe ipocrita non riconoscerlo. Ma un abbandono, se non governato, non è automaticamente una buona notizia. Può trasformarsi in un problema enorme se non si affronta subito la domanda cruciale: che cosa fare degli spazi liberati, e per conto di chi?

Le basi militari non sono vuoti neutri. Sono porzioni rilevanti di territorio urbano, infrastrutture complesse, nodi logistici e ambientali delicati. Lasciarle in attesa, o peggio destinarle a usi improvvisati, significherebbe perdere un’occasione storica. Al contrario, avviare fin da ora uno studio serio sulle possibili destinazioni – civili, pubbliche, universitarie, ambientali, produttive o miste – consentirebbe a Vicenza di farsi trovare pronta. Non si tratta di alimentare paure né illusioni, ma di esercitare una responsabilità politica e amministrativa elementare: prevedere. Così come la città ha subito decisioni calate dall’alto quando si è trattato di ospitare nuove basi, oggi ha il diritto – e il dovere – di ragionare su un futuro diverso, se lo scenario internazionale dovesse cambiare.

Aprire un confronto pubblico, coinvolgere istituzioni, università, mondo economico e società civile, immaginare scenari di riuso compatibili con l’interesse collettivo non significa augurarsi l’abbandono americano. Significa evitare che, qualora accadesse, Vicenza si trovi ancora una volta a rincorrere eventi già decisi altrove. In politica, come nell’urbanistica, non pensare per tempo è spesso la scelta più costosa.

Basi militari dismesse e città che cambiano: cosa insegna l’Europa (e perché Vicenza dovrebbe pensarci ora)

Del Din, l’interno (foto di Dania Ceragioli)

Negli ultimi decenni l’Europa ha già attraversato ciò che oggi, per Vicenza, è ancora solo un’ipotesi: la dismissione, totale o parziale, di basi militari straniere e la necessità di trasformare spazi enormi, complessi e simbolicamente carichi in nuove parti di città. Guardare a questi casi non significa prevedere il futuro, ma dotarsi di strumenti per non subirlo.

L’esperienza europea mostra una verità semplice e spesso ignorata: le basi dismesse diventano risorse o problemi a seconda di quando e come si inizia a pensarle. Non dopo l’abbandono, ma prima.

La Germania, un laboratorio a cielo aperto

Il riferimento principale resta la Germania, che dopo la fine della Guerra Fredda si è trovata a gestire decine di basi USA e NATO. Qui la dismissione è stata affrontata come un tema urbanistico e politico, non come una parentesi tecnica.

L’ex Heidelberg US Army Base diventata centro urbano con spazi universitari,
incubatori per startup, servizi e verde residenziale

A Berlino, l’ex Tempelhof Airport, utilizzato anche in ambito militare, è stato chiuso nel 2008. La città ha scelto di non cedere alla pressione immobiliare e, dopo un referendum popolare, ha trasformato l’area in uno dei più grandi parchi urbani d’Europa. Non un “vuoto verde”, ma uno spazio vissuto, attraversato, appropriato dalla comunità. Qui il messaggio è chiaro: una decisione pubblica forte può resistere anche a interessi economici rilevanti, se supportata da una visione condivisa. Ancora più istruttivo, perché più simile a Vicenza, è il caso di Heidelberg US Army Base. Storica sede del comando USA in Europa, è stata progressivamente dismessa dal 2013. La città ha avviato un piano unitario di riconversione: quartieri residenziali, spazi universitari, incubatori per startup, servizi e verde. Il passaggio chiave è stato l’investimento pubblico iniziale per bonifiche e infrastrutture, senza il quale il mercato non avrebbe funzionato. Qui la lezione è netta: senza una regia pubblica iniziale, la riconversione resta frammentata o si blocca.

La Francia: sviluppo economico e pragmatismo

In Francia l’approccio è stato più tecnico e meno partecipativo, ma non meno efficace. La Base aérienne 128 Metz-Frescaty, chiusa nel 2012, è stata riconvertita gradualmente in parco tecnologico, polo logistico e area verde. La priorità è stata l’occupazione, con un forte coordinamento tra Stato e territori. Meno simboli, meno dibattito pubblico, più pragmatismo. Funziona, ma produce luoghi spesso efficienti e poco identitari.

Regno Unito: quando il mercato da solo non basta

Il caso britannico mostra invece i rischi di una delega eccessiva al mercato. La RAF Upper Heyford, ex base USAF chiusa negli anni ’90, ha vissuto una lunga fase di stallo, segnata da progetti incompiuti e speculazioni mancate. Solo quando è intervenuta una regia pubblica più decisa, l’area ha trovato un equilibrio come villaggio residenziale e polo economico.

Qui la lezione è altrettanto chiara: il mercato senza una visione pubblica produce tempi lunghi, incertezze e sprechi.

Spagna: riuso funzionale, poca narrazione

In Spagna la dismissione di alcune basi USA e NATO, come quella di Base de Zaragoza, ha seguito un approccio funzionale: riusi logistici, industriali, infrastrutturali. Poco spazio alla dimensione simbolica, molta attenzione alla ricaduta economica. Un modello che garantisce efficienza, ma che raramente ricuce davvero il rapporto tra città e spazio militare dismesso.

Italia: pochi esempi, molte occasioni perse

In Italia, i casi di riconversione riuscita sono rari e spesso tardivi. La Caserma Prandina è emblematica: anni di immobilismo, incertezze sulle destinazioni, assenza di una visione condivisa. Solo di recente si è avviato un percorso verso il parco urbano.

Il rischio che emerge è quello che Vicenza conosce bene: decenni di vuoto decisionale, in cui l’area resta sospesa, degradata o oggetto di contese sterili.

Cosa insegnano davvero questi casi

Al netto delle differenze nazionali, le esperienze europee convergono su alcuni punti chiave:

• Chi pianifica prima governa il cambiamento. Chi aspetta, lo subisce.

• Il vuoto è il peggior esito possibile: favorisce degrado o speculazione.

• La visione deve essere pubblica, anche se l’attuazione può coinvolgere privati.

• La partecipazione funziona solo se strutturata, non come rituale o scontro ideologico.

• Le basi non sono semplici aree edificabili, ma pezzi di città e di memoria collettiva.

Vicenza e la domanda che conta

Trasferendo queste lezioni a Vicenza, la domanda non è se o quando le basi americane verranno dismesse. La domanda, più concreta e politicamente matura, è un’altra: se accadesse, Vicenza vorrebbe farsi trovare pronta o impreparata?

Pensarci ora non significa auspicare l’abbandono, ma esercitare responsabilità. Significa studiare scenari, capire differenze tra le aree, coinvolgere competenze, immaginare funzioni compatibili con l’interesse collettivo. Significa evitare che, ancora una volta, le decisioni arrivino dall’alto e il territorio debba solo adattarsi.

L’Europa insegna che la riconversione delle basi può diventare un’occasione storica o un problema strutturale. La differenza non la fa il destino, ma il tempo in cui si inizia a decidere. E quel tempo, se Vicenza vuole davvero governare il proprio futuro, è adesso.

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