mercoledì, Maggio 27, 2026

Demetrio Zaccaria, fondatore, mente e cuore della Biblioteca Internazionale La Vigna

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(articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Demetrio Zaccaria

Demetrio Zaccaria è uno dei grandi dimenticati di/da Vi­cenza. Di quest’uomo di pro­fonda cultura, imprenditore brillante, esperto di alta finan­za, viaggiatore instancabile, po­liglotta, filantropo, fondatore della Biblioteca Internazionale La Vigna, si ricordano di più all’estero che in patria. Non è poi così insolito, purtroppo, ma quando si tratta del “Signor Zaccaria”, a Vicenza c’è qualcu­no che non ci sta. È Angela Sar­tori, sua fedele governante per 33 anni. Soprattutto ora che, a oltre 30 anni dalla scomparsa, è stato prodotto e proiettato il docufilm “La Vigna” -di Ma­nuela Tempesta, con la parteci­pazione di Gianmarco Tognaz­zi- si rammarica del fatto che ne sia uscita, tra l’altro molto bene, la figura professionale ma nulla di Demetrio uomo.

Ecco allora che ce lo siamo fatto raccon­tare noi, in più incontri perché quella di Zaccaria è una vita pienissima, la memo­ria della governante infallibile e soprat­tutto vera la sua proverbiale incapacità di tacere fatti anche scomodi. Insomma, pane al pane e vino al vino, visto che ha vissuto al fianco di uno che di vini se ne intendeva…

Angela quando parla di Demetrio è un fiume in piena, impetuoso ma trasparente -Credito Massimiliano Rossato

Angela, chi era allora Zaccaria uomo?

Una persona elegante e distinta, che non amava apparire né ricevere onorificenze. Anzi, ne ha spesso rifiutate. Ad alcuni po­teva apparire introverso e taciturno, per­sino un po’ austero, ma il fatto è che era molto esigente, prima di tutto con se stesso. Pretendeva precisione, coerenza, puntuali­tà… “Angela, semo fora posto ormai”, mi diceva con amarezza negli ultimi tempi, dopo tante delusioni. In realtà, era ospitale, di compagnia, una mente lucida e lungimirante, con cui si pote­va parlare di tutto. E così faceva l’intera famiglia a tavola: parla­vano di tutto e mi coinvolgevano nei loro discorsi. Per me è stato un maestro di vita e io per lui, forse, la figlia che non ebbe. Ero una di famiglia, nonostante in­dossassi la divisa e abbia sempre rispettato il mio ruolo. Il Signor Zaccaria era un uomo dalle mille sfaccettature, ma era soprattutto generoso e, ironia della sorte, a Vicenza (e non solo) ha fatto tanta fatica a concretizzare la donazione più grande. Diceva: “Io sono quel che dono”.

Per raccontare Zaccaria uomo dobbia­mo prediligere la sua biografia al suo curriculum. Ci aiuti a ricostruirne la storia…

I genitori del Signor Zaccaria si sono co­nosciuti, e immediatamente innamorati a Bassano, dove la famiglia di Annamaria possedeva due spacci alimentari ben avviati, presso i quali aveva preso servizio anche Demetrio senior. Anna lo ha spo­sato il giorno dopo aver compiuto 17 anni! Trasferitisi da Bassano hanno messo radici a Vicenza, in corso Padova, dove hanno aperto a loro volta una rivendita all’ingrosso e al dettaglio di alimentari. Hanno avuto 9 figli, 7 maschi e 2 femmine. Demetrio, il terzo, si è diplomato all’Istituto Rossi, che però allora non dava sbocco all’università e, dovendo lavorare per sostenere la famiglia numerosa, si iscrive alla Scuola per allievi ufficiali e diviene radiotelegrafista. Con i soldi vinti con un premio scolastico riesce poi a ottenere il brevetto di pilota civile. Poiché di lavoro non se ne trovava, nemmeno trentenne parte volontario per l’Abissinia, dove era in corso la campagna d’Etiopia di Mussolini e prende servizio nell’ufficio del vicerè. Con il suo occhio lungo intuisce subito le potenzialità di quella terra. Fonda una sua azienda di trasporti, con ben 15 au­tisti alla guida di un parco camion Lancia 3RO, per i quali apre anche un’officina specializzata, facendo venire dall’Italia un abile meccanico della Trivellato. Con la Società del Sale trasporta l’oro bianco dal mare all’entroterra, ma anche calce e pelli. Pensa di aprire anche un calzaturificio e per farlo al meglio, come pia­ceva a lui, si reca più volte nell’allora Cecoslovacchia, per imparare dall’impero di Bat’a.

Angela resta ancora incantata davanti alla collezione di Zaccaria Credito Massimiliano Rossato

Tomas Bat’a è stato per Zlin quello che Alessan­dro Rossi è stato per Vicenza. Era un impren­ditore illuminato, che vedeva nel benessere dei suoi operai il segreto di un’azienda sana e produttiva. E Demetrio?

Il Signor Zaccaria è stato sempre un signore e, quando l’Etiopia è stata conquistata dalla coalizione anglo-franco-belga, lui che non poteva scappare perché sarebbe stata diserzione, ha cercato di aiutare i suoi autisti a mettersi in salvo.

E con lei come è stato?

Meraviglioso. Tutto quello che sono lo devo a lui, che mi ha sempre spronata. Avevo solo le elementa­ri, ma lui mi invitava a leggere la Terza pagina del Corriere della Sera, mi aveva abbonata alla rivista Amica, discute­va con me di attualità, mi chiedeva pareri e consigli. Il mio unico rammarico è che avrei potuto impegnarmi di più, ma ero giovane e ho preso molto sul serio il mio lavoro. Era un uomo intelligente e anche astuto. Quan­do mi chiese di seguirlo dal lago (ndr: di Garda) a Vicenza, pur lasciandomi libera di fare un periodo di prova, mi iscrisse a Italia Nostra e mi organizzò una visita guidata di gruppo di Villa Manin, a Co­droipo. Mi piacque da morire, cominciai a conoscere gente, ad allargare il mio sapere. Non ebbi più dubbi se restare.

A proposito del lago di Garda, come si incrociano le vostre strade?

Pur essendo cittadino, il Signor Demetrio era grande appassionato di natura e da piccolo trascorreva periodi felici in campagna, dagli zii paterni. Probabilmente affondano lì le ra­dici della sua passione per l’agraria in genere e per la viticoltura in particolare. Innamora­tosi degli scenari del Benaco -“superficie cal­ma e silenziosa e profondità carica di riflessi”, diceva- si fece costruire una casa tra Toscolano e Gargnano. Io vivevo lì con la mia famiglia. Avevo bisogno di lavorare e non volevo finire come tutte in fabbrica o sarta. Mia madre venne a sapere che quel signore distinto col cappello, che tutti avevano notato in paese, cercava un aiuto domestico e mi accompagnò da lui. Non avevo neanche 15 anni. Lo ricor­do ancora come fosse ieri: in camicia rossa a scacchi, perfettamente a proprio agio in fondo al giardino, intento ad abbeverare i suoi ado­rati ulivi… Nel pomeriggio ero già in prova e avevo già in mano le chiavi di casa. Era fine marzo e il primo aprile ero in regola. Fin da allora ha sempre pensato a tutelarmi. Negli anni mi stipulò un’assicurazione e tuttora percepisco un vitalizio, perché voleva che, una volta mancato lui, io non fossi costretta a lavorare ancora e potessi dedicarmi ai miei genitori che nel frattempo avrebbero avuto bisogno delle mie cure. Venivo a Vicenza solo di tanto in tanto, quando andava a trovare la madre. Poi, nel 1971, il Signor Zaccaria, deluso dalle amministrazioni locali, vendette tutto e mi chiese di trasferirmi con lui defini­tivamente. Avevo 25 anni e qui c’erano anco­ra il tram e la Vaca Mora…

Perché deluso?

La Sala Caproni della Biblioteca La Vigna

Era cominciata la lunga odissea per trovare una collocazione alla sua Biblioteca. Ini­zialmente la voleva lì sul lago ma presup­poneva troppa apertura mentale da parte degli enti locali. Poi valutò anche Castel­lamonte, in Piemonte, ma anche lì nulla. Difficoltà per difficoltà, decise di concen­trarsi su Vicenza, da dove tutto era partito. Il progetto però veniva visto come una delle sue tante eccentricità… Anche qui donare sembrava complicato e dopo varie opzio­ni, tra cui ovviamente la Bertoliana, che però voleva i libri subito mentre Zaccaria desiderava giustamente goderne fino alla morte, arrivò infine l’occasione di Palazzo Brusarosco. Nel 1980 Zaccaria lo acquista, vi trasferisce gli 11 mila tra volumi e pub­blicazioni specializzati, amorevolmente raccolti in una vita intera. All’inizio erano stoccati nei magazzini e noi vivevamo al primo piano, dove oggi ha invece sede la Biblioteca. Poi ci siamo trasferiti di sopra, nell’appartamento noto oggi come Spazio Scarpa, fino alla morte del Signor Deme­trio, il 27 novembre 1993, quando la sua collezione ammontava già a 31 mila volu­mi. Oggi sono 62 mila.

Ma da dove è partito tutto quanto?

Il Signor Demetrio era un uomo curioso, assetato di sapere. Ha colto occasioni ovun­que di conoscere. Quando era al liceo, in estate andava a lavorare in una segheria in Austria per imparare il tedesco, della pri­gionia sotto gli inglesi ha approfittato per imparare la loro lingua, quando partì per l’Argentina volle un equipaggio ispanico per apprendere lo spagnolo… Era fatto così. In quanto esperto di alta finanza, era ri­chiestissimo come analista dei mercati in­ternazionali e ha viaggiato in tutto il mondo, ma sce­glieva di fermarsi a lungo per imparare, scoprire. Un’estate, in un ristoran­te di Vicenza, conobbe un gruppo dell’associazione piemontese Amici del Vino che, in quanto vicentino, lo tartassarono di domande sui vini veneti. Fu allora che si incuriosì a una ma­teria di cui non era esperto, che però lo affascinava. In una libreria di New York incappò nel volume Dictio­nary of Wines, che acquistò per non farsi più trovare impreparato e che segnò la sua vita. Trasformandolo in un raffinato collezionista, alla costante ricerca del “libro perfetto”. Un visionario, insomma. Ma tanto caparbio da farcela.

Un frame del docufilm “La Vigna di Demetrio Zaccaria” con Gianmarco Tognazzi e la nostra Angela

Una sorta di genio incompreso, però.

Non era da tutti essere all’altezza del suo pensiero. Pensi che durante la ricerca della location migliore per la sua collezione, grazie all’amico Angelo Valentini, grande esperto agronomo ed enologo, avviò le contrat­tazioni, in Toscana, con la medicea Villa Artimino, attratto dalle barchesse. Alle rimostranze di una gentil donna che sottolineò che così avrebbero perso lo spazio per feste e balli, Demetrio rispose: “Voi avrete anche i soldi, ma non capite niente”.

Lei oggi vive nei paraggi, quasi non volesse al­lontanarsi dalla “bambina” di Demetrio…

Oggi frequento regolarmente La Vigna come volonta­ria. Lo faccio per Demetrio, perché solo io so quanto ci si è dedicato. Da auto­didatta ha provveduto lui alla catalogazione e clas­sificazione di ogni singolo volume, alla compilazione, rigorosamente a mano, del­le relative schede. Di alcu­ni libri ha raccolto più edi­zioni, in giro per il mondo, e biblioteche e antiquari, ambienti piuttosto chiusi, conoscendone l’autorevo­lezza, gli spalancavano le porte. Un’antiquaria, dopo che la Biblioteca era stata derubata subendo un dan­no irreparabile, un giorno lo chiamò perché aveva riconosciuto come suo un raro volume che le era stato proposto di acquistare… Negli ultimi anni, consapevole del rischio d’ingerenza da parte della politica, Demetrio mi chiese: “Quando non ci sarò più, lei resterà?”. Io non li sopporto quegli ambienti lì e non mi so tenere un cecio in bocca. Si pensi che, figlia di un uomo che rifiutò la tessera del fascio, l’unica tessera che rinnovo ogni anno, in suo nome, è quella dell’Associazione Nazionale Alpini. Però de La Vigna mi prendo cura come posso, finché ce la faccio. In fondo ho 80 anni e anche partecipare al docufilm, polemiche a parte, è stato molto impegnati­vo emotivamente.

Lui non c’è più, ma sicuramente lei sa risponder­ci: che cosa pensava Zaccaria di Vicenza?

Che i vicentini non hanno mai capito niente, non sono mai stati lungimiranti, hanno tentato di ferma­re ogni forma di progresso. “Se uno capise bon, sennò amen”, diceva sempre.

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