martedì, Maggio 26, 2026

La Grazia, ovvero l’agognato lusso di un po’ di leggerezza anche sul tema combattuto e sempre più attuale dell’eutanasia

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(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Sullo sfondo di neutre nuvole bianche prima e poi di quelle colorate e “partigia­ne” prodotte dai fumi delle Frecce Trico­lori, scorre il testo dell’articolo 87 della Costituzione Italiana, che definisce la fi­gura del Presidente della Repubblica e ne sancisce le responsabilità. E non prediligo a caso il termine responsabilità a doveri. Si apre così il film, bellissimo, La Grazia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo.

Subito dopo che le suddette nuvole si dissipano, con il procedere della trama e l’interagire dei personaggi (in entrambi i casi di fantasia, ma con evidenti riferi­menti alla realtà) ad assieparsi sono in­vece i dubbi, o se vogliamo gli spunti di riflessione.

La Grazia: Toni Servillo e Paolo Sorrentino (foto di Andrea Pirrello)

Nel film di Paolo Sorrentino, l’eutanasia non è trattata come una questione tec­nica o giuridica, ma come un conflitto profondo tra libertà individuale e re­sponsabilità morale: rappresenta il di­ritto di scegliere sulla propria fine, ma allo stesso tempo mette a nudo l’incapa­cità delle istituzioni e del potere di dare risposte definitive su vita e morte.

Tra l’interpretazione magistrale dei protagonisti, una fotografia poetica dai tratti magrittiani, l’eterna lotta tra con­servatorismo e innovazione (rivoluzio­ne?), un tratteggio onesto e senza sconti della politica, i richiami alla coscienza e qualche incursione nel semiserio, va in scena l’antica, scomoda verità: dietro ogni carica, c’è un uomo. Con le sue debolezze e, si spera, il suo senso di re­sponsabilità.

Sebbene il film si apra via via a svariate letture, il tema principale, monumenta­le, è già nel titolo, anche se solo sulle sce­ne finali si giunge a captarne il (doppio) senso profondo. Un presidente sconsola­tamente vedovo (Toni Servillo, con inne­gabili anche se non preponderanti richia­mi al nostro Mattarella), giunto pieno di malinconia a fine mandato, si trova a non poter evitare il bilancio di 7 lunghi anni al servizio dello Stato e dei cittadini, ma anche a desiderare di andarsene senza lasciare nulla di incompiuto, comprese tre questioni assai spinose: due richieste di grazia e l’eventuale firma della legge sull’eutanasia.

Affiancato, spronato e punzecchiato dal­la figlia Dorotea, quello che scopre con sorpresa di essere da tutti soprannomina­to “cemento armato” per il proprio essere irremovibile, si trova a muovere invece passi incerti e condizionati dal dubbio, a immedesimarsi in chi -che sia attraverso la sospensione della pena o attraverso la rinuncia alla vita- cerca disperatamente un po’ di libertà e di leggerezza. Ecco che cos’è in fondo la grazia, intesa come sta­to di grazia, per l’uomo, ecco il doppio senso del titolo del film: la possibilità, il lusso di vivere con un po’ di levità, pur senza superficialità.

Una leggerezza che Sorrentino riesce a dare anche al suo film, sgonfiandone la (solo apparente) severità con qualche in­cursione divertente, ma suggestiva, come per esempio il papa nero che ci vede lun­go e gira in scooter, l’estrosa amica di sempre del Capo dello Stato che non se­gue i cerimoniali e tra parolacce, impre­cazioni e battute caustiche non fa a sua volta cerimonie e persino il rapper Guè Pequeno, che strizza letteralmente l’oc­chio, quello sano, a un Presidente auto­revole e serioso che in segreto canticchia le sue melodie.

Solo, malinconico, chiuso in un’armatu­ra ormai troppo stretta, in un continuo confronto con se stesso e con i suoi refe­renti (dalla figlia al Santo Padre, dal suo fedele bodyguard/consigliere ai richie­denti la grazia, fino al suo amato caval­lo ridotto in agonia, che pare implorare con gli occhi anche lui l’eutanasia), il protagonista arriva faticosamente a capi­re di essere “appesantito” dal suo stesso ruolo. A chiedersi “ma io sono mai stato leggero?”. A desiderare di tornare a esser­lo. Proprio attraverso il dubbio, fin qui inconcepibile, che in fondo ha una sua bellezza, perché solo può portare al co­raggio. A decidere: “proverò a lasciarmi vivere”.

Gli applausi al “Presidente” Toni Sorvillo

Il film La Grazia suggerisce che l’eutana­sia non è solo una decisione personale, bensì uno specchio delle contraddizio­ni della società contemporanea, dove legge, coscienza, dolore e compassione si scontrano senza trovare una sintesi sem­plice, lasciando aperta una domanda più ampia sul senso della dignità e della “gra­zia” nel momento estremo.

Tra le domande clou, che corrono e ri­corrono nel film, quella che non abban­dona più il Presidente, fino all’ultima scena è: “di chi sono i nostri giorni?”.

“I nostri giorni sono nostri, ma non ba­sta una vita per capirlo” ammette con se stesso, su un finale non scontato.

E se i nostri giorni sono nostri ma i no­stri giorni non sono più tollerabili, mi chiedo io, a chi spetta decidere se lasciar­si vivere (o lasciarsi morire)? Rispetto e non invidio chi è chiamato in causa.

E se Battiato cantava cerco un centro di gravità permanente, io come il Pre­sidente nel film -dopo un commovente collegamento con un astronauta in una navicella spaziale- sogno l’assenza di gra­vità. Per tutti.

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