(Articolo della serie dedicata al ballo di Serena Balbo da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Marzo invoca la primavera, le giornate più lunghe, il sole che fa capolino e riscalda, il cinguettio degli uccellini che accompagna le passeggiate e i colori dei fiori che riscaldano l’animo dopo il lungo inverno.
Se penso alla primavera è inevitabile pensare ai quadri impressionisti: uno dei dipinti più noti è “Ballo a Bougival”, dipinto nel 1883 da Pierre-Auguste Renoir e conservato al Museum of Fine Arts di Boston. Al centro della scena un barcaiolo dilettante trascina la sua compagna in un delicato ballo; l’artista francese voleva ritrarre uno spaccato di vita mondana parigina. Le tonalità cromatiche accese e intense danno al dipinto un senso di gioia e armonia. I protagonisti del quadro ballano un valzer (o walzer), dal tedesco walzen, “girare, ruotare, volteggiare”, nato alla fine del XVIII secolo come evoluzione del Ländler, danza popolare tipica dell’Austria, delle regioni meridionali tedesche e della Svizzera tedesca.
Inizialmente diffuso solo nel paese austriaco e nel sud della Germania, conquistò presto il resto dell’Europa grazie alle sue sonorità orecchiabili: Russia, Inghilterra, Italia, persino Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, ne rimase colpita tanto da portarlo alla corte di Versailles, da cui poi si diffuse in tutta Francia.
Aveva una particolarità: per la prima volta la coppia di ballerini danzava abbracciata, in opposizione alle tipiche danze precedenti in cui uomo e donna si tenevano solo per mano nel compiere i passi. A inizio Ottocento piacque in particolare ai giovani perché rappresentava l’espressione della nascente borghesia che si lasciava alle spalle i costumi aristocratici: un ballo che raccontava una sensazione di libertà e una differenza notevole rispetto ai balli di corte rigidi e ingessati, come il minuetto. Con il valzer la coppia volteggiava avvolta in un abbraccio armonioso: per questo motivo fu osteggiato dalle menti più conservatrici che ritenevano immorale ballare a così stretto contatto; addirittura nel 1833 un manuale inglese di buone maniere lo sconsigliava alle donne non sposate, perché era «un ballo troppo immorale per le signorine».
Goethe inserì nel volume “I dolori del giovane Werther” (1774) una perfetta descrizione della danza dove il protagonista partecipa a una serata di ballo, iniziata con dei minuetti: «Venne poi il momento del valzer, le coppie iniziarono a volteggiare come sfere celesti le une attorno alle altre […] Non mi sono mai sentito così sciolto, leggero: non ero più nemmeno un uomo. Avere tra le mie braccia la più adorabile delle creature, farsi travolgere con lei in un turbine, svelti come la saetta, e non percepire più nulla intorno a sé…».
Sarà in particolare Vienna il fulcro del valzer all’inizio del 1800, affermatosi grazie a Johann Strauss (padre) assieme al collega Joseph Lanner. Con Strauss, definito il padre del valzer viennese, al ballo venne attribuita una dignità, smise di essere una semplice danza contadina e fece il suo ingresso fra i livelli più elevati della società. In ambito colto si diffuse grazie alle opere di Johann Nepomuk Hummel (che ne definì il canone formale) e Carl Maria von Weber, entrambi compositori, il primo austriaco e il secondo tedesco.
In seguito il ballo assunse diverse conformazioni in base al Paese: con Johann Strauss (figlio) il valzer viennese mantenne un andamento spigliato e rapido; in Inghilterra a fine ‘800 si affermò il valzer lento, mentre la Francia scelse il genere operettistico con un ritmo più sentimentale ma anche la forma sinfonica e pianistica di Fryderyk Chopin.
Nel XX secolo il valzer viennese assunse anche uno spirito nuovo e dissacratorio grazie a compositori come Gustav Mahler, Richard Strauss e Alban Berg.
Di certo, il valzer più noto è “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss figlio composto nel 1867, per cui si ispirò a un poema di Karl Beck che decantava la bellezza di Vienna (o di una donna) «sulle sponde del bel Danubio blu»; la musica fu interpretata da tutte le orchestre di Vienna al passaggio del suo feretro quando morì nel 1899.
Molto noto è il valzer ballato da Claudia Cardinale e Burt Lancaster nel film “Il Gattopardo” (Luchino Visconti, 1963) sulle note di un Valzer inedito in Fa maggiore per pianoforte composto da Giuseppe Verdi nel 1859 ed arrangiato da Nino Rota. La scena rappresenta un momento di grande eleganza e, non a caso, simboleggia la decadenza dell’aristocrazia siciliana durante il periodo di transizione dell’Unità d’Italia.
Attualmente vengono praticati differenti tipi di valzer: il valzer lento (English Waltz, elegante e cadenzato), il valzer viennese (veloce e vorticoso) e il valzer musette (popolare francese), tutti caratterizzati dal tempo in tre quarti. I valzer non si distinguono solo per la velocità, ma anche per il contesto di esecuzione: mentre il valzer lento e quello viennese sono inclusi nelle competizioni internazionali nella categoria Danze standard e presentano uno stile tecnico elegante, accompagnato da sontuosi costumi, il valzer tipicamente romagnolo fa parte del ballo liscio danzato nelle balere.
Il valzer romagnolo
Carlo Brighi, violinista e compositore, è considerato il capostipite del genere musicale popolare che prese il nome di liscio romagnolo. Dopo essersi dedicato alla musica colta, mise in piedi un’orchestra tutta sua e iniziò a girare la Romagna suonando valzer, polche e mazurche nei teatri e nei circoli, fino ad inventare il concetto di balera adattando una parte della sua casa di Bellaria a sala da ballo, che divenne il “Salone Brighi”.
Il compositore caratterizzò il valzer, la polka e la mazurca accelerando i tempi tramite l’utilizzo del clarinetto in do; a lui va attribuita l’idea di velocizzare il valzer e di assegnare la parte dominante del brano allo stesso clarinetto in do, come principale strumento solista.
Il più importante esponente del liscio romagnolo fu Secondo Casedei che partecipò all’orchestra di Emilio Brighi (figlio di Carlo) e che in seguito debuttò formando un proprio gruppo, dove introdusse innovazioni importanti negli strumenti utilizzati: batteria, banjo, sax, etc. Scrisse numerose polche, valzer e mazurche, tra cui la celeberrima “Romagna mia” del 1954, un valzer che narra la nostalgia e l’amore di un uomo per la sua terra d’origine, la Romagna.
Il valzer lento
Originatosi a fine Ottocento dal boston o hesitation statunitense – una danza composta da serie di passi indietro, avanti e volteggi – si è imposto negli anni Venti del Novecento con il nome di valzer diagonale; a seguito dei Campionati Mondiali di Londra del 1927 è stato modificato ed ha assunto una standardizzazione.
Viene danzato con 28-30 battute al minuto per le competizioni delle danze standard e a 30 battute al minuto per quelle della disciplina ballo da sala. La postura è fondamentale, sia dell’uomo, ma soprattutto della donna, la quale conferisce eleganza e armonia ai movimenti. I due ballerini devono toccarsi solo nella parte superiore destra e la dama deve inchinare con eleganza la testa all’indietro per tutta la durata del ballo, facendosi guidare dal cavaliere che sceglierà anche la lunghezza dei passi.


