mercoledì, Maggio 27, 2026

Valzer, un abbraccio scandaloso

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(Articolo della serie dedicata al ballo di Serena Balbo da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Marzo invoca la primavera, le giornate più lunghe, il sole che fa capolino e ri­scalda, il cinguettio degli uccellini che accompagna le passeggiate e i colori dei fiori che riscaldano l’animo dopo il lungo inverno.

Se penso alla primavera è inevitabile pensare ai quadri impressionisti: uno dei dipinti più noti è “Ballo a Bougival”, di­pinto nel 1883 da Pierre-Auguste Renoir e conservato al Museum of Fine Arts di Boston. Al centro della scena un barcaio­lo dilettante trascina la sua compagna in un delicato ballo; l’artista francese vole­va ritrarre uno spaccato di vita mondana parigina. Le tonalità cromatiche accese e intense danno al dipinto un senso di gioia e armonia. I protagonisti del quadro ballano un val­zer (o walzer), dal tedesco walzen, “girare, ruotare, volteggiare”, nato alla fine del XVIII secolo come evoluzione del Länd­ler, danza popolare tipica dell’Austria, delle regioni meridionali tedesche e della Svizzera tedesca.

Inizialmente diffuso solo nel paese au­striaco e nel sud della Germania, conqui­stò presto il resto dell’Europa grazie alle sue sonorità orecchiabili: Russia, Inghil­terra, Italia, persino Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, ne rimase colpita tanto da portarlo alla corte di Versailles, da cui poi si diffuse in tutta Francia.

Aveva una particolarità: per la prima volta la coppia di ballerini danzava abbracciata, in opposizione alle tipiche danze prece­denti in cui uomo e donna si tenevano solo per mano nel compiere i passi. A inizio Ottocento piacque in particolare ai giovani perché rappresentava l’espressio­ne della nascente borghesia che si lasciava alle spalle i costumi aristocratici: un ballo che raccontava una sensazione di libertà e una differenza notevole rispetto ai balli di corte rigidi e ingessati, come il minuetto. Con il valzer la coppia volteggiava avvol­ta in un abbraccio armonioso: per que­sto motivo fu osteggiato dalle menti più conservatrici che ritenevano immorale ballare a così stretto contatto; addirittu­ra nel 1833 un manuale inglese di buone maniere lo sconsigliava alle donne non sposate, perché era «un ballo troppo im­morale per le signorine».

Goethe inserì nel volume “I dolori del giovane Werther” (1774) una perfetta de­scrizione della danza dove il protagonista partecipa a una serata di ballo, iniziata con dei minuetti: «Venne poi il momento del valzer, le coppie iniziarono a volteg­giare come sfere celesti le une attorno alle altre […] Non mi sono mai sentito così sciolto, leggero: non ero più nemmeno un uomo. Avere tra le mie braccia la più ado­rabile delle creature, farsi travolgere con lei in un turbine, svelti come la saetta, e non percepire più nulla intorno a sé…».

Sarà in particolare Vienna il fulcro del valzer all’inizio del 1800, affermatosi gra­zie a Johann Strauss (padre) assieme al collega Joseph Lanner. Con Strauss, de­finito il padre del valzer viennese, al ballo venne attribuita una dignità, smise di es­sere una semplice danza contadina e fece il suo ingresso fra i livelli più elevati della società. In ambito colto si diffuse grazie alle opere di Johann Nepomuk Hummel (che ne definì il canone formale) e Carl Maria von Weber, entrambi compositori, il primo austriaco e il secondo tedesco.

In seguito il ballo assunse diverse conformazioni in base al Paese: con Johann Strauss (figlio) il valzer viennese mantenne un andamento spigliato e rapido; in Inghilterra a fine ‘800 si affermò il valzer lento, mentre la Francia scelse il genere operettistico con un ritmo più sentimentale ma anche la forma sinfonica e pianistica di Fryderyk Chopin.

Nel XX secolo il valzer viennese assunse anche uno spirito nuovo e dissacratorio grazie a compositori come Gustav Mahler, Richard Strauss e Alban Berg.

Di certo, il valzer più noto è “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss figlio composto nel 1867, per cui si ispirò a un poema di Karl Beck che decantava la bellezza di Vienna (o di una donna) «sulle sponde del bel Danubio blu»; la musica fu interpretata da tut­te le orchestre di Vienna al passaggio del suo feretro quando morì nel 1899.

Molto noto è il valzer ballato da Claudia Cardinale e Burt Lancaster nel film “Il Gattopardo” (Luchino Visconti, 1963) sulle note di un Valzer inedito in Fa maggiore per pianoforte composto da Giuseppe Ver­di nel 1859 ed arrangiato da Nino Rota. La scena rappre­senta un momento di gran­de eleganza e, non a caso, simboleggia la decadenza dell’aristocrazia siciliana durante il periodo di transi­zione dell’Unità d’Italia.

Attualmente vengono praticati differenti tipi di valzer: il valzer lento (English Waltz, elegante e ca­denzato), il valzer viennese (veloce e vorticoso) e il valzer musette (popolare francese), tutti caratterizzati dal tempo in tre quarti. I valzer non si distinguo­no solo per la velocità, ma anche per il contesto di esecuzione: mentre il valzer lento e quello viennese sono inclusi nelle competizioni internazionali nella categoria Danze standard e presentano uno stile tec­nico elegante, accompagnato da sontuosi costumi, il valzer tipicamente romagnolo fa parte del ballo liscio danzato nelle balere.

Il valzer romagnolo

Carlo Brighi, violinista e compositore, è consi­derato il capostipite del genere musicale popola­re che prese il nome di liscio romagnolo. Dopo essersi dedicato alla musica colta, mise in piedi un’orchestra tutta sua e iniziò a girare la Roma­gna suonando valzer, polche e mazurche nei teatri e nei circoli, fino ad inventare il concetto di bale­ra adattando una parte della sua casa di Bellaria a sala da ballo, che divenne il “Salone Brighi”.

Il compositore caratterizzò il valzer, la polka e la mazurca accelerando i tempi tramite l’utilizzo del clarinetto in do; a lui va attribuita l’idea di velocizzare il valzer e di assegnare la parte do­minante del brano allo stesso clarinetto in do, come principale strumento solista.

Il più importante esponente del liscio romagno­lo fu Secondo Casedei che partecipò all’orche­stra di Emilio Brighi (figlio di Carlo) e che in seguito debuttò formando un proprio gruppo, dove introdusse innovazioni importanti negli strumenti utilizzati: batteria, banjo, sax, etc. Scrisse numerose polche, valzer e mazurche, tra cui la celeberrima “Romagna mia” del 1954, un valzer che narra la nostalgia e l’amore di un uomo per la sua terra d’origine, la Romagna.

Il valzer lento

Originatosi a fine Ottocento dal boston o he­sitation statunitense – una danza composta da serie di passi indietro, avanti e volteggi – si è imposto negli anni Venti del Novecento con il nome di valzer diagonale; a seguito dei Campio­nati Mondiali di Londra del 1927 è stato modi­ficato ed ha assunto una standardizzazione.

Viene danzato con 28-30 battute al minuto per le competizioni delle danze standard e a 30 battute al minuto per quelle della discipli­na ballo da sala. La postura è fondamentale, sia dell’uomo, ma soprattutto della donna, la quale conferisce eleganza e armonia ai movimenti. I due ballerini devono toccarsi solo nella parte superiore destra e la dama deve inchinare con eleganza la testa all’indietro per tutta la dura­ta del ballo, facendosi guidare dal cavaliere che sceglierà anche la lunghezza dei passi.

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