mercoledì, Maggio 27, 2026

Il giorno del ricordo: da ricorrenza nazionalistica a momento di riconciliazione nella comune casa europea

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(articolo di Luigi Poletto, studioso di storia della Resistenza, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Il giorno del Ricordo nasce dalla legge n° 92 del 30 marzo 2004 la quale riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria del­la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo do­poguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Tale ricorrenza può essere vissuta corretta­mente solamente a patto di rispettare alcuni criteri:

• il rifiuto di qualsiasi atteggiamento nega­zionistico o riduzionistico o giustificazioni­stico riconducibile ad un “a priori” ideolo­gico;

• il riconoscimento della complessità delle vicende storiche;

• il rigetto di ogni unilateralismo naziona­listico;

• l’emancipazione dalla logica del c.d. “pa­radigma vittimario” che assolutizza il punto di vista di una specifica categoria di vittime;

• l’inserimento della tragedia delle foibe nel più generale contesto storico;

• l’attenzione a distinguere la memoria dalla storia: la prima ha a che fare con il vissu­to delle persone e quindi è necessariamente mobile e soggettiva, la seconda tende all’accertamento della verità dei fatti;

• la repulsa di ogni “uso politico della storia” che piega gli eventi passati ad una finalità di polemica politica o di costruzione di una narrazione ideologica di parte.

Raoul Pupo (Wikipedia)

Lo storico Raoul Pupo che ha indagato in opere fondamentale le “complesse vicende del confine orientale” ha sottolineato il fatto che la violenza ha pervaso quelle terre dalla Grande guerra alla fine degli anni Cinquan­ta; lì si è registrato un “laboratorio di espe­rienze politiche estreme” in cui la violenza si è esercitata in tutte le sue forme e modalità in un primo momento dopo il primo conflitto mondiale quale portato di un fenomeno di “brutalizzazione della politica” (la “stagione delle fiamme”) e in un secondo momento con la seconda guerra mondiale quale “guer­ra totale, stragista, ai civili (la “stagione delle stragi”).

Le vicende di questa area sono state ricostru­ite accuratamente dall’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età contem­poranea nel Friuli Venezia Giulia.

La narrazione nazionalistica dominante rivendica l’italianità dell’area, ma in real­tà storicamente questi territori hanno una identità meticcia, multiculturale, multiet­nica e plurilinguistica grazie all’intreccio di vari universi: lo slavo, il latino, il tedesco, il magiaro. L’italianità adriatica è un modello volontaristico ed inclusivo: ad inizio Nove­cento non si “è” italiani per appartenenza etnica, ma si “diventa italiani” per decisione individuale in cui è decisivo abbracciare la cultura italiana e parlare la lingua italiana, il che consente al mondo italiano di assi­milare gli apporti secolari provenienti dalla penisola, dall’entroterra, dal Mediterraneo, dall’Ungheria e dalle zone germaniche.

Per l’Italia con la prima guerra mondiale all’obiettivo di conquista delle “terre irre­dente” di Trento e Trieste si sovrappone una più generale spinta espansionistica nei Bal­cani e nel Mediterraneo. Dopo la retorica della c.d. “vittoria mutilata” per il mancato rispetto del Patto di Londra e dopo la spedi­zione dannunziana a Fiume, con il Trattato di Rapallo (novembre 1920) l’Italia ottiene Trieste, Gorizia, tutta l’Istria e alcune isole della Dalmazia tra cui Cherso e Lussino.

Francesco Giunta

Il c.d. “fascismo di confine”, che ha il suo leader nel toscano Francesco Giunta, è pre­maturo e particolarmente aggressivo: realiz­za frequenti spedizioni contro sloveni, croa­ti, socialisti e persegue l’obiettivo di attuare una vera e propria bonifica etnica. L’incendio del “Narodni Dom” – la sede polifunzionale che ospita le organizzazioni slovene triestine – è del 13 luglio 1920. A seguire l’italianizzazione forzata praticata dal regime è particolarmente dura nei confronti degli slavi perché la lingua italiana viere resa obbligatoria nei luoghi pubblici e di culto; i nomi e i cognomi e toponimi sono italia­nizzati; il clero slavo viene perseguitato; le associazioni e i luoghi di ritrovo di sloveni e croati sono soppressi; si accentua il processo di marginalizzazione della componente sla­va dai circuiti decisionali.

Nella primavera del 1941 la Jugoslavia viene invasa dalle forze dell’Asse e a questa aggres­sione fu recapitata la prima responsabilità politica e morale delle terribili vicende suc­cessive. La Serbia diventa indipendente ma è controllata dai tedeschi, la Croazia è pure indipendente con gli ustascia filo-fascisti di Ante Pavelic, l’Italia si annette la “provincia di Lubiana” con Istria e Dalmazia.

Rispetto all’efficiente movimento partigiano la repressione italiana è feroce, estrema e stra­gista all’insegna di una vera e propria “guerra ai civili”. Si pensi alla circolare 3C del genera­le Roatta che legittima distruzioni di villaggi, rappresaglie, fucilazioni di ostaggi e deporta­zioni; nel luglio 1942 nel paese di Podhum sono assassinati tutti i 90 maschi e deportati gli abitanti.

Con l’8 settembre vi è un vuoto di potere e i partigiani jugoslavi sono autori di terri­bili eccidi all’interno di una vera e propria ondata di terrore in un clima di jacquerie con centinaia di vittime. Gli assassinati e gettati nelle foibe sono italiani coinvolti nel­la repressione, esponenti istituzionali, emi­nenti protagonisti della vita civile, professionale ed economica. Sono le “foibe istriane”.

Nell’ottobre del 1943 vie­ne creata e amministrata dai tedeschi la “zona d’ope­razioini del litorale adria­tico” comprendente Istria, Venezia-Giulia e Lubiana. La repressione è durissi­ma: fucilazioni, torture stupri, uccisioni di ostaggi, distruzione di paesi; sono 280 gli uccisi a Lipa il 30 aprile 1944. Sono presenti bande feroci di fascisti oltre alla Decima Mas di Junio Valerio Borghese. A Trie­ste opera la Risiera di San Sabba, struttura polifunzionale della morte, al contempo ca­serma, centrale di repressione, deposito, sta­zione di deportazione, luogo di massacri di massa; vi opera un forno crematorio.

La “corsa verso Trieste” viene vinta dai partigia­ni jugoslavi che raggiungono la città il 1° mag­gio. Nei successivi quaranta giorni si verificano atroci eccidi noti come “foibe giuliane”. Circa 10-12 mila persone sono arrestate. Molte ven­gono liberate; un migliaio di persone vengono giustiziate e gettate nelle foibe, altre migliaia sono deportate in campi dove periscono per denutrizione, maltrattamenti e malattia.

Quante sono le vittime delle foibe (inghiot­titoi tipici del terreno carsico storicamente utilizzati quali depositi di ma­teriali di scarto e poi impie­gati per occultarvi cadaveri)? Calcolando il numero delle persone scomparse (computo per eccesso) arriviamo a 500- 700 nell’autunno del 1943 e a 3-4 mila nella primavera del 1945. Non si può parlare di “pulizia etnica” e del resto la nozione culturale e non etnica di “italianità adriatica” esclude questa possibilità come pure la presenza di italiani nelle fila dei partigiani jugoslavi. L’epu­razione non viene compiuta su basi nazionali ma politiche con finalità punitive per chi si è macchiato di crimini, epura­tive nei confronti di oppositori reali, potenziali o presunti, del nascente regime comunista (compresi anche esponenti del CLN triestino) e intimidatorie verso la po­polazione locale per dissuaderla dall’oppor­si al nuovo potere. Gli italiani sono colpiti non in quanto tali, ma perché rientrano nel­le categorie da epurare preventivamente: in questo senso si è espressa la Commissione italo-slovena: “L’impulso primo della re­pressione partì da un movimento rivoluzio­nario, che si stava trasformando in regime, convertendo in violenza di stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”.

Il successivo esodo ha proporzioni enormi: se ne va l’83% della popolazione italiana ov­vero circa 280-300 mila persone. Le ragioni vanno ricercate nella percezione di un pe­ricolo strutturale, nell’essere oggetto di pra­tiche oppressive, repressive e vessatorie, nel disagio psicologico per la disintegrazione di un mondo, nel rifiuto del sistema economi­co collettivista jugoslavo, in meccanismi di emulazione.

Vicende tragiche. Per uscire dall’imbuto della strumentalizzazione e delle memorie divise occorre trasformare il “Giorno del Ricordo” in ricorrenza totalmente liberata da scorie nazionalistiche, in giornata in cui si denuncia la primaria responsabilità del fa­scismo per l’aggressione della Jugoslavia nel 1941, si celebra la fratellanza di tutti i popo­li, si conserva la memoria di tutte le vittime, si considerano le vicende nella loro oggettivi­tà storica, si condivide il dolore dell’altro, ci si riconosce nella casa comune europea.

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