(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Sullo sfondo di neutre nuvole bianche prima e poi di quelle colorate e “partigiane” prodotte dai fumi delle Frecce Tricolori, scorre il testo dell’articolo 87 della Costituzione Italiana, che definisce la figura del Presidente della Repubblica e ne sancisce le responsabilità. E non prediligo a caso il termine responsabilità a doveri. Si apre così il film, bellissimo, La Grazia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo.
Subito dopo che le suddette nuvole si dissipano, con il procedere della trama e l’interagire dei personaggi (in entrambi i casi di fantasia, ma con evidenti riferimenti alla realtà) ad assieparsi sono invece i dubbi, o se vogliamo gli spunti di riflessione.

Nel film di Paolo Sorrentino, l’eutanasia non è trattata come una questione tecnica o giuridica, ma come un conflitto profondo tra libertà individuale e responsabilità morale: rappresenta il diritto di scegliere sulla propria fine, ma allo stesso tempo mette a nudo l’incapacità delle istituzioni e del potere di dare risposte definitive su vita e morte.
Tra l’interpretazione magistrale dei protagonisti, una fotografia poetica dai tratti magrittiani, l’eterna lotta tra conservatorismo e innovazione (rivoluzione?), un tratteggio onesto e senza sconti della politica, i richiami alla coscienza e qualche incursione nel semiserio, va in scena l’antica, scomoda verità: dietro ogni carica, c’è un uomo. Con le sue debolezze e, si spera, il suo senso di responsabilità.
Sebbene il film si apra via via a svariate letture, il tema principale, monumentale, è già nel titolo, anche se solo sulle scene finali si giunge a captarne il (doppio) senso profondo. Un presidente sconsolatamente vedovo (Toni Servillo, con innegabili anche se non preponderanti richiami al nostro Mattarella), giunto pieno di malinconia a fine mandato, si trova a non poter evitare il bilancio di 7 lunghi anni al servizio dello Stato e dei cittadini, ma anche a desiderare di andarsene senza lasciare nulla di incompiuto, comprese tre questioni assai spinose: due richieste di grazia e l’eventuale firma della legge sull’eutanasia.
Affiancato, spronato e punzecchiato dalla figlia Dorotea, quello che scopre con sorpresa di essere da tutti soprannominato “cemento armato” per il proprio essere irremovibile, si trova a muovere invece passi incerti e condizionati dal dubbio, a immedesimarsi in chi -che sia attraverso la sospensione della pena o attraverso la rinuncia alla vita- cerca disperatamente un po’ di libertà e di leggerezza. Ecco che cos’è in fondo la grazia, intesa come stato di grazia, per l’uomo, ecco il doppio senso del titolo del film: la possibilità, il lusso di vivere con un po’ di levità, pur senza superficialità.
Una leggerezza che Sorrentino riesce a dare anche al suo film, sgonfiandone la (solo apparente) severità con qualche incursione divertente, ma suggestiva, come per esempio il papa nero che ci vede lungo e gira in scooter, l’estrosa amica di sempre del Capo dello Stato che non segue i cerimoniali e tra parolacce, imprecazioni e battute caustiche non fa a sua volta cerimonie e persino il rapper Guè Pequeno, che strizza letteralmente l’occhio, quello sano, a un Presidente autorevole e serioso che in segreto canticchia le sue melodie.
Solo, malinconico, chiuso in un’armatura ormai troppo stretta, in un continuo confronto con se stesso e con i suoi referenti (dalla figlia al Santo Padre, dal suo fedele bodyguard/consigliere ai richiedenti la grazia, fino al suo amato cavallo ridotto in agonia, che pare implorare con gli occhi anche lui l’eutanasia), il protagonista arriva faticosamente a capire di essere “appesantito” dal suo stesso ruolo. A chiedersi “ma io sono mai stato leggero?”. A desiderare di tornare a esserlo. Proprio attraverso il dubbio, fin qui inconcepibile, che in fondo ha una sua bellezza, perché solo può portare al coraggio. A decidere: “proverò a lasciarmi vivere”.

Il film La Grazia suggerisce che l’eutanasia non è solo una decisione personale, bensì uno specchio delle contraddizioni della società contemporanea, dove legge, coscienza, dolore e compassione si scontrano senza trovare una sintesi semplice, lasciando aperta una domanda più ampia sul senso della dignità e della “grazia” nel momento estremo.
Tra le domande clou, che corrono e ricorrono nel film, quella che non abbandona più il Presidente, fino all’ultima scena è: “di chi sono i nostri giorni?”.
“I nostri giorni sono nostri, ma non basta una vita per capirlo” ammette con se stesso, su un finale non scontato.
E se i nostri giorni sono nostri ma i nostri giorni non sono più tollerabili, mi chiedo io, a chi spetta decidere se lasciarsi vivere (o lasciarsi morire)? Rispetto e non invidio chi è chiamato in causa.
E se Battiato cantava cerco un centro di gravità permanente, io come il Presidente nel film -dopo un commovente collegamento con un astronauta in una navicella spaziale- sogno l’assenza di gravità. Per tutti.


