martedì, Maggio 26, 2026

Fine vita, per la Chiesa conta la dignità umana: no all’eutanasia ma anche all’accanimento terapeutico

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(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di padre Gino Alberto Faccioli, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Eutanasia, è parola che deriva dal greco (εὐθάνατος), ed è legata al concetto di “buona morte”. Questo termine nell’antichità veniva associato ad una morte senza sofferenze. Lo scopo del medico era quello di fare in modo, per quanto possibile, che gli ultimi istanti di vita non fossero dolorosi. Questa forma di “eutanasia” non era discordante con quanto indicato nel giuramento di Ippocrate: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. Oggi con il termine eutanasia, non si fa più riferimento al significato originario, piuttosto, si intende un’azione volta a procurare anticipatamente la morte di un malato con lo scopo di alleviarne le sofferenze.

La Chiesa ha sempre difeso la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale

Alleviarne le sofferenze, è questa la giustificazione che spesso si adotta, per decidere per l’eutanasia, ma, in realtà, se avessimo il coraggio di guardare nelle nostre profondità, scopriremmo che siamo noi che non accettiamo la sofferenza e non abbiamo il necessario coraggio di stare accanto a chi soffre, portando così aiuto, perché stare accanto a chi soffre, significa condividerne il dolore e “il dolore condiviso si dimezza” (san Tommaso). Questo perché essere accanto a chi soffre, riduce il peso psicologico. Non si elimina il male, il dolore, ma lo si rende più gestibile attraverso il supporto sociale e la relazione. Insomma, l’eutanasia è una falsa forma di pietà (cf. Evangelium Vita, EV 15).

Da sempre la Chiesa cattolica ha affermato che la vita umana deve essere difesa dal suo concepimento fino alla morte naturale. Così, secondo quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, «l’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC 2324). «Essa è moralmente inaccettabile… provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L’errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere» (CCC 2277). Così come è contraria alla dignità della persona umana “la difesa ad oltranza”, il cosiddetto accanimento terapeutico, durante una malattia terminale. «L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’”accanimento terapeutico”. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente» (CCC 2278). Già nel 1957 Pio XII, incontrando un gruppo di anestesisti oltre a ribadire la non liceità dell’eutanasia, ribadisce che non c’è nemmeno l’obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici che si possono disporre, anzi in alcuni casi è lecito astenersene – è il primo accenno al principio del cosiddetto accanimento terapeutico -. Viene definito moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio della “proporzionalità delle cure”.

No all’accanimento terapeutico (Le monde)

Anche san Giovanni Paolo II si esprime contro l’eutanasia, nell’enciclica Evangelium Vitae del 1995 dopo aver sottolineato che l’eutanasia, «mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino legalizzata» (EV 15), è sempre più diffusa. «Per una presunta pietà di fronte al dolore del paziente, viene talora giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese improduttive troppo gravose per la società».

«Ciò che potrebbe sembrare -afferma ancora il santo padre-logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della “cultura di morte”» (EV 64).

Una delle domande che si pone chi sostiene che la società debba fondarsi sull’efficienza, sulla produttività, riguarda l’esistenza dell’essere umano che versa in condizione precarie, perché anziano e malato: quando la malattia si fa drammatica, ha senso continuare a difendere la vita, o non è meglio accettare l’eutanasia come liberazione? «Chi ha il senso della dignità umana sa che essi vanno, scrive papa Benedetto XVI, rispettati e sostenuti mentre affrontano serie difficoltà legate al loro stato. È anzi giusto che si ricorra pure, quando è necessario, all’utilizzo di cure palliative, le quali, anche se non possono guarire, sono in grado però di lenire le pene che derivano dalla malattia». Ma accanto a queste -afferma papa Ratzinger- è necessario mostrare una concreta capacità di amare, perché i malati hanno bisogno di comprensione, di conforto e di costante incoraggiamento e accompagnamento.

Contro il pensiero dominante della “cultura dello scarto”, che a volte propone una “falsa compassione” e che ritiene sia «un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre» Papa Francesco (al convegno dell’Associazione medici cattolici italiani) propone la compassione evangelica, la quale, accompagna nel momento del bisogno. Modello di questa compassione è il Buon Samaritano, che ‘vede’, che ha compassione, e si avvicina e offre aiuto concreto.

Nella Lettera “Samaritanus bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, a pubblicata il 22 settembre 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che «inguaribile non è mai sinonimo di incurabile»: chi è affetto da una malattia allo stadio terminale come chi nasce con una previsione limitata di sopravvivenza ha diritto ad essere accolto, curato, circondato di affetto. La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come «insegnamento definitivo» che «l’eutanasia è un crimine contro la vita umana».

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