(Donne e impresa, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Nel luccicante mondo dell’alta gioielleria, il più famoso tra gli anelli, il trilogy, contiene tre diamanti, per tre diversi significati. Nella boutique di corso Palladio noi invece abbiamo incontrato tre vere gemme – madre e due sorelle – per un’infinità di gioielli, tutti unici. Per materiale, foggia e anche per impegno sociale. Due generazioni che, tra Venezia e Vicenza, portano avanti una storia antica con una sensibilità che è decisamente donna.

Dopo l’incontro con Monica Pendini, direttore commerciale di Salvadori, in occasione dell’inaugurazione lo scorso inverno della boutique Philippe Patek, in centro accanto a quella di famiglia, questa intervista alla triade che tramanda il marchio esclusivo Salvadori doveva essere un racconto di imprenditorialità femminile. Invece ecco che si è subito rivelato una poesia, i cui versi parlano si di oro e diamanti, ma anche di sogni e talenti, ispirazioni ed emozioni, di un’eredità viva, che prima ancora che nell’insegna si legge nel cuore di queste tre ragazze. E dico ragazze perché la passione e la tempra di mamma Carla, evidenti nonostante la sua elegante compostezza, non hanno età. È proprio da lei che cominciamo.
Quando nasce questa storia non c’era ancora l’odierna impronta femminile, però in fondo il suo ruolo accanto a suo marito, Gabriele Pendini, è stato determinante…
L’azienda è stata da subito come una figlia che abbiamo amato e cresciuto insieme. Gabriele, che era un grossista di diamanti, nel 1970 acquistò l’antica orologeria Salvadori, dal 1857 alle Mercerie di Venezia. Io ero insegnante e quando ci sposammo, nel 1973, lasciai la cattedra per seguirlo.

Seguirlo letteralmente. In giro per il mondo.
Eh sì. Gabriele, che presto trasformò la bottega anche in gioielleria, si recava personalmente a scegliere le pietre. Andavamo in Colombia per gli smeraldi, in Thailandia per rubini e zaffiri, in Belgio e in Israele per i diamanti. Qualche volta venivano con noi, ancora bambine, Monica e Marzia, che hanno respirato fin da subito il mestiere e la passione.
Alla domanda inevitabile sull’origine delle gemme che sceglievate e ancora scegliete, torna forte il tema donna.
Certo. Non solo le mie figlie, che sono gemmologhe GIA e membri della Borsa dei Diamanti di Anversa, dai severissimi requisiti e controlli, come già il padre selezionano solo pezzi che rispettano il processo di Kimberley (ndr: un accordo di certificazione atto a evitare il fenomeno dei cosiddetti “diamanti insanguinati”, i cui proventi finanziano armi e conflitti) e sono garantiti conflict free. In Salvadori lavoriamo sempre secondo principi etici molto chiari, nel rispetto delle persone in genere e delle donne, cui teniamo molto, in particolare.
Rispetto ma anche sostegno concreto, vero Marzia? È art director, ma anche responsabile degli acquisti e della selezione delle pietre e promotrice dei progetti umanitari di Salvadori.
Assolutamente. Prima di tutto vengono le persone. Ci stanno a cuore in particolare donne e bambini. Da oltre dieci anni sosteniamo ActionAid nella lotta alla violenza contro le donne e portiamo avanti programmi per l’emancipazione in angoli di mondo dove esser donna è spesso difficile. Abbiamo portato il nostro sostegno, finanziando iniziative concrete ma anche facendo produrre per esempio le nostre shopping bag, le bustine per i gioielli e altri accessori di artigianato, in Nepal, Cambogia e Bangladesh.
Anche lei Monica, come direttore commerciale, nel nostro precedente articolo aveva messo l’accento sulle persone.
Certo. Al di là dei progetti umanitari, che condivido in maniera assoluta, trovo che sempre debbano essere le persone al centro, dal cliente al personale. Anche e soprattutto in un’attività come la nostra. Come ho già affermato, alla fine vale indubbiamente il gioiello in sé, ma sono le persone il vero surplus, quelle che ti mettono a tuo agio. Quelle che selezioni per collaborare con te, quelle che varcano la soglia per la prima volta, quelle che sono praticamente di casa in boutique e quelle che incontri nelle grandi fiere internazionali, cui partecipiamo spesso.
A proposito di clienti, immagino che la discrezione qui sia conditio sine qua non…
Eccome. La nostra è una clientela selezionata, che secondo i canoni del lusso moderno cerca sì il pezzo unico ed esclusivo, gioielli con un’anima e una storia, ma anche la non ostentazione e la discrezione, appunto. Mamma dice che praticamente ci considerano come dei preti… E in effetti, cercando il gioiello giusto, al tavolo assistiamo spesso a quelle che in qualche modo sono confessioni. Marzia, quella orafa è certamente un’arte, ma lei è artista a tutto tondo.
È come i suoi diamanti, dalle tante sfaccettature.
Sì, mi definisco artista. Oltre a disegnare i gioielli Salvadori, dipingo ed espongo regolarmente in gallerie d’arte, scrivo poesie e anche libri. Mi ispiro all’arte, all’architettura ma soprattutto alle emozioni che vivo, anche nei piccoli momenti quotidiani. La collezione Ducale per esempio si ispira ai trafori di Palazzo Ducale a Venezia, la Ca’ d’Oro ai motivi architettonici delle colonne affacciate sul Canal Grande, la Dòlfin al ferro da prua della gondola. Non è però solo Venezia a farmi da musa: il mare che adoro, con cavallucci, conchiglie e ricci, la natura in genere, come nelle collezioni Fiocco di neve, Farfalla e Floral. Prima la designer era mamma, ma io disegno gioielli da quando ero bambina, circondata di pietre preziose, luce e materia. Disegnare un gioiello per me è un atto intimo: è la mia anima che si mostra al mondo.
E come si arriva dal bozzetto alla vetrina?
Attraverso le mani esperte dei miei orafi e un percorso lungo e complesso. Per ogni singolo gioiello ci possono volere anche tre mesi di lavoro certosino. Dopo un primo prototipo in cera, che viene provato, riprovato, corretto e perfezionato, il pezzo viene realizzato, in oro o platino, e passa agli incassatori, che vi incassano con maestria le pietre selezionate da me personalmente. Il gioiello quindi torna agli orafi, che lo assemblano e rifiniscono in ogni dettaglio, fino alla lucidatura finale.
Pezzi davvero unici, in tutti i sensi. Li realizza anche su commissione?
Rarissimamente, se proprio devo. E malvolentieri. Sono un’artista, ribadisco, e come tale sento nascere i gioielli dentro di me, con fattezze, significati e sfumature che nessuno può ordinarmi. E se alcune mie creature diventano parte di collezioni in catalogo, restando comunque unici, anche solo per una curva, la nuance di una pietra o per dimensione, molti altri sono irripetibili. Come deve essere un’opera d’arte. Suggellano i momenti felici di chi li acquista, ma sono i miei personalissimi sentimenti.

Quale collezione la commuove di più?
Tutte, ma certamente Il Sogno ha un significato profondo. In platino e diamanti, ricorda il classico solitario, ma è reso unico da una sottile S quasi nascosta, al posto della solita griffa. Un dettaglio raffinato e discreto, che simboleggia sia Sogno che Salvadori. L’ho creata in omaggio a papà, quando è venuto a mancare dieci anni fa. È un invito a celebrare la vita e a viverla con la stessa intensità dei sogni e proprio per questo una parte del ricavato dalla vendita è destinato all’AIL di Venezia.
A proposito di Venezia, come e quando siete approdati a Vicenza signora Carla?
Nel 1980. Inizialmente la boutique era appena dopo la storica Cartoleria Galla, sempre in corso Palladio, poi ci siamo trasferiti qui in Galleria e lo scorso dicembre Monica ha trovato proprio di fronte lo spazio adatto ad aprire l’insegna Philippe Patek, di cui siamo concessionari per il Veneto e il Friuli Venezia Giulia dagli anni ’80 (ndr: di Rolex lo sono per la Provincia di Venezia e quella di Vicenza fin dagli anni ’60). Le nostre radici sono a Venezia, ma con Vicenza ha in comune l’anima palladiana. Qui poi c’è una lunga e magistrale tradizione nella lavorazione dell’oro, i nostri orafi di fiducia a Venezia ormai non ci sono più e la produzione oggi è a Vicenza. Qui abbiamo una clientela locale, mentre in laguna c’è anche un grosso mercato estero. La nostra base resta sempre Venezia e facciamo le pendolari. Un tempo, soprattutto nell’artigianato, la famiglia era la vera forza di un’impresa, oggi sembra quasi un’apocalisse da evitare accuratamente.
Voi sembrate l’eccezione alla regola…
Sì, risponde Marzia. Senza la famiglia, Salvadori non esisterebbe. Il fatto di essere tre donne, poi, aiuta. Andiamo molto d’accordo, anche perché ognuna ha ruoli diversi ma profondamente complementari. È un dialogo continuo tra diverse competenze, un confronto decisivo nei momenti cruciali per l’azienda. C’è un comune desiderio di onorare il passato ma vivere il presente e progettare il futuro. “Più lontano riesci a guardare indietro, più lontano riuscirai a vedere avanti” diceva Winston Churchill.
Parlando di futuro, ci sono delle giovani Pendini pronte a portare avanti l’anima femminile di Salvadori?
Marzia – Le mie due figlie, Aurora (21 anni) e Turchese (18 anni) per il momento si limitano a fare da modelle nei nostri cataloghi. Non voglio condizionarle, ma come me anche loro hanno respirato fin da piccole questo nostro mondo magico e non dispero… Turchese intanto sta frequentando Fashion Management all’Istituto Marangoni di Milano mentre Aurora è laureata in marketing all’università americana John Cabot. Monica – Ho un maschio di 14 anni, Jacopo, che è patito di sci (ndr: e campione regionale e italiano), ma che comunque frequenta l’artistico a Cortina, dove viviamo, e ha un bell’esempio di creatività nel padre, che possiede una falegnameria e si occupa di interior design. La mia piccola Giada, invece, ha solo 8 anni però dice già: “Da grande farò… l’orologiaia e la gioielliera”.
Marzia, di che cosa trattano i suoi libri? Ci dà qualche titolo?
Sempre di donne. E in particolare della libertà a cui hanno diritto le donne, non per niente i miei quadri sono volutamente provocanti e provocatori. Ho pubblicato “Un’Aurora Turchese – Diario di una giovane mamma”, chiaramente autobiografico, “Come onde sulla sabbia” e ora è in stampa “Morsi sulle labbra – Raccolta di parole”.
Insomma, come i loro gioielli, per il trio Pendini ogni donna è preziosa e unica.
Un diamante è per sempre, ma soprattutto il diamante Salvadori è… donna.


