(articolo di Renzo Mazzaro, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
C’è una canzone di Sergio Endrigo “Il treno che viene dal Sud” che descrive l’immigrazione italiana degli anni Sessanta verso il triangolo industriale Torino, Milano, Genova. «Nel treno che viene dal Sud», cantava Endrigo, «sudore e mille valigie, gente nata tra gli ulivi che va a scordare il sole… E la notte un sogno sempre uguale: avrò una casa per te e per me?». Il finale della canzone era molto amaro: «Dal treno che viene dal Sud scendono uomini cupi, che hanno in tasca la speranza ma nel cuore sentono che questa nuova, questa grande società, non si farà».
Sergio Endrigo era triestino ed era iscritto al Psiup, Partito socialista di unità proletaria, il quale si preoccupò subito di precisare che non aveva una visione così negativa del futuro: erano gli anni del boom, della crescita dell’Italia, la nuova società era l’obiettivo di tutti, quello che bisognava fare era lottare per dirigere il cambiamento.
Sessant’anni dopo, questa nuova grande società in qualche modo si è fatta, ma l’emergenza casa è peggiorata. Oggi il treno che viene dal Sud non parte più dal meridione d’Italia, ma dal meridione del mondo. Porta gente molto più disperata, con la pelle diversa, che non parla la nostra lingua, che scappa dalla fame e dalla guerra sognando un futuro che probabilmente non avrà mai. E noi ci sentiamo aggrediti, ci difendiamo con i denti. Chiusi nel fortino della nostra grande società abbiamo smarrito i riferimenti culturali, parliamo di ributtare indietro tutta questa gente. “Remigrazione” l’abbiamo battezzata. A casa vostra, go home!
Nessuno racconta più il presente con la capacità di fornire chiavi di lettura nuove, in un mondo frantumato. Mancano giornalisti del calibro di un Giorgio Bocca o di una Natalia Aspesi, sui quali ci siamo formati noi della generazione successiva, che sul Giorno raccontavano il dramma della casa nella periferia di Milano, a Quarto Oggiaro, dove i palazzi sorgevano come funghi mentre la gente continuava a peregrinare senza trovare un tetto. Certi pezzi scuotevano le coscienze. Oggi l’autorevolezza della carta stampata è finita sotto i tacchi. A trainare l’opinione pubblica sono i social, dove l’autorevolezza naviga in un mare di banalità e di fake news.
Affitti cresciuti del 60%
Qualche settimana fa una statistica segnalava che nelle città venete sulla direttrice Venezia-Milano i prezzi delle case in vendita sono aumentati in pochi anni del 30% ma gli affitti del 60%. Il mercato immobiliare punta sul lusso, sui palazzi storici dismessi o inutilizzati dai proprietari, di solito enti pubblici, che vengono ristrutturati e messi in vendita a cifre con 6 zeri. Trovando subito compratori. Se l’operazione contempla l’affitto le cifre sono irraggiungibili, fatte apposta per escludere i redditi medi, non parliamo di quelli bassi. Case in affitto a prezzo calmierato non si trovano più. Chi le cerca è costretto a mettersi assieme ad altri nelle sue stesse condizioni, per trovare un posto dove dormire, farsi da mangiare e riuscire a pagarlo. Una riedizione della camera a ore. Sono italiani, non immigrati, per chiarezza. Persone che arrivano dalla Calabria per lavorare nelle case di riposo del Veneto. Autisti che vengono dal Piemonte a guidare gli autobus delle nostre città. Tutti con regolari stipendi da 1.300 euro al mese o giù di lì, che non consentono di fronteggiare canoni mensili da 600-800 euro. Costretti a una vita senza prospettive che vadano oltre la sopravvivenza quotidiana.
Chi fa questi esempi è Maurizio Trabuio, direttore di Fondazione La Casa, una onlus presente in quattro province del Veneto: «Noi stiamo ospitando in alcuni co-housing persone che non potrebbero permettersi una casa anche se la trovassero. Hanno un lavoro regolare ma non sono abbastanza poveri per rientrare nelle graduatorie dell’edilizia pubblica e non sono abbastanza ricchi per permettersi un affitto a mercato libero. Questo sono le nostre città oggi».
La domanda di casa delle persone monoreddito dovrebbe trovare risposta nell’edilizia sociale, che invece è stata ignorata dalla giunta Zaia per scelta politica precisa, sostiene Trabuio: «Dopo Giancarlo Galan non è mai stato messo a bilancio regionale un euro di spesa per alloggi sociali, solo i trasferimenti dello Stato alle Ater. Per dire quanta attenzione c’è stata a questo tema dal 2010 in poi. Noi in quindici anni siamo riusciti a parlare solo due volte con l’assessora alla casa Manuela Lanzarin, per sentirci dire che non era interessata. “Abbiamo già l’Ater che pensa alla povera gente”, ci ha risposto. Erano convinti di risolvere tutto con le Ater, adesso stiamo vedendo cosa succede nelle città: studenti che non trovano un alloggio, anziani che non sanno dove sbattere la testa, persone monoreddito ma anche famiglie incapaci di sostenere l’affitto».
Il nuovo piano della Regione

Questa situazione drammatica è stata illustrata il 9 gennaio scorso dal presidente della Regione Alberto Stefani quasi con le stesse parole di Maurizio Trabuio. Il Veneto perfetto raccontato per un quindicennio da Luca Zaia si è incrinato di colpo: Stefani, che pure è arrivato professando la continuità con il predecessore, ci ha fatto sapere che oltre 8.800 case Ater sono chiuse perché lasciate senza manutenzione e da ristrutturare. Nessuno l’aveva detto prima. Viene da chiedersi come mai, con tutti i soldi distribuiti attraverso il 110 per cento a chi voleva ristrutturare la casa, ben 8.800 alloggi pubblici da ristrutturare siano rimasti fuori.
Qualcuno ha una risposta? Stefani ha citato gli 8.800 alloggi Ater nel quadro di un programma di svecchiamento della legge regionale 39 del 2017 annunciando uno stanziamento di 50 milioni di euro: «Serviranno a dare un’abitazione a chi lavora ma non può permettersi affitti ai prezzi di mercato e non rientra nelle graduatorie dell’edilizia pubblica», ha detto. «Attiveremo una nuova forma di social housing e contemporaneamente potremo reperire risorse per iniziare a recuperare gli alloggi Ater oggi sfitti».
Siamo solo all’annuncio, i soldi dovranno essere trovati e messi sul tavolo e il piano, ribattezzato “Generazione casa”, passare al vaglio del Consiglio regionale. Ma intanto bisogna registrare con piacere «una inversione di rotta», espressione usata dallo stesso Stefani, sul quindicennio della giunta Zaia. Evidentemente la continuità proclamata in campagna elettorale comincia a fare i conti con la realtà. Bene.
Contro l’eccesso di rendita speculativa

Il “social housing” di cui parla Alberto Stefani è il mestiere che uno come Maurizio Trabuio pratica dal 2001. Fondazione La Casa compie 25 anni, a maggio festeggerà l’anniversario presentando un report delle attività di edilizia sociale messe in piedi nel Veneto. L’assunto di partenza è una arrampicata da sesto grado: provare a “demercificare” la casa, contrastare l’eccesso di rendita speculativa. «Non intendiamo dire che la casa non può essere oggetto di mercato», spiega Trabuio, «la nostra filosofia è togliere le plusvalenze, cioè evitare che attraverso la casa si facciano utili fuori misura».
Una parola. Come riuscite a farlo? «Interpelliamo enti che hanno immobili dismessi, vecchi edifici declassati e chiusi», risponde Trabuio. «Ce li facciamo assegnare, li ristrutturiamo e con gli affitti modesti che riusciamo a far pagare manteniamo nel tempo questo patrimonio immobiliare, che così torna in circolo. Questo è il meccanismo di funzionamento di Fondazione Casa. Parte dal presupposto che la povera gente, se ha una casa dignitosa dove vivere con poco, può tornare membro attivo di una comunità. Se uno può mantenere la casa, resterà sempre autonomo e autosufficiente e questo previene forme di assistenza di cui altrimenti avrebbe bisogno».
Gli edifici utilizzati sono vecchie scuole elementari, canoniche dismesse dalle parrocchie, immobili pubblici abbandonati all’incuria e al degrado, che la Fondazione ottiene in usufrutto o con diritto di superfice. Il Veneto è pieno di edifici di questo tipo lasciati deperire: affidandoli alla Fondazione i proprietari rimangono tali e ottengono una valorizzazione dell’immobile senza muovere un dito. Sembra l’uovo di Colombo: cosa c’è di meglio?
«Infatti!», replica Trabuio. «Se avessimo qualche soldo in più potremmo cambiare la faccia al Veneto, per dire. Invece siamo una piccola istituzione, periferica rispetto ai centri di decisione e di spesa. Facciamo le nozze con i fichi secchi. Eppure mentre preparo il bilancio di questi 25 anni mi sto accorgendo di quanto abbiamo lavorato. Moltissima gente ha girato nelle nostre case. Possiamo dire che ogni euro speso ha prodotto un grande beneficio: l’algoritmo giusto non lo so ancora ma sono certo che se questa spesa fosse stata moltiplicata per tot volte avrebbe avuto risultati esponenziali».
Un esperimento pilota
Fondazione La Casa ha partecipato ad un ciclo di incontri organizzato dalla Facoltà teologica del Triveneto lo scorso gennaio, sul tema dell’abitare. Due giornate di dibattito, da una parte il mercato libero con costruttori e immobiliaristi, dall’altra le forme nuove dell’abitare, con esperienze pilota che possono suggerire strade nuove anche al legislatore. Da questo incrocio peschiamo il singolare caso di Bergamo, dove 52 famiglie hanno costituito una cooperativa e realizzato un complesso edilizio da 20 milioni di euro, in cui accanto agli spazi privati sono stati ricavati spazi comuni per i condomini e spazi aperti al quartiere. Gli spazi comuni e aperti al quartiere sono quasi 1.000 metri quadrati coperti e 2.500 scoperti. La filosofia che anima questa iniziativa è il superamento della logica dell’appartamento: la scatola di cemento in cui chiudersi al ritorno dall’ufficio dopo l’immancabile coda passata nella scatoletta dell’auto.

L’ideatore di questa esperienza è Johnny Dotti, pedagogista, imprenditore sociale e docente a contratto alla Cattolica di Milano. «La casa deve avere spazi comuni in cui si intrecciano relazioni», dice. «Le forme dell’abitare non sono neutre, contribuiscono alla nostra socialità, alla nostra economia, alla nostra affettività. Per me trattare il tema della casa non è moltiplicare i contenitori in cui inscatolare le persone più o meno gratis. È generare degli spazi di vita, in cui la vita possa continuare ad esistere, e la vita è relazioni. In questi anni mi sto impegnando perché possano nascere esperienze di abitare in cui gli abitanti vengono prima dell’abitazione. Sto cercando di riqualificare anche conventi, strutture religiose, non per erogare servizi ai poveri ma per far vivere le persone in maniera decente. Punto».
Dotti, quando si scatena, diventa un fiume in piena. Bellissimo ascoltarlo: «Aver trasformato la casa nel mercato degli alloggi è un vero suicidio. La casa mediterranea non è mai stata un alloggio, parola che era utilizzata solo per il ricovero di asini e cavalli fino a inizio Novecento. E neanche un appartamento, parola che indicava la parte privata della reggia, l’abitazione del re. Condominio è con-dominus, non una fabbrica di appartamenti sul mercato degli alloggi. Ci sarebbe molto da dire su questi risvolti di natura antropologica, economica, politica, teologica. È che il cristianesimo si è completamente perso, è il capitalismo dei poveretti. Il capitalismo vero del mercato, che è una religione, ha trasformato la casa in un’attività per estrarre denaro attraverso la vita delle persone. La crisi del patrimonio edilizio della Chiesa è tutta lì, ha perso il senso di quello che fa. Conosco frati che trattano i conventi come se fossero case private, questa è una bestemmia. Vanno tutti all’inferno, anzi sono già all’inferno». Come no, l’inferno è qui (Shakespeare).
Come recuperare le case abbandonate
Un’altra esperienza interessante viene da Mestre, via Piave, zona calda della città diventata off-limits per gli stessi abitanti: droga, prostituzione, risse tra bande rivali per il controllo dello spaccio. Interventi continui della polizia, senza esito. Un’area che è rimasta ingovernabile per anni. Finché nel 2023 gli abitanti si coalizzano, una settantina di associazioni portano in piazza 5.000 persone con un solo slogan: “Riprendiamo la città”. La manifestazione segna un capolinea, è la svolta che sta cambiando le cose.

«Uno dei punti cruciali che avevamo individuato come causa del degrado», racconta Nicola Ianuale, esponente del Gruppo di lavoro di Via Piave, il coordinamento informale che queste associazioni si sono date, «era il fatto che in via Piave c’erano una ottantina di case abbandonate: palazzine a due piani, con giardino, lasciate al degrado. La sicurezza doveva passare attraverso il recupero degli immobili abbandonati. Abbiamo cominciato con i negozi sfitti, ce li siamo fatti dare in comodato d’uso gratuito, li abbiamo risistemati e affidati alle associazioni. Questo ha messo in moto un processo di imitazione da parte di altri proprietari. Una volta fatti rivivere attraverso l’attività associativa, questi immobili sono diventati appetibili per imprenditori che li rimettono nel mercato».
Una palazzina abbandonata, restaurata dalle associazioni con semplice manutenzione ordinaria, è diventata interessante per un acquirente che l’ha trasformata in un B&B. Un immobile di 400 metri quadrati, passato attraverso questa forma di riciclo fatto dalle associazioni, ospita oggi un minimarket di quartiere. Lentamente ma progressivamente la città si riprende, dal basso, gli spazi abbandonati.
«Il movimento “Riprendiamo la città” opera attraverso tre leve: vigilanza, welfare territoriale, residenzialità », aggiunge Ianuale. «Lavorando in questo modo noi risultiamo interessanti anche per l’imprenditoria, che non trova dipendenti perché questi non trovano case a prezzi sostenibili. Non so se vale anche per altre zone del Veneto, Mestre è inondata dalla domanda di case ma la concorrenza della residenza turistica fagocita tutto. Il mercato immobiliare punta sul lusso, offre case a 5.000 euro a metro quadrato o con affitti proibitivi. Tutto il resto non interessa e il rischio è che il posto dove vivi diventi una banlieue».
Il Veneto è pieno di vie Piave, ogni città ne ha una. L’esperimento di Mestre può offrire idee alla politica, suggerire modelli agli amministratori pubblici. Perché no?


