(speciale Referendum Giustizia, articolo di Salvatore Borghese, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Nei sondaggi il “No” alla riforma costituzionale promossa dal Governo Meloni guadagna terreno e riapre la partita. Ormai è evidente che il voto degli elettori non riguarderà solo la separazione delle carriere dei magistrati, ma sarà un vero e proprio giudizio politico sull’attuale esecutivo.
Tra circa un mese, il 22 e 23 marzo, si terrà il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, promossa dal Governo Meloni, che prevede la separazione delle carriere dei magistrati. Non entriamo qui nel merito di questa riforma e dei suoi contenuti, di cui potete leggere in altri autorevoli contributi su questo giornale.
Vediamo invece cosa comporta (e cosa ha comportato finora) questo referendum sul piano politico, e soprattutto cosa possiamo aspettarci da quello che è stato da tempo individuato come l’appuntamento elettorale più importante di questo 2026.
Gli schieramenti
Trattandosi di referendum confermativo, e non abrogativo, lo schieramento del “Sì” è quello che intende confermare la riforma oggetto di referendum. A favore c’è quindi tutta la coalizione governativa, cioè i partiti di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), incluso il neonato partito di Vannacci, Futuro Nazionale. Ma in questo schieramento vi sono anche alcuni partiti centristi di opposizione, come Azione, Più Europa e Partito Liberaldemocratico.
Un altro partito di quell’area, Italia Viva di Matteo Renzi, ha dato invece libertà di voto. Anche i partiti autonomisti di Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige (SVP) sono per il “Sì”, così come il Consiglio Nazionale Forense e alcune associazioni e fondazioni di orientamento liberale e garantista. Del fronte del “No” fanno invece parte tutte le principali forze di opposizione: il Partito Democratico quindi (nonostante una componente interna favorevole alla riforma), Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, a cui si aggiungono almeno due dei tre principali sindacati confederali (la CGIL e la UIL) e l’Associazione Nazionale Magistrati, più molte altre sigle come l’ANPI, l’ARCI e le ACLI e associazioni varie come Libera, Articolo 21 e Legambiente.
I contenuti della riforma
La trasversalità degli schieramenti (che non ricalcano con precisione la distinzione tra maggioranza e opposizione, né quello tra destra e sinistra) si deve alla natura tecnica, ben più che politica, del contenuto della riforma. E qui inizia ad essere utile uno sguardo alle opinioni degli italiani rilevate dai sondaggi. Una recente indagine dell’istituto Only Numbers di Alessandra Ghisleri, ad esempio, ha registrato come gli italiani favorevoli alle novità introdotte dalla riforma costituzionale siano in maggioranza rispetto ai contrari: questo vale sia per lo sdoppiamento del CSM (42% di favorevoli, 34% di contrari) che per l’istituzione di una Alta Corte per i provvedimenti disciplinari (40% contro 36%), mentre sulla la scelta del metodo del sorteggio come criterio per la composizione di questi consessi si registra un sostanziale testa a testa (con i favorevoli al 39% e i contrari al 38%). C’è però da dire che, con il passare delle settimane, su tutte queste misure si registra una diminuzione dei favorevoli e un aumento dei contrari.
Ma c’è da dire che moltissimi italiani non sanno ancora esattamente su cosa si voterà: lo confermano sia un sondaggio di Demopolis, secondo cui poco più di un terzo (34%) degli elettori affermano di conoscere “i punti principali” della riforma; e soprattutto il sondaggio di Ipsos, secondo cui solo il 10% degli italiani si ritiene “molto informato”, a fronte di un 54% che si definisce invece “poco” o “per nulla” informato.

Motivazioni (e conseguenze) del voto
A differenza dei referendum abrogativi, in un referendum confermativo non serve raggiungere un quorum di partecipazione, dunque che vi sia una maggioranza di elettori informati sui suoi contenuti è rilevante fino a un certo punto. Se il numero dei favorevoli a tali contenuti è superiore a quello dei contrari, quindi, si potrebbe ben dire che il “Sì” parta favorito. Eppure, sul piano politico, non c’è dubbio che su questo referendum si giochino anche questioni più generali e molto più “politiche”. In particolare, è evidente che se vinceranno i “Sì” il Governo Meloni che ha promosso la riforma ne risulterà politicamente rafforzato, e non di poco; viceversa, se vincessero i “No” si tratterebbe di un duro colpo per l’esecutivo, nonché della prima, vera sconfitta elettorale per la maggioranza di centrodestra che ha vinto le elezioni nel 2022.
Anche qui, i sondaggi ci aiutano a capire quanto siano importanti le motivazioni del voto per determinare l’esito di questa consultazione: da tempo, infatti, il Governo Meloni ha un indice di approvazione negativo, ossia una prevalenza di giudizi negativi da parte degli italiani – pur restando molto solido sul piano delle intenzioni di voto, dove il centrodestra continua a essere la coalizione più competitiva sulla carta. Sempre l’istituto Ipsos, infatti, ci dice che se al referendum si votasse anche sulla popolarità del Governo i contrari (54%) supererebbero abbastanza nettamente quelli favorevoli (46%). E questo può spiegare come mai, nell’ultimo periodo, i sondaggi abbiano registrato una forte crescita del “No”, arrivato – nelle rilevazioni più recenti – ad appaiare se non addirittura a sopravanzare i “Sì”, che erano partiti in vantaggio quando la riforma era stata appena approvata e il referendum è stato indetto. L’ultima Supermedia di Youtrend (19 febbraio) registra una situazione di sostanziale equilibrio, con il “Sì” al 52,9% contro il 47,1% dei “No”: un divario che in un mese si è ridotto di oltre 12 punti.
Affluenza, la variabile decisiva
Sempre dalle inchieste più recenti, emerge una dinamica interessante: il rapporto di forza tra favorevoli e contrari tende a invertirsi in base all’affluenza prevista. In altre parole, se andassero alle urne solo gli elettori che ad oggi si dicono più convinti di andare a votare, finirebbero per prevalere i “No”, come dimostrano sia le rilevazioni di Youtrend (51% di “No” con bassa affluenza) sia quelle di Ipsos (50,6% di “No” con affluenza al 42%); se invece si recassero alle urne anche gli elettori non pienamente convinti di farlo, prevarrebbe il “Sì”: nello scenario con alta affluenza di Youtrend, in questo caso la riforma sarebbe approvata con il 52,6% di favorevoli, e anche secondo Ipsos in caso di affluenza maggiore (52%) il “Sì” vincerebbe con il 53,7%.
Da questi numeri emerge una differenza importante, e potenzialmente decisiva, tra gli italiani favorevoli alla riforma e quelli contrari (ma anche: tra elettori di centrodestra ed elettori di centrosinistra). I primi, infatti, sono complessivamente meno propensi, meno “motivati” ad andare a votare, laddove invece il fronte del “No” è molto più compatto e motivato a recarsi alle urne, soprattutto per esprimere un voto contrario al Governo, più che – come abbiamo visto – al mero contenuto della riforma.
Il dilemma di Meloni
Tutto questo ci porta a quello che potremmo definire il “dilemma” della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale ha sempre affermato che l’esito del referendum non avrebbe avuto conseguenze politiche, memore di quanto avvenne esattamente 10 anni fa al suo predecessore Matteo Renzi: anche in quel caso la riforma costituzionale promossa dal Governo dell’epoca partì con i favori del pronostico, con gli italiani che secondo i sondaggi sembravano approvarne i contenuti principali (come il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero di senatori); Renzi fece però l’errore – col senno di poi clamoroso – di personalizzare la consultazione, compattando contro la riforma l’ampio fronte (politico e sociale) dei suoi oppositori: col risultato che il “No” vinse con il 60% e lo stesso Renzi fu costretto a dimettersi da Palazzo Chigi. Ora, Giorgia Meloni ha espressamente escluso le sue dimissioni in caso di sconfitta al referendum, ma allo stesso tempo è l’unica figura politica con il consenso e il carisma in grado di mobilitare i suoi elettori a recarsi alle urne. Così facendo, però, rischierebbe di politicizzare ulteriormente la consultazione, finendo per rafforzare il fronte dei suoi oppositori. Un vero e proprio dilemma, a cui solo gli elettori potranno dare una risposta definitiva con il loro voto.


