giovedì, Maggio 28, 2026

Giustizia, Italia condannata. Lo scandalo degli avvocati d’ufficio

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(articolo di Renzo Mazzaro, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Tutto ci siamo sentiti dire dal gover­no nelle ultime settimane prima del referendum, conclusosi con un sonan­te No alle modifiche costituzionali, a proposito del mal funzionamento del­la giustizia, meno una cosa: quanto è disposto a pagare per coprire il buco che lascia vuoto negli organici dei tri­bunali. Possiamo menar il can per l’a­ia quanto vogliamo con le carriere dei giudici e dei pm, ma divise che fossero diventate o unite come sono teorica­mente rimaste, non fanno guadagnare un giorno ai processi. Nei procedimen­ti civili le sentenze di primo grado ar­rivano dopo un anno e mezzo o due, contro i 5 mesi di media in Francia e in Spagna. Per arrivare al terzo grado in Italia bisogna aspettare da 7 a 9 anni, in Francia la media è 3 anni e 4 mesi. Nei processi penali l’attesa media da noi per il primo grado va da un anno e mezzo a due, in Danimarca 38 giorni, in Olanda 104 giorni. Peggio di noi fa solo Cipro.

Ma si spiega: nel 2023 in Italia opera­vano 12 giudici ogni 100.000 abitan­ti contro una media europea di 22 e 4 pubblici ministeri contro una media UE di 11. Al 30 giugno di quell’anno fra tribunali ordinari, corti d’appello e cassazione mancavano 1.250 giudici in Italia, rispetto agli organici previsti dal ministero. Il quale sostiene che con l’informatizzazione le cose sono mi­gliorate, ma come vedremo solo per snellire le code alle segreterie e alle cancellerie. I tempi delle sentenze re­stano fuori dalla durata ragionevole dei processi riconosciuta dalla legge Pinto (2001) che prevede indennizzi per gli sforamenti. Con manica larga sul li­mite massimo dei tempi consentiti (3 anni primo grado, 2 appello, 1 cassa­zione) e manica stretta sull’entità dei rimborsi: da 400 a 800 euro per ogni anno di ritardo. Significa 1 o 2 euro al giorno, una miseria per ripagare un furto di giustizia.

Ciò nonostante, l’ammontare di questi indennizzi, finora mai rimborsati dallo Stato, ha raggiunto quota 400 milio­ni di euro. Al punto che l’anno scor­so il governo ha dovuto far ricorso a correttivi di procedura, imponendo tra l’altro la digitalizzazione delle doman­de: chi ha fatto ricorso deve ricaricare la documentazione sulla piattaforma SIAMM entro il 30 ottobre prossimo, pena la decadenza del diritto. Quando questo diritto verrà rispettato, nessuno l’ha ancora capito. Questa è la giusti­zia italiana, dati ufficiali alla mano. Un disastro, certificato dalle sistematiche procedure di infrazione aperte dall’U­nione Europea, con accompagnamento di sanzioni.

La Corte europea condanna l’Italia

avvocati d'ufficioAdesso arriva anche una sentenza del­la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che condanna il nostro Paese per ritardi sistematici nel pagamento delle somme dovute agli avvocati d’uf­ficio per il gratuito patroci­nio. La sentenza (Requetes n. 15587/10, 32536/10 e 18531/14) è dell’11 dicem­bre scorso ma non ha avuto molta pubblicità. Questo potrebbe far pensare ad una questione tecnica che riguarda solo gli avvocati. Invece questa sentenza an­drebbe affissa alle porte dei tribunali perché apre uno squarcio su un certo tipo di burocrazia che impegna inutilmente giudici e cancellieri, di­ventando fonte di rallentamento dei processi. Un malfunzionamento che nessuna informatizzazione può cancel­lare perché è legato ad una procedura farraginosa. Ci vorrebbe poco per to­glierla di mezzo, ma nessuno ci pensa, meno di tutti il ministero cui andrebbe la competenza.

La Corte europea si è pronunciata sul ricorso presentato da due avvocati ita­liani, Giuseppe Diaco di Roma e Maria Alessandra Lenchi di Vigevano, soste­nuti dal Consiglio nazionale forense, per prestazioni fornite come difensori d’ufficio e pagate fuori tempo massimo dai tribunali, con ritardi arrivati anche a 4 anni. La sentenza parla di «ritardi irragionevoli alla luce della semplicità degli adempimenti richiesti all’ammi­nistrazione, imputabili esclusivamente a disfunzioni delle cancellerie, smarri­mento di fascicoli, lentezza delle co­municazioni e indisponibilità sistema­tica di fondi». I tribunali chiamati in causa dai due avvocati per difese d’uffi­cio fornite dal 2014 al 2018 sono quel­li di Roma, Bologna, Potenza, Trieste e Como più le corti d’appello di Ancona, Caltanissetta, Campobasso, Potenza, Trieste e Torino. Ma nel resto d’Italia, Veneto incluso, la situazione non è di­versa.

La situazione nel Veneto

Per fare l’avvocato d’ufficio bisogna es­sere iscritti ad un elenco speciale pre­visto da un Dpr del 2002, affidato alla gestione degli Ordini professionali di ogni provincia. Da questo elenco i tri­bunali pescano i difensori soprattutto per i processi in cui gli imputati non si presentano o sono dichiaratamente latitanti oppure quando il difensore di fiducia ha rinunciato o abbandonato la difesa.

Nel Veneto i difensori d’ufficio del pe­nale sono 158 a Treviso, 86 a Belluno, 161 a Verona, 154 a Vicenza, 202 a Venezia, 235 a Padova e 56 a Rovigo. In tutto 1.052 su un totale di 14.768 avvocati di ogni specializzazione iscrit­ti ai vari Ordini provinciali. Non rag­giungono il 15%, sono una piccola parte della categoria, per giunta poco considerata: il reclutamento volante e la disponibilità che devono assicurare h24 come dicono i carabinieri, li fa passare per avvocati di serie B.

Invece sono questi peones che tengo­no in piedi la macchina dei tribunali. Hanno turni di 24 ore, possono esse­re buttati giù dal letto anche di notte. Sono come il pronto soccorso, sempre disponibili a garantire la presenza nel­le aule di giustizia in una valanga di processi. Giudice, pubblico ministero e cancelliere non sono sufficienti, se manca l’avvocato difensore il processo semplicemente non parte.

Gratuito patrocinio o lavoro gratis?

Gli avvocati d’ufficio tutelano clienti che non si fanno trovare, ne consegue che lavorano gratis? No, vengono paga­ti dallo Stato secondo le norme del gra­tuito patrocinio, assicurato sia in sede civile che penale a ogni cittadino italia­no e straniero (purché regolare) con un reddito inferiore a 12.000 euro, che ne faccia richiesta. La legge istitutiva del gratuito patrocinio assicura il pagamento anche nei casi in cui l’imputato è irrepe­ribile, ma l’irreperibilità va dimostrata.

Se non risulta per decreto del tribunale (come avviene nove volte su dieci) tocca all’avvocato d’ufficio attivare ricerche a 360 gradi: residenza, posto di lavoro, consolati nei casi di stranieri, dovunque.

Esaurite le possibilità e di­mostrato oltre ogni ragio­nevole dubbio che l’imputato è effet­tivamente uccel di bosco, l’avvocato deve stendere un rapporto raccontando per filo e per segno le ricerche effettua­te invano. Lo deve fare perché il rim­borso non è automatico, avviene solo dietro presentazione di domanda, fatta in genere alla fine del procedimento, oppure alla fine della fase di giudizio, o anche alla fine delle indagini.

Al carteggio l’avvocato deve aggiungere una relazione che documenti l’attività professionale svolta per il dibattimen­to. Non importa che il tribunale la co­nosca perfettamente, visto che tutti gli atti del processo si sono svolti davanti al giudice e le carte sono conservate nel fascicolo in cancelleria. Una procedura inesorabile pretende il bis.

Completati questi adempimenti, l’av­vocato d’ufficio spedisce il carteggio con annessa parcella al giudice di cui al processo. È lui che deve ratificare l’onorario.

Naturalmente il giudice nel frattempo è passato ad altro, pressato com’è dalla pila di fascicoli sempre ammonticchia­ta sul suo tavolo. Quando liquiderà la pratica? Quando troverà il tempo to­gliendolo ai processi e alle sentenze. Di solito succede a otto o nove mesi di distanza, dopo che avrà sfalciato di un terzo ma anche di metà la parcella. Non è chiaro perché gli onorari degli avvocati d’ufficio debbano subire que­sto trattamento, stile taglio scolpito a rasoio dei barbieri. Gli interessati par­lano di una decurtazione generalizzata voluta dalla legge sul gratuito patroci­nio, che a sua volta rinvia ad altre nor­me ancora. Sia come sia, effettuato il taglio il giu­dice notifica a tutte le parti il provve­dimento di liquidazione della parcella, ma non è ancora sufficiente: perché il provvedimento diventi definitivo, non opponibile, devono passare altri 30 giorni.

Ci siamo: pochi, maledetti e in ritar­do, ma almeno è finita? No, bisogna aspettare che l’ufficio spese di giustizia del tribunale emetta la bozza di fattura. Anche i cancellieri e gli amministrati­vi hanno il loro daffare. Passano altri mesi. Solo quando arriva la bozza, l’av­vocato può spedire la fattura e contare i giorni aspettando il pagamento. Di media sono altri due-tre mesi.

Il conteggio a fine corsa racconta che la liquidazione arriva mediamente un anno e mezzo dopo la prestazione del gratuito patrocinio. Ognuno dei 1.052 avvocati d’ufficio degli elenchi speciali del Veneto lo può confermare. E forse anche aggiungere dettagli ulteriori.

Appello al ministro Nordio

Se il ministro della giustizia Carlo Nordio non è interessato agli stipendi degli avvocati, può almeno chiedersi per quale motivo questa estenuante procedura di liquidazione dei com­pensi venga messa in capo a giudici e cancellieri, distogliendoli dall’attività dei processi per cui sono pagati. Perché un cancelliere e un magistrato devono occuparsi dell’onorario degli avvocati? Davvero non può far nulla per togliere loro questo ingombro? Tutti i giudici del penale, a seconda dei processi che hanno avuto in carico, si ritrovano questa incombenza. C’è l’ufficio spese di giustizia interno al tribunale, che ha in organico cancellieri e funzionari, che vengono tolti al lavoro su processi e sentenze. Trasferire l’incombenza agli uffici del ministero, perché no? Costi­tuire un ufficio personale esterno, cui delegare questa attività? Liquidare i pagamenti con un cedolino, come av­viene per gli altri dipendenti pubblici? Gli avvocati d’ufficio, benché pagati a cottimo, forniscono una prestazione professionale non diversa da quella del giudice o del pubblico ministero, pa­gati con stipendi a fine mese. L’unica cosa che li diversifica è che non hanno il parcheggio riservato nell’area del tri­bunale.

Dissipiamo un equivoco

In materia di ritardi della giustizia ci si può chiedere, per concludere, quanto l’informatizzazione abbia migliorato le cose nei tribunali. Il ministero ha dif­fuso statistiche che parlano di un ac­corciamento anche del 40% della du­rata dei processi. Bene. Ma c’è qualche equivoco da dissipare. Prendiamo una causa civile: prima dell’informatizza­zione si cominciava con l’atto di cita­zione e la comparsa di risposta. Dopo di che, a distanza di cinque mesi arri­vava la prima udienza, durante la quale il giudice dava un termine ulteriore per depositare le memorie di precisazione e di prova. Passaggi che allungavano non di poco il procedimento. Con la rifor­ma Cartabia questi passaggi sono stati accorpati e anticipati. Non è più ne­cessario aspettare la prima udienza per poi depositare le memorie. Alla prima udienza il giudice trova tutto pronto: una marea di fascicoli depositati, con le relative memorie allegate e può deci­dere. Se è il caso di acquisire le prove, procede in quel senso. Se è tutto docu­mentale fissa subito l’udienza di con­clusione. I tempi del processo si sono innegabilmente ristretti per tutti, ma l’ingolfamento si è trasferito sul tavo­lo del giudice, che è sempre quello di prima, da solo con due cancellieri nel­lo sgabuzzino a fianco. Lui è diventato l’imbuto.

C’è poco da fare: se manca personale di cancelleria e se i giudici civili sono pochi, non c’è informatizzazione che possa migliorare le cose. Bisogna au­mentare le spese per la giustizia, non si scappa.

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