(articolo di Renzo Mazzaro, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Tutto ci siamo sentiti dire dal governo nelle ultime settimane prima del referendum, conclusosi con un sonante No alle modifiche costituzionali, a proposito del mal funzionamento della giustizia, meno una cosa: quanto è disposto a pagare per coprire il buco che lascia vuoto negli organici dei tribunali. Possiamo menar il can per l’aia quanto vogliamo con le carriere dei giudici e dei pm, ma divise che fossero diventate o unite come sono teoricamente rimaste, non fanno guadagnare un giorno ai processi. Nei procedimenti civili le sentenze di primo grado arrivano dopo un anno e mezzo o due, contro i 5 mesi di media in Francia e in Spagna. Per arrivare al terzo grado in Italia bisogna aspettare da 7 a 9 anni, in Francia la media è 3 anni e 4 mesi. Nei processi penali l’attesa media da noi per il primo grado va da un anno e mezzo a due, in Danimarca 38 giorni, in Olanda 104 giorni. Peggio di noi fa solo Cipro.
Ma si spiega: nel 2023 in Italia operavano 12 giudici ogni 100.000 abitanti contro una media europea di 22 e 4 pubblici ministeri contro una media UE di 11. Al 30 giugno di quell’anno fra tribunali ordinari, corti d’appello e cassazione mancavano 1.250 giudici in Italia, rispetto agli organici previsti dal ministero. Il quale sostiene che con l’informatizzazione le cose sono migliorate, ma come vedremo solo per snellire le code alle segreterie e alle cancellerie. I tempi delle sentenze restano fuori dalla durata ragionevole dei processi riconosciuta dalla legge Pinto (2001) che prevede indennizzi per gli sforamenti. Con manica larga sul limite massimo dei tempi consentiti (3 anni primo grado, 2 appello, 1 cassazione) e manica stretta sull’entità dei rimborsi: da 400 a 800 euro per ogni anno di ritardo. Significa 1 o 2 euro al giorno, una miseria per ripagare un furto di giustizia.
Ciò nonostante, l’ammontare di questi indennizzi, finora mai rimborsati dallo Stato, ha raggiunto quota 400 milioni di euro. Al punto che l’anno scorso il governo ha dovuto far ricorso a correttivi di procedura, imponendo tra l’altro la digitalizzazione delle domande: chi ha fatto ricorso deve ricaricare la documentazione sulla piattaforma SIAMM entro il 30 ottobre prossimo, pena la decadenza del diritto. Quando questo diritto verrà rispettato, nessuno l’ha ancora capito. Questa è la giustizia italiana, dati ufficiali alla mano. Un disastro, certificato dalle sistematiche procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea, con accompagnamento di sanzioni.
La Corte europea condanna l’Italia
Adesso arriva anche una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che condanna il nostro Paese per ritardi sistematici nel pagamento delle somme dovute agli avvocati d’ufficio per il gratuito patrocinio. La sentenza (Requetes n. 15587/10, 32536/10 e 18531/14) è dell’11 dicembre scorso ma non ha avuto molta pubblicità. Questo potrebbe far pensare ad una questione tecnica che riguarda solo gli avvocati. Invece questa sentenza andrebbe affissa alle porte dei tribunali perché apre uno squarcio su un certo tipo di burocrazia che impegna inutilmente giudici e cancellieri, diventando fonte di rallentamento dei processi. Un malfunzionamento che nessuna informatizzazione può cancellare perché è legato ad una procedura farraginosa. Ci vorrebbe poco per toglierla di mezzo, ma nessuno ci pensa, meno di tutti il ministero cui andrebbe la competenza.
La Corte europea si è pronunciata sul ricorso presentato da due avvocati italiani, Giuseppe Diaco di Roma e Maria Alessandra Lenchi di Vigevano, sostenuti dal Consiglio nazionale forense, per prestazioni fornite come difensori d’ufficio e pagate fuori tempo massimo dai tribunali, con ritardi arrivati anche a 4 anni. La sentenza parla di «ritardi irragionevoli alla luce della semplicità degli adempimenti richiesti all’amministrazione, imputabili esclusivamente a disfunzioni delle cancellerie, smarrimento di fascicoli, lentezza delle comunicazioni e indisponibilità sistematica di fondi». I tribunali chiamati in causa dai due avvocati per difese d’ufficio fornite dal 2014 al 2018 sono quelli di Roma, Bologna, Potenza, Trieste e Como più le corti d’appello di Ancona, Caltanissetta, Campobasso, Potenza, Trieste e Torino. Ma nel resto d’Italia, Veneto incluso, la situazione non è diversa.
La situazione nel Veneto
Per fare l’avvocato d’ufficio bisogna essere iscritti ad un elenco speciale previsto da un Dpr del 2002, affidato alla gestione degli Ordini professionali di ogni provincia. Da questo elenco i tribunali pescano i difensori soprattutto per i processi in cui gli imputati non si presentano o sono dichiaratamente latitanti oppure quando il difensore di fiducia ha rinunciato o abbandonato la difesa.
Nel Veneto i difensori d’ufficio del penale sono 158 a Treviso, 86 a Belluno, 161 a Verona, 154 a Vicenza, 202 a Venezia, 235 a Padova e 56 a Rovigo. In tutto 1.052 su un totale di 14.768 avvocati di ogni specializzazione iscritti ai vari Ordini provinciali. Non raggiungono il 15%, sono una piccola parte della categoria, per giunta poco considerata: il reclutamento volante e la disponibilità che devono assicurare h24 come dicono i carabinieri, li fa passare per avvocati di serie B.
Invece sono questi peones che tengono in piedi la macchina dei tribunali. Hanno turni di 24 ore, possono essere buttati giù dal letto anche di notte. Sono come il pronto soccorso, sempre disponibili a garantire la presenza nelle aule di giustizia in una valanga di processi. Giudice, pubblico ministero e cancelliere non sono sufficienti, se manca l’avvocato difensore il processo semplicemente non parte.
Gratuito patrocinio o lavoro gratis?
Gli avvocati d’ufficio tutelano clienti che non si fanno trovare, ne consegue che lavorano gratis? No, vengono pagati dallo Stato secondo le norme del gratuito patrocinio, assicurato sia in sede civile che penale a ogni cittadino italiano e straniero (purché regolare) con un reddito inferiore a 12.000 euro, che ne faccia richiesta. La legge istitutiva del gratuito patrocinio assicura il pagamento anche nei casi in cui l’imputato è irreperibile, ma l’irreperibilità va dimostrata.
Se non risulta per decreto del tribunale (come avviene nove volte su dieci) tocca all’avvocato d’ufficio attivare ricerche a 360 gradi: residenza, posto di lavoro, consolati nei casi di stranieri, dovunque.
Esaurite le possibilità e dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l’imputato è effettivamente uccel di bosco, l’avvocato deve stendere un rapporto raccontando per filo e per segno le ricerche effettuate invano. Lo deve fare perché il rimborso non è automatico, avviene solo dietro presentazione di domanda, fatta in genere alla fine del procedimento, oppure alla fine della fase di giudizio, o anche alla fine delle indagini.
Al carteggio l’avvocato deve aggiungere una relazione che documenti l’attività professionale svolta per il dibattimento. Non importa che il tribunale la conosca perfettamente, visto che tutti gli atti del processo si sono svolti davanti al giudice e le carte sono conservate nel fascicolo in cancelleria. Una procedura inesorabile pretende il bis.
Completati questi adempimenti, l’avvocato d’ufficio spedisce il carteggio con annessa parcella al giudice di cui al processo. È lui che deve ratificare l’onorario.
Naturalmente il giudice nel frattempo è passato ad altro, pressato com’è dalla pila di fascicoli sempre ammonticchiata sul suo tavolo. Quando liquiderà la pratica? Quando troverà il tempo togliendolo ai processi e alle sentenze. Di solito succede a otto o nove mesi di distanza, dopo che avrà sfalciato di un terzo ma anche di metà la parcella. Non è chiaro perché gli onorari degli avvocati d’ufficio debbano subire questo trattamento, stile taglio scolpito a rasoio dei barbieri. Gli interessati parlano di una decurtazione generalizzata voluta dalla legge sul gratuito patrocinio, che a sua volta rinvia ad altre norme ancora. Sia come sia, effettuato il taglio il giudice notifica a tutte le parti il provvedimento di liquidazione della parcella, ma non è ancora sufficiente: perché il provvedimento diventi definitivo, non opponibile, devono passare altri 30 giorni.
Ci siamo: pochi, maledetti e in ritardo, ma almeno è finita? No, bisogna aspettare che l’ufficio spese di giustizia del tribunale emetta la bozza di fattura. Anche i cancellieri e gli amministrativi hanno il loro daffare. Passano altri mesi. Solo quando arriva la bozza, l’avvocato può spedire la fattura e contare i giorni aspettando il pagamento. Di media sono altri due-tre mesi.
Il conteggio a fine corsa racconta che la liquidazione arriva mediamente un anno e mezzo dopo la prestazione del gratuito patrocinio. Ognuno dei 1.052 avvocati d’ufficio degli elenchi speciali del Veneto lo può confermare. E forse anche aggiungere dettagli ulteriori.
Appello al ministro Nordio
Se il ministro della giustizia Carlo Nordio non è interessato agli stipendi degli avvocati, può almeno chiedersi per quale motivo questa estenuante procedura di liquidazione dei compensi venga messa in capo a giudici e cancellieri, distogliendoli dall’attività dei processi per cui sono pagati. Perché un cancelliere e un magistrato devono occuparsi dell’onorario degli avvocati? Davvero non può far nulla per togliere loro questo ingombro? Tutti i giudici del penale, a seconda dei processi che hanno avuto in carico, si ritrovano questa incombenza. C’è l’ufficio spese di giustizia interno al tribunale, che ha in organico cancellieri e funzionari, che vengono tolti al lavoro su processi e sentenze. Trasferire l’incombenza agli uffici del ministero, perché no? Costituire un ufficio personale esterno, cui delegare questa attività? Liquidare i pagamenti con un cedolino, come avviene per gli altri dipendenti pubblici? Gli avvocati d’ufficio, benché pagati a cottimo, forniscono una prestazione professionale non diversa da quella del giudice o del pubblico ministero, pagati con stipendi a fine mese. L’unica cosa che li diversifica è che non hanno il parcheggio riservato nell’area del tribunale.
Dissipiamo un equivoco
In materia di ritardi della giustizia ci si può chiedere, per concludere, quanto l’informatizzazione abbia migliorato le cose nei tribunali. Il ministero ha diffuso statistiche che parlano di un accorciamento anche del 40% della durata dei processi. Bene. Ma c’è qualche equivoco da dissipare. Prendiamo una causa civile: prima dell’informatizzazione si cominciava con l’atto di citazione e la comparsa di risposta. Dopo di che, a distanza di cinque mesi arrivava la prima udienza, durante la quale il giudice dava un termine ulteriore per depositare le memorie di precisazione e di prova. Passaggi che allungavano non di poco il procedimento. Con la riforma Cartabia questi passaggi sono stati accorpati e anticipati. Non è più necessario aspettare la prima udienza per poi depositare le memorie. Alla prima udienza il giudice trova tutto pronto: una marea di fascicoli depositati, con le relative memorie allegate e può decidere. Se è il caso di acquisire le prove, procede in quel senso. Se è tutto documentale fissa subito l’udienza di conclusione. I tempi del processo si sono innegabilmente ristretti per tutti, ma l’ingolfamento si è trasferito sul tavolo del giudice, che è sempre quello di prima, da solo con due cancellieri nello sgabuzzino a fianco. Lui è diventato l’imbuto.
C’è poco da fare: se manca personale di cancelleria e se i giudici civili sono pochi, non c’è informatizzazione che possa migliorare le cose. Bisogna aumentare le spese per la giustizia, non si scappa.


