martedì, Maggio 26, 2026

Dottoressa Emilia Laugelli: il fine vita degli altri ti resta dentro per tutta la vita

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(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Appena andata in pensione, la dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ulss 7 Pedemontana e responsabile del telefono antisuicidi regionale, nato nel 2012 e pioniere in Italia, racconta quanto intenso sia il lavoro di ridare speranza a chi la vuole fare finita e quello di accompagnare chi è condannato a morte dalla malattia.

Emilia Laugelli ai tempi del suo impegno politico col PD:
per dieci anni anche assessore al sociale del Comune di Schio

Oltre al fine vita auspicato (eutanasia e/o suicidio assistito), chiesto convintamente e per lo più negato, tema di cui comunque ancora troppo poco si dibatte e che ci vede arretrati rispetto a diversi Paesi europei, ci sono morti, altrettanto dolorose e degne di rispetto e considerazione, che non vanno trascurate: la morte auto-procurata, senza dover chiedere il permesso a nessuno, e la morte come sentenza inappellabile, inattesa quanto non gradita.

Dell’accompagnamento al fine vita di chi non vede più speranza e di chi la speranza se l’è vista rubare da una diagnosi infausta, si è sempre occupata con intuizione, passione, empatia e grande umanità (“il malato è prima di tutto e soprattutto una persona. Perché sanità e salute sono cose diverse, curare è diverso da prendersi cura… E chi soffre ha diritto a entrambe”) la dottoressa Emilia Laugelli.

La dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ospedale di Santorso è nota in particolare alle cronache, ma soprattutto alla gente, per l’eccezionale telefono antisuicidio, che ha diretto e coordinato fin dalla nascita, nel 2012 e che ha seguito molti casi di aspiranti suicidi per aver perso tutto o quasi tutto col crollo delle banche popolari venete, quella di Vicenza e l’altra di Montebelluna.

Emilia ha da pochissimo messo nel cassetto il cartellino, insieme a un mare di emozioni, un bagaglio di esperienze e il ricordo di tante persone indimenticabili, colleghi e collaboratori, ma soprattutto pazienti.

Proprio nel giorno in cui la intervistiamo festeggia, infatti, al traguardo di una carriera intensa, con le tante emozioni ancora da riordinare e “domare”, il suo primo giorno di pensione: lunedì 23 marzo 2026.

Che effetto le fa? Sa già che cosa farà in futuro?

Mi devo ancora abituare. Ho lavorato fino a venerdì scorso e anche se non ho rimpianti e ho anzi le idee chiare sulle mie priorità per il futuro (ndr: stare più tempo possibile con la mamma anziana che vive in Calabria, coccolarsi i tre nipotini di 6, 4 e 2 anni e godersi la famiglia in generale), non è facile smettere un lavoro come il mio, davvero molto intenso, potente. So già che non manderò in pensione la mia naturale propensione a mettermi a disposizione degli altri, ma intanto posso dire con fermezza che per me è stato un onore toccare la parte più sensibile e fragile delle persone, trattare il loro dolore con tutta la cura che merita. Mi sono appena ritirata e non ho ancora progetti, tanto meno lavorativi, nonostante le tante proposte dal settore privato. No, ho assolutamente bisogno di uno stop, ne ho bisogno per imparare a staccarmi da quella che è stata la mia vita, legata indissolubilmente a quella degli altri e, per oltre un decennio, con reperibilità 24 ore su 24 e con un carico di dolore e un dispendio di energie inimmaginabile.

È davvero difficile immaginare… Non è che per sollevare l’altro si mette tutto il carico sulle proprie spalle, sul proprio cuore fino a non reggere più?

È uno degli aspetti da imparare a gestire e che deve far parte della formazione degli psicologi specializzati in questo ramo. Io ho avuto modo di lavorare con un team eccezionale. Ci vuole formazione, professionalità ma soprattutto empatia. Quello dello psicologo è un mestiere particolare: devi capire chi hai davanti, instaurare un contatto perché non esistono manuali o ricette universali e infallibili. Puoi lavorare bene solo decifrando quello che la persona ti trasmette, direttamente o indirettamente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone fragili, diffidenti e la loro richiesta di aiuto va spesso decodificata. Io personalmente posso dire di avere quasi sempre trovato la giusta sintonia dopo i primi 3-5 minuti di colloquio. Il segreto è sicuramente anche una predisposizione personale, ma soprattutto non dimenticare mai che chi si rivolge a te non è il malato di cancro o di depressione, ma una persona. Un essere umano con nome e cognome, con un suo vissuto unico, con le sue personali fragilità che per primo deve rivedere, e imparare ad accettare, il suo nuovo ruolo di paziente. Una persona che si trova a dover affrontare un nuovo percorso e, ottenuta la sua fiducia, devi fargli capire che sei lì per percorrerlo insieme.

Ho ragione allora a dire che l’umanità nel rapporto paziente-dottore (ma anche con tutto il personale medico e gli operatori delle strutture sanitarie) è essenziale?

Assolutamente. Dico sempre che sanità e salute hanno significati diversi. La sanità è l’insieme di tecniche, sistemi, terapie cui ti devi affidare per curarti, la salute invece si nutre di relazioni umane. Con i dottori ma anche con gli infermieri, i volontari, il personale in genere. Insomma, la malattia ti cade addosso ma non sei solo, per un’assistenza a 360 gradi c’è bisogno di chi ti cura e di chi si prende cura di te.

Come si fa? Come ci si prende cura del paziente, come lo si accompagna verso il suo destino?

Eh, non è facile. Lì tu psicologo sei solo con te stesso e non puoi permetterti di sbagliare. Devi appunto instaurare una sintonia e una fiducia che solo l’empatia ti può aiutare a ottenere, ma si arriva a un’intensità emotiva che è contagiosa. Torniamo sempre lì: quello che fa la differenza è la persona che hai davanti, non la sua cartella clinica, che è certamente importante per capire il contesto ma che non contiene le dritte su come aiutarlo psicologicamente. Molto dipende proprio dalla bomba emotiva che il tuo interlocutore si tiene dentro. L’aspirante suicida, per esempio, pensa di non avere più nulla da perdere e l’unico modo di distoglierlo dai suoi propositi è convincerlo che c’è ancora un filo di speranza, facendogli capire che non è solo e non lo sarà. Quando invece hai a che fare con un malato oncologico terminale, la missione è mantenerlo in salute, nonostante la malattia, fornirgli la chiave per cercare di vivere con il miglior equilibrio possibile quello che gli resta. Accompagnarlo insomma all’accettazione del proprio destino e alla conquista, anche se può sembrare contraddittorio, di uno stato di serenità rispetto al fine vita. E questo è fondamentale non solo per chi va, ma anche per chi resta. Spesso chi è riuscito a fare i conti con la morte raggiunge una pace che vorrebbe potesse contagiare anche chi gli sopravviverà. Ecco perché sostengo che familiari e amici devono, più a se stessi che al “condannato”, il lusso di stargli il più vicino possibile. Per sostenerlo e per sostenersi respirando quella serenità. Ogni attimo del fine vita di una persona cara è vitale, nel senso di vita proprio. Altrimenti si rischia di restare, per così dire, dannati per la vita dopo il commiato.

La gestione del fine vita ha riempito la sua di vita con le emozioni e le tante persone, tutte indimenticabili, che gliele hanno trasmesse, con cui le ha condivise. Una in particolare?

Sono tutte nel mio cuore, davvero, ma molte mi hanno segnata. Proprio l’altro giorno mi è tornato alla mente uno dei miei primi pazienti, Francesco. Aveva 65 anni e un cancro incurabile, amava la musica e la montagna. Io cercavo di accompagnarlo tramite le visualizzazioni. Letteralmente scalavo con lui la montagna, passo dopo passo, respirando l’aria pura, ammirando il paesaggio fino a conquistare la vetta. Il tutto con il sottofondo musicale di Fiorella Mannoia, che piaceva molto a entrambi. Ricordo che al concerto della Mannoia, quando toccò alla sua canzone preferita, lo chiamai in hospice e gliela feci sentire dal vivo. Fu un momento potentissimo: io in mezzo a migliaia di persone eppure accanto a lui, a condividere un’esperienza unica. Ne fu felicissimo.

inOltre – numero verde antisuicidi

Ci racconta come lei, calabrese, è arrivata in Veneto e come qui è poi nata la sua creatura più bella, il servizio telefonico regionale inOltre? E qual è il suo destino ora che lei è andata meritatamente in pensione?

Emilia Laugelli con l’assessore Manuela Lanzarin e il presidente
Luca Zaia alla presentazione del volume dedicato al servizio inOltre

Allora, mi sono trasferita giovanissima, a 18 anni, per frequentare l’Università a Padova. A 22 anni mi sono laureata, quindi ho sposato un veneto e ho messo radici e messo su famiglia. Per 13 anni ho lavorato in una cooperativa sociale e per 14 anni, dal 1995 al 2009, sono stata Assessore al Sociale a Schio. Nel 2010 ho mollato la politica e ho cominciato a lavorare negli ospedali di Schio e Thiene, poi fusi nel presidio dell’Alto Vicentino, a Santorso, assistendo i pazienti oncologici. Nel 2012 il presidente della Regione Zaia mi ha affidato la gestione di un servizio di aiuto agli imprenditori che, vittime della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, meditavano il suicidio. È nato così, con un gruppo di psicologi specializzati nella gestione delle emergenze, il centralino inOltre, operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Era una grossa responsabilità, sia a livello clinico che scientifico, però ha ingranato subito. All’epoca siamo stati dei pionieri, perché eravamo i primi in Italia così strutturati, finanziati dalla Regione e non basati sui volontari. Da allora non ci siamo mai fermati, anzi, e in dieci anni abbiamo affrontato ben tre grandi emergenze comunitarie: dopo la crisi economica ecco il crac delle banche venete e infine la pandemia di Covid. Motivi e circostanze diverse, la stessa disperazione. Ci siamo dovuti evolvere e adattare. Inizialmente per esempio i miei psicologi si recavano anche a domicilio, poi con il lockdown non è stato più possibile. E adesso ecco che il nostro inOltre non esiste più. O meglio, esiste ma è stato oggetto di un bando di co-progettazione. All’inizio era un progetto di gestione delle emergenze e promozione della salute, che si è poi trasformato in servizio, ora invece continua a operare ma è affidato alle cooperative sociali e si concentra prevalentemente sulle malattie mentali.

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