mercoledì, Maggio 13, 2026

Giorgio Sala, il Sindaco più amato dai Vicentini

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(Articolo di Federica Zanini su VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Giorgio Sala allo sportello dell’anagrafe per la carta d’identità elettronica

Al di là del colore politico, ha lasciato tracce indelebili di un’epoca che lo ha visto lungimirante e visionario e che soprattutto va via via perdendo chi la può documentare. Ecco perché, arrivato a 98 anni vissuti intensamente, sta ultimando il suo dono alla città: un libro che racconti la Vicenza che ha vissuto.

Neanche lo ho ancora di persona da­vanti a me, che già mi strappa una ri­sata. E tanta stima. Quando telefono a quello che è stato il primo cittadino di Vicenza tra gli anni Sessanta e Settanta per fissare un appuntamento, chiedo: “Parlo con il sindaco Sala?”. “Signo­ra mia, è tanto tempo ormai che non sono più sindaco…”. E pensare che c’è chi a quel titolo si avvinghia tenace­mente ad infinitum: invece che senato­re, sindaco a vita… In quella risposta, spontanea e anche un po’ ironica, c’è già tutta l’essenza del personaggio che vado a intervistare.

È raro ormai, non solo nella politica, trovare consapevolezza e umiltà nella stessa persona e io già me ne innamo­ro al telefono. Poi l’incontro, nel suo studio, carico di quadri, foto e ricor­di proprio come il resto della casa, per scovare ancora una volta l’uomo dietro il personaggio.

Cominciamo col dire che questo è un uomo che ha già celebrato -lucidis­simo, pacato ma ancora entusiasta e sempre impegnato- il 98° compleanno. Si mette cortesemente e pazientemente a mia disposizione, seduto alla scriva­nia, padrone del suo spazio, del suo tempo e soprattutto di sé.

Questa volta più che mai non posso sprecare spazio con la sua biografia e con l’elenco di cariche e onorificenze reperibili online, perché riassume i qua­si 100 anni e l’anima di Giorgio Sala è davvero ardua, ma splendida impresa.

Giorgio Sala
Giorgio Sala, sindaco di Vicenza dal 1962 al 1975 (Wikipedia)

La sua è stata una vita non solo lun­ghissima, ma pienissima. Diciamo che il tempo non è stato a guardar­lo passare, nemmeno ora. E che ha colto sempre l’attimo. Alla sua epoca non c’era ancora il limite dei man­dati, come mai, dopo aver assunto la carica di Sindaco nel ’62, nel ’75 decide di lasciare?

Ho dato la mia anima alla politica, pri­ma come consigliere comunale, poi come assessore e poi come sindaco ma a un certo punto ho capito che era ora di smettere. Il contorno non era più lo stesso. Io ero un moroteo, in una città fortemente rumo­riana. E comunque altre sfide stavano per arrivare. Era giusto stare al passo coi venti nuovi. Per esempio, quello portato dalla costituzione della Regione in Italia, che ri­chiedeva di costruire un apparato ad hoc.

Un’epoca densa, difficile da immagi­nare oggi. Uno scenario che rischia di andare dimenticato…

È proprio per questo che ho deciso di scri­vere il mio libro, sui cui ultimi capitoli sto lavorando. Ho sentito il dovere civico di farlo, perché ormai siamo in pochi a poter testimoniare quei tempi e io voglio regalare ai vicentini il ricordo di come era Vicenza allora, quella che io ho vis­suto. Si intitolerà “Una città” e confido di poterlo ultimare entro fine anno. Nei miei progetti doveva essere già finito, ma purtroppo da più di un anno non ci vedo praticamente più e questo, oltre a essere molto frustrante, mi ha costretto ad affi­darmi a una rete di assistenti cui detto i miei pensieri. Con i quali comunque la­voro a ritmo serrato, quasi tutti i giorni.

In epoche successive, sembra che la priorità dei sindaci, non solo a Vi­cenza, sia stata quella, certamente lodevole, di regalare (e costruire) novità, mentre a me piace ricordare quello che lei ha recuperato e salvato del bello che in città già c’era. Penso per esempio al Parco Querini. Ci racconti come è andata.

Un po’ come tutti i vicentini, lo conoscevo poco, in quanto privato. Qualche sbircia­tina dal muro dell’oggi via Rumor e via. Poi vengo invitato per un tè dai proprietari, Lillina Rezzara e il marito notaio Rinaldi, e dal balcone ne scopro tutta la straordina­ria bellezza, estesa su 110 mila metri qua­dri. Scorgo la loro bambinaia con la carroz­zina e apprendo che è l’unica a usufruire di quello spazio. E capisco che c’è un proble­ma. Consultando il dossier in Comune sco­pro che i proprietari ipotizzano di donarne ¼ al Comune per ottenere la lottizzazione del resto e che nelle trattative è già coinvolto un immobiliarista di Tombolo, intenzio­nato a costruire delle villette nell’area del boschetto. Diventa una crociata, mia ma devo riconoscere anche dell’opposizione, che porterà a Roma la causa, in nome degli al­beri secolari minacciati. E si arriva così nel 1968, in soli 6 anni, all’esproprio totale e a quell’oasi di cui i vicentini possono ora godere appieno.

Giorgio Sala riceve la Medaglia d’Oro durante la premiazione dei cittadini illustri

E vogliamo parlare della riqualifica­zione del quartiere Barche e del si­stema che ha inventato per ridurre l’impatto e i disagi su chi lo abitava?

Le Barche le ho prese a cuore già quan­do ero assessore, sotto il mandato di Dal Sasso. Nell’ambito di una più ampia operazione per il risanamento del centro storico di Vicenza, prendo atto che il Pa­lazzetto Gotico è sovraffollato di famiglie in evidente disagio e che il degrado inte­ressa l’intero quartiere. Inizialmente si­stemiamo le famiglie del palazzo in nuo­ve case dell’Iacp ai Ferrovieri, ma non mi piace averli sfrattati dalle loro case e dal centro. In quel periodo la Gescal (Gestio­ne case per i lavoratori) stava chiuden­do i battenti. In quanto vicepresidente dell’Associazione Nazionale Centri Sto­rico-Artistici, conoscevo il presidente, che desiderava chiudere in bellezza. Con lui, supportati economicamente anche dalla neonata Regione, dal Comune e anche da qualche privato, inauguriamo il sistema della casa a rotazione. Un po’ alla volta, alloggiandovi temporaneamente i resi­denti, ristrutturiamo tutto il quartiere. Che, una volta riqualificato, da luogo di rassegnazione passa a essere un centro vi­tale, oggi sede di diverse associazioni cul­turali. E il sistema si estende, con il risa­namento anche di altri quartieri dentro le mura. Fu una rinascita.

E che cosa pensa dei centri storici, quello di Vicenza in primis, che oggi stanno invece morendo?

Penso che sia una sofferenza comune a tutti i centri storici e che sia dovuta a tanti e diversi motivi, tra cui anche la mentalità di chi li vive e abita, e soprat­tutto che sia di difficilissima soluzione.

Le mancano quei giorni, le manca la politica? Come vive la carica di vice­sindaco di sua figlia Isabella?

Per nulla, ho vissuto, intensamente, l’at­timo e questo è ancora più vero alla mia età. Non penso, né tanto meno rimpian­go, il passato. A 98 anni, con ogni giorno regalato, penso solo al presente e al futuro, quanto e quale che sarà. La politica è nel­le mie vene, ma ogni cosa ha una sua era e, a parte la parentesi in cui mi ricandi­dai nel 1998, mi sono sempre chiamato fuori, dopo il ’75 non sono nemmeno più andato in Consiglio. Il sindaco Chiesa mi chiedeva suggerimenti, ma io lascio che ognuno viva le sue esperienze e trovi la sua strada. A partire da Isabella, di cui sono ovviamente molto orgoglioso, ma che non chiede nulla e a cui nulla impongo.

A proposito di futuro, mi posso quindi permettere di chiederle che cosa si aspetta per i suoi 100 anni, il 28 novembre 2027? Un festeggia­mento intimo con la famiglia o non le dispiacerebbe anche l’abbraccio pubblico della sua città?

Diciamo che, se mi sarà concesso di ar­rivarci, per celebrare il secolo di uno che è stato sindaco tanto tempo fa, ma trova ancora tanti cittadini che lo amano e che lui ama, sarò costretto (ndr: ride) a subire dei festeggiamenti. Scherzi a parte, vorrei celebrare una storia che mi ha visto camminare al fianco di tanta gente.

Un tuffo, brevissimo, nel passato glielo chiedo. Nel 2024 lei ha tenu­to a braccio uno straordinario di­scorso pubblico, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Se invi­tato, lo rifarebbe quest’anno?

No. Alla mia età le cose belle si vivono una volta sola…

Per chiudere con leggerezza, lei che di Resistenza con la R maiuscola sa molto, recentemente sul palco del Comunale, in occasione della ce­rimonia per Una vita insieme, ha scherzosamente dichiarato che il matrimonio è un fatto di resistenza Il suo con Ornella, che si è trqdotto in ben 5 figli e 11 nipoti, resiste da 64 anni…

(ndr: ridacchia con dolce malizia) Ornella è la mia colonna e lei si che è resistente e resiliente. Povera donna, ci siamo sposati il 4 giugno del 1962 con un progetto di vita insieme “normale” e a novembre vengo eletto Sindaco. Un delirio. Ciao vita normale. Tra le altre cose, allora non c’erano i cellulari e tutti potevano recuperare dalla Pagine Bian­che il mio numero di telefono di casa. Un aneddoto dolce-amaro: una notte, mentre io dormivo e Ornella allattava Isabella, squilla il telefono. Mia moglie risponde e le chiedono di me, mi sveglia. Un pover’uomo, che scopriremo poi esse­re disperato perché senza una casa, mi chiede aiuto. Nel trambusto Isabella, privata del suo pasto, si mette a stril­lare e quest’uomo chiede “Signora, ghoi disturbà?”. Ora ci ridiamo, ma Ornella allora mi disse: “Giorgio, se avessi sa­puto…”. E invece eccoci ancora qua, sempre insieme.

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