mercoledì, Maggio 13, 2026

Fine vita, il paese che aspetta una legge

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(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Salvatore Borghese, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

C’è un tema che da anni attraversa il dibattito pubblico italiano senza mai trovare una risposta legislativa: il fine vita. Chi ha il diritto di scegliere come e quando morire, in presenza di una malattia incurabile e di sofferenze che non lasciano speranza? È una domanda che milioni di italiani si sono già posti e alla quale, come vedremo, molti hanno già trovato una risposta. Eppure, la politica non sembra accorgersene. Il governo considera l’argomento un tabù, e il vuoto normativo che ne risulta lascia pazienti, medici e famiglie in una condizione di incertezza che ha, purtroppo, conseguenze molto concrete.

fine vita
Fonte: sondaggio Youtrend, novembre 2024

Cosa pensano gli italiani

Per essere un tema spesso identificato come “divisivo”, sul fine vita i sondaggi parlano con una chiarezza quasi sorprendente. Secondo due distinte rilevazioni effettuate da Youtrend e da Euromedia (a novembre 2024 e a luglio 2025 rispettivamente) una quota tra il 73 e il 75 per cento degli italiani è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia, intesa come la possibilità che le strutture sanitarie aiutino una persona a morire per alleviare sofferenze legate a malattie incurabili, su esplicita richiesta dell’interessato. Una maggioranza ampia e, soprattutto, trasversale, al punto da essere sostanzialmente indifferente all’appartenenza politica: per entrambi gli istituti, infatti, i favorevoli superano il 70% anche tra gli elettori dei partiti di centrodestra.

Un altro sondaggio, realizzato a febbraio 2025 dall’istituto IZI, ha rilevato che l’80% degli italiani è favorevole a una legge che regolamenti il suicidio medicalmente assistito, sul modello di quella adottata in via autonoma dalla Regione Toscana. Infine, l’istituto SWG ha registrato che il 60% degli italiani prenderebbe in considerazione l’ipotesi di ricorrervi in presenza di malattie incurabili o sofferenze intollerabili, persino nel caso in cui non fosse in grado di esprimere una scelta consapevole al momento decisivo (ad esempio perché in condizioni di incoscienza).

Il caso Veneto

Il Veneto offre su questo tema una prospettiva particolarmente interessante, perché mette in scena in forma plastica la frattura tra orientamento popolare e risposta istituzionale. L’osservatorio sul Nord Est dell’istituto Demos, in un’indagine del settembre 2023 effettuata sui residenti in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, ha rilevato un 82% di favorevoli alla possibilità che i medici aiutino a morire una persona affetta da malattia incurabile con gravi sofferenze fisiche. È una percentuale alta in assoluto, ma lo è ancora di più se letta in prospettiva storica: nel 2012, i favorevoli erano il 69%, nel 2002 erano “solo” il 56%. Una crescita costante, che in vent’anni ha trasformato una maggioranza ancora esigua in un’opinione largamente condivisa. Anche in questo caso, la rilevazione di Demos non registra grandi distinzioni tra elettori di centrodestra e di centrosinistra.

Eppure, in Veneto, una legge regionale sul fine vita non c’è. Non perché mancasse la volontà politica al vertice: Luca Zaia, presidente della Regione per tre mandati consecutivi, si era detto favorevole a legiferare in materia. Ma la sua stessa maggioranza in Consiglio regionale ha scelto di non percorrere quella strada. Il risultato è che la regione italiana forse più rappresentativa del voto di centrodestra, con un orientamento dell’opinione pubblica locale inequivocabilmente favorevole, è rimasta ferma. Un paradosso che, a ben guardare, rispecchia fedelmente quello che accade a livello nazionale.

Fonte: Demos, settembre 2023

Un vuoto da colmare

A livello nazionale, la situazione è quella di un vuoto normativo che dura da anni e che ha già prodotto conseguenze concrete. La Corte costituzionale, con la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato-Antoniani (il cosiddetto “caso DJ Fabo”), ha di fatto aperto uno spiraglio al suicidio medicalmente assistito, stabilendo che in determinate condizioni non è punibile chi aiuta qualcuno a morire. Ma ha anche esplicitamente invitato il Parlamento a intervenire con una legge organica, che definisca condizioni, procedure e garanzie in modo chiaro e uniforme su tutto il territorio nazionale.

In questo contesto, alcune regioni hanno cercato di muoversi in autonomia. La Toscana ha approvato a marzo 2025 una propria legge sul suicidio medicalmente assistito, con l’obiettivo dichiarato di dare attuazione ai principi già fissati dalla Corte, supplendo all’inerzia del legislatore nazionale. Ma il Governo Meloni ha impugnato la legge, e la Corte si è quindi pronunciata nuovamente il 29 dicembre 2025 con la sentenza 204/2025: l’impianto complessivo è stato ritenuto legittimo, ma diverse disposizioni sono state dichiarate incostituzionali perché invadevano competenze riservate allo Stato. Il sunto della sentenza è: le Regioni possono organizzare i servizi, ma non possono definire i presupposti sostanziali del diritto a morire. Una linea di confine che rimanda, ancora una volta, la parola definitiva al Parlamento nazionale.

Nel frattempo, a luglio del 2025 le Commissioni Giustizia e Sanità del Senato hanno approvato un testo base sulla morte medicalmente assistita, ma l’opposizione lo ha giudicato troppo restrittivo rispetto a quanto le sentenze della Corte avrebbero consentito, e l’iter si è rapidamente arenato. Ad oggi, non è chiaro se vi siano spiragli per un accordo, o se la maggioranza è intenzionata a portare comunque avanti la sua proposta.

Un copione già visto

C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui il dibattito sul fine vita si è sviluppato in Italia. L’opinione pubblica ha già elaborato una posizione chiara e stabile, costruita attraverso casi individuali diventati di dominio pubblico (Eluana Englaro, DJ Fabo, e altri) e attraverso il confronto con ciò che avviene in altri paesi europei (Olanda, Belgio, Svizzera, Spagna) che hanno già legiferato in materia. La classe politica, invece, continua a trattare l’argomento come se fosse ancora irrisolto, divisivo, prematuro. Ma il problema, come abbiamo visto, non è la mancanza di consenso popolare, bensì la difficoltà di affrontare temi che toccano valori profondi, senza contare l’innegabile e persistente influenza delle posizioni della Chiesa cattolica su una parte significativa della classe politica.

Resta da capire per quanto tempo ancora questo rinvio potrà reggere. Le domande che il fine vita pone non si dissolvono con il silenzio. Si accumulano, caso dopo caso, finché qualcuno è costretto a rispondere.

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