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La Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571: il tributo di Vicenza

Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega Santa vinse la battaglia di Lepanto sotto le insegne di Papa Pio V. La Lega Santa, composta dalla Repubblica di Venezia, dall’Impero Spagnolo – che al tempo conglobava il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia – , la Repubblica di Genova, lo Stato Pontificio, i Cavalieri di Malta, il Ducato di Savoia, il Granducato di Toscana, il Ducato di Urbino, la Repubblica di Lucca e i Ducati di Ferrara e Mantova, riportò una schiacciante vittoria sulla flotta dell’Impero Ottomano al largo di Lepanto e più precisamente nello specchio di mare delle isole Echinadi.

L’antefatto: l’eccidio di Famagosta

Prima di narrare i fatti è opportuno chiarire alcuni aspetti dell’antefatto.Lepanto fu la conseguenza diretta di un’altra battaglia, quella di Famagosta, oggi città de facto sulla parte turca dell’isola di Cipro e dominio della Serenissima Repubblica di Venezia fin dal 1489 che ne rinverdirono i fasti fortificandola e rendendola uno dei crocevia privilegiati del Mediterraneo. Nelle intenzioni di Papa Pio V, secondo la versione ufficiale, c’era quella di vendicare la carneficina di Famagosta e Nicosia ma, secondo molti storici, la vera ragione che portò alla battaglia di Lepanto fu il timore di un allargamento dei domini ottomani e la conseguente islamizzazione dei popoli conquistati. Nel 1570 i Turchi, avendo appreso che all’Arsenale di Venezia erano stati danneggiati da un’esplosione i magazzini del legname e delle polveri, c’è il fondato sospetto che a provocarla siano state spie infiltrate del sultano turco Selim II, e che il grave danno aveva rallentato l’attività costruttiva ed i rifornimenti ai possedimenti veneziani del Levante, assediarono l’isola di Cipro. Dopo aver conquistato con una certa facilità Nicosia, governata al tempo dal veneziano Nicolò Dandolo, e aver ucciso oltre cinquecento tra veneziani e greci, rivolsero la loro attenzione su Famagosta che a differenza di Nicosia si dimostrò subito un osso ben più duro. Marcantonio Bragadin, senatore e governatore dell’isola, coadiuvato al comando da Astorre Baglioni, ufficiale perugino al servizio della Serenissima, da lungimirante uomo d’armi qual’era aveva messo in buon conto una sortita dei Turchi e aveva accumulato viveri, acqua dolce e munizioni per resistere ad un eventuale assedio, è opportuno precisare che il bastione Martinengo di Famagosta, opera di Michele Sammicheli (lo stesso che in laguna progettò e realizzò il forte di Sant’Andrea ndr) citato in molti testi come splendido esempio di fortificazione alla moderna, fu fondamentale per consentire ai veneziani la difesa ad oltranza durante un assedio durato quasi un anno. Alla fine i turchi riuscirono a far breccia nel muro fortificato

nei pressi dell’Arsenale e, anche se i veneziani respinsero con coraggio i ripetuti attacchi, la situazione si era fatta insostenibile per la scarsità di cibo, acqua e polvere da sparo della quale ne erano rimasti solo sette fusti. Il primo agosto 1751, nell’impossibilità di protrarre oltre la difesa della città, il Bragadin concordò la resa, chiedendo che tutte le persone ancora in vita fossero risparmiate, condizione accettata da Lala Mustafà. L’epilogo fu ben diverso perché Lala Mustafà non tenne fede a nessuno degli accordi presi, Astorre Baglioni venne impiccato ben tre volte a scopo dimostrativo ed il suo cadavere fu lasciato al ludibrio dei soldati turchi che ne fecero scempio, mentre Marcantonio Bragadin, dopo aver subito il taglio delle orecchie, venne rinchiuso in una piccola gabbia messa al sole e seviziato e torturato per sedici giorni per dover poi subire l’umiliazione di dover trasportare a spalle pesanti sacchi di terra verso le batterie d’artiglieria, dovendo baciare la terra ogni volta che passava davanti davanti alla tenda del mustafà per essere poi scuoiato vivo nella piazza principale di Famagosta di fronte ai superstiti delle milizie veneziane. Famagosta fu lasciata in balia delle milizie turche che si resero colpevoli di violenze inaudite trucidando veneziani e greci, di stupri di massa e di altri odiosi atti di violenza ai danni della città. La pelle del Bragadin fu trionfalmente inviata a Costantinopoli sull’ammiraglia della flotta turca e riposta in una cassa nell’arsenale di quella città ma il trofeo non rimase lì per molto perché nel 1580, la pelle, venne trafugata da Gerolamo Polidoro, un soldato veneto di Verona fatto schiavo dai turchi, che, corrompendo le guardie, in un barile di pesce salato riuscì, tramite il bailo della città Antonio Tiepolo, a farla rientrare a Venezia.

La battaglia navale di Lepanto

Da Famagosta e da Costantinopoli, spostiamoci di molte miglia marine e ritorniamo nello specchio di mare delle isole Echinadi (o Curzolari come le chiamavano i veneziani ndr) dove le 208 galee sottili e le 6 galeazze della Lega Santa armate con 1.815 pezzi di artiglieria oltre ad altre 25 navi di appoggio la cui propulsione era affidata alle possenti braccia di 43.500 rematori disposti ai banchi incrociavano in attesa di poter ingaggiare la flotta turca. Del totale della flotta cristiana il contributo veneziano è il più consistente con ben 109 galee, delle quali più della metà giunte da Candia (l’attuale Iraklio sull’isola di Creta, ai tempi possedimento veneziano ndr), e sei galeazze giunte direttamente da Venezia, intenzionata a vendicare nel sangue l’affronto di Famagosta e Nicosia e la morte di Marcantonio Bragadin che a Venezia aveva destato un enorme scalpore e molta rabbia, anche se, come abbiamo già detto, lo scopo principale era quello di mettere un freno all’espansione ottomana. Le centoquindici navi veneziane erano agli ordini di Sebastiano Venier, Capitano Generale Da Mar della Repubblica di Venezia, e di Agostino Barbarigo, prima diplomatico e poi anch’egli Capitano Generale Da Mar (fu il Barbarigo a trasmettere la carica di Capitano Generale Da mar al Venier il 10 aprile 1571 ndr) ed imbarcavano, oltre ai rematori, i fanti da mar della Repubblica di Venezia, mentre la flotta ottomana era comandata da Müezzinzade Alì Pascià ed era composta da ben 344 navi tra galee, galeotte e fuste che però erano armate nella loro totalità con soltanto 750 pezzi di artiglieria ed imbarcavano 41.000 rematori ed un totale di ben 118.000 uomini.

Sebastiano Venier era un uomo pragmatico, schivo, di quello che fu definito un “pronto ingegno” anche se a Venezia aveva fama di essere abbastanza iracondo e manesco. Fin da giovane si dimostra un abile giurista e ricopre per la Repubblica di Venezia molte cariche importanti tra le quali, nel 1548, quella di governatore di Candia. Nel 1562 viene eletto Savio Grande della Repubblica e nel 1570 Procuratore di San Marco, come vedremo più avanti arriverà al soglio dogale nel 1577. Ai tempi di Lepanto Sebastiano Venier aveva settantaquattro anni e dal ponte della Capitana, posta al centro dello schieramento aveva il compito di comandare la flotta che era schierata in formazione con al corno destro al comando Andrea Doria della Repubblica di Genova, al centro la Repubblica di Venezia con Sebastiano Venier, lo Stato Pontificio con Marcantonio Colonna e l’Impero Spagnolo con Giovanni D’Austria, al corno sinistro ancora la Repubblica di Venezia con Agostino Barbarigo, al tempo cinquantacinquenne, mentre le riserve erano comandate da Alvaro De Bazàn Marchese di Santa Cruz, al servizio dell’imperatore di Spagna. Il compito di fare da esca fu assegnato alle sei galeazze veneziane che erano le meglio armate e, per la loro altezza e la disposizione dell’artiglieria di bordo le più adatte allo scopo, sulle quali gli spadaccini erano stati sostituiti con altrettanti archibugieri allo scopo evidente di aumentare la potenza di fuoco già garantita dall’artiglieria. Le imponenti galeazze veneziane godevano di una sinistra fama tra le marinerie del tempo erano infatti ottimamente armate con cannoni di bordata, a prua e a poppa e nonostante la stazza erano veloci in manovra e quasi impossibili da abbordare, tanto da essere definite: “castelli in mare da non essere da umana forza vinti”. Fedeli al loro ruolo le sei esche veneziane aprono per prime il fuoco con il devastante effetto di affondare o danneggiare molto gravemente circa una settantina delle navi turche e di procurare danni e gravi perdite all’avanguardia dello schieramento navale ottomano, destabilizzando immediatamente il nemico. Alì Pascià vista la malaparata evita l’abbordaggio delle sei galea ze concentrando la sua attenzione sulla galea comandata da Giovanni D’Austria con l’intenzione di ucciderlo per demoralizzare gli altri comandanti della Lega Santa, con una manovra accerchiante convenzionale tenta di avvicinare la galea comandata da Giovanni D’Austria e le altre del centro dello schieramento cristiano ma quando è a tiro di artiglieria tutte le galee ammainano gli stendardi per issare lo Stendardo di Lepanto rappresentante il Redentore Crocefisso e lo stesso Giovanni D’Austria ordinò di dare fiato alle trombe mentre lui sul ponte principale della sua galea si produsse in una concitata danza che gli spagnoli chiamano la Gagliarda; in quello stesso momento avvenne il disimpegno della galea genovese comandata da Andrea Doria che rifiutò l’ingaggio, cosa che invece accettò Giovanni D’Austria mentre la galea di Alì Pascià, evitando le bordate delle galeazze, faceva prua verso la sua e quando fu a tiro venne abbordata dai fanti sardi (al servizio dell’impero spagnolo ndr) che da prua combattevano furiosamente per aver ragione dei turchi ammassati a poppa. Il disimpegno della galea di Andrea Doria aprì però un consistente varco nel corno destro dello schieramento della Lega Santa nel quale riuscì ad insinuarsi il comandante turco Uluč Alì attaccando un gruppo di galee dalmate in forza allo schieramento veneziano, trovando però la strenua resistenza della galea San Trifone di Cattaro e del suo comandante Girolamo Bisanti che fecero desistere i turchi dal continuare l’attacco. Uluč Alì dopo aver desistito per la resistenza della San Trifone si dirige su un altro gruppo di galee sottili e riesce ad avere il meglio, con un attacco da poppa, dell’ammiraglia dei Cavalieri di Malta, della Piemontesa del ducato sabaudo, della Fiorenza e della San Giovanni del Granducato di Toscana, causando lo scompiglio nella formazione del corno destro della formazione cristiana. Lasciamo il corno destro dello schieramento e portiamoci sul corno sinistro dove le cose stanno prendendo una brutta piega per il Capitano Generale Da Mar e nobile veneziano Agostino Barbarigo intento a respingere i continui e feroci attacchi del comandante turco Scirocco, al secolo Mehmet Shoraq, che tentava di insinuarsi tra le navi e la terraferma nel tentativo di accerchiare la parte sinistra dello schieramento cristiano, sulla galea del Barbarigo lo scontro è feroce e serratissimo e il ponte è ricoperto di sangue e corpi, lo stesso Barbarigo per impartire meglio gli ordini si alza la celata dell’elmo e viene quasi subito colpito da una freccia ad un occhio, morirà due giorni dopo il 9 ottobre. A scongiurare il peggio arriva in soccorso il Marchese di Santa Cruz con le galee della riserva che attaccate le navi di Scirocco riesce a catturarlo e lo fa decapitare immediatamente, riportando l’equilibrio in quella parte dello schieramento, nel frattempo al centro le galee del Granducato di Toscana abbordano la galea di Alì Pascià che muore combattendo durante lo scontro, il suo cadavere, nonostante il veto assoluto di Don Giovanni D’Austria, verrà decapitato e la testa verrà esposta sull’albero maestro dell’ammiraglia dell’impero spagnolo. I numeri della sconfitta turca sono, a dir poco, impressionanti: 107 tra galee e galeotte affondate e 130 catturate, trentamila pe dite tra morti e feriti, oltre quindicimila schiavi cristiani liberati. Il contributo dato dalla Repubblica di Venezia fu determinante ai fini della schiacciante vittoria che affievolì la potenza navale turca nel mediterraneo garantendo un periodo di pace. Nel combattimento morirono 7.500 icristiani dei quali ben 4.700 veneti.

Di Giovanni Veronese da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


In uscita il prossimo numero di Marzo 2023
distribuito nelle edicole del centro e prima periferia e agli Abbonati
Prezzo di copertina euro 5
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Giovanni Cariolato, imprenditore di successo nella Valle dell’Agno, si racconta: dalla CA&G di Cornedo alla sua multinazionale GDS

Ci ha accolto con il sorriso l’imprenditore Giovanni Cariolato, fondatore e leader dell’azienda GDS (Global Display Solutions), prima CA&G, con sede a Cornedo Vicentino. e che produce display per varie applicazioni (da quelli presenti in aeroporti e stazioni ferroviarie fino alle fermate dei pullman), sistemi di illuminazione tecnologia avanzata, stampanti e apparecchiature OEM e ODM. Cariolato si è raccontato a noi a 360 gradi, dai progetti aziendali a quelli scolastici fino a vari aneddoti, tra cui una vecchia collaborazione con il nostro direttore Giovanni Coviello

Cariolato, ci racconta un po’ della sua vita e di come è nata l’azienda?

Sono nato a Valdagno il 21 aprile 1957 da genitori contadini. Siamo in sei fratelli, 4 maschi e 2 femmine. Sono sposato e ho due figli, uno di 31 e uno di 38 anni, che entrambi oggi lavorano all’interno della mia azienda. I miei genitori erano due classici contadini con quattro campi in collina, sotto a Montepulgo di Cornedo.

Capii già da bambino che il contadino è un imprenditore: deve investire continuamente, seminare per raccogliere dopo un certo tempo, resistere se le cose vanno male e avere un senso del sacrificio elevato. Mi sono diplomato in elettronica all’Istituto Rossi di Vicenza nel 1976. Mi sono poi iscritto alla facoltà di Ingegneria di Padova. Nel frattempo lavoravo anche per la Olivetti.

Dopo i primi due anni di università ho lasciato gli studi e sono stato chiamato a fare il servizio militare. Nel 1979 io e mio fratello Andrea abbiamo fondato la società CA&G Elettronica snc, dove il nome dell’azienda significava “Cariolato Andrea e Giovanni”. L’impresa è nata dalla passione di costruire apparecchi elettronici. Dapprima eravamo nel settore della televisione a circuito chiuso, poi siamo passati alla progettazione e produzione di monitor per pc. Nel 1987 c’è stata una separazione da mio fratello Andrea. Abbiamo scelto strade diverse. Lui ha continuato l’attività commerciale e si è trasferito a Vicenza in un capannone nuovo. Io ho continuato nell’attività industriale“.

giovanni cariolato
L’imprenditore Giovanni Cariolato al lavoro nel suo ufficio.

Quale è stato il periodo più difficile per l’azienda?

Ci sono stati molti periodi difficili, ma ricordo in particolar modo quello dell’anno 2013. Abbiamo attraversato una crisi, alla quale non sapevamo se saremmo sopravvissuti. Il periodo che va dal 1995 al 2015 è stato un ventennio difficile per l’industria. Anche le aziende migliori per sopravvivere hanno dovuto delocalizzare le sedi. C’è stata una lotta per la sopravvivenza, dovuta al fenomeno della globalizzazione non governata. Quando la Cina è stata ammessa alla WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, ha iniziato a rubare posti di lavoro all’Occidente.

giovanni cariolato
Un macchinario alla GDS

Molte industrie hanno espulso i lavoratori italiani e hanno cominciato a delocalizzare le fabbriche. Anche le famiglie italiane erano in crisi e scappavano all’estero. In questi ultimi anni l’industria ha trovato un nuovo modo di esistere, ad esempio valorizzando prodotti di nicchia. Adesso è arrivato il tempo delle medie aziende di zona che hanno la leadership del loro prodotto. E delle piccole-medie imprese che diventano multinazionali. Certo, c’è un gran bisogno di tecnici sempre più specializzati, ovvero “super tecnici”, e di attirare talenti giovani“.

sede GDS
La sede della GDS a Cornedo Vicentino

Come avete affrontato la crisi del 2013?

La crisi è arrivata perchè una nostra azienda cliente dagli Usa decise di produrre in proprio quanto importava dalla GDS, interrompendo i rapporti. Il fatturato calò del 50% e non sapevamo se saremmo sopravvissuti. Negli anni successivi abbiamo fatto causa a questa azienda per truffa e abbiamo vinto la causa. E così, non solo siamo sopravvissuti, ma siamo anche tornati più forti di prima!“.

produzione
Un tecnico al lavoro nel reparto produzione della GDS

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Mi piacerebbe che scuola e lavoro fossero più collegati. Perciò, assieme ad altri imprenditori della zona, vorrei portare un ITS o Istituto tecnico che possa formare i futuri tecnici industriali, alternando formazione e lavoro. Magari situandola a Valdagno, che è una città che ha un grande valore storico per la formazione. Già Marzotto aveva inventato la “città sociale”, aveva fatto costruire le scuole perché aveva capito l’importanza di formare i futuri lavoratori. Ora servirebbe più preparazione nell’ambito della meccatronica, dell’informatica e dell’elettronica. Abbiamo già una collaborazione in corso con l’ITIS Rossi di Vicenza. Gli studenti iniziano già a ideare e a presentarci i loro progetti. E parlo sia di maschi che di femmine perché non sempre la parità negli studi tecnici o scientifici è scontata. Ma le nostre ragazze sono una grande risorsa per il futuro. Se potessi lasciare un’eredità sociale, punterei a migliorare la collaborazione tra scuola e industria con una scuola ad hoc“.

produzione GDS
Alcuni tecnici al lavoro nel reparto produzione

Qualche dato aziendale

La GDS ha circa un migliaio di dipendenti in tutto il mondo, di cui 110 a Cornedo. Oltre alla sede di Cornedo, ci sono altre 2 aziende a Treviso e a Torino. Poi all’estero ce ne sono in Taiwan, Cina e Australia, a Chicago, negli USA, a Londra, in Inghilterra, in Romania e in Tunisia“.

Ci dice qualcosa della sua vita privata?

Ho conosciuto mia moglie a una festa di paese. Eravamo entrambi molto giovani, lei 15 anni e io 17. Ci siamo sposati nel 1982. Nel 1984 è nato il nostro primo figlio, nel 1992 il secondo. Dal 2012 mio figlio maggiore lavora nel reparto lighting. Poi è venuto a lavorare qui in azienda anche il mio secondo figlio. Avere la presenza dei figli in azienda mi dà una sensazione positiva di continuità. Penso sia una fortuna avere i figli impegnati nell’azienda che ho fondato“.

giovanni cariolato
L’interno dell’area produzione nella sede in Romania.

Come ha conosciuto il nostro direttore Coviello?

Ho conosciuto Giovanni Coviello negli anni a cavallo del 1990. Arrivava da una delle migliori aziende informatiche italiane di assemblaggio e vendita di pc, anche in Europa. Noi eravamo suoi fornitori. Poi lui si è spostato per lavoro proprio qui nella nostra azienda e ha collaborato per un certo periodo con noi. Da allora ci lega anche una bella amicizia“.

L’altro Penacio: una storia di tradizione e innovazione con Enzo Giannello ispirato da Vissani

Antica Osteria Penacio” è il nome di una storica trattoria in quel di Arcugnano, incastonata sui Colli Berici, tra le preferite mete dei buongustai vicentini. Negli Anni ’80 nascevano i primi assaggi, le prime degustazioni, scardinando così i canoni del classico menu composto dalle tradizionali portate antipasto/primo/secondo/dessert.

Stiamo parlando di un periodo storico e un contesto, i Colli Berici, dove la tradizione portava i clienti a chiedere la tipica “grigliata mista”, mentre in Italia e nel mondo esplodevano i concetti della nuova cucina italiana con Gianfranco Vissani e Gualtiero Marchesi.

Da una costola dell’Antica Osteria Penacio nasce quindi “L’Altro Penacio”, governato da Enzo Giannello detto “Penacio” che ha messo in atto una cucina d’alto profilo, aggiungendo ai piatti della tradizione vicentina quelle proposte di pesce che gli hanno meritato le incoraggianti quotazioni della critica gastronomica.

Una cucina in bilico tra carne e pesce

Il raffinato locale è articolato in spazi che danno un senso di intimità: l’arredo ha toni caldi, elegante nel suo design moderno. Da una vetrata si scorge il camino per lo spiedo e la griglia.

Ampio spazio è stata ritagliato per una nutrita carta dei vini, un paio di centinaia di etichette italiane con predilezione per Triveneto, Piemonte e Toscana, oltre a una bella selezione di vini esteri.

Griglia e spiedo fanno da calamita per gli amanti delle carni, qui trattate con competenza e rispetto della materia prima. Nel tempo però si è fatto largo nel menu il pesce che arriva tutti i giorni da Venezia e dai porti dell’Adriatico in meraviglioso varietà: crostacei, molluschi e le specie più pregiate anche per gli appassionati del crudo.

Il punto di vista di Dario Loison

Conosco “Penacio” da qualche decennio. La nostra amicizia si è rafforzata negli anni ‘90, quando abbiamo cominciato a frequentare e conoscere la cucina di Gianfranco Vissani. Lì abbiamo capito il valore di uno stile che stava rivoluzionando la cucina italiana ed Enzo in questo senso è stato precursore, operando oggi con picchi di creatività non comuni”.

I Love Loison

L’incontro con Dario è nato proprio dalla necessità di conoscere persone che avevano voglia di cambiare, voglia di cose nuove: ci siamo trovati al posto giusto al momento giusto – racconta “Penacio”. “Di Dario ho stima immensa: lui è riuscito a cambiare il core business della sua azienda durante gli anni Novanta, in tempi molto difficili, trasformando un prodotto senza identità a quello che oggi è un prodotto eccellente per qualità e bellezza”.

L’Altro Penacio è segnalato dalle guide: Guida Michelin, Le Guide de l’Espresso, Venezie a Tavola, Il Cucchiaio d’Argento, Insolito Panettone

L’Altro Penacio

presso Best Western Hotel Tre Torri

Via Tavernelle, 3
Altavilla Vicentina (VI)

Tel 0444371391 – 3486702324

Email [email protected]

Web http://www.hoteltretorri.it/it/mangia-e-bevi/ristorante-hotel.aspx

“Arte culi ‘n aria”, la settima ricetta vicentina da “ricettario biografia” di Umberto Riva: gatto, una incredibile storia da “magnagati”

“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (l’ultima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 2 novembre 2019, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon.

Prima di “gustarti” la nuova ricetta fuori dal normale di Umberto Riva rileggi la Prefazione e il glossario di “arte culi ‘n aria“, una nuova serie di.. articuli così come li ha scritti il “nostro” Umberto per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più.


“I ge ciamava el singano. ‘l conoseva l’arte de cusinar ‘l gato”.
Sul perché i vicentini siano chiamati “magnagati” si é sprecato inchiostro e si é molto parlato e, per fortuna, se ne parlerà molto. Sembrerebbe, tra varie versioni, la più attendibile, rifarsi a quel viaggio che alcuni vicentini, incaricati dal governo di questa città, hanno intrapreso presso la Serenissima Repubblica, sotto lo spettro di quel popolo di topi che prolificava nella berica città.

Notoriamente Venezia era ricca, e tutt’ora lo é, di quel felino che si definisce domestico. I veneziani, sempre ospitali, anche se a modo loro, imbandirono un banchetto serale a base di carni bianche, che, poi si rivelarono gatti. Grande sganasciata dei veneti lagunari, grande apprezzamento dei veneti berici che in quelle carni trovarono grande sapore. Ben si sa che il gatto é onnivoro, e da una simile nutrizione la carne non può che trarne grande vantaggio.

A buon esito dell’operazione grazie ai gatti ricevuti dai veneziani, Vicenza fu liberata, per quanto necessario, dai topi, non tutti, non si sa mai. Si diceva, che, ad operazione compiuta, di gatti ne rimasero assai, gatti che si sarebbero dovuti mantenere con relativo dispendio economico, ed, é notorio, che i vicentini in fatto di soldi non siano il massimo della munificenza. Memori di quella spedizione a Venezia e di quel famoso banchetto, pensarono che il gatto potesse essere una soluzione doppiamente vantaggiosa, tanto più che i veneziani, i gatti, non li avevano regalati.

Ben si sa che una vivanda trova nell’uso continuo una evoluzione nella preparazione, così successe anche per il gatto. Fu così che ricetta importante, quasi storica, divenne quella del “singano”. Non é fondamentale la ricetta per il sistema ed i tempi di cottura o gli ingredienti, ma la preparazione dell’animale per poter essere cotto. Il tempo, il momento migliore, anzi, necessario, per gustare il gatto, era quello delle nevicate. Sì perché il gatto, una volta privato dell’ultima delle sue sette vite, doveva essere, con pelliccia e tutto, posto a frollare sotto la neve per almeno una decina di giorni, “mejo se quindese”.

Una volta tolto dalla bianca coltre veniva privato della pelle, pulito e preparato per la cottura, preferibilmente, in umido con tanta cipolla e prezzemolo. Le interiora davano consistenza al “pocio” che innaffiava una crema di mais (polenta) di pregevole cottura, ed inequivocabilmente di farina “maranea”.
Diceva “’l singano”: il “gato xe magnar da re” perché il gatto é senza padroni, quindi é un re. Solo che il re, lui, estemporaneo giacobino, se lo mangiava. Forse proprio per questo regale legame, i vicentini mai si offendono se gli stranieri, i barbari, ” i foresti” li apostrofano “magnagati”.

Marcello Mantovani: il ricordo di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita all’impegno civile e sociale

Marcello Mantovani nasce a Vicenza il 24 giugno 1920. Diplomatosi in Ragioneria, si scrive  alla  facoltà  di Economia e Commercio presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Il Secondo Conflitto mondiale vede Mantovani a 19 anni sul Col di Tenda, al confine italo-francese. Nel 1941 è sul fronte croato di Otočac e di Korenica. Nel primo dopoguerra, con la ricostruzione, Mantovani intuisce che occorreva rianimare lo spirito associativo.

Marcello Mantovani Con Sandro Pertini
Marcello Mantovani Con Sandro Pertini

Nominato nel settembre 1945 membro della Commissione consultiva della Federazione Combattenti, ricostituisce nel novembre dello stesso anno la Sezione del Fante di Vicenza.

Nel 1949 fonda la Federazione Provinciale del Fante di Vicenza di cui assumerà la reggenza che manterrà per quasi dodici lustri. Il 18 marzo 1951, fa murare nel Piazzale della Vittoria a Vicenza, una lapide ai Caduti; L’8 luglio 1951 va a Trieste al Castello di San Giusto per consegnare al sindaco Gianni Bartoli il Tricolore.

Nel 1952  è eletto Consigliere Nazionale dell’Associazione del Fante. Promuove la sistemazione del Cimitero Monumentale di Arsiero. Nel 1971, viene nominato vicepresidente dell’ Associazione Nazionale del Fante assumendone tre anni dopo la carica di Presidente. Il 5 giugno 1987 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga gli conferisce “motu proprio” il riconoscimento di Cavaliere di Gran Croce. Con i fanti recupera il “cimitero degli abeti mozzi” in Val Magnaboschi, tra i monti Zovetto e Lemerle che, nella primavera del 1916, i fanti avevano conteso al nemico. L’impegno sociale di Mantovani abbraccia diversi settori: egli presiede la Commissione per il Collocamento al lavoro degli ex Internati e Reduci di guerra, L’Istituto Santa Chiara, dirigente dell’ENAL, nello sport: è presidente del Vicenza Rugby, ma la sua passione, è per il Lanerossi Vicenza. Il 24 giugno 2002, per il suo 82° compleanno il Sindaco di Vicenza Enrico Hullwech consegna la medaglia d’oro della Città.

Il 19 febbraio 2009, a 88 anni, Marcello Mantovani si spegne nella sua Vicenza. Sulla bara volle il Tricolore vegliato dai Fanti d’Italia.

Di Luciano Parolin da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


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Banff Mountain Film Festival 2023, a Vicenza la rassegna cinematografica dedicata a montagna e outdoor

Saranno 37 gli eventi in programma per l’undicesima edizione del BANFF Mountain Film Festival World Tour Italy, la rassegna cinematografica dedicata a montagna e outdoor che, dal 2013, porta in Italia le migliori produzioni presentate nel corso dell’omonima manifestazione canadese. 

Anche quest’anno il BANFF farà tappa a Vicenza lunedì 13 marzo 2023 presso il cinema Patronato Leone XIII alle ore 20. Ospite in sala sarà il vicentino Silvio Reffo, scalatore professionista, ambassador del team La Sportiva. La tappa di Vicenza è un evento in collaborazione con Vi Block Climb Park.

banff

L’esplorazione dei luoghi selvaggi, la gioia della condivisione, la libertà di muoversi nella natura più incontaminata: in ogni serata sarà proiettato lo stesso programma di 9 tra corto e medio metraggi provenienti da tutto il mondo che raccontano di piccole e grandi imprese, di storie di amicizia e incredibili traguardi. Un invito a riscoprire il gusto dell’avventura e dell’ignoto, che ciascuno può risvegliare anche nei confronti dei luoghi più vicini. 

L’appuntamento imperdibile del BANFF torna nelle città italiane con storie di climbing e kayak a Baffin Island, Canada, per la promessa di una vita, con discese di sci estremo in luoghi ancora remoti del pianeta, in Karakoram oltre i 6.000m di altitudine, in sella a due ruote nel magnifico paesaggio del Messico, alla ricerca della fonte di ogni creazione in Islanda… e un finale magico sospesi oltre le nuvole. 

Con l’edizione 2023 BANFF Italia lancia il suo progetto a sostegno dell’ambiente in collaborazione con zeroCO2, società Benefit che si occupa di riforestazione ad alto impatto sociale: piantare alberi in diverse zone del mondo per contrastare la crisi climatica e supportare lo sviluppo di intere comunità contadine. 

L’iniziativa prevede la realizzazione di una “Foresta BANFF Italia” nel territorio della Patagonia, luogo che da anni è protagonista nei diversi documentari finalisti al BANFF Mountain Film Festival: ogni 100 biglietti venduti, BANFF Italia riuscirà ad adottare 1 albero per contribuire alla riforestazione di parte di quel territorio..

“Prevediamo di arrivare a 100 alberi adottati entro il termine del tour 2023, un risultato che renderà tutto il pubblico del BANFF protagonista di questa azione green nei confronti del pianeta. Grazie alla partnership con zeroCO2, i germogli cresceranno nel vivaio e poi verranno donati a una famiglia di contadini… e potremmo seguire online la crescita della foresta BANFF grazie al sistema di monitoraggio Chloe. Siamo entusiasti di questa iniziativa che racconteremo passo dopo passo sui nostri canali social” dichiara Alessandra Raggio, CEO Itaca the Outdoor Community.

Per scoprire tutte i film in programma alla 11a edizione del Banff Centre Mountain Film Festival, clicca qui.

Pietro Marco Zaguri (vescovo di Vicenza 1738-1810) e la “Vendetta” musicale del suo maestro di cappella Antonio Grotto (1752-1831)

Don Antonio Grotto nacque a Vicenza nella parrocchia di San Michele il 18 settembre 1752. Compì gli studi classici e teologici dai Gesuiti in contrà Riale, mentre per la musica studiò con Antonio Faccioli, un mansionario cantore della cattedrale vicentina. A 23 anni entra come tenore nella cappella musicale del duomo e nel 1782 fu eletto maestro di cappella, incarico che ricoprì per 52 anni.

Il suo carattere gioviale confliggeva con la musica che copiosamente componeva in rigoroso stile ecclesiastico. Non approvava nella musica sacra le innovazioni di Rossini, nelle quali vedeva la contaminazione con la musica teatrale. I rapporti con il suo vescovo Zaguri erano improntati a rigorosa obbedienza e riverenza…, ma il vescovo, forse oppresso dalle turbolenze politiche e scosso dalle requisizioni di chiese, monasteri e conventi, mal sopportava nei pontificali le lungaggini musicali del suo maestro di cappella.

D’altra parte, i fedeli accorrevano numerosi a queste “rappresentazioni liturgiche” in cattedrale come fossero a teatro ed erano “religiosamente” estasiati per le “arie” dei solisti e per la sontuosa orchestrazione. Nel 1804 l’imperatore propose a Zaguri la promozione a patriarca di Venezia ma, rifiutò l’incarico, adducendo gravi motivi di salute. E il 12 settembre 1810, dopo aver nominato suo erede universale il Comune, Zaguri morì e venne sepolto nel duomo.

Come era prassi, ogni maestro di cappella, teneva in cassetto una sua messa di requiem, nell’eventualità che venisse a mancare il vescovo. E Grotto invece, pur avendo composto una decina di Messe da Requiem nel suo lungo magistero, per questa luttuosa occasione volle “omaggiare” il suo vescovo con una nuova e per una volta senza badare alle occhiate che per il passato aveva ricevuto da Zaguri mentre attendeva con impazienza la “cadenza finale” dell’orchestra.

Questa volta Grotto poteva concedersi la libertà di sforare i tempi ragionevoli della liturgia funebre. A p. 12 della partitura, infatti, appuntò: “Introito e Kyrie. Minuti 10” e a p. 60 “tutto il Dies irae dura 3: quarti e 6: minuti circa”.  È però nell’intestazione della partitura che il Grotto, dopo anni di francescana sopportazione, si lascia andare a una liberatoria dedica: “Requiem a 4: in die obitu del vescovo Zaguri nemico della musica & C. di Antonio Grotto 1810”.  “Almeno da morto…” avrà pensato!

Piazza dei Signori, uno "schizzo"
Piazza dei Signori, uno “schizzo”

Don Antonio Grotto scrisse oltre 500 composizioni, tutta musica sacra, tra messe, inni, salmi, mottetti, che sono conservate nell’Archivio diocesano. Nella sua produzione musicale si contaminò con la musica profana per una sola volta. Era il 7 maggio 1797 quando, giunti i Francesi in città, il Maestro con la sua cappella musicale dovette forzosamente partecipare alla Commedia democratica in Piazza dei Signori.

Per questa “liturgia laica” attorno all’Albero della Libertà il “cittadino” Antonio Grotto fu costretto a comporre due inni “patriottici” a 3 voci e orchestra “Or che innalzato è l’albero” e “Del dispotico potere”. Un’altra veniale contaminazione è del 1814 quando il celeberrimo evirato Giovambattista Velluti, dopo il trionfo all’Eretenio con Ginevra di Scozia di Simon Mayr, era atteso in cattedrale per la messa contata della domenica.

Il Maestro confezionò su misura alcuni versetti del Gloria pregni di impegnativi virtuosismi per dar modo ai vicentini di riascoltare il celebre cantante anche sotto le sacre volte del duomo. Con il passare degli anni non mutò il suo carattere gioviale e di questa sua qualità lasciò traccia con numerosi versi scritti sulle partiture. In un Tantum ergo, composto nel 1821 per la chiesa di S. Gaetano, dopo che un critico gli aveva fatto notare l’assenza dei corni fra gli strumenti, il Maestro, in tono leggero, scrisse alla fine della partitura “o storto o drito/siete servito/cantate polito” e nella parte dei due corni, che aggiunse accondiscendendo all’indelicata critica, scrisse la provocatoria risposta “due corni per servirla”.

L’ultima composizione del Grotto è un mottetto scritto il 10 marzo 1828 e dedicato al suo “braccio destro e copista” Domenico Sbabo. Scrive con sottile ironia “D’anni settantacinque e mesi sei/scriver mottetti!/ Ah: miserere mei!/Sbabo m’intende/ e il ver comprende”. Morì il 20 gennaio 1831 e per le esequie fu ripresa la messa da requiem composta per il vescovo Zaguri e ritenuta dalla critica il suo capolavoro. Ci auguriamo che questo nostro grande e dimenticato Maestro venga riscoperto magari con l’esecuzione di quel monumentale Dies irae, 50 minuti circa di musica: quasi la durata di un intero concerto.

Vittorio Bolcato da Vicenza in Centro, n. 2 febbraio e n. 3 marzo anno 12 

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Vicenza in Centro
Vicenza in Centro           

“Arte culi ‘n aria”, sesta ricetta vicentina da “ricettario biografia” di Umberto Riva: “i gnocchi”, cioè come potersi ciucciare le dita

Arte culi 'n aria
Arte culi ‘n aria

“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (l’ultima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 30 maggio 2021, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon).

Prima di “gustarti” la nuova ricetta fuori dal normale di Umberto Riva rileggi la Prefazione e il glossario di “arte culi ‘n aria“, una nuova serie di.. articuli così come li ha scritti il “nostro” Umberto per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più.


Un lettore che si "gusta" Arte culi 'n aria
Un lettore che si “gusta” Arte culi ‘n aria

Prima di “gustarti” la nuova ricetta fuori dal normale di Umberto Riva (gli “gnocci”) rileggi la Prefazione e il glossario di “arte culi ‘n aria“, una nuova serie di.. articuli così come li ha scritti il “nostro” Umberto per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più

C’era una tavola, una tavola che si sistemava sul tavolo da cucina. Era la “tola de ‘e tajadee”, la stessa ove si preparavano i gnocchi o qualche dolce. Era bella quella tavola. Non era perfettamente piana, era di legno dolce e siccome si presentava imbarcata, sotto l’angolo lontano trovava posto il coltello quello grosso con la punta mezza tonda che veniva usato per fare il battuto di lardo. Così stava ferma. Quello stesso coltellaccio, praticamente senza taglio, che si usava, alla fine, per raschiare dalle croste degli impasti, la famosa tavola dopo aver fatto dolci o gnocchi o tagliatelle.

Gnocchi di patate.

Patate bollite pelate bollenti, passate bollenti nello schiacciapatate, impastate con un uovo e farina bianca, bollenti. Le patate bollenti contengono più acqua, assorbono più farina bianca, così, con lo stesso numero di patate, venivano più gnocchi.

A proposito di gnocchi. Erano di giovedì, non di tutti i giovedì. Di quel dato o casuale giovedì. La produzione coinvolgeva i bambini quando arrivavano da scuola. Il primo ordine di mamma era “lavarse le man”.

Si trovava la pentola con le patate a termine cottura, la tavola da tagliatelle pronta con farina e l’uovo. Il “skisapatate”, arma primaria, una forchetta e tanto entusiasmo. La gioia era schiacciare le patate, la parte noiosa era allineare lungo la parte superiore della tavola da tagliatelle i gnocchi che una volta creati e passati sul retro della grattugia per renderli rugosi, dovevano essere anche contati. Ad ognuno il suo. Eravamo in quattro, quattro file parallele e paritetiche fin quasi alla fine chè, ad un certo punto una si allungava, era quella del papà. Ogni piatto veniva cotto per conto proprio e la cerimonia iniziava quando arrivava il papà. Il condimento era pomodoro cotto e passato, burro e “formaio gratà”. Quel buon formaggio che allora si stagionava con grande cura nello scantinato della “botega da casolin del sior Scolarin”.

La tecnica “de magnare i gnochi” consisteva nel privare di gnocchi un angolo del piatto e lì “pociare”. Vietato mescolarli, si impasterebbero e perderebbero la loro consistenza. Il profumo di quella leccornia permeava la casa e permaneva a lungo oltre il giorno fortunato.

Era soddisfazione domestica, quando, passando davanti casa, la siora Balbo o la siora Pagiaro esclamavano “gnochi anco, siora Rina”.

La fine era sempre quella.

Pane per lucidare il piatto e la soddisfazione di potersi, impunemente, ciucciare le dita.

I Nobili Valmarana: una illustre ed antica famiglia vicentina

I Nobili Valmarana: illustre famiglia vicentina antica e ricca. Si attribuì origini favolose dal famoso Mario Romano. Trasse il nome dal Castello in cui dominava. Iscritta al Consiglio Nobile di Vicenza, nel 1510 aveva 15 posti. Carlo

V Imperatore con diploma del 30 aprile 1540, creò i Valmarana Conti Palatini cioè con compiti di amministratori di giustizia. Grazie ai possedimenti di Nogara il territorio dei Valmarana fu eretto in Contea.

La Serenissima Repubblica il 27 febbraio 1729, confermò loro il titolo di Conti di Valmarana in forza della investitura passata, del Castello e Villa di Valmarana.

Il 23 giugno 1658, un ramo della famiglia, offrì 100 mila ducati alla Repubblica per essere iscritta al Patriziato Veneto.

Due rami vissero a Vicenza i San Lorenzo e San Faustino, il tito- lo di Conte di Valmarana compete a Valmarana al primo ramo. Con risoluzione del 18 dicembre 1817, ottennero la riconferma della Nobiltà. Il sepolcro della famiglia si trova a Santa Corona, San Lorenzo, San Michele ai Servi, San Biagio.

E’ proprietà della famiglia Villa Valmarana ai nani con annessa la Foresteria progettata da Muttoni affrescata da Giambattista Tiepolo e figlio nel 1737.

Possedevano case a Santa Corona, San Faustino, Borgo Santa Caterina, Porta Castello, San Lorenzo ora Corso Fogazzaro dove, nel 1566, su disegno di Andrea Palladio, eressero un sontuoso Palazzo, qui nel 1581, Leonardo Valmarana ospitò l’imperatrice Maria d’Austria madre di Carlo V° che era al seguito di San Luigi Gonzaga. 

MEMBRI ILLUSTRI TRA I NOBILI VALMARANA

Giovanni Francesco Valmarana, morto nel 1566, no- minato da Carlo V conte palatino, fratello di Giovanni Alvise Valmarana marito di Isabella Nogarola e padre di Leonardo Valmarana marito di Isabetta Da Porto. Commissionò ad Andrea Palladio la villa Valmarana (Lisiera) che fu terminata da suo nipote Leonardo tra il 1579-1591.

Leonardo di Valmarana, cavaliere munifico, amico di principi e splendido mecenate, buon architetto, nel 1592 apriva ai vicentini il giardino di Porta Castello, come ricorda una iscrizione latina. Era figlio di Gianlui- gi, Provveditore per la fabbrica del Palazzo della Ragio- ne (Basilica) il 6 settembre 1548, insieme a Girolamo Chiericati e Gabriele Capra, furono incaricati per la scelta del progetto di Palladio per la Basilica. Morì il 22 dicembre 1612, fu sepolto a Santa Corona.

Giulio Cesare di Valmarana, figlio di Bartolomeo, fu provveditore ai confini per la Repubblica Veneta. In compenso per l’opera prestata con decreto 5 agosto 1606, fu creato Cavaliere dal Senato Veneto, ed ebbe in dono il collare d’oro. Scrisse un libro sul modo di fare la pace. Morì nel 1621 a 80 anni fu sepolto nella chiesa dei Servi ora trasportato a San Bastian.

Cristoforo di Valmarana, figlio di Giulio Cesare, uomo fecondo, perorò più volte la causa di Vicenza innanzi ai Dogi Veneti e nel Consiglio dei Pregadi cioè il Senato della Repubblica di Venezia che, si occupava della po- litica estera. Morì nel 1656 a 78 anni, come il padre fu sepolto nella chiesa dei Servi. A Giulio Cesare e Cristoforo, Eleonoro Conte di Valma- rana, pose un busto marmoreo sulle tomba che ora si trovano a San Sebastiano.

Di Luciano Parolin da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


In uscita il prossimo numero di Marzo 2023
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Brogliano, le chiese e la pieve di San Martino, la più antica della valle dell’Agno

Le chiese del Comune di Brogliano sorprendono per il loro fascino. C’è poi la pieve di San Martino, che è la più antica della vallata. Appena si arriva in centro paese si nota subito una bella e nuova fontana. Sopra ci sono due pavoni, che simboleggiano l’immortalità. La scena riprende un bassorilievo presente in una pietra d’angolo della Pieve di San Martino, costruita in epoca carolingia (sec. IX). La pietra fu recuperata da una preesistente chiesetta di epoca longobarda (sec.VII-VIII).

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La fontana in centro paese. Foto: Marta Cardini

La chiesa parrocchiale e la chiesetta di S. Antonio

La chiesa parrocchiale-arcipretale di Brogliano, dedicata anch’essa al Vescovo San Martino di Tours, è un bell’esempio di architettura gotica. E’ a navata unica, con soffitto affrescato di blu con stelle dorate, e lateralmente son presenti due altari laterali. Uno è dedicato a Santa Maria Assunta (con statua lignea) e l’altro a Sant’Antonio di Padova. Nel centro del paese, infatti, accanto al campanile di Brogliano vi è la chiesa di Sant’Antonio, oggi sconsacrata ed adibita ad aula per incontri. Quest’ultima risale al secolo XV.

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La chiesa parrocchiale di Brogliano. Foto: Marta Cardini

La pieve di San Martino

La pieve è una chiesa all’interno di un cimitero un po’ fuori Brogliano. SI trova alla base di un colle vicino al corso del torrente Agno e rappresenta la matrice di tutte le chiese della Valle e ne è la preziosa custode della presenza longobarda nella zona. E’ dedicata a San Martino di Tours che divenne, assieme ai santi Giorgio martire e Michele arcangelo, uno dei patroni del popolo dei Longobardi convertiti al cattolicesimo.

Sulla datazione dell’attuale chiesa non vi è una certezza assoluta, ma con molta probabilità ve ne era un’altra prima dell’attuale fondata in periodo longobardo attorno al VII secolo, costruita molto vicina all’attuale argine del torrente Agno. Qui venne ritrovato un frammento sicuramente longobardo raffigurante un guerriero armato di lancia, con una veste lunga fino alle ginocchia e i lunghi capelli divisi da una scriminatura centrale.

Insieme con esso, nella chiesa è conservato un altro frammento raffigurante due pavoncelli che si abbeverano ad una coppa d’acqua, forse della stessa epoca. L’esterno della chiesa è costituito da una muratura in sasso nero a faccia vista, mentre le parti di impianto (abside e navata) sono lavorate in modo grezzo e completate da elementi in cotto.

Alcuni studi recenti condotti sulle pareti della chiesa hanno fatto rinvenire alla luce tre affreschi: la Santissima Trinità, una Santa con in mano alcuni ramoscelli e alcune corone e un altro in cui si intravedono quattro figure con copricapi e una mano con le stigmate.

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La chiesetta sconsacrata di S. Antonio. Foto: Marta Cardini

La chiesa dei Santi Lorenzo e Lucia a Quargnenta

Nella frazione di Quargnenta è presente la chiesa parrocchiale con un bel panorama sulla valle dell’Agno. Dedicata ai Santi Lorenzo e Lucia, fu consacrata dall’allora vescovo di Vicenza mons. Antonio Feruglio il 18 novembre 1894. Essa è situata in alto sul Colle detto “del Castello” e realizzata sul luogo in cui sorgeva un’antica chiesa dedicata a Santa Lucia e realizzata in stile neo-classico. Da poco restaurata, è caratterizzata da un’unica navata e ha al suo interno 4 altari laterali: uno dedicato alla Beata Vergine Maria del Carmelo, uno al martire san Lorenzo, uno alla martire santa Lucia e uno a sant’Antonio di Padova.  All’interno della parrocchiale, inoltre, nel soppalco sopra il portale principale, è possibile ammirare lo splendido organo Zordan del 1861, da poco restaurato.

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La chiesa di Quargnenta. Foto: Marta Cardini

Salendo i gradini della chiesa, si può fermarsi a circa metà salita, dove c’è una piccola riproduzione della grotta di Lourdes.

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Piccolo particolare della “grotta di Lourdes” a Quargnenta. Foto: Marta Cardini