lunedì, Aprile 20, 2026
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Referendum Giustizia, sì e no a confronto

(speciale Referendum Giustizia, da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Il quesito, recepito con decreto del Presidente della Repubblica del 7 febbraio, pubblicato in G.U. Serie Generale n. 31 del 07-02-2026, recita: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”.

Le domande del confronto

(le stesse per il sostenitore del sì e per il sostenitore del no)

1. In termini semplici, perché ritieni giusto votare sì/no a questo referendum?

2. Qual è, secondo te, il principale limite dell’attuale assetto delle carriere dei magistrati?

3. In che modo la separazione delle carriere inciderebbe, concretamente, sul processo penale?

4. La terzietà del giudice è oggi pienamente garantita o presenta criticità?

5. Questa riforma rafforza o indebolisce l’indipendenza della magistratura?

6. C’è il rischio che il pubblico ministero, con carriere separate, sia più esposto a pressioni politiche?

7. I modelli stranieri con carriere separate sono davvero comparabili con quello italiano?

8. La riforma avrebbe effetti reali sull’efficienza della giustizia o resterebbe soprattutto simbolica?

9. Un referendum è lo strumento giusto per intervenire su un tema così tecnico?

10. Qual è l’argomento della parte opposta che ritieni meno convincente?

11. Indipendentemente dall’esito del voto, quali riforme della giustizia ritieni comunque urgenti?

12. Cosa dovrebbe valutare con maggiore attenzione un cittadino indeciso prima di votare?

Le ragioni del NO di Angela Barbaglio

Angela Barbaglio, nata a Treviso il 27 dicembre del 1951 è figlia di un sottufficiale dell’Aeronautica militare e di un’insegnante di lettere. Si è laureata in legge a Padova, ha trascorso gran parte della sua professione in magistratura tra Vicenza e Verona. È in pensione da dicembre 2021, vive a Monteviale. È stata nominata dall’Amministrazione comunale di Vicenza garante delle persone private della libertà personale. Lei la giustizia l’ha sempre vista dall’altra parte: prima come sostituto procuratore a Vicenza e poi come procuratore della Repubblica a Verona. Angela Barbaglio è stata nominata ieri dal consiglio comunale garante dei diritti delle persone private della libertà personale.

Magistrato della Repubblica per 44 anni, Angela Barbaglio è stata impegnata prevalentemente nel settore penale, assumendo come ultimi incarichi quelli di Procuratore aggiunto e poi Procuratore della Repubblica al Tribunale di Verona. Si è occupata di processi, reati e criminalità, acquisendo in questi contesti una notevole esperienza in merito alle realtà di privazione della libertà personale.

1) in termini semplici perché ritieni giusto votare sì/no a questo referendum?

Ritengo giusto di votare no perché nella mia vita professionale ultraquarantennale di magistrato, dedicata prevalentemente al settore penale come pubblico ministero, non ne ho mai constatato il condizionamento sul giudice. Lo dimostra, del resto, sul piano statistico il tasso delle assoluzioni, il 50% ca. rispetto alle sentenze di condanna. Non vedo poi perché il giudice, se teoricamente influenzabile, dovesse esserlo da parte del pubblico ministero piuttosto che da parte dell’avvocato difensore. Trovo infine offensivo per i colleghi giudicanti che questo assunto – tema fondante della cosiddetta riforma – ne presupponga in modo così radicale l’incapacità di affrontare il giudizio con la disposizione equidistante, distaccata ed il più possibile serena che la legge richiede.

2) qual è il principale limite dell’attuale assetto delle carriere dei magistrati?

Preferirei innanzitutto sostituire il termine “carriere” con il termine “funzioni”: i magistrati infatti non fanno, come si dice, carriera; si distinguono soltanto per le funzioni svolte, tutte ugualmente delicate ed importanti per l’ordinamento statale, sono retribuiti secondo l’anzianità di servizio – raggiunta meritoriamente – e non le funzioni svolte. Reputo adeguato l’attuale assetto organizzativo della pratica giudiziaria tanto nel processo penale quanto in quello civile, assicurato dal principio di unitarietà della giurisdizione: nell’ interpretazione della legge, perché è questa la giurisdizione, tutti i magistrati qualsiasi funzione svolgano debbono attenersi agli stessi comuni principi prodotti dalla giurisprudenza, cioè dal complesso delle pronunce di diritto. Ciò chiaramente indica l’articolo 101 della Costituzione affermando che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, e tra i giudici in questo senso sono ricompresi anche i pubblici ministeri nella loro funzione di promotori e garanti dell’indagine penale. Funzione oggi già nettamente distinta da quella giudicante: un magistrato che voglia transitare dalla funzione di pubblico ministero a quella di giudice o viceversa può farlo solo rispettando rigorose garanzie di distanza temporale e territoriale dalla funzione pregressa.

3) in che modo la separazione delle carriere inciderebbe concretamente sul processo penale?

Verrebbe ad incidere nel senso che il pubblico ministero circoscritto nel ruolo di accusatore troverebbe la sua unica ragione d’essere nella ricerca di una colpa e di un colpevole. E non, com’è oggi, nel dovere di impiegare tutti mezzi a disposizione per la ricostruzione il più possibile veritiera del fatto accaduto e delle eventuali responsabilità.

4) La garanzia del giudice è oggi pienamente garantita o presenta criticità?

Per quanto detto fin qui è, nel sistema, pienamente garantita. Certo nei giudici, come nei pubblici ministeri, come negli avvocati, come in chiunque altro eserciti un ruolo civile e sociale gioca il fattore umano, con le sue luci e le sue ombre. E per questo i magistrati sono chiamati ad un controllo particolarmente rigoroso delle proprie ombre e luci personali. Di ciò io penso che nessuna regola, nessuna misura, nessun obbligo, nessuna legge possano eliminarle, ma che possano essere solo efficacemente governate dalla coscienza dell’interessato: come diceva Socrate, “conosci te stesso”. La sola alternativa è l’eliminazione dei magistrati e la loro sostituzione con delle macchine che giudichino il caso specifico secondo le media dei milioni di casi analoghi dati in pasto magari all’ intelligenza artificiale da chi ne fa la selezione: è un’alternativa tranquillizzante?

5) Questa riforma rafforza o indebolisce l’indipendenza della magistratura?

La indebolisce. Per tutto quanto precede, ma inoltre perché prevede lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo a formazione mista di membri eletti dai parlamentari e membri eletti dai magistrati che oggi ne regola i trasferimenti, le valutazioni di anzianità, i procedimenti disciplinari, peraltro tra i più frequenti nei paesi UE e con la comminazione del maggior numero di sanzioni, una quarantina all’anno nell’ ultimo quindicennio. Così disarticolando ulteriormente quel principio di disciplina unitaria secondo i valori giuridici comuni che oggi governa giudici e pubblici ministeri. Non è secondario che la modifica preveda per il CSM dei pubblici ministeri da un lato non più l’elezione, ma il sorteggio dei membri cosiddetti togati, cioè i magistrati, dall’ altro per la componente dei parlamentari il sorteggio sì, ma sulla base di elenchi già predisposti dal parlamento. Sul primo punto osservo che il ruolo di consigliere del CSM prevede caratteristiche di esperienza professionale, di capacità di riflessione sociale e politica e di interazione con le diverse componenti istituzionali che non sono di tutti i magistrati Su questo si é molto puntato il dito da fautori della riforma all’insegna dello slogan “i magistrati non devono fare politica”. Quello che certo i magistrati non devono fare è perseguire intenti politici nel compimento delle loro funzioni, ma questo non ha niente a che vedere né con l’interpretazione della legge, né con il ruolo del CSM, che è per sua natura organo amministrativo, e non di esercizio della giurisdizione, e politico nel senso più originario del termine e che presuppone la capacità di leggere i fatti sociali e di individuare le soluzioni organizzative più idonee al servizio giustizia. Perché allora affidare la scelta al caso e non a chi, tra i magistrati, dimostra di possedere quelle caratteristiche? E perché a questa casualità si accompagna invece una componente di parlamentari su cui il parlamento ha già fatto scelte preliminari precise?

Voglio qui dire qualcosa del famoso scandalo Palamara, una brutta e dolorosa vicenda per la massa dei diecimila magistrati italiani che lavorano ogni giorno tra mille difficoltà. E dimostra come anche tra i magistrati, senza per la verità troppa distinzione tra giudici e pubblici ministeri, sia presente l’ambizione di potere che si consuma nella esasperata volontà di essere chiamati a dirigere un tribunale o una procura della Repubblica, in contraddizione con quell’ uguaglianza di ruolo, nella diversità delle funzioni, che vuole il sistema ed il cui pregio principale è di eliminare pericolose gerarchie nell’esercizio della giurisdizione. Se tutto questo si è verificato, che cosa fa pensare che il magistrato scelto dal caso sia scevro dalla seduzione del potere più di quello eletto da colleghi che lo conoscono? Il fatto poi che il procedimento disciplinare sia sottratto dalla riforma al CSM e consegnato ad una cd alta corte disciplinare composta da magistrati della sola cassazione e non provenienti dagli altri gradi della magistratura, e che giudicherà senza appello, finisce con il reintrodurre quella gerarchia nel governo dei magistrati del pubblico ministero che l’attuale sistema da un cinquantennio ha cercato di scardinare.

6) c’è il rischio che il pubblico ministero, con carriere separate, sia più esposto a pressioni politiche?

Mi sembra evidente: tutta la riforma è pervasa dall’intento di isolare il pubblico ministero dal potere giudiziario e di sottoporlo ad un’osservazione ravvicinata del parlamento, con poteri preminenti su quelli dei magistrati di organizzarne il servizio e di sanzionarne le condotte.

7) i modelli stranieri con carriere separate sono davvero comparabili con quello italiano?

Non sono troppo informata su questa comparazione. Posso solo dire che i recenti esempi negli USA di messa in stato d’accusa del governatore della banca federale e del governatore del Minnesota da parte del procuratore competente, immediatamente seguiti alle dichiarazioni fortemente ostili del presidente nei confronti delle rispettive decisioni in tema di non riduzione dei tassi di interesse del primo e di non condivisione della politica di reimmigrazione del secondo non sono un segno di autonomia dell’ufficio del procuratore rispetto al potere esecutivo dello Stato, ma piuttosto un pronto adeguamento alle sue iniziative politiche.

8) la riforma avrebbe effetti reali sull’efficienza della giustizia o resterebbe soprattutto simbolica?

Nessun effetto positivo. La giustizia italiana soffre da decenni di molti mali, difetto di collaboratori e di risorse materiali, ma soprattutto di una produzione normativa fuori controllo (non si sa nemmeno più quante sono le leggi in Italia) e perciò confusa e contraddittoria, che ne rende l’interpretazione spesso ardua perché l’interprete fatica a trovare il filo di ragionevolezza che deve guidarlo nella valutazione di ogni caso concreto. Non basta fare, né tantomeno propagandare, una nuova legge ogni volta che ci si propone di combattere un fenomeno dannoso alla società: nel settore penale il processo dovrebbe essere riservato ai reati più gravi con tutto il tempo di studio ed analisi necessari, le numerose altre condotte dovrebbero essere accertate e sanzionate attraverso procedimenti semplificati e spediti. Tutte le indicazioni che negli ultimi decenni il CSM ha indirizzato in tal senso al parlamento sono sempre rimaste lettera morta. Uno stato attivo contro il crimine e il disagio sociale è uno stato che previene prima di sanzionare e che sanziona su scelte precise e ponderate di politica criminale chiara e coerente.

9) Un referendum è lo strumento giusto per intervenire su un tema così tecnico?

Il tema più che tecnico, cioè riservato ai giuristi, è delicato perché la riforma, se vigente, è destinata a produrre effetti sulla vita di tutti noi cittadini. Il referendum costituzionale è stato voluto dalla Costituzione come verifica della volontà dei cittadini di una scelta normativa del parlamento intervenuta con una maggioranza inferiore a quella per la scelta definitiva. In questo caso la doppia approvazione delle due camere è avvenuta, se non erro, senza la più piccola variazione di quello che era l’originario disegno di legge governativo, e a ridosso della quale l’indizione del referendum è stata stabilita, ancora per iniziativa del governo, in tempi ristretti. Il primo organo che avrebbe dovuto dunque sentire la responsabilità di dibattere approfonditamente una modifica dell’assetto costituzionale con riflessi così rilevanti come l’incidenza del processo penale sulla vita collettiva è proprio il parlamento, che è mancato invece all’appello adagiandosi passivamente sull’iniziativa dell’esecutivo e lasciando i singoli cittadini e l’opinione pubblica nella difficoltà di orientarsi in un contesto tanto complesso quanto foriero di conseguenze.

10) Qual è l’argomento della parte opposta che ritieni meno convincente?

In realtà tutti gli argomenti della parte opposta mi sembrano convergere su di un unico obiettivo: sostituire la figura del pubblico ministero così com’è oggi promotore e garante del corretto svolgimento dell’indagine penale in aderenza rigorosa ai principi della prova, con poteri di controllo della polizia giudiziaria e costantemente soggetto alla verifica del giudice preliminare con un accusatore istituzionale a capo della polizia giudiziaria sottoposto nell’organizzazione dell’ufficio e nella condotta professionale ad una vigilanza rafforzata della maggioranza parlamentare. Giocoforza è chiedersi a chi giova?

11) Indipendentemente dall’esito del voto, quali riforme della giustizia ritieni comunque più urgenti?

Oltre a quanto già detto: generale riordino normativo, depenalizzazione autentica, severa selezione delle impugnazioni, digitalizzazione efficace, impulso alla giustizia riparativa, esecuzione della pena in più stretta connessione con l’istituzione carceraria da incrementare nelle componenti rieducative e di alternative alla detenzione.

12) Cosa dovrebbe valutare con maggiore attenzione un cittadino indeciso prima di votare?

Un pubblico ministero, autore dell’indagine insieme alla polizia giudiziaria, così com’è delineato da questa riforma sarebbe davvero indipendente dal potere di parlamento e governo?

Le ragioni del SI di Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia

Pierantonio Zanettin (nato a Vicenza il 13 luglio 1961) è un politico italiano, avvocato e revisore contabile con una lunga carriera parlamentare. La sua attività politica inizia nel Partito Liberale Italiano, proseguendo in Forza Italia, dove ha ricoperto incarichi amministrativi locali a Vicenza tra gli anni ’90 e 2000. Alle politiche del 2001 viene eletto alla Camera dei Deputati, incarico poi ripetuto nella XVIII legislatura. Zanettin è stato più volte senatore della Repubblica, entrando per la prima volta nel 2006 e venendo rieletto nelle legislature successive, ricoprendo ruoli nelle commissioni di Giustizia, Affari dell’Unione europea e altre. Dal 2014 al 2018 è stato membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura e, nella XIX legislatura, è Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo. Nel corso della sua attività è stato anche segretario di commissione e capogruppo di Forza Italia in materia di giustizia e diritti, evidenziando un impegno su temi legislativi e istituzionali.

1) Si deve votare sì per mettere davvero il pubblico ministero e l’avvocato sullo stesso piano, di fronte ad un giudice terzo ed imparziale. Si completano così le riforme del codice di procedura Vassalli del 1989, che introdusse il rito accusatorio, e quella Costituzionale del giusto processo. Votare sì vuol dire anche tagliare le unghie alle correnti della magistratura, che hanno fatto mercimonio delle funzioni giudiziarie all’interno del CSM.

2) Il giudice soprattutto nella fase delle indagini preliminari è troppo schiacciato sul Pm, che ha, a suo fianco, la polizia giudiziaria, ma che, soprattutto, può sfruttare a suo vantaggio il potere mediatico dell’informazione, sempre alla ricerca di notizie e titoli eclatanti. La riforma ne rafforza dunque l’autonomia e l’indipendenza. Nei due CSM separati i giudici non saranno più soggetti al giudizio dei pm per le loro progressioni di carriera. La riforma garantisce che il giudice non solo sia, ma anche appaia imparziale.

3) Quella della minaccia all’autonomia ed indipendenza della magistratura è una autentica fake news. Basta leggere il nuovo testo dell’articolo. 104 della Costituzione, che stabilisce che la magistratura è un ordine autonomo ed indipendente e si articola nella magistratura giudicante e nella magistratura requirente. Del resto, il ministro Nordio, ex Pm, ha sempre detto che nessuna riforma a suo nome avrebbe portato il Pm, sotto il potere esecutivo

7) Vale un solo concetto. L’Italia, in questo momento, è l’unico paese, tra i G 7, in cui pm e giudici appartengono alla stessa carriera. In Europa attualmente siamo in compagnia solo di Turchia Bulgaria e Romania. Non c’è altro da aggiungere.

8) Sono stato componente laico del CSM ed ho personalmente assistito a tutte le deprecabili pratiche descritte nel libro “Il sistema”. Appena tornato in parlamento, per primo, ho presentato un disegno di legge per introdurre il sorteggio per la nomina dei consiglieri del CSM. È rimasto l’unico sistema per disarticolare le pratiche nefaste delle correnti.

9) Il referendum in questo caso è confermativo. Il testo della riforma è già stato votato dal Parlamento. Per questo non necessita di quorum. Ma trattandosi di riforma costituzionale deve ottenere anche l’avallo democratico del corpo elettorale. È giusto che siano i cittadini a pronunciarsi.

12) Auspico che i cittadini, nella loro scelta, non si facciano condizionare dalle polemiche, che avvelenano il dibattito in queste ore. La riforma si deve valutare solo per i suoi contenuti. Evitiamo quindi le strumentalizzazioni politiche, anche se da più parti si cerca di andare in questa direzione.

Per le altre domande le mie risposte mi paiono ovvie.

Le ragioni del SI di Rodolfo Bettiol: “ma il problema rimane l’inefficienza della giustizia per carenza di organico”

Rodolfo Bettiol, nato a Gradisca d’Isonzo l’11 febbraio 1945, risiede ed esercita a Padova. Già professore associato di Procedura Penale all’Università di Padova, la sua attività prevalente è la difesa nell’ambito della responsabilità penale dell’impresa in particolare per quanto riguarda gli infortuni e le malattie professionali, i reati societari ed i reati fallimentari. La sua attività professionale si è sviluppata nell’ambito della giustizia penale assumendo difese in casi di omicidio volontario, delitti contro la pubblica amministrazione, reati commessi nell’esercizio dell’attività medico-chirurgica, reati commessi nell’ambito famigliare e reati di diffamazione a mezzo stampa. È tra gli ideatori del meccanismo del Fir (Fondo Indennizzo Risparmiatori) ed è legale di parte civile nel processo BPVi.

Nel confronto sul referendum relativo alla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, l’avvocato e professore Rodolfo Bettiol espone le ragioni della sua posizione favorevole al sì ma le articola evidenziando che rimane non affrontato il tema centrale della necessità di una maggiore efficienza della giustizia. «Ritengo giusto votare sì – dice quindi Bettiol – perché la separazione delle carriere è la conseguenza logica del processo accusatorio e del principio della terzietà del giudice previsto dalla Costituzione. Se abbiamo scelto un modello accusatorio, dobbiamo renderlo coerente fino in fondo. Il principale limite dell’attuale assetto delle carriere riguarda proprio la garanzia della terzietà del giudice. Il giudice deve essere autonomo rispetto alle parti, accusa e difesa. L’unicità delle carriere, a mio avviso, indebolisce questa percezione e questa sostanza di autonomia. Con la separazione delle carriere si realizzerebbe una maggiore parità tra accusa e difesa. Questo inciderebbe concretamente sul processo penale, rafforzando l’equilibrio tra le parti e rendendo più chiaro il ruolo del giudice come soggetto terzo.

Non ritengo che la riforma indebolisca l’indipendenza della magistratura. Né credo che il pubblico ministero, con carriere separate, sarebbe più esposto a pressioni politiche. Sono timori che non condivido. È vero che in alcuni modelli stranieri il pubblico ministero presenta una certa dipendenza dal potere esecutivo, ma quei sistemi non sono automaticamente comparabili con quello italiano.

La separazione delle carriere è una garanzia istituzionale. Se parliamo di efficienza della giustizia, il problema è un altro: servono più organici e una migliore organizzazione. La riforma non è una bacchetta magica sui tempi dei processi, ma interviene su un principio di sistema. Quanto al fatto che si tratti di un tema tecnico, ricordo che il referendum è uno strumento previsto dalla Costituzione. È legittimo che i cittadini siano chiamati a esprimersi. L’argomento della parte opposta che ritengo meno convincente è quello secondo cui la separazione metterebbe a rischio l’indipendenza della magistratura. A mio giudizio non è così.

Indipendentemente dall’esito del voto, considero urgente una maggiore organizzazione del sistema giudiziario. E a un cittadino indeciso suggerirei di valutare con attenzione soprattutto questo: l’esigenza di garantire pienamente la terzietà del giudice. È il cuore della questione».

Referendum, la sfida si accende

(speciale Referendum Giustizia, articolo di Salvatore Borghese, da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Nei sondaggi il “No” alla riforma costituzionale promossa dal Governo Meloni guadagna terreno e riapre la partita. Ormai è evidente che il voto degli elettori non riguarderà solo la separazione delle carriere dei magistrati, ma sarà un vero e proprio giudizio politico sull’attuale esecutivo.

Tra circa un mese, il 22 e 23 marzo, si terrà il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, promossa dal Governo Meloni, che prevede la separazione delle carriere dei magistrati. Non entriamo qui nel merito di questa riforma e dei suoi contenuti, di cui potete leggere in altri autorevoli contributi su questo giornale.

Vediamo invece cosa comporta (e cosa ha comportato finora) questo referendum sul piano politico, e soprattutto cosa possiamo aspettarci da quello che è stato da tempo individuato come l’appuntamento elettorale più importante di questo 2026.

Gli schieramenti

Trattandosi di referendum confermativo, e non abrogativo, lo schieramento del “Sì” è quello che intende confermare la riforma oggetto di referendum. A favore c’è quindi tutta la coalizione governativa, cioè i partiti di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), incluso il neonato partito di Vannacci, Futuro Nazionale. Ma in questo schieramento vi sono anche alcuni partiti centristi di opposizione, come Azione, Più Europa e Partito Liberaldemocratico.

Un altro partito di quell’area, Italia Viva di Matteo Renzi, ha dato invece libertà di voto. Anche i partiti autonomisti di Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige (SVP) sono per il “Sì”, così come il Consiglio Nazionale Forense e alcune associazioni e fondazioni di orientamento liberale e garantista. Del fronte del “No” fanno invece parte tutte le principali forze di opposizione: il Partito Democratico quindi (nonostante una componente interna favorevole alla riforma), Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, a cui si aggiungono almeno due dei tre principali sindacati confederali (la CGIL e la UIL) e l’Associazione Nazionale Magistrati, più molte altre sigle come l’ANPI, l’ARCI e le ACLI e associazioni varie come Libera, Articolo 21 e Legambiente.

I contenuti della riforma

La trasversalità degli schieramenti (che non ricalcano con precisione la distinzione tra maggioranza e opposizione, né quello tra destra e sinistra) si deve alla natura tecnica, ben più che politica, del contenuto della riforma. E qui inizia ad essere utile uno sguardo alle opinioni degli italiani rilevate dai sondaggi. Una recente indagine dell’istituto Only Numbers di Alessandra Ghisleri, ad esempio, ha registrato come gli italiani favorevoli alle novità introdotte dalla riforma costituzionale siano in maggioranza rispetto ai contrari: questo vale sia per lo sdoppiamento del CSM (42% di favorevoli, 34% di contrari) che per l’istituzione di una Alta Corte per i provvedimenti disciplinari (40% contro 36%), mentre sulla la scelta del metodo del sorteggio come criterio per la composizione di questi consessi si registra un sostanziale testa a testa (con i favorevoli al 39% e i contrari al 38%). C’è però da dire che, con il passare delle settimane, su tutte queste misure si registra una diminuzione dei favorevoli e un aumento dei contrari.

Ma c’è da dire che moltissimi italiani non sanno ancora esattamente su cosa si voterà: lo confermano sia un sondaggio di Demopolis, secondo cui poco più di un terzo (34%) degli elettori affermano di conoscere “i punti principali” della riforma; e soprattutto il sondaggio di Ipsos, secondo cui solo il 10% degli italiani si ritiene “molto informato”, a fronte di un 54% che si definisce invece “poco” o “per nulla” informato.

(Fonte: sondaggio Demopolis, febbraio 2026)

Motivazioni (e conseguenze) del voto

A differenza dei referendum abrogativi, in un referendum confermativo non serve raggiungere un quorum di partecipazione, dunque che vi sia una maggioranza di elettori informati sui suoi contenuti è rilevante fino a un certo punto. Se il numero dei favorevoli a tali contenuti è superiore a quello dei contrari, quindi, si potrebbe ben dire che il “Sì” parta favorito. Eppure, sul piano politico, non c’è dubbio che su questo referendum si giochino anche questioni più generali e molto più “politiche”. In particolare, è evidente che se vinceranno i “Sì” il Governo Meloni che ha promosso la riforma ne risulterà politicamente rafforzato, e non di poco; viceversa, se vincessero i “No” si tratterebbe di un duro colpo per l’esecutivo, nonché della prima, vera sconfitta elettorale per la maggioranza di centrodestra che ha vinto le elezioni nel 2022.

Anche qui, i sondaggi ci aiutano a capire quanto siano importanti le motivazioni del voto per determinare l’esito di questa consultazione: da tempo, infatti, il Governo Meloni ha un indice di approvazione negativo, ossia una prevalenza di giudizi negativi da parte degli italiani – pur restando molto solido sul piano delle intenzioni di voto, dove il centrodestra continua a essere la coalizione più competitiva sulla carta. Sempre l’istituto Ipsos, infatti, ci dice che se al referendum si votasse anche sulla popolarità del Governo i contrari (54%) supererebbero abbastanza nettamente quelli favorevoli (46%). E questo può spiegare come mai, nell’ultimo periodo, i sondaggi abbiano registrato una forte crescita del “No”, arrivato – nelle rilevazioni più recenti – ad appaiare se non addirittura a sopravanzare i “Sì”, che erano partiti in vantaggio quando la riforma era stata appena approvata e il referendum è stato indetto. L’ultima Supermedia di Youtrend (19 febbraio) registra una situazione di sostanziale equilibrio, con il “Sì” al 52,9% contro il 47,1% dei “No”: un divario che in un mese si è ridotto di oltre 12 punti.

Affluenza, la variabile decisiva

Sempre dalle inchieste più recenti, emerge una dinamica interessante: il rapporto di forza tra favorevoli e contrari tende a invertirsi in base all’affluenza prevista. In altre parole, se andassero alle urne solo gli elettori che ad oggi si dicono più convinti di andare a votare, finirebbero per prevalere i “No”, come dimostrano sia le rilevazioni di Youtrend (51% di “No” con bassa affluenza) sia quelle di Ipsos (50,6% di “No” con affluenza al 42%); se invece si recassero alle urne anche gli elettori non pienamente convinti di farlo, prevarrebbe il “Sì”: nello scenario con alta affluenza di Youtrend, in questo caso la riforma sarebbe approvata con il 52,6% di favorevoli, e anche secondo Ipsos in caso di affluenza maggiore (52%) il “Sì” vincerebbe con il 53,7%.

Da questi numeri emerge una differenza importante, e potenzialmente decisiva, tra gli italiani favorevoli alla riforma e quelli contrari (ma anche: tra elettori di centrodestra ed elettori di centrosinistra). I primi, infatti, sono complessivamente meno propensi, meno “motivati” ad andare a votare, laddove invece il fronte del “No” è molto più compatto e motivato a recarsi alle urne, soprattutto per esprimere un voto contrario al Governo, più che – come abbiamo visto – al mero contenuto della riforma.

Il dilemma di Meloni

Tutto questo ci porta a quello che potremmo definire il “dilemma” della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale ha sempre affermato che l’esito del referendum non avrebbe avuto conseguenze politiche, memore di quanto avvenne esattamente 10 anni fa al suo predecessore Matteo Renzi: anche in quel caso la riforma costituzionale promossa dal Governo dell’epoca partì con i favori del pronostico, con gli italiani che secondo i sondaggi sembravano approvarne i contenuti principali (come il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero di senatori); Renzi fece però l’errore – col senno di poi clamoroso – di personalizzare la consultazione, compattando contro la riforma l’ampio fronte (politico e sociale) dei suoi oppositori: col risultato che il “No” vinse con il 60% e lo stesso Renzi fu costretto a dimettersi da Palazzo Chigi. Ora, Giorgia Meloni ha espressamente escluso le sue dimissioni in caso di sconfitta al referendum, ma allo stesso tempo è l’unica figura politica con il consenso e il carisma in grado di mobilitare i suoi elettori a recarsi alle urne. Così facendo, però, rischierebbe di politicizzare ulteriormente la consultazione, finendo per rafforzare il fronte dei suoi oppositori. Un vero e proprio dilemma, a cui solo gli elettori potranno dare una risposta definitiva con il loro voto.

Legge sulla separazione delle carriere: sintesi tecnico-giuridica dei contenuti

(speciale Referendum Giustizia, da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

La legge costituzionale sottoposta a referendum interviene sull’ordinamento della magistratura, modificando alcuni articoli della Costituzione e ridefinendo il rapporto tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Il suo obiettivo è introdurre una separazione strutturale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, oggi appartenenti a un unico ordine.

1. Superamento dell’unicità della carriera

L’elemento centrale della riforma è l’abbandono dell’attuale modello unitario della magistratura. Oggi giudici e pubblici ministeri accedono alla magistratura attraverso lo stesso concorso, condividono la formazione iniziale e fanno riferimento allo stesso sistema di autogoverno, con la possibilità – seppur regolata – di passare da una funzione all’altra.

La legge introduce invece:

  • due carriere distinte, una per i magistrati giudicanti e una per quelli requirenti;
  • percorsi separati fin dall’accesso, con concorsi e sviluppi professionali autonomi;
  • l’impossibilità di passare da una funzione all’altra nel corso della carriera.

2. Ridefinizione dell’autogoverno della magistratura

La separazione delle carriere comporta anche una revisione del sistema di autogoverno.

La legge prevede:

  • organi di autogoverno distinti per giudici e pubblici ministeri;
  • la fine della gestione unitaria delle carriere, delle nomine e delle progressioni professionali.

Questa scelta mira a rendere coerente la separazione funzionale con quella organizzativa, evitando che giudici e pm continuino a condividere sedi decisionali cruciali.

3. Rafforzamento della terzietà del giudice

Uno degli obiettivi dichiarati della riforma è rafforzare la terzietà del giudice, cioè la sua posizione di imparzialità rispetto alle parti del processo. Secondo l’impianto della legge, la separazione delle carriere ridurrebbe il rischio – o la percezione – di una vicinanza culturale o professionale tra giudice e pubblico ministero, riequilibrando il rapporto tra accusa e difesa nel processo penale.

La norma, tuttavia, non modifica direttamente:

  • i poteri del giudice;
  •  le regole del contraddittorio;
  • i diritti della difesa.

L’effetto è quindi prevalentemente ordinamentale, non procedurale.

4. Pubblico ministero e azione penale

La legge non interviene formalmente sul principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, che resta invariato. Tuttavia, la separazione della carriera del pubblico ministero solleva un tema centrale nel dibattito: il suo grado di autonomia futura e il rischio di una maggiore esposizione a pressioni esterne, politiche o istituzionali. La riforma non disciplina in modo dettagliato i meccanismi di indirizzo dell’azione penale, rinviando in parte alla legislazione ordinaria.

5. Profili disciplinari

La legge introduce anche una revisione del sistema disciplinare dei magistrati, prevedendo una Corte disciplinare con una composizione e un funzionamento coerenti con il nuovo assetto separato delle carriere. L’obiettivo è rendere più chiara la distinzione di responsabilità tra le diverse funzioni.

6. Limiti e questioni aperte

Dal punto di vista tecnico-giuridico, la legge:

  • non incide direttamente sui tempi della giustizia; non riforma l’organizzazione degli uffici giudiziari;
  • non affronta il tema delle risorse e del personale.

Il referendum chiede quindi ai cittadini di pronunciarsi su una riforma di principio costituzionale, che ridefinisce l’assetto della magistratura ma lascia aperte molte questioni applicative, demandate alla legislazione successiva.

Separazione delle carriere dei magistrati: cosa prevede la legge e perché divide

A marzo gli elettori saranno chiamati a esprimersi in referendum sulla legge che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, uno dei temi più controversi del dibattito sulla giustizia degli ultimi decenni. La consultazione referendaria interviene su un nodo strutturale dell’ordinamento giudiziario italiano, che oggi prevede un’unica carriera per giudici e pubblici ministeri, con la possibilità – seppur limitata – di passare da una funzione all’altra nel corso della vita professionale.

La riforma sottoposta a referendum mira a superare questo modello unitario. In caso di vittoria del sì, giudici e pubblici ministeri seguirebbero percorsi distinti fin dall’accesso in magistratura, con carriere separate e con un diverso assetto degli organi di autogoverno. L’obiettivo dichiarato dai promotori è rafforzare la terzietà del giudice, evitando ogni possibile commistione, anche solo culturale, tra chi accusa e chi giudica.

Il punto centrale del dibattito riguarda proprio la percezione – prima ancora che la realtà – dell’equilibrio nel processo penale. Secondo i sostenitori della riforma, l’attuale assetto rischierebbe di alimentare un’eccessiva vicinanza tra giudice e pubblico ministero, a discapito della parità tra accusa e difesa. Secondo i contrari, invece, l’unità della carriera rappresenta una garanzia di indipendenza complessiva della magistratura e la separazione aprirebbe la strada a un pubblico ministero più isolato e potenzialmente più esposto a pressioni esterne.

Un altro nodo critico riguarda l’efficacia concreta della riforma. I detrattori sottolineano come la separazione delle carriere non incida direttamente sui problemi più avvertiti dai cittadini, come la durata dei processi, l’organizzazione degli uffici giudiziari o la carenza di personale. I favorevoli replicano che la questione non è solo organizzativa, ma attiene ai principi costituzionali del giusto processo e alla fiducia dei cittadini nella giustizia.

Il referendum, infine, pone anche un tema di metodo. Una materia altamente tecnica viene affidata a una scelta binaria, con il rischio di semplificare un confronto che coinvolge equilibri delicati tra poteri dello Stato. Proprio per questo, comprendere nel merito cosa cambia e quali conseguenze potrebbe avere la riforma è essenziale per un voto consapevole.

02:00 di notte, Natale. Il telefono squilla. Chi risponde? L’esperienza del Telefono amico

(articolo di Alessandro Dai Zotti, da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Poco dopo la cena di Natale. Sono le 02:00 del mattino. Il telefono squilla: “Telefono amico, buonasera” dice la volontaria. Dall’altra parte silenzio. “Pronto?” Silenzio ancora, un fruscio. Poi una voce rotta: “Io… non ce la faccio più!”

La solitudine può uccidere

“Dai dati PASSI 2023-2024 emerge che, in Italia, una quota contenuta di adulti (poco più del 6%) riferisce sintomi depressivi e percepisce compromesso il proprio benessere psicologico per una media di quasi 16 giorni nel mese precedente l’intervista”

Quasi nessuno vero?

Secondo i dati ufficiali ISTAT, al 1° gennaio 2025 la popolazione residente in Italia è di circa 58,9 milioni di persone. Gli adulti, considerati dai 15 anni in su, sono circa l’87%. Più di 3.000.000 tra quelli che hanno avuto il coraggio di parlarne. 3.000.000… sono ancora nessuno? Ne conosci qualcuno di loro? Forse sì.

Probabilmente alcuni tra questi fanno delle scelte estreme. Definitive. Secondo le ultime statistiche disponibili ci sono poco meno di 4000 suicidi all’anno, ogni giorno 10 persone si suicidano Trascurabili? Sì. Forse. E se uno di questi fosse una persona a cui vuoi molto bene? Abbiamo migliaia di ‘amici’ sui social, ma nessuno da chiamare la notte di Natale alle 02:00 di notte. Siamo iperconnessi ma mai così soli. Lo si dice da un po’, è vero. E ricordarlo ogni tanto può aiutarci a fare delle riflessioni.

Come ti sentiresti sapendo che nel momento del bisogno puoi sempre contare su un aiuto?

Potrebbe essere una buona soluzione per gli altri o per le ‘persone strane’. Possiamo considerare anche un’altra ipotesi. Il Telefono Amico non è per ‘persone strane’. È per chiunque. Per chi ha perso il lavoro. Per chi non sa come dire ai figli che si separa. Per chi, a 70 anni si ritrova solo. Per chi non dorme da giorni. Forse anche per te, un giorno.

“Non è terapia. È presenza.”

Il Telefono Amico è presente in Italia dal 1967, ci sono 21 centri dislocati in tutta la penisola e riceve più di 315 chiamate al giorno. Il servizio che ti offre è anonimo e totalmente gratuito.

Ma chi ti risponde quando chiami? Come si svolge la chiamata?

Il volontario del Telefono Amico non è nella veste di uno psicologo, non da consigli, non giudica. Ti ascolta. Parla con te. Vuole sinceramente aiutarti a stare meglio.

Una volontaria (sì, senza nome. Il servizio è anonimo ricordi?) ha detto: “Non è solo “dare” o “fare” qualcosa per gli altri. È la parte profonda, altruista, etica della vita. Noi siamo lì… presenti”

E tu?

Nel caso in cui tu abbia pensato “Forse lo potrei fare anch’io”.

È un’esperienza entusiasmante. La capacità di ascoltare davvero cambierà anche le tue relazioni. Te lo garantisco.

Qui si tratta anche di parlare sinceramente con sé stessi perché tutti siamo bravi a dare consigli non richiesti. Ma sei capace di NON darli? Di ascoltare davvero, senza giudicare, senza interrompere, senza dire ‘capita anche a me’? È più difficile di quanto pensi. Ma si può imparare. Chi cercano? Maggiorenni con qualsiasi background. Non serve una laurea, serve il desiderio di esserci. L’impegno richiesto?

Turni regolari (loro ti spiegheranno la frequenza), serietà, cuore.

Il Telefono Amico forma i volontari in modo serio e professionale con un corso settimanale di circa 3 mesi. Sì, sembra molto tempo. Sì, significa che tu, io e gli altri siamo persone a cui viene dato un grande valore e attenzione. Solitamente quando le persone attorno a te stanno bene anche tu riesci a stare meglio.

E quella chiamata alle 02:00 del mattino?

È durata 47 minuti. Alla fine, la voce dall’altra parte ha detto: “Grazie, domani proverò a chiamare mio fratello”. La volontaria ha riattaccato, ha fatto tre respiri profondi e ha aspettato la prossima chiamata.

Perché qualcuno deve esserci.

“I falsi miti da sfatare”

❌ “Ricevono solo chiamate di suicidi”

✅ No, anche solitudine, lutto, crisi di coppia

❌ “Serve una laurea in psicologia”

✅ No, serve umanità e formazione (che danno loro)

❌ “È troppo pesante emotivamente”

✅ C’è supervisione costante e supporto

❌ “Non saprei mai cosa dire”

✅ Ti insegnano proprio a NON dire, ma ad ascoltare

Se hai bisogno di aiuto:

📞 02 2327 2327

📱 WhatsApp: 324 011 72 52

🌐 www.telefonoamico.it

Se vuoi essere tu quella presenza, cerca il centro Telefono Amico più vicino su www.telefonoamico.it. 

Non serve essere eroi, serve esserci.

La trasparenza e la purezza, anche etica, dei diamanti di Salvadori Diamond Atelier

(Donne e impresa, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Nel luccicante mondo dell’alta gioielleria, il più famoso tra gli anelli, il trilogy, contiene tre diamanti, per tre diversi significati. Nella boutique di corso Palladio noi invece abbiamo incontrato tre vere gemme – madre e due sorelle – per un’infinità di gioielli, tutti unici. Per materiale, foggia e anche per impegno sociale. Due generazioni che, tra Venezia e Vicenza, portano avanti una storia antica con una sensibilità che è decisamente donna.

La famiglia Pendini con Monica, Carla e Marzia

Dopo l’incontro con Monica Pendini, direttore commerciale di Salvadori, in occasione dell’inaugurazione lo scorso inverno della boutique Philippe Patek, in centro accanto a quella di famiglia, questa intervista alla triade che tramanda il marchio esclusivo Salvadori doveva essere un racconto di imprenditorialità femminile. Invece ecco che si è subito rivelato una poesia, i cui versi parlano si di oro e diamanti, ma anche di sogni e talenti, ispirazioni ed emozioni, di un’eredità viva, che prima ancora che nell’insegna si legge nel cuore di queste tre ragazze. E dico ragazze perché la passione e la tempra di mamma Carla, evidenti nonostante la sua elegante compostezza, non hanno età. È proprio da lei che cominciamo.

Quando nasce questa storia non c’era ancora l’odierna impronta femminile, però in fondo il suo ruolo accanto a suo marito, Gabriele Pendini, è stato determinante…

L’azienda è stata da subito come una figlia che abbiamo amato e cresciuto insieme. Gabriele, che era un grossista di diamanti, nel 1970 acquistò l’antica orologeria Salvadori, dal 1857 alle Mercerie di Venezia. Io ero insegnante e quando ci sposammo, nel 1973, lasciai la cattedra per seguirlo.

Salvadori a Venezia, in piazza San Marco

Seguirlo letteralmente. In giro per il mondo.

Eh sì. Gabriele, che presto trasformò la bottega anche in gioielleria, si recava personalmente a scegliere le pietre. Andavamo in Colombia per gli smeraldi, in Thailandia per rubini e zaffiri, in Belgio e in Israele per i diamanti. Qualche volta venivano con noi, ancora bambine, Monica e Marzia, che hanno respirato fin da subito il mestiere e la passione.

Alla domanda inevitabile sull’origine delle gemme che sceglievate e ancora scegliete, torna forte il tema donna.

Certo. Non solo le mie figlie, che sono gemmologhe GIA e membri della Borsa dei Diamanti di Anversa, dai severissimi requisiti e controlli, come già il padre selezionano solo pezzi che rispettano il processo di Kimberley (ndr: un accordo di certificazione atto a evitare il fenomeno dei cosiddetti “diamanti insanguinati”, i cui proventi finanziano armi e conflitti) e sono garantiti conflict free. In Salvadori lavoriamo sempre secondo principi etici molto chiari, nel rispetto delle persone in genere e delle donne, cui teniamo molto, in particolare.

Rispetto ma anche sostegno concreto, vero Marzia? È art director, ma anche responsabile degli acquisti e della selezione delle pietre e promotrice dei progetti umanitari di Salvadori.

Assolutamente. Prima di tutto vengono le persone. Ci stanno a cuore in particolare donne e bambini. Da oltre dieci anni sosteniamo ActionAid nella lotta alla violenza contro le donne e portiamo avanti programmi per l’emancipazione in angoli di mondo dove esser donna è spesso difficile. Abbiamo portato il nostro sostegno, finanziando iniziative concrete ma anche facendo produrre per esempio le nostre shopping bag, le bustine per i gioielli e altri accessori di artigianato, in Nepal, Cambogia e Bangladesh.

Anche lei Monica, come direttore commerciale, nel nostro precedente articolo aveva messo l’accento sulle persone.

Certo. Al di là dei progetti umanitari, che condivido in maniera assoluta, trovo che sempre debbano essere le persone al centro, dal cliente al personale. Anche e soprattutto in un’attività come la nostra. Come ho già affermato, alla fine vale indubbiamente il gioiello in sé, ma sono le persone il vero surplus, quelle che ti mettono a tuo agio. Quelle che selezioni per collaborare con te, quelle che varcano la soglia per la prima volta, quelle che sono praticamente di casa in boutique e quelle che incontri nelle grandi fiere internazionali, cui partecipiamo spesso.

A proposito di clienti, immagino che la discrezione qui sia conditio sine qua non

Eccome. La nostra è una clientela selezionata, che secondo i canoni del lusso moderno cerca sì il pezzo unico ed esclusivo, gioielli con un’anima e una storia, ma anche la non ostentazione e la discrezione, appunto. Mamma dice che praticamente ci considerano come dei preti… E in effetti, cercando il gioiello giusto, al tavolo assistiamo spesso a quelle che in qualche modo sono confessioni. Marzia, quella orafa è certamente un’arte, ma lei è artista a tutto tondo.

È come i suoi diamanti, dalle tante sfaccettature.

Sì, mi definisco artista. Oltre a disegnare i gioielli Salvadori, dipingo ed espongo regolarmente in gallerie d’arte, scrivo poesie e anche libri. Mi ispiro all’arte, all’architettura ma soprattutto alle emozioni che vivo, anche nei piccoli momenti quotidiani. La collezione Ducale per esempio si ispira ai trafori di Palazzo Ducale a Venezia, la Ca’ d’Oro ai motivi architettonici delle colonne affacciate sul Canal Grande, la Dòlfin al ferro da prua della gondola. Non è però solo Venezia a farmi da musa: il mare che adoro, con cavallucci, conchiglie e ricci, la natura in genere, come nelle collezioni Fiocco di neve, Farfalla e Floral. Prima la designer era mamma, ma io disegno gioielli da quando ero bambina, circondata di pietre preziose, luce e materia. Disegnare un gioiello per me è un atto intimo: è la mia anima che si mostra al mondo.

E come si arriva dal bozzetto alla vetrina?

Attraverso le mani esperte dei miei orafi e un percorso lungo e complesso. Per ogni singolo gioiello ci possono volere anche tre mesi di lavoro certosino. Dopo un primo prototipo in cera, che viene provato, riprovato, corretto e perfezionato, il pezzo viene realizzato, in oro o platino, e passa agli incassatori, che vi incassano con maestria le pietre selezionate da me personalmente. Il gioiello quindi torna agli orafi, che lo assemblano e rifiniscono in ogni dettaglio, fino alla lucidatura finale.

Pezzi davvero unici, in tutti i sensi. Li realizza anche su commissione?

Rarissimamente, se proprio devo. E malvolentieri. Sono un’artista, ribadisco, e come tale sento nascere i gioielli dentro di me, con fattezze, significati e sfumature che nessuno può ordinarmi. E se alcune mie creature diventano parte di collezioni in catalogo, restando comunque unici, anche solo per una curva, la nuance di una pietra o per dimensione, molti altri sono irripetibili. Come deve essere un’opera d’arte. Suggellano i momenti felici di chi li acquista, ma sono i miei personalissimi sentimenti.

Pendenti Farfalla disegnati da Marzia Pendini

Quale collezione la commuove di più?

Tutte, ma certamente Il Sogno ha un significato profondo. In platino e diamanti, ricorda il classico solitario, ma è reso unico da una sottile S quasi nascosta, al posto della solita griffa. Un dettaglio raffinato e discreto, che simboleggia sia Sogno che Salvadori. L’ho creata in omaggio a papà, quando è venuto a mancare dieci anni fa. È un invito a celebrare la vita e a viverla con la stessa intensità dei sogni e proprio per questo una parte del ricavato dalla vendita è destinato all’AIL di Venezia.

A proposito di Venezia, come e quando siete approdati a Vicenza signora Carla?

Nel 1980. Inizialmente la boutique era appena dopo la storica Cartoleria Galla, sempre in corso Palladio, poi ci siamo trasferiti qui in Galleria e lo scorso dicembre Monica ha trovato proprio di fronte lo spazio adatto ad aprire l’insegna Philippe Patek, di cui siamo concessionari per il Veneto e il Friuli Venezia Giulia dagli anni ’80 (ndr: di Rolex lo sono per la Provincia di Venezia e quella di Vicenza fin dagli anni ’60). Le nostre radici sono a Venezia, ma con Vicenza ha in comune l’anima palladiana. Qui poi c’è una lunga e magistrale tradizione nella lavorazione dell’oro, i nostri orafi di fiducia a Venezia ormai non ci sono più e la produzione oggi è a Vicenza. Qui abbiamo una clientela locale, mentre in laguna c’è anche un grosso mercato estero. La nostra base resta sempre Venezia e facciamo le pendolari. Un tempo, soprattutto nell’artigianato, la famiglia era la vera forza di un’impresa, oggi sembra quasi un’apocalisse da evitare accuratamente.

Voi sembrate l’eccezione alla regola…

Sì, risponde Marzia. Senza la famiglia, Salvadori non esisterebbe. Il fatto di essere tre donne, poi, aiuta. Andiamo molto d’accordo, anche perché ognuna ha ruoli diversi ma profondamente complementari. È un dialogo continuo tra diverse competenze, un confronto decisivo nei momenti cruciali per l’azienda. C’è un comune desiderio di onorare il passato ma vivere il presente e progettare il futuro. “Più lontano riesci a guardare indietro, più lontano riuscirai a vedere avanti” diceva Winston Churchill.

Parlando di futuro, ci sono delle giovani Pendini pronte a portare avanti l’anima femminile di Salvadori?

Marzia – Le mie due figlie, Aurora (21 anni) e Turchese (18 anni) per il momento si limitano a fare da modelle nei nostri cataloghi. Non voglio condizionarle, ma come me anche loro hanno respirato fin da piccole questo nostro mondo magico e non dispero… Turchese intanto sta frequentando Fashion Management all’Istituto Marangoni di Milano mentre Aurora è laureata in marketing all’università americana John Cabot. Monica – Ho un maschio di 14 anni, Jacopo, che è patito di sci (ndr: e campione regionale e italiano), ma che comunque frequenta l’artistico a Cortina, dove viviamo, e ha un bell’esempio di creatività nel padre, che possiede una falegnameria e si occupa di interior design. La mia piccola Giada, invece, ha solo 8 anni però dice già: “Da grande farò… l’orologiaia e la gioielliera”.

Marzia, di che cosa trattano i suoi libri? Ci dà qualche titolo?

Sempre di donne. E in particolare della libertà a cui hanno diritto le donne, non per niente i miei quadri sono volutamente provocanti e provocatori. Ho pubblicato “Un’Aurora Turchese – Diario di una giovane mamma”, chiaramente autobiografico, “Come onde sulla sabbia” e ora è in stampa “Morsi sulle labbra – Raccolta di parole”.

Insomma, come i loro gioielli, per il trio Pendini ogni donna è preziosa e unica.

Un diamante è per sempre, ma soprattutto il diamante Salvadori è… donna.

Le compagnie aeree nate a Vicenza (e dintorni) e la storia dell’aviazione locale. Mai decollata.

(articolo di Eleonora Boin, da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Vicenza è conosciuta come la città del Palladio e della lavorazione dell’oro, ma ha in realtà una storia importante anche per quanto riguarda l’aviazione, che nella città è fatta soprattutto di infrastrutture militari riconvertite, tentativi di avviare collegamenti civili e di una presenza costante – seppur poco visibile – di scuole di volo e iniziative imprenditoriali legate al trasporto aereo. A differenza di altre città del Nord Italia, Vicenza non è mai diventata un hub del volo, ma per oltre un secolo ha rappresentato un laboratorio periferico dell’aviazione civile e privata italiana.

Il punto di partenza e più famoso è l’Aeroporto Tommaso Dal Molin, voluto e costruito dal comune già nel 1921 sul luogo dove era collocata la piazza d’armi della città durante la Prima guerra mondiale. L’aeroporto era inizialmente dotato di pista d’atterraggio in erba, lunga 500 metri e permise al neonato Aero Club di operare a Vicenza. In seguito, l’aeroporto venne acquistato dalla Regia Aeronautica, che fece dei lavori di potenziamento importanti: la pista venne cementificata e portata a 1000 metri e venne aggiunta l’illuminazione, che permise di effettuare voli notturni. Il Dal Molin fu il primo aeroporto in Italia ad essere dotato di una pista illuminata, motivo per cui svolse un ruolo rilevante durante il secondo conflitto mondiale, per quanto riguarda l’ambito militare. Infatti, durante la Seconda guerra mondiale fu utilizzato prima dalla Regia Aeronautica e in seguito dalla Repubblica Sociale Italiana, che portò la pista ai definitivi 1500 metri.

L’Hangar dello storico e ormai ex Aero Club di Vicenza

Durante il conflitto il Dal Molin venne pesantemente bombardato e subì diversi attacchi aerei, che sono stati precedentemente discussi anche nel nostro giornale.

Alla fine del conflitto il traffico civile rimase molto limitato data la forte presenza dell’aeronautica e l’immobilità politica del periodo e per questo, già nel 1947 cessarono i collegamenti di linea regolari. Così, l’ipotesi di trasformare Vicenza in uno scalo strategico per il Nord-Est venne progressivamente accantonata a favore di Verona. Questa scelta ha inciso in modo decisivo sullo sviluppo successivo e, nonostante il tentativo fallito di creare un nuovo scalo civile negli anni 80, l’aeroporto rimase attivo quasi esclusivamente come base militare. Negli anni 2000, dopo che gli Stati Uniti avevano espresso la volontà di instaurare una nuova base militare nel territorio dell’aeroporto, il Dal Molin venne cancellato dalle mappe aeree e la pista venne smantellata tra le proteste dei vicentini.

Nell’area ad ovest dove sorgeva una volta l’Aeroporto di Vicenza si trova ora la base militare “Del Din”, mentre sulla pista sorge il Parco della Pace.

Accanto allo scalo, però, ha continuato a operare una realtà centrale per l’aviazione locale: l’Aero Club Vicenza, fondato nel 1921. Un club che rappresenta uno degli elementi di maggiore continuità nella storia aeronautica vicentina, dato che dopo la guerra riprese le attività di addestramento dei piloti civili, promuovendo il volo sportivo e favorendo il mantenimento di competenze tecniche che sarebbero rimaste sul territorio anche nei decenni successivi. Con il progressivo ridimensionamento del Dal Molin, l’Aero Club spostò le proprie attività su altri campi volo della provincia, in particolare nell’area di Thiene. Attualmente, l’Aereo Club continua la sua attività nell’aeroporto Romeo Sartori di Asiago.

Le compagnie aeree a Vicenza, invece, sono state perlopiù di piccole dimensioni e sono durate poco nel tempo. Un primo tentativo significativo è stato quello di Voli Regionali Spa, fondata nel 2004 e basata proprio sull’aeroporto Dal Molin, una compagnia che operava voli charter e collegamenti nazionali e internazionali di corto raggio, con l’obiettivo di servire direttamente il bacino vicentino senza passare da Venezia o Verona. Nonostante alcuni accordi commerciali e una fase iniziale di sperimentazione, l’operatività si rivelò insostenibile: i vincoli infrastrutturali dello scalo e una domanda insufficiente portarono alla cessazione dei voli già nel dicembre 2005. In particolare, a contribuire fu anche la cessione dell’area ai militari americani, che non permise l’aumento delle ore di apertura dell’aeroporto. Per questo motivo, nel 2006, Voli Regionali chiese un risarcimento alla società proprietaria dell’aeroporto.

Un aereo della compagnia Myair

L’esperienza di MyAir fu invece più ambiziosa, ma rimase solo indirettamente legata allo scalo vicentino. MyAir.com, una compagnia nata nel 2004 la cui sede amministrativa si trovava a Vicenza, si inserì nel mercato delle compagnie low cost italiane, operando principalmente da Bergamo, Venezia e Bari. La scelta di collocare la sede amministrativa a Vicenza rimase legata più per logiche manageriali e fiscali che operative, tuttavia contribuì a rafforzare il ruolo della città come centro nel settore. Dopo una rapida espansione, la compagnia entrò in crisi e nel 2009 perse la licenza di volo, chiudendo definitivamente l’anno successivo, quando il tribunale di Vicenza ne dichiarò il fallimento.

Ancora diverso fu invece il caso di Alpi Eagles, fondata nel 1996 a Thiene. Alpi Eagles nacque dall’esperienza di una pattuglia acrobatica civile, dalla quale prese il nome, e si trasformò presto in una compagnia regionale che operava voli di linea e charter, soprattutto dal Nord-Est.

La base operativa principale della compagnia era l’aeroporto di Venezia, ma la compagnia rimase fortemente legata a Vicenza per via della sua fondazione e per quanto riguarda la storia personale di alcuni manager. Dopo oltre dieci anni di attività, la società fu travolta dalla crisi del settore e dopo vari disservizi e ritardi venne dichiarata fallita nel 2008.

Oltre alle compagnie di linea, Vicenza ha ospitato e continua a ospitare un insieme di attività legate all’aviazione generale: scuole di volo, aeroclub, officine di manutenzione e imprese specializzate nella componentistica aeronautica, un tessuto “minore” che ha garantito continuità al settore anche nei periodi in cui mancavano collegamenti civili regolari. In particolare, la presenza di un distretto metalmeccanico avanzato ha favorito lo sviluppo di aziende fornitrici per l’industria aerospaziale, rendendo l’aviazione parte integrante, seppur marginale, dell’economia locale. Alla fine, Vicenza non è stata una città aeroportuale in senso stretto e non è mai diventata un polo di riferimento per il Veneto, ma ha rappresentato un caso interessante di sviluppo aeronautico diffuso, a riprova della forte vocazione industriale del territorio.

Scrivere, una passione. Pubblicare, una scelta

(da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Il mondo della scrittura è in continua espansione: sempre più persone, spinte dalla passione, dalle proprie esperienze di vita o dalla voglia di condividere il proprio talento, si avvicinano all’arte di scrivere e di pubblicare un libro. Anche se al giorno d’oggi blog e social danno la possibilità di esprimere al mondo idee e concetti senza alcun costo, attesa o difficoltà, dato che basta avere una connessione internet e uno smartphone per aprire la propria personale finestra letteraria, il fascino del libro “di carta” rimane intatto. E le vie per pubblicare sono come le vie del Signore, cioè infinite.

Come pubblicare, l’imbarazzo della scelta

Oltre agli aspiranti scrittori, infatti, sono aumentate anche le case editrici, alle quali si aggiungono i servizi di stampa on line, cui basta inviare un file pdf del proprio lavoro per avere le copie del libro ben stampate e rilegate. O ancora ci sono piattaforme che offrono il servizio “print on demand”: l’autore mette on line il file del suo libro e chi è interessato può ordinarne una copia. Più di qualche fenomeno letterario recente è nato con pubblicazioni di questo tipo. Ma anche il generale Roberto Vannacci non sarebbe ora europarlamentare e a capo di un partito se non avesse pubblicato in questo modo il suo “Il mondo al contrario” (e se, per dirla tutta, i giornali di centro sinistra, polemizzando con lui “ogni altro giorno”, non avessero fatto una promozione del suo libro che neanche il Premio Campiello… e per giunta a costo zero!).

Ma chi è meno tecnologico, chi preferisce affidarsi ad una persona in carne e ossa e non ad una schermata di istruzioni, chi insomma vuole pubblicare un libro in modo tradizionale, come deve fare?

Provo a dare qualche consiglio, basato sulla mia esperienza quasi trentennale da impaginatrice, per aiutare chi ha la passione di scrivere a muoversi con maggiore consapevolezza nel complesso mondo della pubblicazione e della promozione di un libro. Intendiamoci, non intendo scrivere il manuale del perfetto romanziere, ma solo dare qualche indicazione che ritengo possa essere utile.

Foto di Giulia Matteazzi

Il testo di partenza

Ovviamente la prima cosa da fare è avere uno scritto da pubblicare. Il tema non ha importanza. Può essere la storia della famiglia, un racconto di fantasia, un episodio vissuto, una raccolta di poesie, una serie di riflessioni sull’attualità o un saggio su una qualche materia per la quale si prova interesse. Tra parentesi, si può anche scrivere con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Meglio usarla con parsimonia e solo come supporto, ma non c’è una legge che vieti di pubblicare un romanzo interamente scritto dall’AI, a parte che personalmente non ne capirei il senso…

Con in mano il proprio scritto, bisogna rivolgersi a un editore. C’è solo l’imbarazzo della scelta, gli editori, come detto, sono sempre di più anche in piccole realtà di provincia come Vicenza. Per scegliere a chi affidarsi, magari senza essere “spennati”, non basta fare un giro per le librerie e vedere da chi sono editi i volumi locali, ma si può chiedere a chi ha già fatto questa esperienza in prima persona e, con un po’ di ricerca su Internet, verificare chi pubblica non solo “su commessa” ma anche cercando o aiutando talenti locali su cui investire denaro e/o supporto nella distribuzione e nella promozione, la cosa di cui spesso hanno più bisogno gli autori.

Con l’editore patti chiari

In realtà sono davvero poche le case editrici che possono permettersi di investire su nuovi nomi ogni anno (e probabilmente sono subissate di manoscritti). A livello locale, ma anche nazionale, ormai è più facile imbattersi in editori a pagamento. Non è necessariamente un male. La cosa importante è che le condizioni siano chiare da subito, che non ci siano fraintendimenti o formule dubbie, che siano messe nero su bianco le spese da sostenere e che cosa se ne ottiene in cambio. E no, pagare un editore non è “tanto valeva che me lo stampassi on line”. Nessun “premi invio” e “grazie per averci scelto” può sostituire il contatto diretto con chi riceve lo scritto, lo impagina, lo rilegge, lo corregge e lo commenta con l’autore, facendo crescere con lui la “creatura libro”.

Non è solo questione di professionalità, che comunque è indispensabile. Quello che davvero conta per uno scrittore, specie alle prime armi, è sentirsi seguito e accompagnato nella sua avventura editoriale: dalla valutazione del testo alla creazione della copertina, il percorso di un libro va vissuto in collaborazione e il vantaggio del piccolo editore è proprio quello di poter mantenere con i suoi autori un rapporto diretto, continuo.

Fidarsi dei professionisti

A proposito di consigli, il fatto di scrivere bene non implica che il proprio scritto sia esente da errori, incongruenze, anacronismi, ingenuità. Se l’editore ha a disposizione una figura professionale che cura l’editing, è consigliabile approfittarne e mettere da parte l’orgoglio, accettando di buon grado osservazioni, suggerimenti e cambiamenti: anche quelli che sono diventati bravi ma anche grandi scrittori si fanno supportare da un editor o ne chiedono i consigli.

Tra l’altro ci sono libri e film che illustrano la figura dell’editor. Il famoso film Genius (2016), per esempio, racconta la vera storia del rapporto professionale e di amicizia tra Max Perkins (interpretato da Colin Firth), leggendario editor della casa editrice Scribner’s Sons, e il giovane scrittore Thomas Wolfe (interpretato da Jude Law). Maxwell Perkins è noto per aver scoperto e curato le opere di giganti della letteratura americana come F. Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. Thomas Wolfe arriva da Perkins come un autore sconosciuto con un manoscritto caotico (“Angelo, guarda il passato”) e grazie all’editoria meticolosa di Perkins diventa uno dei più grandi scrittori del suo tempo…

Dopo questa pausa, piacevole ma anche istruttiva per i nostri lettori che aspirano a scrivere o a scrivere meglio, un discorso molto simile si può fare per la scelta delle immagini, sia se si vuole inserirne nel libro sia per la copertina. Pescarle da Internet è sempre rischioso, sia per i diritti d’autore sia perché le foto on line sono spesso a bassa definizione, apparentemente perfette sullo schermo del pc o dello smartphone (quante volte mi sono sentita dire “ma io la vedo bene!”), ma impubblicabili su carta. Se il grafico dice che non sono utilizzabili, non lo fa per dispetto. Bisogna cercare un’alternativa. E, ribadisco, i diritti d’autore non sono un vezzo: bisogna sempre verificare la provenienza delle foto.

Dopo queste prime informazioni introduttive, ma torneremo sull’argomento per seguirvi passo passo, saltiamo i passi intermedi, di cui appunto scriveremo e che riguardano la lunghezza del testo, il formato, il tipo di carta, il prezzo e tanti altri fattori, supponiamo di averli superati e gestiti correttamente e di essere arrivati ad avere nelle nostre mani emozionate il nostro bellissimo libro ancora “fumante” di inchiostro.

Libro stampato: inizia l’avventura

Una volta che il libro esce dalla tipografia, inizia la parte più complessa dell’avventura, ovvero la distribuzione e la vendita. Purtroppo, non esiste la “formula magica” del successo. A parte le vendite dirette su cui ogni neo-autore che si rispetti può e deve contare, quelle cioè ai suoi conoscenti, utili e/o necessarie anche a ripagarsi parte o tutte le spese quando ce ne siano, la maggior parte delle librerie riceve quotidianamente decine di proposte, e senza una rete di contatti consolidata e una strategia di promozione efficace, vendere anche un numero modesto di copie può risultare difficile.

Certo, aiuta il fatto che un editore abbia un distributore di riferimento, che abbia canali propri pubblicitari, di divulgazione e di vendita come lo shop on line o una sua sezione su Amazon, ad esempio.

Meglio ancora se pubblica una rivista, cartacea e online, con anche, perché no?, dei social collegati e magari con una sezione video, che si occupi anche di cultura dove dare spazio ai propri autori e se organizza presentazioni. Insomma, è importante che l’editore sappia creare occasioni per far conoscere e vendere i libri che pubblica. Ma anche nella migliore delle ipotesi, la gran parte dei libri pubblicati, specialmente da chi è alle prime armi e con i primi testi vuole magari farsi conoscere, non ha troppe probabilità di avere successo. Una volta deciso, intanto, cosa significa per lui successo: vendere le copie per ripagarsi le spese o provare a scoprire una nuova strada di realizzazione personale e magari professionale, perché i libri possono essere anche di tipo tecnico, dei testi, cioè, con cui supportare e far conoscere e apprezzare le proprie attività primarie, quelle, cioè, di un commercialista, di un avvocato, di un dentista…

Ma quindi, tante belle parole per concludere che è meglio lasciar perdere?

No, al contrario il mio consiglio è che se qualcuno ha davvero voglia di scrivere non solo per se stesso ma anche per pubblicare, che lo faccia. Nel mio lavoro ho conosciuto tanti autori, di ogni età, formazione, provenienza, tutti accomunati da grande entusiasmo e tanta generosità da mettere sulla carta un pezzetto di sé, per regalarlo al mondo in forma di libro. Anche se poi le vendite non sono state speciali, è speciale quello che abbiamo condiviso. E magari, con i prossimi consigli, potremmo anche condividerlo meglio e, chissà, con qualche profitto…

Lonigo, al Comunale “La Locandiera” de La Compagnia dell’Orso

Sabato 18 aprile, con inizio alle ore 21, e domenica 19 aprile dalle ore 17, al Teatro Comunale di Lonigo La Compagnia dell’Orso diretta da Paolo Marchetto, ritornerà sul palco con Carlo Goldoni, nella più celebre tra le sue commedie: “La Locandiera”.

Il gruppo di attrici e attori, vincitore di molti premi, sono pronti al debutto in casa, nel palcoscenico del Teatro Comunale di Lonigo, che li ha visti crescere. Tra i premi vinti dalla compagnia, la IX edizione Gran Premio del Teatro Amatoriale- FITA, il premio “Gradimento del Pubblico” nella III edizione del Festival delle Regioni 2024 a Spoleto e il Premio Faber a Vicenza, nel 2025. Gli attori in scena Linda Balsemin, Marco Barbiero, Marco Campesato, Chiara Canale, Renata Maistrello, Alberto Marchetto, Matteo Monzardo, Massimo Nichele, sapranno offrire nuovi spunti per la commedia che Goldoni scrisse nel 1752, per un debutto veneziano.

Tutti gli uomini che entrano nella locanda di Mirandolina si innamorano di lei ed ella adora sentirsi al centro della loro attenzione. Ce n’è uno, però, uno solo, che non perde la testa per la locandiera: il misogino Cavaliere di Ripafratta. Ferita nell’orgoglio, Mirandolina decide di farlo cadere ai propri piedi. Di sicuro, l’arte per riuscirci non le manca.

“Goldoni è un autore già “frequentato” dalla Compagnia dell’Orso (Gl’Innamorati e Il bugiardo) e sempre con un ottimo riscontro a livello di pubblico e di critica.”, ricorda il regista Paolo Marchetto, che firma anche l’adattamento della commedia. “da molto tempo pensavo alla Locandiera: non l’ho mai fatto per una sorta di timore reverenziale verso i grandi registi e attori che l’hanno valorizzata.  Ma, adesso, ho deciso di accettare questa sfida!”.

Lo spettacolo vede la scenografia e l’ideazione grafica progettata da Lucia Buratto, la scenotecnica e logistica di Matteo Monzardo, l’audio di Giorgio Guarda e le luci di Andrea Grussu

La stagione teatrale è finanziata dall’Amministrazione Comunale di Lonigo con il sostegno degli sponsor: Autovega, Rino Mastrotto Group, Fondazione Farmacia Miotti, Unicoge, Axera Spa e Studio Campesato- Consulenza del Lavoro. L’organizzazione è affidata al team del Teatro Comunale di Lonigo e all’Ufficio Teatro del Comune di Lonigo, con la collaborazione della Compagnia dell’Orso e della Rete Biblioteche Vicentine

Il teatro aderisce alla rete Teatri Vi.VI., che riunisce le principali sale teatrali della provincia di Vicenza. 

La Compagnia dell’Orso

La Compagnia dell’Orso è figlia di una meravigliosa esperienza di teatro scolastico: quella della Compagnia degli Ultimi, il gruppo teatrale del Liceo “Pavoni” di Lonigo (VI), creato e diretto dalla prof.ssa Emanuela Bragolusi Moretto. È un manipolo di ex Ultimi, infatti, che qualche anno dopo la maturità – nel 2007 – fonda La Compagnia dell’Orso, affidandone la guida alla prof.ssa Bragolusi.

Il ruolo di mascotte del gruppo viene subito assegnato a un buffo orsacchiotto di peluche (Teddy): è a lui che si deve il nome della compagnia.

Quel progetto teatrale, nato quasi per gioco, si trasforma un po’ alla volta in qualcosa di molto serio, anche grazie al preziosissimo aiuto dell’attore Maximilian Nisi, regista della compagine leonicena fino al 2015.

E così, oggi, a diciannove anni dalla fondazione del loro gruppo, “gli Orsi” possono gioire per un sacco di motivi: per le loro dodici produzioni, per il privilegio di aver girato l’Italia e recitato in decine di teatri, per i numerosi riconoscimenti ottenuti, per il favore della critica, ma soprattutto per l’immenso affetto del pubblico, che riempie di orgoglio e di energia i loro cuori di animali… da palcoscenico.

Settimane Musicali al Teatro Olimpico, il XV Premio Brunelli apre il festival

Con la sua quindicesima edizione, il Concorso Pianistico Nazionale – Premio Lamberto Brunelli si conferma appuntamento d’apertura delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, rassegna concertistica con la direzione artistica di Sonig Tchakerian: in programma venerdì 17 e domenica 19 aprile 2026, con la semifinale al Teatro San Marco e la finale al Teatro Olimpico insieme all’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, diretta da Riccardo Lucadello.

Novità di questa edizione è la co-organizzazione con il Comune di Vicenza, che affianca le Settimane Musicali al Teatro Olimpico e il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, partner storico dell’iniziativa, in un progetto che rafforza ulteriormente il legame del concorso con la città.

«Per il quindicesimo anno le Settimane Musicali ospitano i migliori talenti pianistici e le loro famiglie, nelle giornate che segnano l’apertura del Festival», dichiara Riccardo Brunelli, Presidente delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico. «Anche quest’anno il concorso è preceduto da un crowdfunding a sostegno dell’evento, un modo per molti amici di dimostrare il loro affetto per questa iniziativa, in attesa di assistere alla finale. Si rinnova anche quest’anno il progetto di co-produzione assieme al Conservatorio Pedrollo di Vicenza, mentre tra le novità del 2026 la più rilevante è senz’altro la volontà dell’amministrazione comunale di diventare soggetto co-organizzatore del Concorso; una scelta che ne sottolinea ancor più l’assoluto valore qualitativo e il legame con la città»

Nato nel 2011 per iniziativa delle Settimane Musicali e della famiglia Brunelli, in memoria dell’ing. Lamberto Brunelli (1941–2010), imprenditore, musicofilo, socio e sostenitore del festival per molti anni, il Premio Brunelli è oggi un punto fermo delle Settimane Musicali e del panorama pianistico italiano. Giunto alla sua quindicesima edizione, il concorso si conferma una vetrina d’eccellenza per i giovani virtuosi italiani, offrendo ai vincitori concrete opportunità di crescita artistica e professionale. Il Premio gode inoltre del patrocinio del Ministero della Cultura e della Regione del Veneto.

A guidare le scelte artistiche della competizione è una giuria composta da cinque musicisti di chiara fama, designati dalla direzione artistica del festival: Andrea Lucchesini, presidente, Maria Grazia Bellocchio, Filippo Gorini, Stefano Lorenzetti, Orazio Sciortino. Saranno loro ad ascoltare i candidati nelle due fasi del concorso: la semifinale di venerdì 17 aprile al Teatro San Marco, e la finale di domenica 19 aprile al Teatro Olimpico.

Nella semifinale i candidati dovranno eseguire un programma comprendente, fra gli altri brani, uno Studio a scelta tra quelli di Chopin (op. 10 e op. 25), Debussy, Liszt o Rachmaninoff, oltre a due brani d’obbligo: Ein Altes Albumblatt di Silvio Omizzolo (ed. Armelin Musica) e Studio sulla compressione (2025) di Mariano Russo, opera commissionata dal Festival alla scuola di composizione dei corsi di Alta Formazione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma appositamente per questa edizione del Premio. 

Tre candidati accederanno alla finale, dove eseguiranno uno dei Concerti per pianoforte e orchestra di Ludwig van Beethoven con l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, domenica 19 aprile alle ore 20.30 al Teatro Olimpico.

Le opportunità riservate ai vincitori riflettono la rete di relazioni artistiche costruita dal festival nel tempo. Al primo classificato andranno una borsa di studio di € 1.500,00, offerta dalla famiglia Brunelli, e un calendario di concerti presso alcune fra le più importanti realtà musicali italiane: le Settimane Musicali al Teatro Olimpico 2027, nell’ambito del Progetto Giovani, gli Amici della Musica di Firenze (Fortissimissimo), Asolo Musica (Musica nei Musei, chiostro Santa Caterina di Treviso), gli Amici della Musica di Padova (Domenica in Musica, Sala dei Giganti) e la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo e Torino.

Al secondo e al terzo classificato saranno assegnati un attestato di partecipazione e un concerto offerto dal Conservatorio Arrigo Pedrollo nell’ambito de I martedì al Conservatorio. Per tutti e tre i finalisti sono previsti inoltre un concerto offerto da Bösendorfer nell’ambito di Cremona Musica, due concerti offerti da Yamaha nell’ambito di Musica Riva e una masterclass di pianoforte in occasione del Musica Riva Festival 2026. Una borsa di studio di € 500,00, offerta dalla Fondazione Musicale Omizzolo Peruzzi, sarà infine assegnata al candidato che avrà ottenuto il punteggio più alto nell’esecuzione di Ein Altes Albumblatt.

A sostenere questo impegno verso i giovani talenti contribuisce anche la campagna di crowdfunding che accompagna il Premio fin dalle sue prime edizioni, nata dalla convinzione che la musica sia un patrimonio intergenerazionale da tutelare e trasmettere. Un ringraziamento va a tutti coloro che hanno scelto di sostenere il Premio Lamberto Brunelli, contribuendo a rinnovarne nel tempo la missione. Infodati – Innovative Bridge, main sponsor del Premio, condivide questa visione insieme a Yamaha e Bösendorfer, partner del Concorso.

Il Premio Brunelli si inserisce così nella più ampia rete di relazioni che le Settimane Musicali al Teatro Olimpico coltivano da anni con il territorio e con alcune delle principali istituzioni musicali italiane: dal Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza agli Amici della Musica di Firenze e di Padova, da Asolo Musica alla Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo, dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a realtà cittadine come il Liceo Don Giuseppe Fogazzaro, i Musei Civici e Gallerie d’Italia – Vicenza  Una trama di collaborazioni che conferma la vocazione plurale del festival e il suo ruolo di riferimento non solo artistico, ma anche civico e culturale.

INFO

Campiello Junior, al Teatro Comunale di Vicenza la finale della quinta edizione

Appuntamento per giovedì 16 aprile presso il Teatro Comunale di Vicenza per la finale della 5^ edizione del Campiello Junior, il riconoscimento letterario nato dalla collaborazione tra la Fondazione Il Campiello, Pirelli e la Fondazione Pirelli e dedicato a opere italiane di narrativa, poesia e teatro per bambini e bambine e ragazzi e ragazze che premia due categorie specifiche: quella tra i 7 e i 10 anni e quella dagli 11 ai 14 anni.

L’evento conclusivo, realizzato grazie alla collaborazione con il Comune di Vicenza e al supporto di Confindustria Vicenza, si terrà presso la Sala Maggiore del Teatro Comunale e vedrà la partecipazione di Giacomo Possamai, Sindaco di Vicenza, Ivan Tomasi, delegato all’Education di Confindustria Vicenza, Raffaele Boscaini, Presidente della Fondazione Il Campiello e di Confindustria Veneto, e Antonio Calabrò, Senior Vice President Cultura di Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli.

La quinta edizione del Campiello Junior consolida la preziosa collaborazione con Rai Radio Kids, la radio per bambini di Rai – Radiotelevisione italiana S.p.A , grazie alla quale il Premio viene promosso e raccontato all’interno di alcune rubriche e programmi. A guidare l’appuntamento conclusivo del Premio ci sarà proprio Armando Traverso, conduttore di Rai Radio Kids, giornalista e figura storica della televisione dedicata ai ragazzi, insieme all’autore e regista Davide Stefanato.

La finale avrà inizio alle ore 10:30 e verrà trasmessa anche in diretta sul canale Youtube del Premio Campiello. L’evento, dedicato ai ragazzi e alla lettura, vedrà il coinvolgimento di tanti studenti delle scuole del territorio e non solo, che avranno così la possibilità di vivere un’esperienza didattica e coinvolgente allo stesso tempo.

Protagonisti della mattinata saranno i finalisti del Campiello Junior. Per la categoria “Campiello Junior 7-10 anni”: Mariangela Gualtieri con Album per pensare e non pensare (Bompiani), Michela Guidi con Il Seminatore di storie e altri strani mestieri (Giangiacomo Feltrinelli Editore), Rosella Postorino con Un fratellino. Storia di Nanni e di Mario (Salani Editore).

Per la categoria “Campiello Junior 11-14 anni”Matteo Bussola con Il talento della rondine (Salani Editore), Luisa Mattia con Segui la tigre (Il Battello a Vapore), Daniele Mencarelli con Adelmo che voleva essere settimo. Sette fratelli. Un unico destino. Una grande avventura (Mondadori).

Nel corso dell’appuntamento interverranno anche alcuni componenti della Giuria di Selezione del Premio presieduta da Pino Boero, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura, e composta da: Emma Beseghi, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bologna; Lea Martina Forti Grazzini, autrice e sceneggiatrice di programmi radio e tv Rai; Chiara Lagani, attrice e drammaturga; Michela Possamai, docente presso l’Università IUSVE di Venezia, già membro del Comitato Tecnico del Campiello Giovani.

Il compito della scelta dei vincitori è stato affidato a giovani lettori di tutta Italia e dall’estero, attraverso una giuria popolare composta da 240 ragazzi, suddivisi in due categorie di 120 ciascuna. L’iniziativa si è svolta con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e della Regione Veneto.

I vincitori celebrati oggi avranno, tra le altre iniziative, l’opportunità di presentare le proprie opere ai giovani lettori il 14 maggio, durante la prestigiosa cornice del Salone Internazionale del Libro di Torino.