(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Sullo sfondo di neutre nuvole bianche prima e poi di quelle colorate e “partigiane” prodotte dai fumi delle Frecce Tricolori, scorre il testo dell’articolo 87 della Costituzione Italiana, che definisce la figura del Presidente della Repubblica e ne sancisce le responsabilità. E non prediligo a caso il termine responsabilità a doveri. Si apre così il film, bellissimo, La Grazia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo.
Subito dopo che le suddette nuvole si dissipano, con il procedere della trama e l’interagire dei personaggi (in entrambi i casi di fantasia, ma con evidenti riferimenti alla realtà) ad assieparsi sono invece i dubbi, o se vogliamo gli spunti di riflessione.
La Grazia: Toni Servillo e Paolo Sorrentino (foto di Andrea Pirrello)
Nel film di Paolo Sorrentino, l’eutanasia non è trattata come una questione tecnica o giuridica, ma come un conflitto profondo tra libertà individuale e responsabilità morale: rappresenta il diritto di scegliere sulla propria fine, ma allo stesso tempo mette a nudo l’incapacità delle istituzioni e del potere di dare risposte definitive su vita e morte.
Tra l’interpretazione magistrale dei protagonisti, una fotografia poetica dai tratti magrittiani, l’eterna lotta tra conservatorismo e innovazione (rivoluzione?), un tratteggio onesto e senza sconti della politica, i richiami alla coscienza e qualche incursione nel semiserio, va in scena l’antica, scomoda verità: dietro ogni carica, c’è un uomo. Con le sue debolezze e, si spera, il suo senso di responsabilità.
Sebbene il film si apra via via a svariate letture, il tema principale, monumentale, è già nel titolo, anche se solo sulle scene finali si giunge a captarne il (doppio) senso profondo. Un presidente sconsolatamente vedovo (Toni Servillo, con innegabili anche se non preponderanti richiami al nostro Mattarella), giunto pieno di malinconia a fine mandato, si trova a non poter evitare il bilancio di 7 lunghi anni al servizio dello Stato e dei cittadini, ma anche a desiderare di andarsene senza lasciare nulla di incompiuto, comprese tre questioni assai spinose: due richieste di grazia e l’eventuale firma della legge sull’eutanasia.
Affiancato, spronato e punzecchiato dalla figlia Dorotea, quello che scopre con sorpresa di essere da tutti soprannominato “cemento armato” per il proprio essere irremovibile, si trova a muovere invece passi incerti e condizionati dal dubbio, a immedesimarsi in chi -che sia attraverso la sospensione della pena o attraverso la rinuncia alla vita- cerca disperatamente un po’ di libertà e di leggerezza. Ecco che cos’è in fondo la grazia, intesa come stato di grazia, per l’uomo, ecco il doppio senso del titolo del film: la possibilità, il lusso di vivere con un po’ di levità, pur senza superficialità.
Una leggerezza che Sorrentino riesce a dare anche al suo film, sgonfiandone la (solo apparente) severità con qualche incursione divertente, ma suggestiva, come per esempio il papa nero che ci vede lungo e gira in scooter, l’estrosa amica di sempre del Capo dello Stato che non segue i cerimoniali e tra parolacce, imprecazioni e battute caustiche non fa a sua volta cerimonie e persino il rapper Guè Pequeno, che strizza letteralmente l’occhio, quello sano, a un Presidente autorevole e serioso che in segreto canticchia le sue melodie.
Solo, malinconico, chiuso in un’armatura ormai troppo stretta, in un continuo confronto con se stesso e con i suoi referenti (dalla figlia al Santo Padre, dal suo fedele bodyguard/consigliere ai richiedenti la grazia, fino al suo amato cavallo ridotto in agonia, che pare implorare con gli occhi anche lui l’eutanasia), il protagonista arriva faticosamente a capire di essere “appesantito” dal suo stesso ruolo. A chiedersi “ma io sono mai stato leggero?”. A desiderare di tornare a esserlo. Proprio attraverso il dubbio, fin qui inconcepibile, che in fondo ha una sua bellezza, perché solo può portare al coraggio. A decidere: “proverò a lasciarmi vivere”.
Gli applausi al “Presidente” Toni Sorvillo
Il film La Grazia suggerisce che l’eutanasia non è solo una decisione personale, bensì uno specchio delle contraddizioni della società contemporanea, dove legge, coscienza, dolore e compassione si scontrano senza trovare una sintesi semplice, lasciando aperta una domanda più ampia sul senso della dignità e della “grazia” nel momento estremo.
Tra le domande clou, che corrono e ricorrono nel film, quella che non abbandona più il Presidente, fino all’ultima scena è: “di chi sono i nostri giorni?”.
“I nostri giorni sono nostri, ma non basta una vita per capirlo” ammette con se stesso, su un finale non scontato.
E se i nostri giorni sono nostri ma i nostri giorni non sono più tollerabili, mi chiedo io, a chi spetta decidere se lasciarsi vivere (o lasciarsi morire)? Rispetto e non invidio chi è chiamato in causa.
E se Battiato cantava cerco un centro di gravità permanente, io come il Presidente nel film -dopo un commovente collegamento con un astronauta in una navicella spaziale- sogno l’assenza di gravità. Per tutti.
Angela Hewitt torna al Teatro Comunale di Vicenza domenica 31 maggio, alle 20 e 45,per chiudere la stagione della Società del Quartetto, sodalizio con il quale la pianista canadese ha instaurato da anni un rapporto di solida amicizia.
Artista che occupa una posizione di spicco nel pianismo contemporaneo, Hewitt è nata in una famiglia di musicisti – il padre era organista e direttore di coro a Ottawa – e si è imposta sulle scene internazionali alla metà degli anni Ottanta dopo l’affermazione al Concorso Bach di Toronto. Da allora, forte anche di un repertorio vastissimo, si è esibita nelle più prestigiose sale da concerto delle Americhe, dell’Asia, dell’Australia e di tutta Europa sia in recital che con rinomate formazioni orchestrali. Grazie alla popolarità che gode tra gli amanti della musica a tutte le latitudini, nel 2015 la pianista canadese è stata inserita nella Hall of Fame della rivista Gramophone.
Il recital che chiude la stagione del Quartetto inizia sulle note della Sonata in Si bemolle maggiore K 570 di Mozart, pagina apparentemente semplice ma che cela al suo interno una ricchezza di pensiero musicale assai raffinato. A seguire la Sonata in Re maggiore Op. 28 di Beethoven nota con il soprannome apocrifo di “Pastorale”.
La seconda parte del concerto si apre con i 12 Valses Nobles di Schubert, specchio di un microcosmo viennese di fine Settecento nel quale la musica tra le mura domestiche costituiva il perno della vita culturale della nobiltà e dell’alta borghesia. Spazio poi a Joseph Haydn, le cui Sonate per tastiera – una cinquantina quelle arrivate fino a noi – dimostrano il crescente interesse del compositore per il fortepiano, strumento che stava soppiantando il clavicembalo e consentiva una maggiore gamma di colori e più accentuate variazioni dinamiche.
In chiusura del concerto in programma a Vicenza, Angela Hewitt non poteva non tributare un omaggio all’amatissimo Bach, con la Partita in Do minore BWV 826, seconda di un gruppo di sei “Suite di danze” che Johann Sebastian volle dedicare “agli amanti della musica per la gioia dei loro animi”.
La raccolta, che fu salutata da un enorme successo fra i contemporanei, è un vero e proprio manifesto estetico con cui l’autore si impose al pubblico colto di tutta Europa come maestro indiscusso della sintesi stilistica.
(speciale Fine e voglia di Vita, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
“Sileme”, letteralmente “Sei morto?”, è un nome che colpisce, quasi respinge. Eppure è diventata in poche settimane l’app a pagamento più scaricata in Cina. Costa meno di un euro, ma intercetta un bisogno profondo, difficile da nominare: la paura di scomparire senza che nessuno Con un nome meno preoccupante del realistico “Sei morto?” ora si può scaricare anche sui nostri cellulari digitando “Ispettore della vita”.
Logo Sileme, ispettore della vita
Il funzionamento è semplice. L’utente deve “dare un segnale di vita” ogni giorno, premendo un pulsante. Se per oltre 48 ore non accede, l’app invia automaticamente un messaggio ai contatti di emergenza indicati. Un sistema minimale, quasi rudimentale, ma proprio per questo efficace. E soprattutto simbolico.
A raccontarne il senso sono gli stessi utenti. Una giovane donna spiega di averla scaricata perché teme che, in caso di morte improvvisa, nessuno verrebbe a cercarla. Un’altra, studentessa, racconta di averci pensato dopo un momento di sconforto: contatta raramente la famiglia, non ha più una relazione stabile, e la sua quotidianità scorre in una solitudine silenziosa.
Non si tratta di casi isolati. I numeri raccontano una trasformazione strutturale: in Cina già nel 2024 oltre 120 milioni di persone vivevano da sole, e le proiezioni indicano che entro il 2030 potrebbero diventare 200 milioni. Un fenomeno che riguarda sia gli anziani – spesso rimasti nei territori rurali mentre i figli emigrano – sia i giovani urbani, sempre più soli per scelta o necessità.
Ma anche in Italia circa 8,8 – 9,3 milioni di persone vivono da sole, rappresentando quasi il 36% delle famiglie italiane. Questo fenomeno, leggermente più diffuso al Nord (35%) rispetto al Sud (30%), è in costante crescita e coinvolge principalmente anziani (vedovi/e), separati e giovani, rendendo le famiglie unipersonali una delle forme abitative più diffuse, specialmente al Nord. Poco più della metà ha meno di 65 anni, mentre il 41-47% delle persone sole sono over 65 (in gran parte donne vedove). L’aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, all’aumento delle separazioni e alle scelte di vita.
“Sileme” o l’Ispettore della vita che dir si voglia nasce esattamente dentro questa frattura sociale. Non è solo un’app di sicurezza: è una risposta tecnologica a un vuoto relazionale. I suoi creatori la descrivono come un “assistente personale per la sicurezza”, ma il successo rivela qualcosa di più: il bisogno di essere “visti”, di lasciare una traccia, di non essere invisibili.
Sileme in Cina
Non a caso, il nome in Cina ha suscitato critiche. Troppo crudo, troppo diretto. Qualcuno propone alternative più rassicuranti, come “Sei vivo?”. Ma proprio quella crudezza sembra essere stata la chiave del suo impatto. “Sei morto?”, più forte dell’Ispettore della vita, non è solo una funzione: è una domanda esistenziale, che intercetta una fragilità diffusa.
La tecnologia, in questo caso, non crea il problema. Lo rende visibile. Editoriali della stampa cinese parlano di “specchio sociale”: l’app riflette un lato nascosto della vita contemporanea, fatto di isolamento, distanza emotiva, rarefazione dei legami. Non è l’algoritmo a generare la solitudine, ma la società che, cambiando, produce nuovi bisogni.
E il fenomeno non riguarda solo la Cina. Anche in Europa e, come visto, in Italia cresce il numero di persone che vivono sole, tra invecchiamento della popolazione, precarietà delle relazioni e trasformazioni culturali. In questo contesto, strumenti simili trovano spazio come risposta a un’esigenza concreta di sicurezza ma anche di riconoscimento.
Resta però una domanda aperta: può un’app sostituire una relazione? Evidentemente no. Ma può segnalare la sua assenza. E forse è proprio questo il punto.
Le schermate di Sileme, in Italia Ispettore della vita
“Sileme” funziona perché non promette di eliminare la solitudine, ma di renderla meno rischiosa. Di trasformare un silenzio totale in un segnale. Di garantire che, almeno, qualcuno venga a cercarci.
In un mondo sempre più connesso, è paradossale che serva un’app per ricordarci di esistere agli occhi degli altri. Ma è anche un segno dei tempi: vivere da soli non significa più essere un’eccezione, bensì una condizione diffusa.
E allora quella domanda – “Sei morto?” – smette di essere solo inquietante. Diventa, piuttosto, un invito a riflettere su come viviamo, su chi abbiamo accanto, e su quanto, davvero, siamo presenti nella vita degli altri, quelli che non ci fanno da amichevoli e umani ispettori.
(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Alessandro Dai Zotti, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Una mamma sta chiedendo alla sua AI preferita: “Mi scrivi una favola per bambini?”. La fiaba le piace e la userà questa sera per far sorridere il suo bambino. La stessa AI, nel frattempo, viene usata da un governo per pianificare una strategia militare che invece potrebbe far piangere più di un fanciullo. Dovresti smettere di usarla o boicottarla? Questa è la domanda che in tanti nel mondo si fanno e che risuona più forte dove la guerra, anzi le guerre si combattono o dove, nelle basi sparse nel mondo, tra cui quelle di Vicenza in Italia, si preparano e si guidano.
Il fatto
Anthropic non “usa l’AI a scopo militare senza limiti”: ha posto red line esplicite contro sorveglianza di massa domestica e armi completamente autonome, ed è proprio per aver difeso questi limiti che è stata punita e bandita.
OpenAI ha invece accettato un accordo con il Pentagono che consente l’uso della sua tecnologia per qualunque uso “lecito”, negoziando solo il divieto di sorveglianza di massa interna e l’obbligo di responsabilità umana nell’uso della forza; ciò non esclude comunque supporto ad applicazioni militari molto controverse, anche se non sono “killer robot totalmente autonomi”.
La reazione tra gli utenti contrari all’uso militare dell’AI si è fatta sentire subito. Secondo quanto riportato da TechCrunch e altri media, il 28 febbraio 2026 le disinstallazioni di ChatGpt negli USA sono aumentate di circa il 295% rispetto al giorno precedente mentre sono aumentate le installazioni di Claude.
Come si sostiene una compagnia che si occupa di intelligenza artificiale
Addestrare e mantenere i modelli di intelligenza artificiale costa moltissimo: tecnologia per la potenza di calcolo, infrastrutture, energia e personale. Quindi servono flussi di cassa molto grandi e possibilmente stabili. Il mercato dei contratti governativi AI, dominato dal settore della difesa, vale già miliardi di dollari e cresce ogni anno; quindi, è effettivamente una delle poche fonti di denaro “alla scala giusta” per questi modelli.
In questo quadro ci siamo anche noi che usiamo questi strumenti. La maggioranza degli utenti attivi (considerando solo ChatGpt, 900 milioni) usa versioni non a pagamento (https://techcrunch.com/2026/02/27/chatgpt-reaches-900m-weekly-active-users/). E da un certo punto di vista gli utenti gratuiti creano un deficit che l’azienda deve coprire altrove.
Sapendo questo, la domanda non è solo cosa fanno le aziende con i soldi della difesa. È anche: cosa finanziamo, indirettamente, quando usiamo questi strumenti gratuitamente?
Il dilemma etico che nessuna disinstallazione risolve
Se Anthropic non usa l’AI a scopo militare ‘senza limiti’ significa che la sua AI è comunque usata a scopo militare, ad esempio per attacchi letali come sembrano indicare i recenti rapporti sull’attacco in Iran (https://www.theguardian.com/technology/2026/ mar/01/claude-anthropic-iran-strikes-us-military).
OpenAi ha fatto solo un diverso tipo di accordo, tra l’altro, sostenendo la posizione del suo concorrente ma aggiungendo sia una maggiore libertà di manovra sia confini offuscati dall’espressione “qualunque uso lecito”. Qualunque? Cosa significa lecito in questo contesto e chi decide se l’applicazione è lecita in una determinata circostanza?
Ci dovrebbe essere un motivo per favorire l’una o l’altra da un punto di vista etico?
Solitamente quando si parla di guerra una delle prime immagini che ci vengono in mente sono persone sofferenti, cadaveri, città devastate. Ma è possibile che usando l’AI a scopi militari i conflitti possano essere gestiti in modo diverso, mitigando i danni collaterali, riducendo le sofferenze e il numero delle vittime? È una domanda che nemmeno il CICR — che monitora il diritto umanitario internazionale da decenni — riesce ancora a risolvere: l’AI nei conflitti pone interrogativi aperti tanto sui rischi quanto sulle possibili applicazioni umanitarie. (https://cri.it/2025/09/10/tecnologia-e-azione-umanitaria-opportunita-e-rischi-dellia/)
Nel frattempo, nella vita reale
L’altro giorno la mamma, che lavora anche come medico, aveva chiesto ‘Se ti descrivo un quadro clinico generale, puoi suggerirmi alcune possibili diagnosi differenziali da considerare?’ Così ha potuto aiutare un paziente in una situazione difficile.
Più tardi aveva chiesto ancora: ‘Puoi riassumere i punti chiave di questo articolo scientifico in modo che possa valutarne rapidamente la rilevanza clinica?’ È stata contenta che l’AI l’abbia aiutata nello studio facendole avere più tempo da dedicare alla sua famiglia.
È tornata a casa prima. Il suo piccolo le è corso incontro con un bel sorriso e lei l’ha preso in braccio. La mamma quella sera ha letto la favola al suo bambino. Domani userà di nuovo l’AI. Probabilmente lo farai anche tu.
Nota: l’autore usa l’AI nel quotidiano e non ha affiliazioni commerciali con nessuna azienda che si occupi di intelligenza artificiale
(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Appena andata in pensione, la dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ulss 7 Pedemontana e responsabile del telefono antisuicidi regionale, nato nel 2012 e pioniere in Italia, racconta quanto intenso sia il lavoro di ridare speranza a chi la vuole fare finita e quello di accompagnare chi è condannato a morte dalla malattia.
Emilia Laugelli ai tempi del suo impegno politico col PD: per dieci anni anche assessore al sociale del Comune di Schio
Oltre al fine vita auspicato (eutanasia e/o suicidio assistito), chiesto convintamente e per lo più negato, tema di cui comunque ancora troppo poco si dibatte e che ci vede arretrati rispetto a diversi Paesi europei, ci sono morti, altrettanto dolorose e degne di rispetto e considerazione, che non vanno trascurate: la morte auto-procurata, senza dover chiedere il permesso a nessuno, e la morte come sentenza inappellabile, inattesa quanto non gradita.
Dell’accompagnamento al fine vita di chi non vede più speranza e di chi la speranza se l’è vista rubare da una diagnosi infausta, si è sempre occupata con intuizione, passione, empatia e grande umanità (“il malato è prima di tutto e soprattutto una persona. Perché sanità e salute sono cose diverse, curare è diverso da prendersi cura… E chi soffre ha diritto a entrambe”) la dottoressa Emilia Laugelli.
La dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ospedale di Santorso è nota in particolare alle cronache, ma soprattutto alla gente, per l’eccezionale telefono antisuicidio, che ha diretto e coordinato fin dalla nascita, nel 2012 e che ha seguito molti casi di aspiranti suicidi per aver perso tutto o quasi tutto col crollo delle banche popolari venete, quella di Vicenza e l’altra di Montebelluna.
Emilia ha da pochissimo messo nel cassetto il cartellino, insieme a un mare di emozioni, un bagaglio di esperienze e il ricordo di tante persone indimenticabili, colleghi e collaboratori, ma soprattutto pazienti.
Proprio nel giorno in cui la intervistiamo festeggia, infatti, al traguardo di una carriera intensa, con le tante emozioni ancora da riordinare e “domare”, il suo primo giorno di pensione: lunedì 23 marzo 2026.
Che effetto le fa? Sa già che cosa farà in futuro?
Mi devo ancora abituare. Ho lavorato fino a venerdì scorso e anche se non ho rimpianti e ho anzi le idee chiare sulle mie priorità per il futuro (ndr: stare più tempo possibile con la mamma anziana che vive in Calabria, coccolarsi i tre nipotini di 6, 4 e 2 anni e godersi la famiglia in generale), non è facile smettere un lavoro come il mio, davvero molto intenso, potente. So già che non manderò in pensione la mia naturale propensione a mettermi a disposizione degli altri, ma intanto posso dire con fermezza che per me è stato un onore toccare la parte più sensibile e fragile delle persone, trattare il loro dolore con tutta la cura che merita. Mi sono appena ritirata e non ho ancora progetti, tanto meno lavorativi, nonostante le tante proposte dal settore privato. No, ho assolutamente bisogno di uno stop, ne ho bisogno per imparare a staccarmi da quella che è stata la mia vita, legata indissolubilmente a quella degli altri e, per oltre un decennio, con reperibilità 24 ore su 24 e con un carico di dolore e un dispendio di energie inimmaginabile.
È davvero difficile immaginare… Non è che per sollevare l’altro si mette tutto il carico sulle proprie spalle, sul proprio cuore fino a non reggere più?
È uno degli aspetti da imparare a gestire e che deve far parte della formazione degli psicologi specializzati in questo ramo. Io ho avuto modo di lavorare con un team eccezionale. Ci vuole formazione, professionalità ma soprattutto empatia. Quello dello psicologo è un mestiere particolare: devi capire chi hai davanti, instaurare un contatto perché non esistono manuali o ricette universali e infallibili. Puoi lavorare bene solo decifrando quello che la persona ti trasmette, direttamente o indirettamente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone fragili, diffidenti e la loro richiesta di aiuto va spesso decodificata. Io personalmente posso dire di avere quasi sempre trovato la giusta sintonia dopo i primi 3-5 minuti di colloquio. Il segreto è sicuramente anche una predisposizione personale, ma soprattutto non dimenticare mai che chi si rivolge a te non è il malato di cancro o di depressione, ma una persona. Un essere umano con nome e cognome, con un suo vissuto unico, con le sue personali fragilità che per primo deve rivedere, e imparare ad accettare, il suo nuovo ruolo di paziente. Una persona che si trova a dover affrontare un nuovo percorso e, ottenuta la sua fiducia, devi fargli capire che sei lì per percorrerlo insieme.
Ho ragione allora a dire che l’umanità nel rapporto paziente-dottore (ma anche con tutto il personale medico e gli operatori delle strutture sanitarie) è essenziale?
Assolutamente. Dico sempre che sanità e salute hanno significati diversi. La sanità è l’insieme di tecniche, sistemi, terapie cui ti devi affidare per curarti, la salute invece si nutre di relazioni umane. Con i dottori ma anche con gli infermieri, i volontari, il personale in genere. Insomma, la malattia ti cade addosso ma non sei solo, per un’assistenza a 360 gradi c’è bisogno di chi ti cura e di chi si prende cura di te.
Come si fa? Come ci si prende cura del paziente, come lo si accompagna verso il suo destino?
Eh, non è facile. Lì tu psicologo sei solo con te stesso e non puoi permetterti di sbagliare. Devi appunto instaurare una sintonia e una fiducia che solo l’empatia ti può aiutare a ottenere, ma si arriva a un’intensità emotiva che è contagiosa. Torniamo sempre lì: quello che fa la differenza è la persona che hai davanti, non la sua cartella clinica, che è certamente importante per capire il contesto ma che non contiene le dritte su come aiutarlo psicologicamente. Molto dipende proprio dalla bomba emotiva che il tuo interlocutore si tiene dentro. L’aspirante suicida, per esempio, pensa di non avere più nulla da perdere e l’unico modo di distoglierlo dai suoi propositi è convincerlo che c’è ancora un filo di speranza, facendogli capire che non è solo e non lo sarà. Quando invece hai a che fare con un malato oncologico terminale, la missione è mantenerlo in salute, nonostante la malattia, fornirgli la chiave per cercare di vivere con il miglior equilibrio possibile quello che gli resta. Accompagnarlo insomma all’accettazione del proprio destino e alla conquista, anche se può sembrare contraddittorio, di uno stato di serenità rispetto al fine vita. E questo è fondamentale non solo per chi va, ma anche per chi resta. Spesso chi è riuscito a fare i conti con la morte raggiunge una pace che vorrebbe potesse contagiare anche chi gli sopravviverà. Ecco perché sostengo che familiari e amici devono, più a se stessi che al “condannato”, il lusso di stargli il più vicino possibile. Per sostenerlo e per sostenersi respirando quella serenità. Ogni attimo del fine vita di una persona cara è vitale, nel senso di vita proprio. Altrimenti si rischia di restare, per così dire, dannati per la vita dopo il commiato.
La gestione del fine vita ha riempito la sua di vita con le emozioni e le tante persone, tutte indimenticabili, che gliele hanno trasmesse, con cui le ha condivise. Una in particolare?
Sono tutte nel mio cuore, davvero, ma molte mi hanno segnata. Proprio l’altro giorno mi è tornato alla mente uno dei miei primi pazienti, Francesco. Aveva 65 anni e un cancro incurabile, amava la musica e la montagna. Io cercavo di accompagnarlo tramite le visualizzazioni. Letteralmente scalavo con lui la montagna, passo dopo passo, respirando l’aria pura, ammirando il paesaggio fino a conquistare la vetta. Il tutto con il sottofondo musicale di Fiorella Mannoia, che piaceva molto a entrambi. Ricordo che al concerto della Mannoia, quando toccò alla sua canzone preferita, lo chiamai in hospice e gliela feci sentire dal vivo. Fu un momento potentissimo: io in mezzo a migliaia di persone eppure accanto a lui, a condividere un’esperienza unica. Ne fu felicissimo.
inOltre – numero verde antisuicidi
Ci racconta come lei, calabrese, è arrivata in Veneto e come qui è poi nata la sua creatura più bella, il servizio telefonico regionale inOltre? E qual è il suo destino ora che lei è andata meritatamente in pensione?
Emilia Laugelli con l’assessore Manuela Lanzarin e il presidente Luca Zaia alla presentazione del volume dedicato al servizio inOltre
Allora, mi sono trasferita giovanissima, a 18 anni, per frequentare l’Università a Padova. A 22 anni mi sono laureata, quindi ho sposato un veneto e ho messo radici e messo su famiglia. Per 13 anni ho lavorato in una cooperativa sociale e per 14 anni, dal 1995 al 2009, sono stata Assessore al Sociale a Schio. Nel 2010 ho mollato la politica e ho cominciato a lavorare negli ospedali di Schio e Thiene, poi fusi nel presidio dell’Alto Vicentino, a Santorso, assistendo i pazienti oncologici. Nel 2012 il presidente della Regione Zaia mi ha affidato la gestione di un servizio di aiuto agli imprenditori che, vittime della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, meditavano il suicidio. È nato così, con un gruppo di psicologi specializzati nella gestione delle emergenze, il centralino inOltre, operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Era una grossa responsabilità, sia a livello clinico che scientifico, però ha ingranato subito. All’epoca siamo stati dei pionieri, perché eravamo i primi in Italia così strutturati, finanziati dalla Regione e non basati sui volontari. Da allora non ci siamo mai fermati, anzi, e in dieci anni abbiamo affrontato ben tre grandi emergenze comunitarie: dopo la crisi economica ecco il crac delle banche venete e infine la pandemia di Covid. Motivi e circostanze diverse, la stessa disperazione. Ci siamo dovuti evolvere e adattare. Inizialmente per esempio i miei psicologi si recavano anche a domicilio, poi con il lockdown non è stato più possibile. E adesso ecco che il nostro inOltre non esiste più. O meglio, esiste ma è stato oggetto di un bando di co-progettazione. All’inizio era un progetto di gestione delle emergenze e promozione della salute, che si è poi trasformato in servizio, ora invece continua a operare ma è affidato alle cooperative sociali e si concentra prevalentemente sulle malattie mentali.
(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Daniele Bernardini, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Scrivere di come, nel nostro Paese occidentale, sia possibile, rimanendo all’interno delle leggi esistenti, approcciarsi attivamente e responsabilmente alla fine della propria vita per garantirsi una buona morte, appare oggi francamente un lusso, a fronte di quanto sta accadendo in tante altre parti del mondo. Mentre in queste la morte può cogliere in modo violento tutti, in qualsiasi momento e a qualsiasi età, nel nostro Paese, con una delle popolazioni più longeve al mondo, ci permettiamo di dibattere su come garantire a tutti il diritto ad avere una morte buona: la cosa crea un certo imbarazzo. Lo stesso potremmo dire nei confronti dei popoli che lottano quotidianamente contro la fame e la sete in ambienti diventati ostili. Facciamolo, ma questo ci serva almeno a capire quanto siamo fortunati a vivere in questo angolo di mondo che, pur avendo i suoi difetti, ci garantisce libertà, livello economico, diritti tali da consentirci di interessarci anche di questo aspetto della nostra vita e della nostra morte. Teniamocelo stretto questo mondo! Auguriamoci che, presto, anche in Iran, in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Sudan…. non ci sia più il rischio quotidiano di morire per la guerra e ci si possa, anche lì, fermare a ragionare su come avvicinarsi in modo consapevole ed eticamente corretto al fine vita.
A CHE PUNTO SIAMO in Italia quanto a normative e leggi sul fine vita delle persone? Attualmente, la giurisprudenza italiana sul fine vita non si trova all’interno di un’unica legge (come invece caldeggerebbe ormai da anni la Corte Costituzionale), ma va ricercata in un insieme composito di leggi dello Stato, sentenze della Corte Costituzionale e recenti interventi normativi regionali.
Per primo va considerato l’articolo 32 della Costituzione Italiana (1948), che, stabilendo che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, pone le basi per un diritto legittimo al rifiuto delle cure.
Per molti anni (fino al 2019), poi, il Codice Penale ha inquadrato il tema dell’aiuto al suicidio, condannandolo come omicidio del consenziente (art.579) e istigazione e aiuto al suicidio (art.580).
Piergiorgio Welby (da Wikipedia)
Negli ultimi 20 anni, ci hanno pensato il caso Welby (2006) ed il caso Eluana Englaro (2009) ad animare il dibattito sul fine vita. Piergiorgio Welby, affetto da grave distrofia muscolare, ottiene di essere disconnesso dal respiratore meccanico al quale era vincolato contro la sua volontà. Il medico che, su richiesta consapevole del paziente Welby, ha disconnesso il respiratore viene prosciolto perché sospendere cure poste in essere senza consenso rientra nei doveri del medico, anche se da questo atto può derivare la morte della persona che lo chiede.
Beppino Englaro (Di Mattia Luigi Nappi, Wikipedia)
Eluana Englaro, vittima di un incidente che l’ha ridotta per 17 anni in stato vegetativo, ottiene la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale (nel caso soprattutto l’alimentazione artificiale) perché considerati trattamenti sanitari, che la “presunta volontà della giovane”, così come emersa da un’indagine specifica del tribunale, non avrebbe accettati.
Nel 2010 la Legge 38 disciplina e organizza l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, soprattutto per i malati giunti alla fase terminale (legge purtroppo applicata non ancora completamente e con ampie disomogeneità nel territorio nazionale).
Nel 2017, a fine mandato Renzi, viene varata la Legge 219, su Consenso informato e Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT). Dopo questa bella Legge, frutto di compromessi e tanti anni di preparazione, nella giurisprudenza italiana sul tema, è scritto, nero su bianco, che:
– nessun trattamento sanitario è legittimo senza il consenso del paziente;
– la persona può rifiutare anche trattamenti proposti ritenuti salva-vita, all’interno comunque di una relazione di cura e fiducia costruita nel tempo col suo medico;
– alimentazione e idratazione artificiali sono trattamenti sanitari (e non semplici sostegni vitali) e, come tali, necessitano del consenso per essere poste in atto e possono essere rifiutate;
– la terapia del dolore è un obbligo per il medico, anche senza il consenso, e può arrivare (questa volta col consenso) fino alla sedazione continua profonda, trattamento in grado di togliere la coscienza e la percezione del dolore in fase terminale;
– i trattamenti futili (cioè che non portano benefici sulla patologia in corso, né sulla qualità della vita residua) sono vietati, in particolare nei pazienti in fine vita;
– la persona in grado di comprendere e senza particolari problemi di salute ha diritto, ad ogni età, di mettere per iscritto le proprie Disposizioni Anticipate di Trattamento, quale mezzo per far valere le proprie volontà, anche nel caso di una possibile malattia futura con perdita irreversibile della coscienza (vedi caso Englaro); la legge garantisce che la volontà della persona espressa con questo mezzo sarà rispettata;
– la persona che già soffre di una patologia severa, a decorso prevedibile ed infausto, può chiedere di concordare anticipatamente col suo medico o con i medici ospedalieri del reparto che la accoglie, cosa accettare o meno dell’iter terapeutico previsto per la sua patologia (Pianificazione Condivisa delle cure – PCC);
– la persona ammalata ha la facoltà di designare un fiduciario che la rappresenti e garantisca il rispetto della sua volontà, soprattutto di fronte a certe decisioni fondamentali per la vita e la morte.
Nel 2019, nel dibattito acceso sul fine vita entrava di prepotenza la Sentenza 242 della Corte Costituzionale, relativa al caso, che vedeva Marco Cappato accusato per aver aiutato Fabiano Antoniani (Dj Fabo) a raggiungere la Svizzera ed ottenere lì il suicidio medicalmente assistito. In quella sentenza, la Consulta dichiarava incostituzionale l’articolo 580 del Codice Penale così com’era, modificandolo per rendere possibile l’aiuto al suicidio (Suicidio Medicalmente Assistito o, come si preferisce definirlo ora, Morte volontaria medicalmente assistita), ma solo a determinate condizioni. Queste prevedevano (e ancora prevedono) la piena capacità di intendere e volere, una situazione patologica che sia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e/o psicologiche intollerabili, soggetta a dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Già allora, la Corte sollecitava il Parlamento a legiferare sul tema per colmare un vuoto legislativo e dettare norme precise e uniformi per l’esercizio di questo nuovo diritto.
Nel 2022 un quesito referendario sull’Eutanasia legale, sostenuto da un milione di firme, veniva dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.
Sollecitata da quesiti sorti all’interno di processi nel merito, la Corte Costituzionale emetteva nel 2025 una nuova sentenza (n. 66), che ridefiniva, ampliandolo, il concetto di trattamenti di sostegno vitale ed il criterio della dipendenza dagli stessi. La Consulta ha così fatto rientrare tra questi trattamenti anche procedure meno invasive di quelle inizialmente intese, come la gestione farmacologica necessaria per mantenere le funzioni vitali o la dipendenza da altre persone per funzioni biologiche necessarie.
Alcune Regioni, pressate dal dover supplire alla mancanza di una legge-quadro nazionale, che dettasse criteri applicativi chiari ed omogenei per rendere esercitabile il diritto alla morte volontaria medicalmente assistita, si sono attivate negli ultimi mesi con interventi autonomi nel merito.
Toscana (febbraio 2025) e Sardegna (Settembre 2025) sono state le prime a varare leggi regionali (sostanzialmente tra loro omogenee) che definiscono le modalità per accedere a questo nuovo diritto. Contro la legge toscana il Governo ha fatto ricorso: la Corte Costituzionale lo ha respinto, definendo legittima la legge, disponendo, però, che vengano modificate alcune disposizioni in essa contenute in contrasto con le competenze dello Stato. Altre Regioni stanno portando avanti iniziative nel merito, spinte dall’opinione pubblica.
Il Veneto è stata la prima Regione (2024) ad affrontare la questione, vedendo, però, la proposta di legge battuta per un solo voto e rimandata in commissione. Analoga sorte è toccata ad una proposta di legge discussa in Val d’Aosta (2025). La Puglia ha adottato una delibera di Giunta (già nel gennaio 2023) che fornisce linee guida alle ASL. Il Piemonte ha stabilito che i farmaci da utilizzare per assistere la morte volontaria e i dispositivi per la loro somministrazione siano a carico del sistema sanitario pubblico. Anche altre Regioni, oltre a quelle citate, si apprestano a dibattere sul tema: Emilia-Romagna, Umbria, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Lazio…
Attualmente, 2026, più per cercare di bloccare l’iter già faticoso di questo nuovo diritto di autodeterminazione che per un vero desiderio di omogeneità sul territorio nazionale e chiarezza, il Senato della Repubblica sta portando avanti una proposta di legge organica (DDL S. 1083 – 2024 con l’on. Gasparri tra i firmatari), intitolata “Modifiche all’articolo 580 del Codice Penale e modifiche alla legge 22 dicembre 2017, n° 219, in materia di disposizioni anticipate di trattamento e prestazione delle cure palliative”: questo DDL prevede criteri di accesso alla morte volontaria assistita molto più restrittivi rispetto alla sentenza della Consulta, la quale, però, chiedeva sì di varare una legge-quadro, ma non di stravolgere le sue sentenze o la legge 219 che fa loro da appoggio. La discussione in aula è prevista per aprile p.v. È il momento di vigilare ed attivarsi affinché il diritto a ricevere un aiuto, qualora si decidesse, all’interno di un percorso condiviso e responsabile, di chiedere la morte volontaria, non vada perduto. Il pericolo esiste quando si legge che si vuol togliere la valutazione del caso dalle mani dei medici (e dei comitati etici) per affidarla a un Comitato di nomina politica centralizzato; quando si legge che sarebbero esclusi i malati terminali oncologici, le persone con malattie neurodegenerative; quando si legge che si vuol mettere mano anche alla legge 219/2017 contestandone alcuni assunti ormai fatti propri dal mondo scientifico e anche da ambienti in genere più refrattari, come quelli di ispirazione cattolica – v. Piccolo Lessico del fine vita, pag 54, libreria editrice vaticana-. Si vorrebbe tornare, ad esempio, ad intendere l’alimentazione artificiale non più come terapia, ma mero supporto vitale, e quindi mai rifiutabile, minando alla base il diritto di avere l’ultima parola sui trattamenti che ci vengono proposti e veder rispettate le proprie volontà attuali o affidate alle Disposizioni Anticipate di Trattamento.
A TUTT’OGGI, per concludere, se un cittadino italiano, trovandosi nelle condizioni definite dalla Consulta (v. sopra), intende, dopo una valutazione attenta e responsabile, chiedere di essere aiutato a morire, PUÒ FARLO. Potrebbe trovarsi, però, in difficoltà di fronte ad un iter non ancora ben definito: chi deve inviare la domanda, a chi inviarla, quale comitato esaminerà la sussistenza dei requisiti di legge, visto che i Comitati etici (almeno quelli per la pratica clinica che sembrerebbero più adeguati) non esistono in tutte le Aulss e neppure in tutte le Regioni, chi deve organizzare e farsi carico (anche economico) delle procedure previste…
Le gemelle Alice ed Ellen Kessler, che hanno scelto di morire insieme
Sappiamo già che, in Italia, difficilmente avremo una legislazione simile a quella tedesca: in Germania, pur mancante come l’Italia, di una legge-quadro e dovendosi appoggiare a sentenze delle Corti Costituzionali periferiche, per fare una domanda di aiuto al suicidio, basta essere capaci di intendere e volere, non essendo richieste particolari situazioni sanitarie (v. il recente caso Kessler). Qui da noi certi paletti sono già stati posti e quindi una legge-quadro ne dovrà tener conto. Cercando una “via italiana” al suicidio assistito e, forse, all’eutanasia dovremmo arrivare ad una nuova legge gentile, che, come la 219 del 2017 (Consenso informato e DAT”), rispetti tutti, non obblighi nessuno ma consenta a chi lo ritiene giusto di esercitare un nuovo diritto, spianando la strada ad un allargamento dei diritti e delle libertà della persona
Cosa s’intende per Legge “gentile”
– Laica
– Non coercitiva (non prevede sanzioni)
– Rispettosa dei diversi orientamenti sempre possibili in un campo delicato per l’opinione pubblica
(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di padre Gino Alberto Faccioli, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Eutanasia, è parola che deriva dal greco (εὐθάνατος), ed è legata al concetto di “buona morte”. Questo termine nell’antichità veniva associato ad una morte senza sofferenze. Lo scopo del medico era quello di fare in modo, per quanto possibile, che gli ultimi istanti di vita non fossero dolorosi. Questa forma di “eutanasia” non era discordante con quanto indicato nel giuramento di Ippocrate: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. Oggi con il termine eutanasia, non si fa più riferimento al significato originario, piuttosto, si intende un’azione volta a procurare anticipatamente la morte di un malato con lo scopo di alleviarne le sofferenze.
La Chiesa ha sempre difeso la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale
Alleviarne le sofferenze, è questa la giustificazione che spesso si adotta, per decidere per l’eutanasia, ma, in realtà, se avessimo il coraggio di guardare nelle nostre profondità, scopriremmo che siamo noi che non accettiamo la sofferenza e non abbiamo il necessario coraggio di stare accanto a chi soffre, portando così aiuto, perché stare accanto a chi soffre, significa condividerne il dolore e “il dolore condiviso si dimezza” (san Tommaso). Questo perché essere accanto a chi soffre, riduce il peso psicologico. Non si elimina il male, il dolore, ma lo si rende più gestibile attraverso il supporto sociale e la relazione. Insomma, l’eutanasia è una falsa forma di pietà (cf. Evangelium Vita, EV 15).
Da sempre la Chiesa cattolica ha affermato che la vita umana deve essere difesa dal suo concepimento fino alla morte naturale. Così, secondo quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, «l’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC 2324). «Essa è moralmente inaccettabile… provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L’errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere» (CCC 2277). Così come è contraria alla dignità della persona umana “la difesa ad oltranza”, il cosiddetto accanimento terapeutico, durante una malattia terminale. «L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’”accanimento terapeutico”. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente» (CCC 2278). Già nel 1957 Pio XII, incontrando un gruppo di anestesisti oltre a ribadire la non liceità dell’eutanasia, ribadisce che non c’è nemmeno l’obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici che si possono disporre, anzi in alcuni casi è lecito astenersene – è il primo accenno al principio del cosiddetto accanimento terapeutico -. Viene definito moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio della “proporzionalità delle cure”.
No all’accanimento terapeutico (Le monde)
Anche san Giovanni Paolo II si esprime contro l’eutanasia, nell’enciclica Evangelium Vitae del 1995 dopo aver sottolineato che l’eutanasia, «mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino legalizzata» (EV 15), è sempre più diffusa. «Per una presunta pietà di fronte al dolore del paziente, viene talora giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese improduttive troppo gravose per la società».
«Ciò che potrebbe sembrare -afferma ancora il santo padre-logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della “cultura di morte”» (EV 64).
Una delle domande che si pone chi sostiene che la società debba fondarsi sull’efficienza, sulla produttività, riguarda l’esistenza dell’essere umano che versa in condizione precarie, perché anziano e malato: quando la malattia si fa drammatica, ha senso continuare a difendere la vita, o non è meglio accettare l’eutanasia come liberazione? «Chi ha il senso della dignità umana sa che essi vanno, scrive papa Benedetto XVI, rispettati e sostenuti mentre affrontano serie difficoltà legate al loro stato. È anzi giusto che si ricorra pure, quando è necessario, all’utilizzo di cure palliative, le quali, anche se non possono guarire, sono in grado però di lenire le pene che derivano dalla malattia». Ma accanto a queste -afferma papa Ratzinger- è necessario mostrare una concreta capacità di amare, perché i malati hanno bisogno di comprensione, di conforto e di costante incoraggiamento e accompagnamento.
Contro il pensiero dominante della “cultura dello scarto”, che a volte propone una “falsa compassione” e che ritiene sia «un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre» Papa Francesco (al convegno dell’Associazione medici cattolici italiani) propone la compassione evangelica, la quale, accompagna nel momento del bisogno. Modello di questa compassione è il Buon Samaritano, che ‘vede’, che ha compassione, e si avvicina e offre aiuto concreto.
Nella Lettera “Samaritanus bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, a pubblicata il 22 settembre 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che «inguaribile non è mai sinonimo di incurabile»: chi è affetto da una malattia allo stadio terminale come chi nasce con una previsione limitata di sopravvivenza ha diritto ad essere accolto, curato, circondato di affetto. La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come «insegnamento definitivo» che «l’eutanasia è un crimine contro la vita umana».
Proseguono al Teatro Olimpico di Vicenza i Concerti della XXXV edizione delle Settimane Musicali, intitolata I canti della terra.
Venerdì 29 e domenica 31 maggio, alle ore 20.45, il festival propone due appuntamenti che attraversano epoche, geografie e linguaggi differenti, tenendo insieme il piacere del fare musica, il dialogo tra generazioni e il rapporto tra scrittura colta, radici popolari e memoria sonora.
In entrambi i concerti il tema dell’edizione, I canti della terra, trova una declinazione cameristica e insieme profondamente narrativa. Da una parte la terra è luogo degli affetti, della memoria condivisa e dell’amicizia musicale, che nel concerto dedicato a Bruno Canino prende forma attraverso il dialogo tra il pianista, Alfredo Zamarra alla viola e Alessandro Carbonare al clarinetto. Dall’altra diventa mappa mobile di culture, ritmi e tradizioni, affidata a Sonig Tchakerian al violino, Giovanni Sollima al violoncello, Stefania Redaelli al pianoforte, Maria Luisa Zaltron mezzosoprano, Roberto Loreggian al clavicembalo e Vito De Lorenzi alle percussioni e ai tamburi a cornice del Mediterraneo.
Due percorsi diversi, ma uniti dalla stessa idea di ascolto: la musica come esperienza di incontro, trasmissione e trasformazione.
Bruno Canino e il piacere del fare musica insieme (venerdì 29 maggio)
Venerdì 29 maggio alle ore 20.45 il Teatro Olimpico ospita Musica in amicizia, omaggio ai 90 anni di Bruno Canino, straordinario pianista italiano e protagonista da oltre settant’anni della vita musicale in Italia e nel mondo. Accanto a lui saranno Alfredo Zamarra alla viola e Alessandro Carbonare al clarinetto, tre musicisti di generazioni diverse riuniti per il piacere del fare musica insieme.
Il programma guarda ad alcune tra le più raffinate pagine cameristiche di Mozart, Ysaÿe, Debussy, Stravinskij e Schumann. Quello che a prima vista può apparire come una costellazione di brani distanti per epoca e stile costruisce in realtà un percorso sottile e coerente, nel quale i diversi momenti si richiamano e si rispondono. Ai due estremi si collocano la Vienna classica di Mozart e il Romanticismo più visionario di Schumann, uniti dalla medesima formazione per clarinetto, viola e pianoforte.
Il concerto si apre con il Kegelstatt-Trio KV 498 di Mozart, nato come musica d’amicizia e destinato alla pratica domestica della Hausmusik, all’interno del circolo familiare dei Jacquin, intimi del compositore. Secondo la tradizione, la giovane Franziska Jacquin, allieva di Mozart, avrebbe suonato il pianoforte, il virtuoso Anton Stadler il clarinetto e lo stesso Mozart la viola. In chiusura, le Märchenerzählungen op. 132 di Schumann riprendono lo stesso organico settant’anni dopo, trasfigurandolo in un mondo più fantastico, interiore e notturno.
Al centro del programma questo equilibrio cameristico si apre a momenti di solismo. La Ballade dalla Sonata op. 27 n. 3 di Ysaÿe, proposta in trascrizione per viola, porta nel concerto una tensione drammatica e rapsodica; i Préludes di Debussy dal Secondo Libro trasformano il pianoforte in generatore di immagini e suggestioni; i Tre pezzi per clarinetto solo di Stravinskij asciugano il discorso musicale fino a una scrittura essenziale e ritmica. Il ritorno finale al trio con Schumann chiude un cerchio timbrico e poetico, riportando l’ascolto alla gioia del suonare insieme.
Mappa Mundi: musiche in viaggio tra epoche e culture (domenica 31 maggio)
Domenica 31 maggio alle ore 20.45 nell’amnbito dell’edizione 2026 delle Settimane Musicali sarà la volta di Mappa Mundi, concerto che mette in dialogo musica d’arte, tradizioni popolari e scrittura contemporanea. Protagonisti saranno Sonig Tchakerian al violino, Giovanni Sollima al violoncello, Stefania Redaelli al pianoforte, Maria Luisa Zaltron mezzosoprano, Roberto Loreggian al clavicembalo e Vito De Lorenzi alle percussioni e ai tamburi a cornice del Mediterraneo.
Il programma si presenta come un diario di viaggio attraverso epoche e geografie sonore: la pizzica salentina incontra le sonate di Alessandro e Domenico Scarlatti, i canti scozzesi di Beethoven dialogano con la tradizione armena di Padre Komitas, il canto arbëreshë di Sicilia si affianca alla Tarantella orientale di Eliodoro Sollima e a Continuum Nomade di Giovanni Sollima. Una trama in cui barocco, classicismo, canto popolare e contemporaneità condividono una stessa energia ritmica, narrativa e spirituale.
Il Mediterraneo è il primo grande spazio simbolico del concerto. Le percussioni soliste, la Pizzica Indiavolata salentina e Tremula terra di Vito De Lorenzi, pagina per tamburo a cornice del Mediterraneo, offrono una chiave di lettura per il dialogo con il barocco di Alessandro e Domenico Scarlatti. Nelle sonate di Domenico Scarlatti, segnate anche dalla lunga esperienza nella penisola iberica, si avvertono ritmi popolari, richiami alla danza e inflessioni di matrice iberica: il mondo colto e quello popolare non appaiono separati, ma come parti di una stessa geografia musicale.
Un secondo asse del concerto riguarda il rapporto tra canto, memoria e radici. Nei Canti scozzesi op. 108Beethoven guarda al patrimonio popolare attraverso la sensibilità del classicismo viennese, rivestendo le melodie tradizionali con la raffinatezza della scrittura cameristica. Accanto a questo sguardo, Krunk di Padre Komitas e Moj E Bukura More della tradizione arbëreshë di Sicilia introducono una dimensione più raccolta, legata alla lontananza, all’esilio e alla trasmissione dell’identità.
La sintesi finale arriva con la Tarantella orientale di Eliodoro Sollima e con Continuum Nomade di Giovanni Sollima, che portano il percorso dentro una scrittura contemporanea capace di raccogliere materiali, memorie e sonorità diverse. Con Continuum Nomade l’organico si ricompone, riunendo strumenti, voce, clavicembalo, pianoforte e percussioni in un unico presente sonoro.
Il termine “nomade” racchiude il senso del concerto: la musica come viaggio e incontro tra luoghi, secoli e culture.
Sono Barbara Olieri e Ilaria Mutterle le due interpreti che per la provincia di Vicenza parteciperanno, venerdì 12 settembre nella Sala Bisaglia del Cen.Ser di Rovigo, alla finalissima della sesta edizione del Festival regionale del monologo “Pillole di Teatro”, promosso dalla Federazione Italiana del Teatro e delle Arti (FITA) del Veneto, d’intesa con i suoi Comitati provinciali, il sostegno della Regione Veneto e il patrocinio dei Comuni ospitanti.
Le due attrici si sono aggiudicate il biglietto per la finale nel corso della serata di selezione provinciale svoltasi venerdì 22 maggio presso un gremito Teatro Cà Balbi di Vicenza.
Barbara Olieri, della compagnia La Calandra, è stata premiata per il monologo “Credo in un solo Dio” di Stefano Massini con la motivazione della giuria “Testo che tiene l’attenzione e la tensione su un tema di grande attualità; recitazione logica e concreta resa con naturalezza senza esagerazioni”; Ilaria Mutterle, della compagnia La Favola, oltre a essersi aggiudicata il voto del Pubblico è stata premiata dalla giuria per l’interpretazione del monologo “L’uomo forte” di Serena Dandini con motivazione “Testo da un tema di drammatica contemporaneità ben costruito e reso con generosità mettendosi in gioco con sottile ironia. Esposizione logica, lineare e senza enfasi eccessiva”.
Applausi dal numeroso pubblico anche per gli altri candidati, e dunque Adalberto Zanella, Lisa Frison, Noemi Danieli, Sara Segato, Rita Pellizzari, Claudia Beggiato, Marco Casarotto, Aida Melania Vivian, Slagiana Markovic e Veronica Cortese.
“Anche per questa nuova edizione abbiamo riscontrato il vivo interesse da parte dei nostri iscritti, i quali sapranno emozionare il pubblico con una selezione di testi che alternano tradizione e contemporaneità” evidenzia il presidente di FITA Veneto Emilio Zenato.
Le prossime selezioni si terranno giovedì 25 giugno (Rovigo), venerdì 26 giugno (Verona), giovedì 2 luglio (Treviso), sabato 11 luglio (Venezia), sabato 18 luglio (Padova).
In occasione della Notte Europea dei Musei, sabato 23 maggio alcune sedi museali di Vicenza apriranno eccezionalmente anche in orario serale, offrendo l’opportunità di vivere l’arte e la cultura in un’atmosfera speciale, con un biglietto d’ingresso a 1 euro (dalle 18).
I Musei Civici di Vicenza prevedono l’apertura con orario continuato dalle 10 alle 22 del Museo Civico di Palazzo Chiericati, che custodisce importanti collezioni di pittura e scultura dal Medioevo all’Ottocento, con capolavori della scuola veneta.
Aperti dalle 10 fino alle 22 anche il Palladio Museum, dedicato alla vita, alle opere e all’eredità di Andrea Palladio attraverso modelli, disegni e installazioni multimediali, il Museo del Gioiello, dedicato all’arte orafa e al gioiello come espressione artistica e culturale, la Fondazione Coppola nel Torrione di Porta Castello, istituzione culturale nata a Vicenza nel 2018 che promuove l’arte contemporanea, e il Museo Diocesano.
Quest’ultimo, che raccoglie opere d’arte sacra, manoscritti e testimonianze della storia religiosa vicentina, propone per l’occasione l’attività “Studenti narranti”: la collezione di arte africana raccolta da monsignor Nonis vedrà la straordinaria mediazione degli studenti della IVAT del Liceo Lioy di Vicenza. Nel Salone del Museo Diocesano, inoltre, sarà raccontata da alcuni studenti del Liceo artistico di Vicenza “S.M.B. Boscardin” la mostra “Come lasciano le cose”, prima esposizione di fine anno organizzata dall’Istituto artistico vicentino.
Al Museo del Gioiello si potrà partecipare alla caccia al tesoro “Gioielli Gemelli – La notte che unisce”. Aperta alle famiglie e ospitata nella sede del museo all’interno della Basilica Palladiana, invita alla scoperta di oggetti preziosi simili ma diversi per epoca, materiali e provenienza, capaci di raccontare incontri tra culture lontane. Ogni tappa propone semplici giochi di osservazione da svolgere in autonomia, per imparare divertendosi. Al termine del percorso spazio alla creatività con un laboratorio curato da Scatola Cultura: organizzati in coppie, i visitatori realizzeranno un ciondolo in argilla, imprimendo la propria impronta su due metà che, unite, formeranno l’unicità di un gioiello da condividere con una persona a cui si vuole bene. Un’occasione per esplorare legami, differenze e connessioni attraverso attività coinvolgenti alla portata di grandi e piccini. Non è necessaria la prenotazione.
Le Gallerie d’Italia – Vicenza apriranno in orario serale dalle 20 alle 24. A disposizione dei visitatori le collezioni permanenti di icone russe e arte veneta del Settecento, la mostra “Vitalità del Tempo. Arturo Martini nelle collezioni Intesa Sanpaolo” e le mostre “Ceramiche e nuvole. Cosa le antiche ceramiche greche raccontano di noi” e “Giorgia Lupi. L’umanesimo dei dati”. Con “Itinerari di meraviglia” verrà proposto un percorso attraverso le esuberanti decorazioni barocche, le settecentesche tele dei vedutisti e il capolavoro scultoreo Caduta degli angeli ribelli: visite guidate alle 21, 22, e 23 (durata 45 minuti). Una diversa prospettiva per avvicinarsi ad apparati decorativi ed opere d’arte, sperimentando come lo spazio museale possa essere strumento dinamico di scambio culturale, arricchimento delle conoscenze e luogo di inclusione per tutti.
In occasione della trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz “Dalle trombe di Gerico al divino Miles” che porterà tanta musica nei teatri, nei palazzi, nei locali e nelle piazze fino al 25 maggio, sabato 23 maggio dalle 18, in corso Palladio e nei cortili delle Gallerie d’Italia – Vicenza a Palazzo Leoni Montanari, del Palladio Museum a Palazzo Barbarano e del Museo civico di Palazzo Chiericati si esibirà la Funkasin Street Band.
Informazioni e biglietti Ufficio IAT – Informazioni e Accoglienza Turistica di piazza Matteotti aperto il 23 maggio fino alle 21.30 (0444320854, [email protected]).
Dalle 18 in vendita esclusivamente il biglietto di ingresso a Palazzo Chiericati mentre in ciascuna delle altre sedi si acquistano i biglietti singoli per ciascuna sede. Non sono previsti biglietti cumulativi validi per le diverse sedi.