(Gastronomia del riciclo, articolo di Federica Zaninida VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Questa volta la mia idolatrata friggitrice ad aria mi ha tradita. O forse sono io ad aver deluso lei? Mi avevano avvertita che acquistarne una mi avrebbe cambiato la vita, ma non credevo potesse creare dipendenza. E soprattutto minare l’equilibrio (mentale) in cucina.
Sta di fatto che, colpa mia o colpa sua non importa, il riciclo che vado a proporvi è partito dalla pessima riuscita di polpo e zucca arrosto. Avevo già sperimentato, con grande successo. Una meraviglia per l’occhio e per il palato. Il pesce croccantino fuori e morbido dentro, una favola. Stavolta però niente lieto fine: immangiabile, non per il sapore per carità, ma letteralmente impossibile da masticare, duro e gommoso. Peggio delle stracaganasse (per i vicentini d’adozione, le castagne secche la cui consistenza gli ha regalato appunto il nome di stanca-mascelle).
Alla rabbia per il fallimento, vuoi aggiungere l’onta dello spreco? Non sia mai! Contrario alla mia etica e alla mission di questa rubrica. E così scatta la ricetta di recupero. Più che mai ardita, ma davvero d’effetto.
Partiamo dunque dalla zucca e dal polpo incartapecorito. Strappiamoli dalla presuntuosa friggitrice e affidiamoli al mixer salva-tutto. Tritiamo bene, aiutandoci con un goccio di brodo, fino a ridurre il tutto in una morbida poltiglia. In una casseruola a parte, soffriggiamo una bella cipolla grande, ridotta a pezzettini, irrorandola con vino bianco. Quando quest’ultimo è sfumato del tutto, aggiungiamo in abbondanza il brodo in cui avevamo precotto il polpo e lessiamoci un paio di patate non troppo grandi, precedentemente tagliate a fettine.
A questo punto aggiungiamo il contenuto del mixer, mescoliamo bene. Regoliamo di sale, pepe e aglio in polvere, quindi personalizziamo con erbe aromatiche secche (o fresche ben tritate, la stagione comincia a consentirlo) a piacere. Ripensando alla presenza della zucca, incolpevole e dimenticata per colpa del polpo io ho optato per rosmarino, salvia, santoreggia e timo.
Per rendere tutto più omogeneo e piacevole al palato, diamo un paio di colpi di mixer a immersione. Eventualmente allunghiamo con acqua o brodo del polipo, ma solo un goccio: la consistenza deve essere quella di una vellutata. A gusto, possiamo aumentare l’effetto “velluto” aggiungendo una vescica di panna da cucina.
A questo punto non resta che impiattare. Io ho completato con fette di pane tostato, qualche pomodorino a pezzetti (avevo quelli gialli) e un paio di cucchiaini di fiocchi di formaggio. Volendo si può optare per una versione dal sapore più deciso, sostituendo i pomodorini freschi con quelli secchi sott’olio (tagliati a listarelle) e il formaggio con yogurt greco bianco.
Tocco finale: una macinata di pepe nero e una croce di olio evo.
Una bontà, con cui fare anche un figurone con gli amici. Evitate però di arrostire apposta troppo il polpo! La vellutata sarà piacevolissima anche con “semplici” avanzi di altro pesce.
(Articolo di Claudio Raimondi sul Vicenza Calcio da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
E’ stata soprannominata la “Nobile Provinciale” per i 20 campionati consecutivi, dal 1955-1956 al 1974-1975, in serie A, un ventennio caratterizzato da alcune salvezze miracolose e sofferte, ma anche da piazzamenti di grande prestigio, come nella stagione 1965-1966, quando trascinata da un bomber di razza come il brasiliano Luis Vinicio concluse al sesto posto, davanti a “squadroni” come Milan, Roma e Torino. Con le ulteriori presenze accumulate nella massima serie con i tecnici G.B. Fabbri (nell’epopea di Paolo Rossi) e Francesco Guidolin, il L.R. Vicenza ha totalizzato complessivamente 30 campionati di A, che la pongono attualmente al 16° posto nazionale (assieme al Bari) per numero di presenze nella massima categoria.
DUE SECONDI POSTI IN A
A livello di piazzamenti il risultato più prestigioso è il secondo posto del “Real Vicenza” trascinato dal futuro “Pablito” che nella stagione 1977-1978, in cui partì nello scomodo ruolo di matricola (l’anno precedente aveva vinto il campionato di B con l’esplosione di Paolo, a segno 21 volte) dopo un inizio di torneo difficile e l’arrivo nel mercato autunnale (in quegli anni non esisteva la “finestra” a gennaio) di Cerilli e Guidetti. Tra la sorpresa generale la squadra scalò la classifica sino a contendere alla Juventus il vertice già alla fine del girone d’andata: i bianconeri poi vinsero lo scudetto con 44 punti, con il Lanerossi alle spalle a quota 39 con il Torino. Un altro secondo posto è datato 1910-1911 quando nel primo campionato a livello assoluto l’allora ACIVI giunse alla finale nazionale venendo sconfitta dalla Pro Vercelli, che vinse 3-0 all’andata in Piemonte e 2-1 al ritorno a Vicenza. Seppur a livello parziale vanno rilevate anche le quasi tre settimane in testa alla classifica di A, tra novembre e dicembre 1996, in un’annata conclusa trionfalmente.
COPPE IN BACHECA
Nella bacheca del club a brillare maggiormente (non solo perché è la più grande) è la Coppa Italia 1997, in assoluto il traguardo più prestigioso in 124 anni di storia. Un cammino trionfale con l’eliminazione nell’ordine di avversarie del calibro di Genoa (negli ottavi di finale), Milan (quarti), Bologna (semifinale) e poi culminata con la doppia tiratissima sfida contro il Napoli: 0-1 al San Paolo e ritorno il 29 maggio al “Menti” con il gol di Maini che pareggiò i conti e poi i gol allo scadere dei supplementari di Maurizio Rossi e Iannuzzi per il definitivo 3-0. Due le partecipazioni alle coppe europee: in Uefa nel 1978-79 (eliminazione al primo turno per opera del Dukla Praga, a quel tempo squadra molto forte) e nella Coppa delle Coppe 1997-98, dove Lopez & compagni arrivarono sino alle semifinali, eliminati dal Chelsea, poi vincitore del trofeo. Nel palmares biancorosso – riassunto nella tabella a fondo pagina con l’inserimento di altri importanti risultati – figurano anche due Coppe Italia di C, nel 1981-1982 e nel 2022-2023, quest’ultimo sinora unico trofeo nell’era della famiglia Rosso.
ASSALTO ALLA SUPERCOPPA DI C
Con la promozione diretta in serie B, il L.R. Vicenza avrà la possibilità di conquistare un trofeo che la vede in lizza per la prima volta: si tratta della Supercoppa di serie C che si disputa dal 2000 e che vede protagoniste a fine torneo (in concomitanza con i playoff promozione, che regalano il quarto pass per la B) le prime classificate dei 3 gironi. Ognuna disputerà due match, uno in trasferta e uno in casa, che sarà l’occasione per ulteriori festeggiamenti. Nella scorsa stagione il torneo è stato vinto dalla Virtus Entella guidato proprio da mister Gallo (nella sfida decisiva sconfitto il Padova), ora pronto a riprovarci per puntare al bis personale.
ACIVI Vicenza nasce nel 1902: tutto inizia in una palestra scolastica
La sede di contra’ Santa Caterina 7 dove è nato l’ACIVI Vicenza il 9 marzo 1902. Nella foto i festeggiamenti in occasione del 120° compleanno
La storia calcistica biancorossa inizia ufficialmente il 9 marzo 1902. In quel giorno, era una domenica, nella palestra della scuola di contra’ Santa Caterina 7 a Vicenza, via tuttora esistente all’interno delle mura storiche cittadine, viene stipulato l’atto di fondazione con la nomina del primo consiglio direttivo, che nella riunione della settimana successiva, darà vita al primo organigramma della neocostituita Associazione Calcio Vicenza, conosciuta con l’acronimo di ACIVI, così composta: presidente Tito Buy (Direttore Scuola Tecnica), vicepresidente Giovanni Ghilardini, revisori Francesco Buy e Giovanni Tonello, insegnante tecnico (corrispondente all’attuale mister) professor Antonio Libero Scarpa. La squadra, composta dagli stessi soci della società, disputa in quell’anno solo gare amichevoli con squadre composte da elementi reclutati tra le altre realtà sportive cittadine, giocando nel cortile interno della palestra. La prima uscita ufficiale avverrà 14 mesi dopo, il 18 maggio 1903, nel Campionato provinciale per Scuole con la compagine berica opposta ad altri istituti.
Foto scattata domenica 9 marzo 1902 quando inizia la storia calcistica del Vicenza composta da giocatori rigorosamente locali (fonte sito ufficiale Vicenza Calcio)
Sabato 6 giugno 2026, alle 20 e 30, e domenica 7 giugno, alle 17, il palco di Sala Poleo a Schio ospita Fragilità e Potere: l’illusione del potere in cinque commedie e una tragedia, spettacolo conclusivo della Bottega di Schio Teatro 80.
In scena quaranta attori, protagonisti di un percorso teatrale che attraversa ironia, contraddizioni e cadute del potere umano, mettendone a nudo fragilità, maschere e illusioni. Come il re raffigurato è simbolicamente privo di ogni difesa, anche i personaggi portati sul palco si confrontano con ciò che resta quando l’autorità perde il suo abito e rivela tutta la propria vulnerabilità.
Con Fragilità e Potere la Bottega di Schio Teatro 80 accompagna il pubblico in un viaggio tra ambizione, debolezza, desiderio di controllo e bisogno di riconoscimento, alternando momenti di ironia, sarcasmo e tensione teatrale.
Lo spettacolo dura 90 minuti e l’invito è aperto a tutti. Ingresso libero con prenotazione: [email protected].
L’evento è parte del progetto FUORI CANOVACCIO – Storie che tornano a casa, un invito a riscoprire il teatro come luogo di comunità, tradizione e nuove visioni.
(Articolo della serie dedicata al ballo di Serena Balbo da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Marzo invoca la primavera, le giornate più lunghe, il sole che fa capolino e riscalda, il cinguettio degli uccellini che accompagna le passeggiate e i colori dei fiori che riscaldano l’animo dopo il lungo inverno.
Se penso alla primavera è inevitabile pensare ai quadri impressionisti: uno dei dipinti più noti è “Ballo a Bougival”, dipinto nel 1883 da Pierre-Auguste Renoir e conservato al Museum of Fine Arts di Boston. Al centro della scena un barcaiolo dilettante trascina la sua compagna in un delicato ballo; l’artista francese voleva ritrarre uno spaccato di vita mondana parigina. Le tonalità cromatiche accese e intense danno al dipinto un senso di gioia e armonia. I protagonisti del quadro ballano un valzer (o walzer), dal tedesco walzen, “girare, ruotare, volteggiare”, nato alla fine del XVIII secolo come evoluzione del Ländler, danza popolare tipica dell’Austria, delle regioni meridionali tedesche e della Svizzera tedesca.
Inizialmente diffuso solo nel paese austriaco e nel sud della Germania, conquistò presto il resto dell’Europa grazie alle sue sonorità orecchiabili: Russia, Inghilterra, Italia, persino Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, ne rimase colpita tanto da portarlo alla corte di Versailles, da cui poi si diffuse in tutta Francia.
Aveva una particolarità: per la prima volta la coppia di ballerini danzava abbracciata, in opposizione alle tipiche danze precedenti in cui uomo e donna si tenevano solo per mano nel compiere i passi. A inizio Ottocento piacque in particolare ai giovani perché rappresentava l’espressione della nascente borghesia che si lasciava alle spalle i costumi aristocratici: un ballo che raccontava una sensazione di libertà e una differenza notevole rispetto ai balli di corte rigidi e ingessati, come il minuetto. Con il valzer la coppia volteggiava avvolta in un abbraccio armonioso: per questo motivo fu osteggiato dalle menti più conservatrici che ritenevano immorale ballare a così stretto contatto; addirittura nel 1833 un manuale inglese di buone maniere lo sconsigliava alle donne non sposate, perché era «un ballo troppo immorale per le signorine».
Goethe inserì nel volume “I dolori del giovane Werther” (1774) una perfetta descrizione della danza dove il protagonista partecipa a una serata di ballo, iniziata con dei minuetti: «Venne poi il momento del valzer, le coppie iniziarono a volteggiare come sfere celesti le une attorno alle altre […] Non mi sono mai sentito così sciolto, leggero: non ero più nemmeno un uomo. Avere tra le mie braccia la più adorabile delle creature, farsi travolgere con lei in un turbine, svelti come la saetta, e non percepire più nulla intorno a sé…».
Sarà in particolare Vienna il fulcro del valzer all’inizio del 1800, affermatosi grazie a Johann Strauss (padre) assieme al collega Joseph Lanner. Con Strauss, definito il padre del valzer viennese, al ballo venne attribuita una dignità, smise di essere una semplice danza contadina e fece il suo ingresso fra i livelli più elevati della società. In ambito colto si diffuse grazie alle opere di Johann Nepomuk Hummel (che ne definì il canone formale) e Carl Maria von Weber, entrambi compositori, il primo austriaco e il secondo tedesco.
In seguito il ballo assunse diverse conformazioni in base al Paese: con Johann Strauss (figlio) il valzer viennese mantenne un andamento spigliato e rapido; in Inghilterra a fine ‘800 si affermò il valzer lento, mentre la Francia scelse il genere operettistico con un ritmo più sentimentale ma anche la forma sinfonica e pianistica di Fryderyk Chopin.
Nel XX secolo il valzer viennese assunse anche uno spirito nuovo e dissacratorio grazie a compositori come Gustav Mahler, Richard Strauss e Alban Berg.
Di certo, il valzer più noto è “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss figlio composto nel 1867, per cui si ispirò a un poema di Karl Beck che decantava la bellezza di Vienna (o di una donna) «sulle sponde del bel Danubio blu»; la musica fu interpretata da tutte le orchestre di Vienna al passaggio del suo feretro quando morì nel 1899.
Molto noto è il valzer ballato da Claudia Cardinale e Burt Lancaster nel film “Il Gattopardo” (Luchino Visconti, 1963) sulle note di un Valzer inedito in Fa maggiore per pianoforte composto da Giuseppe Verdi nel 1859 ed arrangiato da Nino Rota. La scena rappresenta un momento di grande eleganza e, non a caso, simboleggia la decadenza dell’aristocrazia siciliana durante il periodo di transizione dell’Unità d’Italia.
Attualmente vengono praticati differenti tipi di valzer: il valzer lento (English Waltz, elegante e cadenzato), il valzer viennese (veloce e vorticoso) e il valzer musette (popolare francese), tutti caratterizzati dal tempo in tre quarti. I valzer non si distinguono solo per la velocità, ma anche per il contesto di esecuzione: mentre il valzer lento e quello viennese sono inclusi nelle competizioni internazionali nella categoria Danze standard e presentano uno stile tecnico elegante, accompagnato da sontuosi costumi, il valzer tipicamente romagnolo fa parte del ballo liscio danzato nelle balere.
Il valzer romagnolo
Carlo Brighi, violinista e compositore, è considerato il capostipite del genere musicale popolare che prese il nome di liscio romagnolo. Dopo essersi dedicato alla musica colta, mise in piedi un’orchestra tutta sua e iniziò a girare la Romagna suonando valzer, polche e mazurche nei teatri e nei circoli, fino ad inventare il concetto di balera adattando una parte della sua casa di Bellaria a sala da ballo, che divenne il “Salone Brighi”.
Il compositore caratterizzò il valzer, la polka e la mazurca accelerando i tempi tramite l’utilizzo del clarinetto in do; a lui va attribuita l’idea di velocizzare il valzer e di assegnare la parte dominante del brano allo stesso clarinetto in do, come principale strumento solista.
Il più importante esponente del liscio romagnolo fu Secondo Casedei che partecipò all’orchestra di Emilio Brighi (figlio di Carlo) e che in seguito debuttò formando un proprio gruppo, dove introdusse innovazioni importanti negli strumenti utilizzati: batteria, banjo, sax, etc. Scrisse numerose polche, valzer e mazurche, tra cui la celeberrima “Romagna mia” del 1954, un valzer che narra la nostalgia e l’amore di un uomo per la sua terra d’origine, la Romagna.
Il valzer lento
Originatosi a fine Ottocento dal boston o hesitation statunitense – una danza composta da serie di passi indietro, avanti e volteggi – si è imposto negli anni Venti del Novecento con il nome di valzer diagonale; a seguito dei Campionati Mondiali di Londra del 1927 è stato modificato ed ha assunto una standardizzazione.
Viene danzato con 28-30 battute al minuto per le competizioni delle danze standard e a 30 battute al minuto per quelle della disciplina ballo da sala. La postura è fondamentale, sia dell’uomo, ma soprattutto della donna, la quale conferisce eleganza e armonia ai movimenti. I due ballerini devono toccarsi solo nella parte superiore destra e la dama deve inchinare con eleganza la testa all’indietro per tutta la durata del ballo, facendosi guidare dal cavaliere che sceglierà anche la lunghezza dei passi.
(da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Nell’articolo del mese precedente avevo dato indicazioni in generale su come avvicinarsi al mondo editoriale, come scegliere l’editore, come farsi consigliare, come promuovere il proprio libro.
Ho però saltato alcuni passaggi, sia per non scrivere troppo, sia perché alcuni dettagli cambiano libro per libro e caso per caso, quindi vanno valutati sempre assieme all’editore. Però qualche indicazione di massima la aggiungo volentieri, ribadendo che si tratta di consigli derivati dalla mia esperienza e non di verità incontrovertibili.
Qualcosa da raccontare
Come ho detto, per scrivere un libro, bisogna innanzitutto avere qualcosa da raccontare. Ovviamente lungi da me suggerire gli argomenti: si può scrivere di qualunque cosa, dalla storia della propria vita al ciclo vitale degli anfibi, si può fare polemica, si possono fare inchieste. Ovviamente in quest’ultimo caso è fondamentale avere fonti credibili e riscontrabili e la polemica non deve mai scadere nell’insulto gratuito o nel reato di diffamazione. Nel dubbio, meglio consultarsi con un avvocato o chiedere all’editore di farlo. Una cosa va tenuta presente: nella stragrande maggioranza dei casi, non saremo mai i primi ad aver trattato un certo argomento. Quindi rassegniamoci, il libro della vita, quello che apre un mondo, quello che fa fermare un paese, quello che diventa fenomeno di costume, capita molto raramente. Cioè, se J.K. Rowling ha riportato due generazioni di ragazzini a ricominciare a leggere, non è che basti scrivere storie di maghetti orfani per avere lo stesso risultato. Se Il nome della rosa è stato un successo planetario, non basta ambientare una detective story nel medioevo per ripetere tale successo. E non si prenda per oro colato tutto quello che si legge sui fenomeni letterari nati sui social. Insomma, quando si contempla il proprio scritto e si decide di pubblicarlo, non ci si deve aspettare assolutamente nulla se non un po’ di soddisfazione personale e il piacere di donare una parte di sé agli altri. Poi, magari, si vedrà… perché anche i primi successi letterari, limitati al proprio ambito o più estesi, arrivano per tentativi.
Niente fiumi di parole
Quanto lungo deve essere un libro?
Non c’è una risposta univoca, ci sono libri brevi e libri lunghi, la stessa saga di Harry Potter parte da due opere piuttosto corte per poi continuare con dei tomi oltre le 500 pagine, tutte celebrate nella stessa misura. Personalmente, consiglio sempre di non scrivere troppo, niente fiumi di parole, per citare il successo sanremese dei Jalisse. Sia perché più pagine vuol dire più costi, sia perché, parlo da lettrice, se un libro non riesce a prendermi fin dall’inizio, magari tento di trovarci qualcosa di interessante fino a pagina 150 ma non ci arrivo a 400…
La sensazione è che al giorno d’oggi si tendano a scrivere libri troppo lunghi. La stessa cosa succede con i film, che ormai trovarne uno che stia nei canonici 105 minuti è un miracolo. Pure i cartoni animati superano le due ore, quasi sempre inutilmente. In realtà stare entro le 150-200 pagine ha molti vantaggi. Il libro costa meno, è meno pesante, fa meno paura. E sicuramente in ogni testo c’è almeno una pagina di troppo, un concetto ridondante, una digressione inutile. Qui torna il discorso dell’editing: affidarsi a una terza persona, che conosca il lavoro, è fondamentale anche per farsi “asciugare” il testo.
Ah, quanto a “come” presentare il proprio manoscritto, ovviamente oggi si consiglia di usare un programma di videoscrittura. Quando ho cominciato a fare questo lavoro, e non sono passati secoli ma una trentina d’anni, c’erano autori che portavano testi scritti a mano, battuti a macchina, stampati da quello che sembrava un file word ma il file originale non c’era o non riuscivano a passarlo o chissà (uno dei grandi misteri irrisolti di quel periodo), per cui oltre all’impaginazione c’era da fare il lavoro di battitura testi. Oggi la questione è superata, anche se personalmente troverei commovente dover trasformare in libro un testo scritto totalmente a mano. Laborioso, ma bello.
Note e bibliografia contano ma con discrezione
Se quello che si scrive è un saggio o un testo di ricerca o una tesi, sono gradite le note a piè pagina. Gradite agli studiosi, un po’ meno ai grafici, ma è sempre meglio farle. Un autore, al quale dicevo che i suoi libri avevano più note di uno spartito, sosteneva che per lui la bibliografia e le note erano la parte più importante del testo. Sono d’accordo, anche se a mio avviso deve esserci un po’ di misura per non rendere la lettura difficoltosa. Se una nota occupa una intera pagina, forse è il caso di trasformarla in capitolo a parte, da mettere eventualmente in appendice.
Una volta composto il testo, le grandi decisioni sono: con foto-senza foto, a colori o in bianco e nero, su carta bianca o carta avorio, il formato e la brossura.
Sul discorso con o senza foto, dipende dalla tipologia di libro. Un romanzo non ne ha bisogno, al limite una illustrazione ogni tanto, ma non è obbligatoria. Una raccolta di racconti o di poesie idem, a meno che l’autore non sia un artista a tutto tondo che vuole unire più talenti. Un libro di ricerca invece potrebbe averne bisogno, anzi, se si racconta la storia di un paese, una società, un ente o un monumento le immagini sono fondamentali.
Colori o bianco e nero
Stampare il libro a colori o in bianco e nero è una scelta personale. Ovviamente a colori costa di più, ma con l’evolversi delle tecnologie di stampa la differenza non è troppo pesante. Semmai è da valutare come sono le foto che si intendono pubblicare: se per lo più si tratta di documenti, di vecchie immagini e ritagli di giornale in bianco e nero all’origine o molto sbiadite, il colore diventa uno spreco. Se invece prevalgono le immagini a colori di qualità, ovviamente si sceglie il colore. C’è anche la possibilità di fare metà e metà. Riguardo al testo, invece, credo che sia sempre preferibile scrivere solo in nero. Solo se si tratta di un libro per bambini si può pensare a un colore diverso per il titolo o il capolettera di ogni capitolo. E a proposito di scrittura, la scelta del carattere va anche questa a gusto personale. Può essere con le grazie, cioè con i trattini ai piedi o testa delle lettere (come il times, il garamond, anche il carattere di questo giornale), oppure senza grazie, i cosiddetti bastoni, più lineari e moderni, che però possono avere lo svantaggio di essere meno leggibili (è più facile confondere tra loro alcune lettere). La scelta è personale e il consiglio è sempre quello di fare una prova di un capitolo per decidere che cosa si preferisce. Per prova intendo una prova stampata, perché il file video non dà le stesse sensazioni di un foglio di carta. L’importante poi è che il carattere scelto non sia troppo piccolo, perché chi legge deve poterlo fare senza ricorrere a lenti d’ingrandimento, ma nemmeno troppo grande da dare la sensazione di aver voluto allungare il brodo per fare più pagine.
Carta… canta
Quanto alla carta, meglio bianca o meglio avoriata? Liscia, ruvida, usomano o patinata? Anche qui non mi avventuro in consigli, dipende dal gusto personale e dalla tipologia di libro. Statisticamente i libri di narrativa li faccio più spesso su carta avoriata e quelli di saggistica e con tante immagini su carta bianca, ma non è una regola. Sono dettagli da discutere direttamente con l’editore, con dei campioni in mano, e ragionando anche sui costi, sui quali non mi addentro, anche perché – in particolare di questi tempi – non ci sono certezze.
Campioni di libri di diversi formati e diverse carte
Anche il formato dipende dalla tipologia di libro. Il 14,8×21 (intendo centimetri) è attualmente il più gettonato, facile da gestire, adatto sia ai romanzi sia ai saggi, non punitivo per le fotografie.
In alternativa ci sono formati più piccoli, come il 13,5×20, adatto soprattutto alla prosa, e il 16,8×24, ottimo soprattutto quando ci sono tante immagini e tabelle. Ovviamente nulla impedisce di fare libri più grandi o con misure diverse, sempre tenendo presente che i costi dipendono non solo da quanta carta si utilizza ma anche da quanta ne viene “sprecata” se le misure non sono standardizzate.
Anche sulla confezione: brossura cucita, brossura fresata, copertina flessibile, copertina rigida… non saprei dare consigli fissi ma caso per caso e sempre con un occhio ai costi. Chiaro, infatti, che il libro cucito con la copertina cartonata e magari la sovracoperta è bellissimo da vedere, però è anche molto costoso, soprattutto per le basse tirature.
La sostanza conta più dell’apparenza
A proposito di questo, tra i vari dettagli nel fare un libro c’è da stabilire il prezzo di copertina. E a costo di essere noiosa, dico che anche qui non c’è una regola. Se non si ha un editore disposto a investire sul vostro talento e accollarsi i costi, cosa sempre più difficile, un punto di partenza potrebbe essere fare il totale delle spese, aggiungere il 50% in più e dividerlo per il numero delle copie escluse quelle d’obbligo da mandare alle biblioteche (che sono tre) e quelle che si intendono tenere come omaggi, arrotondando poi per eccesso il risultato. Ma se il totale supera i 20 euro forse è il caso di ridimensionare. Anche qui la cosa migliore è parlarne con l’editore ed eventualmente anche con altri scrittori che stanno vivendo l’esperienza del primo libro.
Personalmente, non ho mai giudicato un libro dal prezzo, né dal fatto che fosse in edizione di lusso o economica. Una bella copertina può essere accattivante, ma un buon contenuto vale di più. Purché si trovi chi lo sappia apprezzare. E qui vi rimando alla lettura dell’ultimo paragrafo dell’articolo precedente (“Scrivere una passione. Pubblicare una scelta” in VicenzaPiù Viva n. 205 di febbraio 2026, pp. 50-52), che contiene appunto alcuni consigli su come promuovere, diffondere e vendere il proprio libro. Il tema merita probabilmente un ulteriore approfondimento: ne scriveremo ancora.
(articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Demetrio Zaccaria
Demetrio Zaccaria è uno dei grandi dimenticati di/da Vicenza. Di quest’uomo di profonda cultura, imprenditore brillante, esperto di alta finanza, viaggiatore instancabile, poliglotta, filantropo, fondatore della Biblioteca Internazionale La Vigna, si ricordano di più all’estero che in patria. Non è poi così insolito, purtroppo, ma quando si tratta del “Signor Zaccaria”, a Vicenza c’è qualcuno che non ci sta. È Angela Sartori, sua fedele governante per 33 anni. Soprattutto ora che, a oltre 30 anni dalla scomparsa, è stato prodotto e proiettato il docufilm “La Vigna” -di Manuela Tempesta, con la partecipazione di Gianmarco Tognazzi- si rammarica del fatto che ne sia uscita, tra l’altro molto bene, la figura professionale ma nulla di Demetrio uomo.
Ecco allora che ce lo siamo fatto raccontare noi, in più incontri perché quella di Zaccaria è una vita pienissima, la memoria della governante infallibile e soprattutto vera la sua proverbiale incapacità di tacere fatti anche scomodi. Insomma, pane al pane e vino al vino, visto che ha vissuto al fianco di uno che di vini se ne intendeva…
Angela quando parla di Demetrio è un fiume in piena, impetuoso ma trasparente -Credito Massimiliano Rossato
Angela, chi era allora Zaccaria uomo?
Una persona elegante e distinta, che non amava apparire né ricevere onorificenze. Anzi, ne ha spesso rifiutate. Ad alcuni poteva apparire introverso e taciturno, persino un po’ austero, ma il fatto è che era molto esigente, prima di tutto con se stesso. Pretendeva precisione, coerenza, puntualità… “Angela, semo fora posto ormai”, mi diceva con amarezza negli ultimi tempi, dopo tante delusioni. In realtà, era ospitale, di compagnia, una mente lucida e lungimirante, con cui si poteva parlare di tutto. E così faceva l’intera famiglia a tavola: parlavano di tutto e mi coinvolgevano nei loro discorsi. Per me è stato un maestro di vita e io per lui, forse, la figlia che non ebbe. Ero una di famiglia, nonostante indossassi la divisa e abbia sempre rispettato il mio ruolo. Il Signor Zaccaria era un uomo dalle mille sfaccettature, ma era soprattutto generoso e, ironia della sorte, a Vicenza (e non solo) ha fatto tanta fatica a concretizzare la donazione più grande. Diceva: “Io sono quel che dono”.
Per raccontare Zaccaria uomo dobbiamo prediligere la sua biografia al suo curriculum. Ci aiuti a ricostruirne la storia…
I genitori del Signor Zaccaria si sono conosciuti, e immediatamente innamorati a Bassano, dove la famiglia di Annamaria possedeva due spacci alimentari ben avviati, presso i quali aveva preso servizio anche Demetrio senior. Anna lo ha sposato il giorno dopo aver compiuto 17 anni! Trasferitisi da Bassano hanno messo radici a Vicenza, in corso Padova, dove hanno aperto a loro volta una rivendita all’ingrosso e al dettaglio di alimentari. Hanno avuto 9 figli, 7 maschi e 2 femmine. Demetrio, il terzo, si è diplomato all’Istituto Rossi, che però allora non dava sbocco all’università e, dovendo lavorare per sostenere la famiglia numerosa, si iscrive alla Scuola per allievi ufficiali e diviene radiotelegrafista. Con i soldi vinti con un premio scolastico riesce poi a ottenere il brevetto di pilota civile. Poiché di lavoro non se ne trovava, nemmeno trentenne parte volontario per l’Abissinia, dove era in corso la campagna d’Etiopia di Mussolini e prende servizio nell’ufficio del vicerè. Con il suo occhio lungo intuisce subito le potenzialità di quella terra. Fonda una sua azienda di trasporti, con ben 15 autisti alla guida di un parco camion Lancia 3RO, per i quali apre anche un’officina specializzata, facendo venire dall’Italia un abile meccanico della Trivellato. Con la Società del Sale trasporta l’oro bianco dal mare all’entroterra, ma anche calce e pelli. Pensa di aprire anche un calzaturificio e per farlo al meglio, come piaceva a lui, si reca più volte nell’allora Cecoslovacchia, per imparare dall’impero di Bat’a.
Angela resta ancora incantata davanti alla collezione di Zaccaria Credito Massimiliano Rossato
Tomas Bat’a è stato per Zlin quello che Alessandro Rossi è stato per Vicenza. Era un imprenditore illuminato, che vedeva nel benessere dei suoi operai il segreto di un’azienda sana e produttiva. E Demetrio?
Il Signor Zaccaria è stato sempre un signore e, quando l’Etiopia è stata conquistata dalla coalizione anglo-franco-belga, lui che non poteva scappare perché sarebbe stata diserzione, ha cercato di aiutare i suoi autisti a mettersi in salvo.
E con lei come è stato?
Meraviglioso. Tutto quello che sono lo devo a lui, che mi ha sempre spronata. Avevo solo le elementari, ma lui mi invitava a leggere la Terza pagina del Corriere della Sera, mi aveva abbonata alla rivista Amica, discuteva con me di attualità, mi chiedeva pareri e consigli. Il mio unico rammarico è che avrei potuto impegnarmi di più, ma ero giovane e ho preso molto sul serio il mio lavoro. Era un uomo intelligente e anche astuto. Quando mi chiese di seguirlo dal lago (ndr: di Garda) a Vicenza, pur lasciandomi libera di fare un periodo di prova, mi iscrisse a Italia Nostra e mi organizzò una visita guidata di gruppo di Villa Manin, a Codroipo. Mi piacque da morire, cominciai a conoscere gente, ad allargare il mio sapere. Non ebbi più dubbi se restare.
A proposito del lago di Garda, come si incrociano le vostre strade?
Pur essendo cittadino, il Signor Demetrio era grande appassionato di natura e da piccolo trascorreva periodi felici in campagna, dagli zii paterni. Probabilmente affondano lì le radici della sua passione per l’agraria in genere e per la viticoltura in particolare. Innamoratosi degli scenari del Benaco -“superficie calma e silenziosa e profondità carica di riflessi”, diceva- si fece costruire una casa tra Toscolano e Gargnano. Io vivevo lì con la mia famiglia. Avevo bisogno di lavorare e non volevo finire come tutte in fabbrica o sarta. Mia madre venne a sapere che quel signore distinto col cappello, che tutti avevano notato in paese, cercava un aiuto domestico e mi accompagnò da lui. Non avevo neanche 15 anni. Lo ricordo ancora come fosse ieri: in camicia rossa a scacchi, perfettamente a proprio agio in fondo al giardino, intento ad abbeverare i suoi adorati ulivi… Nel pomeriggio ero già in prova e avevo già in mano le chiavi di casa. Era fine marzo e il primo aprile ero in regola. Fin da allora ha sempre pensato a tutelarmi. Negli anni mi stipulò un’assicurazione e tuttora percepisco un vitalizio, perché voleva che, una volta mancato lui, io non fossi costretta a lavorare ancora e potessi dedicarmi ai miei genitori che nel frattempo avrebbero avuto bisogno delle mie cure. Venivo a Vicenza solo di tanto in tanto, quando andava a trovare la madre. Poi, nel 1971, il Signor Zaccaria, deluso dalle amministrazioni locali, vendette tutto e mi chiese di trasferirmi con lui definitivamente. Avevo 25 anni e qui c’erano ancora il tram e la Vaca Mora…
Perché deluso?
La Sala Caproni della Biblioteca La Vigna
Era cominciata la lunga odissea per trovare una collocazione alla sua Biblioteca. Inizialmente la voleva lì sul lago ma presupponeva troppa apertura mentale da parte degli enti locali. Poi valutò anche Castellamonte, in Piemonte, ma anche lì nulla. Difficoltà per difficoltà, decise di concentrarsi su Vicenza, da dove tutto era partito. Il progetto però veniva visto come una delle sue tante eccentricità… Anche qui donare sembrava complicato e dopo varie opzioni, tra cui ovviamente la Bertoliana, che però voleva i libri subito mentre Zaccaria desiderava giustamente goderne fino alla morte, arrivò infine l’occasione di Palazzo Brusarosco. Nel 1980 Zaccaria lo acquista, vi trasferisce gli 11 mila tra volumi e pubblicazioni specializzati, amorevolmente raccolti in una vita intera. All’inizio erano stoccati nei magazzini e noi vivevamo al primo piano, dove oggi ha invece sede la Biblioteca. Poi ci siamo trasferiti di sopra, nell’appartamento noto oggi come Spazio Scarpa, fino alla morte del Signor Demetrio, il 27 novembre 1993, quando la sua collezione ammontava già a 31 mila volumi. Oggi sono 62 mila.
Ma da dove è partito tutto quanto?
Il Signor Demetrio era un uomo curioso, assetato di sapere. Ha colto occasioni ovunque di conoscere. Quando era al liceo, in estate andava a lavorare in una segheria in Austria per imparare il tedesco, della prigionia sotto gli inglesi ha approfittato per imparare la loro lingua, quando partì per l’Argentina volle un equipaggio ispanico per apprendere lo spagnolo… Era fatto così. In quanto esperto di alta finanza, era richiestissimo come analista dei mercati internazionali e ha viaggiato in tutto il mondo, ma sceglieva di fermarsi a lungo per imparare, scoprire. Un’estate, in un ristorante di Vicenza, conobbe un gruppo dell’associazione piemontese Amici del Vino che, in quanto vicentino, lo tartassarono di domande sui vini veneti. Fu allora che si incuriosì a una materia di cui non era esperto, che però lo affascinava. In una libreria di New York incappò nel volume Dictionary of Wines, che acquistò per non farsi più trovare impreparato e che segnò la sua vita. Trasformandolo in un raffinato collezionista, alla costante ricerca del “libro perfetto”. Un visionario, insomma. Ma tanto caparbio da farcela.
Un frame del docufilm “La Vigna di Demetrio Zaccaria” con Gianmarco Tognazzi e la nostra Angela
Una sorta di genio incompreso, però.
Non era da tutti essere all’altezza del suo pensiero. Pensi che durante la ricerca della location migliore per la sua collezione, grazie all’amico Angelo Valentini, grande esperto agronomo ed enologo, avviò le contrattazioni, in Toscana, con la medicea Villa Artimino, attratto dalle barchesse. Alle rimostranze di una gentil donna che sottolineò che così avrebbero perso lo spazio per feste e balli, Demetrio rispose: “Voi avrete anche i soldi, ma non capite niente”.
Lei oggi vive nei paraggi, quasi non volesse allontanarsi dalla “bambina” di Demetrio…
Oggi frequento regolarmente La Vigna come volontaria. Lo faccio per Demetrio, perché solo io so quanto ci si è dedicato. Da autodidatta ha provveduto lui alla catalogazione e classificazione di ogni singolo volume, alla compilazione, rigorosamente a mano, delle relative schede. Di alcuni libri ha raccolto più edizioni, in giro per il mondo, e biblioteche e antiquari, ambienti piuttosto chiusi, conoscendone l’autorevolezza, gli spalancavano le porte. Un’antiquaria, dopo che la Biblioteca era stata derubata subendo un danno irreparabile, un giorno lo chiamò perché aveva riconosciuto come suo un raro volume che le era stato proposto di acquistare… Negli ultimi anni, consapevole del rischio d’ingerenza da parte della politica, Demetrio mi chiese: “Quando non ci sarò più, lei resterà?”. Io non li sopporto quegli ambienti lì e non mi so tenere un cecio in bocca. Si pensi che, figlia di un uomo che rifiutò la tessera del fascio, l’unica tessera che rinnovo ogni anno, in suo nome, è quella dell’Associazione Nazionale Alpini. Però de La Vigna mi prendo cura come posso, finché ce la faccio. In fondo ho 80 anni e anche partecipare al docufilm, polemiche a parte, è stato molto impegnativo emotivamente.
Lui non c’è più, ma sicuramente lei sa risponderci: che cosa pensava Zaccaria di Vicenza?
Che i vicentini non hanno mai capito niente, non sono mai stati lungimiranti, hanno tentato di fermare ogni forma di progresso. “Se uno capise bon, sennò amen”, diceva sempre.
(articolo di Renzo Mazzaro, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Tutto ci siamo sentiti dire dal governo nelle ultime settimane prima del referendum, conclusosi con un sonante No alle modifiche costituzionali, a proposito del mal funzionamento della giustizia, meno una cosa: quanto è disposto a pagare per coprire il buco che lascia vuoto negli organici dei tribunali. Possiamo menar il can per l’aia quanto vogliamo con le carriere dei giudici e dei pm, ma divise che fossero diventate o unite come sono teoricamente rimaste, non fanno guadagnare un giorno ai processi. Nei procedimenti civili le sentenze di primo grado arrivano dopo un anno e mezzo o due, contro i 5 mesi di media in Francia e in Spagna. Per arrivare al terzo grado in Italia bisogna aspettare da 7 a 9 anni, in Francia la media è 3 anni e 4 mesi. Nei processi penali l’attesa media da noi per il primo grado va da un anno e mezzo a due, in Danimarca 38 giorni, in Olanda 104 giorni. Peggio di noi fa solo Cipro.
Ma si spiega: nel 2023 in Italia operavano 12 giudici ogni 100.000 abitanti contro una media europea di 22 e 4 pubblici ministeri contro una media UE di 11. Al 30 giugno di quell’anno fra tribunali ordinari, corti d’appello e cassazione mancavano 1.250 giudici in Italia, rispetto agli organici previsti dal ministero. Il quale sostiene che con l’informatizzazione le cose sono migliorate, ma come vedremo solo per snellire le code alle segreterie e alle cancellerie. I tempi delle sentenze restano fuori dalla durata ragionevole dei processi riconosciuta dalla legge Pinto (2001) che prevede indennizzi per gli sforamenti. Con manica larga sul limite massimo dei tempi consentiti (3 anni primo grado, 2 appello, 1 cassazione) e manica stretta sull’entità dei rimborsi: da 400 a 800 euro per ogni anno di ritardo. Significa 1 o 2 euro al giorno, una miseria per ripagare un furto di giustizia.
Ciò nonostante, l’ammontare di questi indennizzi, finora mai rimborsati dallo Stato, ha raggiunto quota 400 milioni di euro. Al punto che l’anno scorso il governo ha dovuto far ricorso a correttivi di procedura, imponendo tra l’altro la digitalizzazione delle domande: chi ha fatto ricorso deve ricaricare la documentazione sulla piattaforma SIAMM entro il 30 ottobre prossimo, pena la decadenza del diritto. Quando questo diritto verrà rispettato, nessuno l’ha ancora capito. Questa è la giustizia italiana, dati ufficiali alla mano. Un disastro, certificato dalle sistematiche procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea, con accompagnamento di sanzioni.
La Corte europea condanna l’Italia
Adesso arriva anche una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che condanna il nostro Paese per ritardi sistematici nel pagamento delle somme dovute agli avvocati d’ufficio per il gratuito patrocinio. La sentenza (Requetes n. 15587/10, 32536/10 e 18531/14) è dell’11 dicembre scorso ma non ha avuto molta pubblicità. Questo potrebbe far pensare ad una questione tecnica che riguarda solo gli avvocati. Invece questa sentenza andrebbe affissa alle porte dei tribunali perché apre uno squarcio su un certo tipo di burocrazia che impegna inutilmente giudici e cancellieri, diventando fonte di rallentamento dei processi. Un malfunzionamento che nessuna informatizzazione può cancellare perché è legato ad una procedura farraginosa. Ci vorrebbe poco per toglierla di mezzo, ma nessuno ci pensa, meno di tutti il ministero cui andrebbe la competenza.
La Corte europea si è pronunciata sul ricorso presentato da due avvocati italiani, Giuseppe Diaco di Roma e Maria Alessandra Lenchi di Vigevano, sostenuti dal Consiglio nazionale forense, per prestazioni fornite come difensori d’ufficio e pagate fuori tempo massimo dai tribunali, con ritardi arrivati anche a 4 anni. La sentenza parla di «ritardi irragionevoli alla luce della semplicità degli adempimenti richiesti all’amministrazione, imputabili esclusivamente a disfunzioni delle cancellerie, smarrimento di fascicoli, lentezza delle comunicazioni e indisponibilità sistematica di fondi». I tribunali chiamati in causa dai due avvocati per difese d’ufficio fornite dal 2014 al 2018 sono quelli di Roma, Bologna, Potenza, Trieste e Como più le corti d’appello di Ancona, Caltanissetta, Campobasso, Potenza, Trieste e Torino. Ma nel resto d’Italia, Veneto incluso, la situazione non è diversa.
La situazione nel Veneto
Per fare l’avvocato d’ufficio bisogna essere iscritti ad un elenco speciale previsto da un Dpr del 2002, affidato alla gestione degli Ordini professionali di ogni provincia. Da questo elenco i tribunali pescano i difensori soprattutto per i processi in cui gli imputati non si presentano o sono dichiaratamente latitanti oppure quando il difensore di fiducia ha rinunciato o abbandonato la difesa.
Nel Veneto i difensori d’ufficio del penale sono 158 a Treviso, 86 a Belluno, 161 a Verona, 154 a Vicenza, 202 a Venezia, 235 a Padova e 56 a Rovigo. In tutto 1.052 su un totale di 14.768 avvocati di ogni specializzazione iscritti ai vari Ordini provinciali. Non raggiungono il 15%, sono una piccola parte della categoria, per giunta poco considerata: il reclutamento volante e la disponibilità che devono assicurare h24 come dicono i carabinieri, li fa passare per avvocati di serie B.
Invece sono questi peones che tengono in piedi la macchina dei tribunali. Hanno turni di 24 ore, possono essere buttati giù dal letto anche di notte. Sono come il pronto soccorso, sempre disponibili a garantire la presenza nelle aule di giustizia in una valanga di processi. Giudice, pubblico ministero e cancelliere non sono sufficienti, se manca l’avvocato difensore il processo semplicemente non parte.
Gratuito patrocinio o lavoro gratis?
Gli avvocati d’ufficio tutelano clienti che non si fanno trovare, ne consegue che lavorano gratis? No, vengono pagati dallo Stato secondo le norme del gratuito patrocinio, assicurato sia in sede civile che penale a ogni cittadino italiano e straniero (purché regolare) con un reddito inferiore a 12.000 euro, che ne faccia richiesta. La legge istitutiva del gratuito patrocinio assicura il pagamento anche nei casi in cui l’imputato è irreperibile, ma l’irreperibilità va dimostrata.
Se non risulta per decreto del tribunale (come avviene nove volte su dieci) tocca all’avvocato d’ufficio attivare ricerche a 360 gradi: residenza, posto di lavoro, consolati nei casi di stranieri, dovunque.
Esaurite le possibilità e dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l’imputato è effettivamente uccel di bosco, l’avvocato deve stendere un rapporto raccontando per filo e per segno le ricerche effettuate invano. Lo deve fare perché il rimborso non è automatico, avviene solo dietro presentazione di domanda, fatta in genere alla fine del procedimento, oppure alla fine della fase di giudizio, o anche alla fine delle indagini.
Al carteggio l’avvocato deve aggiungere una relazione che documenti l’attività professionale svolta per il dibattimento. Non importa che il tribunale la conosca perfettamente, visto che tutti gli atti del processo si sono svolti davanti al giudice e le carte sono conservate nel fascicolo in cancelleria. Una procedura inesorabile pretende il bis.
Completati questi adempimenti, l’avvocato d’ufficio spedisce il carteggio con annessa parcella al giudice di cui al processo. È lui che deve ratificare l’onorario.
Naturalmente il giudice nel frattempo è passato ad altro, pressato com’è dalla pila di fascicoli sempre ammonticchiata sul suo tavolo. Quando liquiderà la pratica? Quando troverà il tempo togliendolo ai processi e alle sentenze. Di solito succede a otto o nove mesi di distanza, dopo che avrà sfalciato di un terzo ma anche di metà la parcella. Non è chiaro perché gli onorari degli avvocati d’ufficio debbano subire questo trattamento, stile taglio scolpito a rasoio dei barbieri. Gli interessati parlano di una decurtazione generalizzata voluta dalla legge sul gratuito patrocinio, che a sua volta rinvia ad altre norme ancora. Sia come sia, effettuato il taglio il giudice notifica a tutte le parti il provvedimento di liquidazione della parcella, ma non è ancora sufficiente: perché il provvedimento diventi definitivo, non opponibile, devono passare altri 30 giorni.
Ci siamo: pochi, maledetti e in ritardo, ma almeno è finita? No, bisogna aspettare che l’ufficio spese di giustizia del tribunale emetta la bozza di fattura. Anche i cancellieri e gli amministrativi hanno il loro daffare. Passano altri mesi. Solo quando arriva la bozza, l’avvocato può spedire la fattura e contare i giorni aspettando il pagamento. Di media sono altri due-tre mesi.
Il conteggio a fine corsa racconta che la liquidazione arriva mediamente un anno e mezzo dopo la prestazione del gratuito patrocinio. Ognuno dei 1.052 avvocati d’ufficio degli elenchi speciali del Veneto lo può confermare. E forse anche aggiungere dettagli ulteriori.
Appello al ministro Nordio
Se il ministro della giustizia Carlo Nordio non è interessato agli stipendi degli avvocati, può almeno chiedersi per quale motivo questa estenuante procedura di liquidazione dei compensi venga messa in capo a giudici e cancellieri, distogliendoli dall’attività dei processi per cui sono pagati. Perché un cancelliere e un magistrato devono occuparsi dell’onorario degli avvocati? Davvero non può far nulla per togliere loro questo ingombro? Tutti i giudici del penale, a seconda dei processi che hanno avuto in carico, si ritrovano questa incombenza. C’è l’ufficio spese di giustizia interno al tribunale, che ha in organico cancellieri e funzionari, che vengono tolti al lavoro su processi e sentenze. Trasferire l’incombenza agli uffici del ministero, perché no? Costituire un ufficio personale esterno, cui delegare questa attività? Liquidare i pagamenti con un cedolino, come avviene per gli altri dipendenti pubblici? Gli avvocati d’ufficio, benché pagati a cottimo, forniscono una prestazione professionale non diversa da quella del giudice o del pubblico ministero, pagati con stipendi a fine mese. L’unica cosa che li diversifica è che non hanno il parcheggio riservato nell’area del tribunale.
Dissipiamo un equivoco
In materia di ritardi della giustizia ci si può chiedere, per concludere, quanto l’informatizzazione abbia migliorato le cose nei tribunali. Il ministero ha diffuso statistiche che parlano di un accorciamento anche del 40% della durata dei processi. Bene. Ma c’è qualche equivoco da dissipare. Prendiamo una causa civile: prima dell’informatizzazione si cominciava con l’atto di citazione e la comparsa di risposta. Dopo di che, a distanza di cinque mesi arrivava la prima udienza, durante la quale il giudice dava un termine ulteriore per depositare le memorie di precisazione e di prova. Passaggi che allungavano non di poco il procedimento. Con la riforma Cartabia questi passaggi sono stati accorpati e anticipati. Non è più necessario aspettare la prima udienza per poi depositare le memorie. Alla prima udienza il giudice trova tutto pronto: una marea di fascicoli depositati, con le relative memorie allegate e può decidere. Se è il caso di acquisire le prove, procede in quel senso. Se è tutto documentale fissa subito l’udienza di conclusione. I tempi del processo si sono innegabilmente ristretti per tutti, ma l’ingolfamento si è trasferito sul tavolo del giudice, che è sempre quello di prima, da solo con due cancellieri nello sgabuzzino a fianco. Lui è diventato l’imbuto.
C’è poco da fare: se manca personale di cancelleria e se i giudici civili sono pochi, non c’è informatizzazione che possa migliorare le cose. Bisogna aumentare le spese per la giustizia, non si scappa.
Il teatro come strumento di comunità e catalizzatore del cambiamento: questa l’ambiziosa intenzione per l’attesa seconda edizione di Torri di Teatro, rassegna teatrale promossa dal Comune di Torri di Quartesolo in collaborazione con l’Unità Pastorale Lerino-Marola-Torri e organizzata dall’associazione culturale Theama. Quest’anno, inoltre, la rassegna si arricchisce di un ulteriore aspetto sociale, ospitando con gioia la compagnia teatrale Amici della Fraglia, composta da ragazzi diversamente abili.
Venerdì 29 maggio ore 20:45 presso il Palatenda di Torri di Quartesolo (dietro la chiesa) sarà la volta dell’irresistibile commedia brillante in dialetto veneto “Processo par ‘na broca rota-Quando el diavolo ghe mete la coa” di Piergiorgio Piccoli e Aristide Genovese, per la regia di Piccoli e con Anna Zago, Daniele Berardi, Anna Farinello, Alessandra Niero, Kevin Munaro, Riccardo Perin e lo stesso Piccoli.Un classico, tra le tante produzioni di Theama Teatro: una commedia perfetta dove l’interesse è sostenuto da una trama impeccabile e dalla descrizione di personaggi vivissimi, interessanti e intelligentemente comici. Con un brio sottile e in un contesto popolare viene tracciato il profilo di un giudice di fine ‘800 che si trova nella paradossale situazione di indagare su un crimine di cui egli stesso è il colpevole e rappresenta l’assurdità di un’anima che non sa più riconoscere una realtà obbiettiva.
Due giorni dopo, domenica 31 maggio stessa location ore 16:30, salirà sul palco la Compagnia Teatrale Amici della Fraglia, composta da un gruppo di ragazzi speciali con una gran voglia di raccontarsi attraverso spettacoli fatti di musica, umorismo e storie che si ispirano a epoche lontane, rivisitate con fantasia e leggerezza. I nostri metteranno in scena “Viaggio nel tempo”, l’avventura in chiave ironica di un gruppo di viaggiatori che, grazie a un’improbabile macchina del tempo, si ritrova catapultato in epoche storiche molto diverse tra loro. Dalla Roma Antica, dove i gladiatori preferiscono mangiare piuttosto che combattere, si passa a una nave di pirati poco coraggiosi e molto confusi, impegnati a cercare un tesoro che sembra sempre sfuggire e via dicendo, affrontando periodi storici sempre più strampalati. La compagnia nasce con l’obiettivo principale di riunire ragazzi con caratteristiche diverse, valorizzando ciascuno nella propria unicità, al di là delle disabilità, e creando uno spazio inclusivo in cui ognuno possa sentirsi parte del gruppo.
“Il teatro fa vivere le emozioni che la vita ci dà – evidenzia l’assessore alla Cultura del Comune di Torri di Quartesolo Luisa Trivella -. Il palcoscenico è la grande piazza dove gli animi si incontrano, si raccontano e si liberano.Questa rassegna teatrale di Theama Teatro e del Comune di Torri di Quartesolo, in collaborazione con l’Unità Pastorale Lerino-Marola-Torri, non è solo un evento culturale, ma vuole essere un’opportunità per rafforzare il tessuto sociale della nostra comunità. Unendo simbolicamente la piazza comunale e quella parrocchiale, vogliamo ribadire che l’arte non è solo una forma di intrattenimento, ma un potente strumento di incontro, crescita e trasformazione collettiva. Le compagnie teatrali e gli artisti che si alterneranno sul palco porteranno con loro storie, idee e visioni che, tra un sorriso e una risata, stimolano la riflessione e l’impegno civile. Attraverso la rassegna teatrale, a Torri di Quartesolo si vuole così dare una nuova chiave di lettura al teatro: presentandolo non solo come uno svago, ma come un’occasione di confronto e un vero catalizzatore del cambiamento. Un ringraziamento speciale va a Theama, responsabile dell’organizzazione di questo evento, per aver dato voce a un progetto che mette al centro l’arte come strumento di crescita civile e sociale”.
(da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
L’ingresso di Massimo Calearo Ciman nel comitato tecnico-scientifico dell’intergruppo parlamentare “AI, Empowerment e mercati emergenti” riporta al centro dell’attenzione una figura che, tra industria e politica, ha segnato in modo rilevante – e discusso – la storia recente vicentina.
Un incarico che può apparire come un riconoscimento delle competenze maturate nel settore delle telecomunicazioni e dell’innovazione, ma che inevitabilmente riapre anche interrogativi su un percorso pubblico caratterizzato da svolte, rotture e trasformazioni. Dalle telecomunicazioni al vertice di Confindustria Vicenza
Nato come imprenditore nel settore della connettività, Calearo – il cui nome originario è Massimo Calearo prima dell’aggiunta del cognome Ciman della madre Lucia Ciman Calearo a cui sono molto legati i suoi successi aziendali prima che la società Antenne Calearo finisse in liquidazione per decisione del tribunale di Vicenza – ha costruito il proprio percorso industriale con l’azienda familiare attiva nelle telecomunicazioni, affermandosi anche sui mercati internazionali.
La sua ascesa lo porta a diventare presidente nazionale di Federmeccanica e di Confindustria Vicenza, ruolo che ne consolida l’immagine di rappresentante dell’imprenditoria locale e nazionale, in una fase di trasformazione dell’industria verso modelli sempre più tecnologici e globali.
Massimo Calearo con Walter Veltroni nel 2008
La svolta politica e le contraddizioni
È però con l’ingresso in politica che la figura di Calearo diventa più controversa. Eletto nel 2008 nelle liste del Partito Democratico, in una fase in cui il centrosinistra cercava un dialogo più stretto con il mondo produttivo, intraprende poi un percorso segnato da cambi di posizione e progressivo distacco dal partito.
Nel corso della legislatura, il suo spostamento verso posizioni più vicine al centrodestra e il successivo avvicinamento a esperienze politiche differenti hanno alimentato critiche e perplessità, contribuendo a costruire un’immagine pubblica segnata dalla discontinuità.
Crisi aziendali e difficoltà economiche
Parallelamente, anche il percorso imprenditoriale ha conosciuto fasi difficili. Le aziende legate al gruppo Calearo hanno attraversato crisi rilevanti, tra ristrutturazioni e tensioni finanziarie, ridimensionando nel tempo il peso industriale costruito negli anni precedenti soprattutto dal padre e dalla madre e ora affidato anche ai figli tra cui Eugenio Calearo Ciman, già presidente dei Giovani di Confindustria Veneto e, tra l’altro, membro del Comitato di gestione del Premio Campiello.
Un elemento che ha inciso sulla percezione complessiva della figura, tra riconoscimento dei risultati ottenuti e critiche per le difficoltà successive.
Il ritorno con il tema dell’intelligenza artificiale
L’ingresso nell’intergruppo parlamentare dedicato all’intelligenza artificiale rappresenta oggi un nuovo capitolo. Calearo Ciman è stato chiamato a contribuire ai lavori delle commissioni su energia sostenibile, aerospace e mercati emergenti, portando – secondo quanto dichiarato – la propria esperienza internazionale. «Metto a disposizione le mie competenze per promuovere uno sviluppo etico e sostenibile dell’IA», ha affermato.
Massimo Calearo per “Italia e Usa, avanti insieme” nel 2025
Un “premio” che riapre il dibattito
È proprio qui che si colloca il nodo più delicato. La nomina può essere letta come un riconoscimento tecnico, legato alle competenze maturate nel campo dell’innovazione e della connettività. Ma allo stesso tempo solleva interrogativi sul significato politico e simbolico di questo ritorno sulla scena pubblica. Per alcuni, una valorizzazione di un profilo con esperienza internazionale; per altri, un “premio” difficilmente comprensibile alla luce delle controversie passate.
In questo equilibrio tra meriti e ombre si colloca oggi la figura di Calearo Ciman, chiamata ancora una volta a misurarsi con il giudizio pubblico in un ambito – quello dell’intelligenza artificiale – destinato a segnare il futuro economico e sociale del Paese purché viva soprattutto degli Up e non anche dei Down, comunque formativi, tipo quelli che hanno caratterizzato la storia personale e resiliente di un esponente… Massimo di Vicenza.
(articolo di Luigi Poletto, studioso di storia della Resistenza, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Il giorno del Ricordo nasce dalla legge n° 92 del 30 marzo 2004 la quale riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Tale ricorrenza può essere vissuta correttamente solamente a patto di rispettare alcuni criteri:
• il rifiuto di qualsiasi atteggiamento negazionistico o riduzionistico o giustificazionistico riconducibile ad un “a priori” ideologico;
• il riconoscimento della complessità delle vicende storiche;
• il rigetto di ogni unilateralismo nazionalistico;
• l’emancipazione dalla logica del c.d. “paradigma vittimario” che assolutizza il punto di vista di una specifica categoria di vittime;
• l’inserimento della tragedia delle foibe nel più generale contesto storico;
• l’attenzione a distinguere la memoria dalla storia: la prima ha a che fare con il vissuto delle persone e quindi è necessariamente mobile e soggettiva, la seconda tende all’accertamento della verità dei fatti;
• la repulsa di ogni “uso politico della storia” che piega gli eventi passati ad una finalità di polemica politica o di costruzione di una narrazione ideologica di parte.
Raoul Pupo (Wikipedia)
Lo storico Raoul Pupo che ha indagato in opere fondamentale le “complesse vicende del confine orientale” ha sottolineato il fatto che la violenza ha pervaso quelle terre dalla Grande guerra alla fine degli anni Cinquanta; lì si è registrato un “laboratorio di esperienze politiche estreme” in cui la violenza si è esercitata in tutte le sue forme e modalità in un primo momento dopo il primo conflitto mondiale quale portato di un fenomeno di “brutalizzazione della politica” (la “stagione delle fiamme”) e in un secondo momento con la seconda guerra mondiale quale “guerra totale, stragista, ai civili (la “stagione delle stragi”).
Le vicende di questa area sono state ricostruite accuratamente dall’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia.
La narrazione nazionalistica dominante rivendica l’italianità dell’area, ma in realtà storicamente questi territori hanno una identità meticcia, multiculturale, multietnica e plurilinguistica grazie all’intreccio di vari universi: lo slavo, il latino, il tedesco, il magiaro. L’italianità adriatica è un modello volontaristico ed inclusivo: ad inizio Novecento non si “è” italiani per appartenenza etnica, ma si “diventa italiani” per decisione individuale in cui è decisivo abbracciare la cultura italiana e parlare la lingua italiana, il che consente al mondo italiano di assimilare gli apporti secolari provenienti dalla penisola, dall’entroterra, dal Mediterraneo, dall’Ungheria e dalle zone germaniche.
Per l’Italia con la prima guerra mondiale all’obiettivo di conquista delle “terre irredente” di Trento e Trieste si sovrappone una più generale spinta espansionistica nei Balcani e nel Mediterraneo. Dopo la retorica della c.d. “vittoria mutilata” per il mancato rispetto del Patto di Londra e dopo la spedizione dannunziana a Fiume, con il Trattato di Rapallo (novembre 1920) l’Italia ottiene Trieste, Gorizia, tutta l’Istria e alcune isole della Dalmazia tra cui Cherso e Lussino.
Francesco Giunta
Il c.d. “fascismo di confine”, che ha il suo leader nel toscano Francesco Giunta, è prematuro e particolarmente aggressivo: realizza frequenti spedizioni contro sloveni, croati, socialisti e persegue l’obiettivo di attuare una vera e propria bonifica etnica. L’incendio del “Narodni Dom” – la sede polifunzionale che ospita le organizzazioni slovene triestine – è del 13 luglio 1920. A seguire l’italianizzazione forzata praticata dal regime è particolarmente dura nei confronti degli slavi perché la lingua italiana viere resa obbligatoria nei luoghi pubblici e di culto; i nomi e i cognomi e toponimi sono italianizzati; il clero slavo viene perseguitato; le associazioni e i luoghi di ritrovo di sloveni e croati sono soppressi; si accentua il processo di marginalizzazione della componente slava dai circuiti decisionali.
Nella primavera del 1941 la Jugoslavia viene invasa dalle forze dell’Asse e a questa aggressione fu recapitata la prima responsabilità politica e morale delle terribili vicende successive. La Serbia diventa indipendente ma è controllata dai tedeschi, la Croazia è pure indipendente con gli ustascia filo-fascisti di Ante Pavelic, l’Italia si annette la “provincia di Lubiana” con Istria e Dalmazia.
Rispetto all’efficiente movimento partigiano la repressione italiana è feroce, estrema e stragista all’insegna di una vera e propria “guerra ai civili”. Si pensi alla circolare 3C del generale Roatta che legittima distruzioni di villaggi, rappresaglie, fucilazioni di ostaggi e deportazioni; nel luglio 1942 nel paese di Podhum sono assassinati tutti i 90 maschi e deportati gli abitanti.
Con l’8 settembre vi è un vuoto di potere e i partigiani jugoslavi sono autori di terribili eccidi all’interno di una vera e propria ondata di terrore in un clima di jacquerie con centinaia di vittime. Gli assassinati e gettati nelle foibe sono italiani coinvolti nella repressione, esponenti istituzionali, eminenti protagonisti della vita civile, professionale ed economica. Sono le “foibe istriane”.
Nell’ottobre del 1943 viene creata e amministrata dai tedeschi la “zona d’operazioini del litorale adriatico” comprendente Istria, Venezia-Giulia e Lubiana. La repressione è durissima: fucilazioni, torture stupri, uccisioni di ostaggi, distruzione di paesi; sono 280 gli uccisi a Lipa il 30 aprile 1944. Sono presenti bande feroci di fascisti oltre alla Decima Mas di Junio Valerio Borghese. A Trieste opera la Risiera di San Sabba, struttura polifunzionale della morte, al contempo caserma, centrale di repressione, deposito, stazione di deportazione, luogo di massacri di massa; vi opera un forno crematorio.
La “corsa verso Trieste” viene vinta dai partigiani jugoslavi che raggiungono la città il 1° maggio. Nei successivi quaranta giorni si verificano atroci eccidi noti come “foibe giuliane”. Circa 10-12 mila persone sono arrestate. Molte vengono liberate; un migliaio di persone vengono giustiziate e gettate nelle foibe, altre migliaia sono deportate in campi dove periscono per denutrizione, maltrattamenti e malattia.
Quante sono le vittime delle foibe (inghiottitoi tipici del terreno carsico storicamente utilizzati quali depositi di materiali di scarto e poi impiegati per occultarvi cadaveri)? Calcolando il numero delle persone scomparse (computo per eccesso) arriviamo a 500- 700 nell’autunno del 1943 e a 3-4 mila nella primavera del 1945. Non si può parlare di “pulizia etnica” e del resto la nozione culturale e non etnica di “italianità adriatica” esclude questa possibilità come pure la presenza di italiani nelle fila dei partigiani jugoslavi. L’epurazione non viene compiuta su basi nazionali ma politiche con finalità punitive per chi si è macchiato di crimini, epurative nei confronti di oppositori reali, potenziali o presunti, del nascente regime comunista (compresi anche esponenti del CLN triestino) e intimidatorie verso la popolazione locale per dissuaderla dall’opporsi al nuovo potere. Gli italiani sono colpiti non in quanto tali, ma perché rientrano nelle categorie da epurare preventivamente: in questo senso si è espressa la Commissione italo-slovena: “L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario, che si stava trasformando in regime, convertendo in violenza di stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”.
Il successivo esodo ha proporzioni enormi: se ne va l’83% della popolazione italiana ovvero circa 280-300 mila persone. Le ragioni vanno ricercate nella percezione di un pericolo strutturale, nell’essere oggetto di pratiche oppressive, repressive e vessatorie, nel disagio psicologico per la disintegrazione di un mondo, nel rifiuto del sistema economico collettivista jugoslavo, in meccanismi di emulazione.
Vicende tragiche. Per uscire dall’imbuto della strumentalizzazione e delle memorie divise occorre trasformare il “Giorno del Ricordo” in ricorrenza totalmente liberata da scorie nazionalistiche, in giornata in cui si denuncia la primaria responsabilità del fascismo per l’aggressione della Jugoslavia nel 1941, si celebra la fratellanza di tutti i popoli, si conserva la memoria di tutte le vittime, si considerano le vicende nella loro oggettività storica, si condivide il dolore dell’altro, ci si riconosce nella casa comune europea.