Venerdì 5 giugno, alle 20:45 presso il Palatenda di Torri di Quartesolo, nell’ambito della seconda edizione di Torri di Teatro, rassegna teatrale promossa dal Comune in collaborazione con l’Unità Pastorale Lerino-Marola-Torri e organizzata dall’associazione culturale Theama, andrà in scena “Al cospetto di Gaber” di Sergio Sgrilli e Corinna Grandi con protagonista lo stesso Sgrilli.
Bisogna sapere che c’è una domanda che insegue Sgrilli da una vita, ovvero “Lei è un attore e comico con la chitarra: come vive il confronto con Giorgio Gaber?” Questione che diventa ancora più insidiosa quando Sandro Luporini, lo storico co-autore di Gaber, lo sceglie come interprete del suo ultimo spettacolo di monologhi e canzoni.
Alla soglia dei 60 anni Sgrilli prova a dare una risposta affrontando la lucente ombra del Signor G, e così nasce “Al cospetto di Gaber”; si tratta perciò di una libera narrazione dal sapore fortemente teatrale, in cui si racconta e svela di come egli si è scoperto un fervido gaberiano. In scena, con l’immancabile chitarra, Sgrilli prova anche a dare un personale colore all’intramontabile padre del teatro canzone. Nel finale e nella totale voglia di condivisione, con una semplice e brillante intuizione, il comico toscano crea il “Piccolo canzoniere gaberiano”, che consegna personalmente al pubblico, per un momento di totale partecipazione, puro divertimento e sincera empatia.
“Il teatro fa vivere le emozioni che la vita ci dà – evidenzia l’assessore alla Cultura del Comune di Torri di Quartesolo Luisa Trivella – Il palcoscenico è la grande piazza dove gli animi si incontrano, si raccontano e si liberano. Questa rassegna teatrale di Theama Teatro e del Comune di Torri di Quartesolo, in collaborazione con l’Unità Pastorale Lerino-Marola-Torri, non è solo un evento culturale, ma vuole essere un’opportunità per rafforzare il tessuto sociale della nostra comunità. Unendo simbolicamente la piazza comunale e quella parrocchiale, vogliamo ribadire che l’arte non è solo una forma di intrattenimento, ma un potente strumento di incontro, crescita e trasformazione collettiva. Le compagnie teatrali e gli artisti che si alterneranno sul palco porteranno con loro storie, idee e visioni che, tra un sorriso e una risata, stimolano la riflessione e l’impegno civile. Attraverso la rassegna teatrale, a Torri di Quartesolo si vuole così dare una nuova chiave di lettura al teatro: presentandolo non solo come uno svago, ma come un’occasione di confronto e un vero catalizzatore del cambiamento. Un ringraziamento speciale va a Theama, responsabile dell’organizzazione di questo evento, per aver dato voce a un progetto che mette al centro l’arte come strumento di crescita civile e sociale”.
Biglietti a euro 8; ingresso gratuito per under 26. Prenotazione consigliata. Info e prenotazioni: Biblioteca di Torri di Quartesolo 0444 250239. email: [email protected]
La prenotazione darà diritto prioritario all’acquisto del biglietto fino alle ore 20.30 (ore 16.15 per il 31/5) del giorno dello spettacolo. Posti non numerati.
Martedì 2 giugno alle 21 il Veneto Festival approda in uno dei luoghi simbolo della civiltà teatrale europea, il Teatro Olimpico di Vicenza, già Patrimonio Unesco, dove in occasione degli 80 anni della Repubblica Italiana, I Solisti Veneti diretti da Giuliano Carella presenteranno “L’Olimpo all’Olimpico”, concerto celebrativo realizzato in collaborazione con l’Accademia Olimpica, pensato come un dialogo ideale tra la scena classica palladiana e la grande teatralità musicale del Settecento europeo.
Protagonista internazionale della serata sarà la contralto greco Marita Paparizou, interprete dalla vocalità intensa e brunita, particolarmente adatta a restituire la forza drammatica, l’ampiezza espressiva del repertorio barocco. La sua presenza conferisce al programma una dimensione fortemente teatrale: arie virtuosistiche in un percorso attraversato da affetti contrastanti, tempeste interiori, furori, invocazioni e tensioni emotive che trovano nella voce femminile di Paparizou un colore raro e di grande suggestione.
Il titolo del concerto, “L’Olimpo all’Olimpico”, nasce dalla coincidenza felice tra luogo e repertorio. Il Teatro Olimpico, capolavoro di Andrea Palladio e spazio costruito sull’eredità della scena antica, accoglierà infatti pagine che appartengono a un immaginario mitologico, eroico e teatrale: da Vivaldi a Händel, da Gluck a Porpora, fino al sorprendente approdo verdiano conclusivo. Sarà una serata in cui la musica dialogherà con l’architettura, e in cui la parola cantata, l’invenzione strumentale e la memoria della classicità troveranno una cornice di straordinaria coerenza simbolica.
Ad aprire il concerto sarà la Sinfonia da “L’Olimpiade” RV 725 di Antonio Vivaldi, pagina che introduce immediatamente il clima dell’opera seria settecentesca, con il suo equilibrio tra energia ritmica, gesto teatrale e brillantezza orchestrale. Il riferimento olimpico, già nel titolo, assume nel contesto vicentino una risonanza particolare: memoria del mito e dell’antico, ma anche celebrazione della competizione, dell’ideale, della misura, elementi che attraversano tanto la cultura classica quanto la musica del Settecento.
Il programma entrerà poi nel vivo della grande vocalità barocca con “Sperai vicino il lido” dal Demoofonte di Christoph Willibald Gluck, aria sospesa tra speranza e inquietudine, nella quale il canto diventa spazio di attesa e di fragilità emotiva. Gluck, figura cruciale nella trasformazione del teatro musicale europeo, porta nel programma una diversa idea di espressione: meno ornamentale, più diretta, capace di cercare nella parola e nella linea melodica una verità drammatica più essenziale.
Con “Furibondo spira il vento” dalla Partenope di Georg Friedrich Händel, la voce sarà invece chiamata a confrontarsi con una scrittura di grande energia e impeto teatrale. L’immagine del vento furioso diventa metafora musicale dell’agitazione interiore: agilità, ritmo e tensione dinamica costruiscono una pagina di forte impatto, nella quale il virtuosismo non è mai semplice esibizione, ma traduzione sonora di uno stato emotivo estremo.
A bilanciare la dimensione vocale interverrà il Concerto in fa maggiore RV 551 di Vivaldi, per tre violini, archi e basso continuo, pagina di rara luminosità strumentale. Qui la scrittura vivaldiana dispiega tutta la sua fantasia concertante: i tre violini dialogano, si rincorrono, si sovrappongono in una trama mobile e brillante, restituendo quella concezione quasi scenica dello strumento che fa di Vivaldi uno dei grandi drammaturghi del suono. Anche senza parole, la musica conserva un’evidenza teatrale: contrasti, slanci, sospensioni e risposte costruiscono una vera conversazione musicale.
Il cuore più tormentato della serata sarà affidato a Nicola Porpora, con “Torbido intorno al core” da Meride e Selinunte. Grande maestro della scuola napoletana e figura centrale nella storia del canto settecentesco, Porpora fu tra i massimi artefici di una vocalità capace di unire virtuosismo, controllo tecnico e intensità affettiva. In questa aria, il turbamento interiore trova una forma musicale di particolare forza: la voce sembra muoversi dentro un paesaggio emotivo instabile, dove la complessità della scrittura diventa immagine dell’anima agitata.
Ancora Vivaldi tornerà con “Con la face di Megera” da Semiramide RV 733, pagina accesa, drammatica, quasi visionaria, nella quale la furia mitologica diventa gesto vocale. Il riferimento a Megera, una delle Erinni, introduce una dimensione aspra e infera, perfettamente coerente con il gusto barocco per gli affetti estremi e per la rappresentazione musicale delle passioni più violente. Sarà uno dei momenti di maggiore intensità teatrale del concerto, affidato alla capacità dell’interprete di trasformare la difficoltà tecnica in espressione scenica.
A concludere la serata sarà il Quartetto in mi minore di Giuseppe Verdi, nella rara versione dell’autore per orchestra d’archi. La scelta verdiana, dopo il percorso barocco e settecentesco, apre una prospettiva inattesa e profondamente italiana. Composto originariamente per quartetto d’archi, il lavoro rivela un Verdi cameristico, concentrato. Nella versione per orchestra d’archi, la scrittura acquista ampiezza e profondità. Inserito nel concerto del 2 giugno, il Quartetto assume un ulteriore valore simbolico: un omaggio alla grande tradizione musicale italiana e alla sua capacità di parlare, con linguaggi diversi, alla coscienza civile e culturale del Paese.
Una serata di particolare densità artistica e istituzionale: un concerto che unisce celebrazione repubblicana, memoria classica, teatro musicale e identità italiana, nel segno di un Festival che continua a far dialogare il patrimonio veneto con le grandi traiettorie della cultura europea.
Prendono il via domenica 31 maggio le Matinée a Palazzo Chiericati, sezione delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico dedicata al dialogo tra musica, parola e arti visive.
Due appuntamenti domenicali, il 31 maggio e il 7 giugno alle ore 11.00, porteranno il pubblico in uno dei luoghi simbolo del patrimonio museale vicentino, attraverso percorsi che intrecciano ascolto musicale, racconto e relazione con lo spazio artistico che li ospita.
Domenica 31 maggio, alle ore 11.00, si partirà con un viaggio alle origini del pianoforte con il melologo buffo Bartolomeo Cristofori – La vera storia dell’invenzione del pianoforte, ideato dal compositore veneziano Claudio Ambrosini, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, con la voce recitante di Emanuele Piovene. Lo spettacolo immagina con ironia cosa sarebbe successo se Cristofori, padovano di nascita e veneziano d’adozione, avesse proposto la sua geniale invenzione al Doge di Venezia prima che al Gran Principe dei Medici. A incarnare il suono del pianoforte sarà uno strumento insolito e affascinante: il disklavier, pianoforte a controllo elettronico capace di suonare da solo.
Le Matinée si concluderanno domenica 7 giugno, alle ore 11.00, con Andante mistico, robustoso et forte, appuntamento dedicato a San Francesco nell’ottavo centenario della morte. Il programma intreccia parola e musica. Il testo Note su San Francesco di Stefano Valanzuolo sarà interpretato dall’attore Eugenio Mastrandrea, mentre al pianoforte Marco Sollini accosterà pagine di Fryderyk Chopin a proprie composizioni ispirate alla figura del Santo, tra cui Méditation à Saint François d’Assise op. 44. La figura di Francesco si lega in modo naturale al tema di questa edizione, I canti della terra: nel Cantico delle Creature, rivolgendosi alla luna, alle stelle, al vento, all’acqua e al fuoco, il suo sguardo sulla natura si fa canto di stupore, meraviglia e contemplazione. L’appuntamento sarà completato da una visita guidata all’Estasi di San Francesco di Giambattista Piazzetta, conservata a Palazzo Chiericati.
Le Settimane Musicali
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico, riconosciute dal Ministero della Cultura, godono del patrocinio della Regione del Veneto e del Comune di Vicenza e la collaborazione con Musei Civici Vicenza, Teatro Comunale Città di Vicenza, Conservatorio Arrigo Pedrollo, Gallerie d’Italia – Vicenza. Sono inoltre sostenute da Digitec, Infodati, Fondazione Roi, Banca delle Terre Venete, Veronica e Dominique Marzotto, Sanmarco Informatica, Famiglia Brunelli, Belluscio Assicurazioni, Funitek, Fondazione Musicale Omizzolo – Peruzzi, Casa del Blues, Iiriti, Yamaha, Bösendorfer, Forma, The Aries. Grand Boutique Hotel
Anche quest’anno le Settimane Musicali al Teatro Olimpico confermano la poliedrica vocazione del Festival e le molteplici collaborazioni con realtà istituzionali e associative. Proficue collaborazioni a livello artistico sono in atto con il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, con gli Amici della Musica di Firenze, gli Amici della Musica di Padova, con Asolo Musica, con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo e con diverse realtà territoriali, tra cui il Liceo Don Giuseppe Fogazzaro.
La XXXV edizione delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza dedica cinque appuntamenti ai talenti più promettenti del panorama musicale.
Torna a Palazzo Chiericati il Progetto Giovani, la sezione del festival riservata a musicisti under 35 già affermati in concorsi nazionali e internazionali o selezionati all’interno di percorsi di alta formazione. I concerti, iniziati il 23 maggio e in programma fino al 7 giugno 2026, sempre alle ore 18.00, in uno dei luoghi simbolo della cultura vicentina.
Da anni il Progetto Giovani rappresenta uno degli assi portanti delle Settimane Musicali: un’occasione non solo per ascoltare interpreti, provenienti da percorsi di studio qualificati e che hanno conseguito importanti riconoscimenti, che si affacciano alla scena concertistica, ma anche per scoprire repertori che raramente trovano spazio nei cartelloni più tradizionali. Anche quest’anno si confermano le collaborazioni con il Premio Lamberto Brunelli, il Bando Guglielmo, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo.
I programmi del 2026 attraversano tre secoli di musica, dai grandi classici della letteratura cameristica – Beethoven, Schumann, Franck, Mendelssohn – alla musica del Novecento e del nuovo millennio, con incursioni nel tango di Piazzolla, nelle miniature di Kurtág e in una pagina contemporanea di Rudi De Bouw, fino alle opere di Guido Alberto Fano, compositore veneziano di inizio Novecento.
Ad aprire il Progetto Giovani, sabato 23 maggio, sono stati Julija Andersson al violino e Paul Andersson al pianoforte, vincitori dell’International Chamber Music Competition 2025 della Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo. Il loro programma traccia un arco che va dal classicismo di Beethoven, con la Sonata op. 30 n. 1 in la maggiore, all’impressionismo di Debussy, con la Sonata in sol minore, per approdare alla grande Sonata in la maggiore di César Franck, uno dei capolavori della letteratura per violino e pianoforte.
Il secondo appuntamento, sabato 30 maggio, è legato all’Alta Formazione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e avrà per protagonisti Giorgio Lucchini al violoncello e Barbara Panzarella al pianoforte. Il duo proporrà un percorso che attraversa due secoli di scrittura per violoncello e pianoforte, dal romanticismo nordico al tango argentino, passando per il virtuosismo ottocentesco e la musica d’oggi: da Luzmila di Rudi De Bouw, composta nel 2023, alla grande tradizione romantica della Sonata in la minore op. 36 di Edvard Grieg, fino alle suggestioni latinoamericane di Le Grand Tango di Astor Piazzolla e alle Variazioni sul tema del Mosè di Rossini di Niccolò Paganini.
Vincitore del XIV Premio Lamberto Brunelli, il concorso pianistico nazionale organizzato dalle Settimane Musicali al Teatro Olimpico e, da quest’anno, co-organizzato con il Comune di Vicenza, Alessandro Artese sarà protagonista, domenica 31 maggio, sul palco di Palazzo Chiericati. Il recital si apre con la trascrizione di Busoni del corale Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659 di Bach, prosegue con l’Humoreske in si bemolle maggiore op. 20 di Robert Schumann e si conclude con gli Étude-Tableaux op. 33 di Sergei Rachmaninov, riprendendo tre momenti centrali della letteratura pianistica tra trascrizione, forma romantica e virtuosismo novecentesco.
Al pianoforte sarà dedicato anche l’appuntamento con Daniele Martinelli, vincitore del XXXXI Premio Venezia, atteso sabato 6 giugno. In programma una selezione dai Játékok Vol. IX e X di György Kurtág, la Kreisleriana op. 16 di Robert Schumann, con le celebri Otto fantasie per pianoforte, e due opere di Sergej Prokof’ev: i Sarcasmi op. 17 e la Sonata n. 7 in si bemolle maggiore op. 83, pagine che attraversano il Novecento con energia, tensione ritmica e densità espressiva.
La chiusura del Progetto Giovani, domenica 7 giugno, è affidata al duo formato da Chiara Volpato al violino e Davide Scarabottolo al pianoforte, vincitori dell’VIII Bando Guglielmo. I due interpreti si esibiranno in un itinerario musicale di grande suggestione, che spazia dalla spiccata sensibilità lirica di Guido Alberto Fano – con la Sonata Fantasia in re minore e le Pagine d’album – alle atmosfere iberiche de La Vida Breve di Manuel de Falla, per culminare nella freschezza della Sonata n. 3 in Fa maggiore MWV Q26 di Felix Mendelssohn.
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico, riconosciute dal Ministero della Cultura, godono del patrocinio della Regione del Veneto e del Comune di Vicenza e la collaborazione con Musei Civici Vicenza, Teatro Comunale Città di Vicenza, Conservatorio Arrigo Pedrollo, Gallerie d’Italia – Vicenza. Sono inoltre sostenute da Digitec, Infodati, Fondazione Roi, Banca delle Terre Venete, Veronica e Dominique Marzotto, Sanmarco Informatica, Famiglia Brunelli, Belluscio Assicurazioni, Funitek, Fondazione Musicale Omizzolo – Peruzzi, Casa del Blues, Iiriti, Yamaha, Bösendorfer, Forma, The Aries Grand Boutique Hotel.
Anche quest’anno le Settimane Musicali al Teatro Olimpico confermano la poliedrica vocazione del Festival e le molteplici collaborazioni con realtà istituzionali e associative. Proficue collaborazioni a livello artistico sono in atto con il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, con gli Amici della Musica di Firenze, gli Amici della Musica di Padova, con Asolo Musica, con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo e con diverse realtà territoriali, tra cui il Liceo Don Giuseppe Fogazzaro.
(Articolo su Pinot grigio e Verdicchio di Michele Lucivero da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Le Folate, Pinot grigio del Garda 2025, 12% vol., Cantina di Illasi
Siamo nel cuore della Valpolicella in provincia di Verona, in un territorio vocato alla produzione di grandi e storici vini rossi, ma anche di interessanti vini bianchi, come il Soave DOC, che intreccia vitigni internazionali a vitigni autoctoni. In questo caso, però, vogliamo presentarvi un Pinot grigio di tutto rispetto allevato tra le colline veronesi da una cantina storica di quasi un secolo, fondata nel 1938, la Cantina di Illasi. Originario della Borgogna, in Francia, il Pinot grigio nasce da una mutazione del nobile Pinot nero, per poi avere una notevole diffusione in Europa, soprattutto nel zone del nord, ma anche in Italia tra Veneto, Friuli Venezia-Giulia e Trentino Alto-Adige. È caratteristica la sua bacca di colore grigio, che lo rende unico tra i vitigni coltivati in Italia, da cui si ricava un vino bianco fresco, beverino e versatile per tutte le tavole. Questo Pinot grigio della Cantina di Illasi, adattatosi egregiamente tra le colline del Garda e chiamato in maniera evocativa Le Folate, si presenta alla vista di colore giallo paglierino con riflessi verdolini “sull’unghia”, cioè sull’orlo del liquido al contatto con il bicchiere inclinato, che è un segno di giovinezza del vino. Al naso si avverte immediatamente un floreale fresco di fiori bianchi e sentori di pera, mela gialla e anche delle note minerali e ed erbe aromatiche. Colpisce all’assaggio la discreta acidità e la sapidità di un vino secco che merita di accompagnare anche piatti dal sapore importante e, grazie alla sua versatilità, restare a tavola dall’inizio alla fine di un pranzo.
Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva 2017, 13,5 %, Villa Bucci
Con tutto il rispetto per il panorama enologico italiano, quello che qui vi stiamo presentando è un vino importante che è stato insignito di uno dei premi internazionali più prestigiosi nel panorama dell’enologia, infatti questo Verdicchio di Villa Bucci nella classifica Wine Enthusiast 2021 è stato valutato come il migliore del mondo, dopo un rosso francese. La Cantina Villa Bucci lavora con metodo biodinamico, ma la caratteristica di questo bianco è legata al fatto che fa affinamento in botti grandi per otto mesi e poi fa ancora un altro periodo in bottiglia. Dal colore giallo dorato con riflessi verdolini nell’unghia, questo Verdicchio si presenta assolutamente brillante in limpidezza. La sensazione olfattiva è dominata da un sentore fruttato intenso di litchi, ananas e papaya, frutta esotica, ma anche mela cotogna e frutta gialla, come la susina, il pompelmo rosa e il kumquat (il curioso mandarino cinese). Tra i floreali riconosciamo il profumo di peonia, mimosa, giglio, margherita e fiori di campo, che cedono il passo ad una leggera nota vegetale di bosso e di fieno fresco. Tra le erbe aromatiche emerge l’origano, il timo e l’aneto, mentre tra le spezie avvertiamo lo zenzero, il pepe bianco fresco e la curcuma. Si sentono lievi le tostature e, infine, il balsamico ci arriva con eucalipto e caramella fresca. È interessante la nota di burro fuso spalmato su pane appena leggermente tostato, che è quella che ci fa concordare nel ritenere questo vino molto delicato, complesso con una qualità assolutamente definita. All’assaggio il palato si delizia con un vino secco, avvolgente nelle morbidezze, piacevole per l’equilibrio delle parti, ma con una spiccata acidità.
(Gastronomia del riciclo, articolo di Federica Zaninida VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Questa volta la mia idolatrata friggitrice ad aria mi ha tradita. O forse sono io ad aver deluso lei? Mi avevano avvertita che acquistarne una mi avrebbe cambiato la vita, ma non credevo potesse creare dipendenza. E soprattutto minare l’equilibrio (mentale) in cucina.
Sta di fatto che, colpa mia o colpa sua non importa, il riciclo che vado a proporvi è partito dalla pessima riuscita di polpo e zucca arrosto. Avevo già sperimentato, con grande successo. Una meraviglia per l’occhio e per il palato. Il pesce croccantino fuori e morbido dentro, una favola. Stavolta però niente lieto fine: immangiabile, non per il sapore per carità, ma letteralmente impossibile da masticare, duro e gommoso. Peggio delle stracaganasse (per i vicentini d’adozione, le castagne secche la cui consistenza gli ha regalato appunto il nome di stanca-mascelle).
Alla rabbia per il fallimento, vuoi aggiungere l’onta dello spreco? Non sia mai! Contrario alla mia etica e alla mission di questa rubrica. E così scatta la ricetta di recupero. Più che mai ardita, ma davvero d’effetto.
Partiamo dunque dalla zucca e dal polpo incartapecorito. Strappiamoli dalla presuntuosa friggitrice e affidiamoli al mixer salva-tutto. Tritiamo bene, aiutandoci con un goccio di brodo, fino a ridurre il tutto in una morbida poltiglia. In una casseruola a parte, soffriggiamo una bella cipolla grande, ridotta a pezzettini, irrorandola con vino bianco. Quando quest’ultimo è sfumato del tutto, aggiungiamo in abbondanza il brodo in cui avevamo precotto il polpo e lessiamoci un paio di patate non troppo grandi, precedentemente tagliate a fettine.
A questo punto aggiungiamo il contenuto del mixer, mescoliamo bene. Regoliamo di sale, pepe e aglio in polvere, quindi personalizziamo con erbe aromatiche secche (o fresche ben tritate, la stagione comincia a consentirlo) a piacere. Ripensando alla presenza della zucca, incolpevole e dimenticata per colpa del polpo io ho optato per rosmarino, salvia, santoreggia e timo.
Per rendere tutto più omogeneo e piacevole al palato, diamo un paio di colpi di mixer a immersione. Eventualmente allunghiamo con acqua o brodo del polipo, ma solo un goccio: la consistenza deve essere quella di una vellutata. A gusto, possiamo aumentare l’effetto “velluto” aggiungendo una vescica di panna da cucina.
A questo punto non resta che impiattare. Io ho completato con fette di pane tostato, qualche pomodorino a pezzetti (avevo quelli gialli) e un paio di cucchiaini di fiocchi di formaggio. Volendo si può optare per una versione dal sapore più deciso, sostituendo i pomodorini freschi con quelli secchi sott’olio (tagliati a listarelle) e il formaggio con yogurt greco bianco.
Tocco finale: una macinata di pepe nero e una croce di olio evo.
Una bontà, con cui fare anche un figurone con gli amici. Evitate però di arrostire apposta troppo il polpo! La vellutata sarà piacevolissima anche con “semplici” avanzi di altro pesce.
(Articolo di Claudio Raimondi sul Vicenza Calcio da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
E’ stata soprannominata la “Nobile Provinciale” per i 20 campionati consecutivi, dal 1955-1956 al 1974-1975, in serie A, un ventennio caratterizzato da alcune salvezze miracolose e sofferte, ma anche da piazzamenti di grande prestigio, come nella stagione 1965-1966, quando trascinata da un bomber di razza come il brasiliano Luis Vinicio concluse al sesto posto, davanti a “squadroni” come Milan, Roma e Torino. Con le ulteriori presenze accumulate nella massima serie con i tecnici G.B. Fabbri (nell’epopea di Paolo Rossi) e Francesco Guidolin, il L.R. Vicenza ha totalizzato complessivamente 30 campionati di A, che la pongono attualmente al 16° posto nazionale (assieme al Bari) per numero di presenze nella massima categoria.
DUE SECONDI POSTI IN A
A livello di piazzamenti il risultato più prestigioso è il secondo posto del “Real Vicenza” trascinato dal futuro “Pablito” che nella stagione 1977-1978, in cui partì nello scomodo ruolo di matricola (l’anno precedente aveva vinto il campionato di B con l’esplosione di Paolo, a segno 21 volte) dopo un inizio di torneo difficile e l’arrivo nel mercato autunnale (in quegli anni non esisteva la “finestra” a gennaio) di Cerilli e Guidetti. Tra la sorpresa generale la squadra scalò la classifica sino a contendere alla Juventus il vertice già alla fine del girone d’andata: i bianconeri poi vinsero lo scudetto con 44 punti, con il Lanerossi alle spalle a quota 39 con il Torino. Un altro secondo posto è datato 1910-1911 quando nel primo campionato a livello assoluto l’allora ACIVI giunse alla finale nazionale venendo sconfitta dalla Pro Vercelli, che vinse 3-0 all’andata in Piemonte e 2-1 al ritorno a Vicenza. Seppur a livello parziale vanno rilevate anche le quasi tre settimane in testa alla classifica di A, tra novembre e dicembre 1996, in un’annata conclusa trionfalmente.
COPPE IN BACHECA
Nella bacheca del club a brillare maggiormente (non solo perché è la più grande) è la Coppa Italia 1997, in assoluto il traguardo più prestigioso in 124 anni di storia. Un cammino trionfale con l’eliminazione nell’ordine di avversarie del calibro di Genoa (negli ottavi di finale), Milan (quarti), Bologna (semifinale) e poi culminata con la doppia tiratissima sfida contro il Napoli: 0-1 al San Paolo e ritorno il 29 maggio al “Menti” con il gol di Maini che pareggiò i conti e poi i gol allo scadere dei supplementari di Maurizio Rossi e Iannuzzi per il definitivo 3-0. Due le partecipazioni alle coppe europee: in Uefa nel 1978-79 (eliminazione al primo turno per opera del Dukla Praga, a quel tempo squadra molto forte) e nella Coppa delle Coppe 1997-98, dove Lopez & compagni arrivarono sino alle semifinali, eliminati dal Chelsea, poi vincitore del trofeo. Nel palmares biancorosso – riassunto nella tabella a fondo pagina con l’inserimento di altri importanti risultati – figurano anche due Coppe Italia di C, nel 1981-1982 e nel 2022-2023, quest’ultimo sinora unico trofeo nell’era della famiglia Rosso.
ASSALTO ALLA SUPERCOPPA DI C
Con la promozione diretta in serie B, il L.R. Vicenza avrà la possibilità di conquistare un trofeo che la vede in lizza per la prima volta: si tratta della Supercoppa di serie C che si disputa dal 2000 e che vede protagoniste a fine torneo (in concomitanza con i playoff promozione, che regalano il quarto pass per la B) le prime classificate dei 3 gironi. Ognuna disputerà due match, uno in trasferta e uno in casa, che sarà l’occasione per ulteriori festeggiamenti. Nella scorsa stagione il torneo è stato vinto dalla Virtus Entella guidato proprio da mister Gallo (nella sfida decisiva sconfitto il Padova), ora pronto a riprovarci per puntare al bis personale.
ACIVI Vicenza nasce nel 1902: tutto inizia in una palestra scolastica
La sede di contra’ Santa Caterina 7 dove è nato l’ACIVI Vicenza il 9 marzo 1902. Nella foto i festeggiamenti in occasione del 120° compleanno
La storia calcistica biancorossa inizia ufficialmente il 9 marzo 1902. In quel giorno, era una domenica, nella palestra della scuola di contra’ Santa Caterina 7 a Vicenza, via tuttora esistente all’interno delle mura storiche cittadine, viene stipulato l’atto di fondazione con la nomina del primo consiglio direttivo, che nella riunione della settimana successiva, darà vita al primo organigramma della neocostituita Associazione Calcio Vicenza, conosciuta con l’acronimo di ACIVI, così composta: presidente Tito Buy (Direttore Scuola Tecnica), vicepresidente Giovanni Ghilardini, revisori Francesco Buy e Giovanni Tonello, insegnante tecnico (corrispondente all’attuale mister) professor Antonio Libero Scarpa. La squadra, composta dagli stessi soci della società, disputa in quell’anno solo gare amichevoli con squadre composte da elementi reclutati tra le altre realtà sportive cittadine, giocando nel cortile interno della palestra. La prima uscita ufficiale avverrà 14 mesi dopo, il 18 maggio 1903, nel Campionato provinciale per Scuole con la compagine berica opposta ad altri istituti.
Foto scattata domenica 9 marzo 1902 quando inizia la storia calcistica del Vicenza composta da giocatori rigorosamente locali (fonte sito ufficiale Vicenza Calcio)
Sabato 6 giugno 2026, alle 20 e 30, e domenica 7 giugno, alle 17, il palco di Sala Poleo a Schio ospita Fragilità e Potere: l’illusione del potere in cinque commedie e una tragedia, spettacolo conclusivo della Bottega di Schio Teatro 80.
In scena quaranta attori, protagonisti di un percorso teatrale che attraversa ironia, contraddizioni e cadute del potere umano, mettendone a nudo fragilità, maschere e illusioni. Come il re raffigurato è simbolicamente privo di ogni difesa, anche i personaggi portati sul palco si confrontano con ciò che resta quando l’autorità perde il suo abito e rivela tutta la propria vulnerabilità.
Con Fragilità e Potere la Bottega di Schio Teatro 80 accompagna il pubblico in un viaggio tra ambizione, debolezza, desiderio di controllo e bisogno di riconoscimento, alternando momenti di ironia, sarcasmo e tensione teatrale.
Lo spettacolo dura 90 minuti e l’invito è aperto a tutti. Ingresso libero con prenotazione: [email protected].
L’evento è parte del progetto FUORI CANOVACCIO – Storie che tornano a casa, un invito a riscoprire il teatro come luogo di comunità, tradizione e nuove visioni.
(Articolo della serie dedicata al ballo di Serena Balbo da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Marzo invoca la primavera, le giornate più lunghe, il sole che fa capolino e riscalda, il cinguettio degli uccellini che accompagna le passeggiate e i colori dei fiori che riscaldano l’animo dopo il lungo inverno.
Se penso alla primavera è inevitabile pensare ai quadri impressionisti: uno dei dipinti più noti è “Ballo a Bougival”, dipinto nel 1883 da Pierre-Auguste Renoir e conservato al Museum of Fine Arts di Boston. Al centro della scena un barcaiolo dilettante trascina la sua compagna in un delicato ballo; l’artista francese voleva ritrarre uno spaccato di vita mondana parigina. Le tonalità cromatiche accese e intense danno al dipinto un senso di gioia e armonia. I protagonisti del quadro ballano un valzer (o walzer), dal tedesco walzen, “girare, ruotare, volteggiare”, nato alla fine del XVIII secolo come evoluzione del Ländler, danza popolare tipica dell’Austria, delle regioni meridionali tedesche e della Svizzera tedesca.
Inizialmente diffuso solo nel paese austriaco e nel sud della Germania, conquistò presto il resto dell’Europa grazie alle sue sonorità orecchiabili: Russia, Inghilterra, Italia, persino Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI, ne rimase colpita tanto da portarlo alla corte di Versailles, da cui poi si diffuse in tutta Francia.
Aveva una particolarità: per la prima volta la coppia di ballerini danzava abbracciata, in opposizione alle tipiche danze precedenti in cui uomo e donna si tenevano solo per mano nel compiere i passi. A inizio Ottocento piacque in particolare ai giovani perché rappresentava l’espressione della nascente borghesia che si lasciava alle spalle i costumi aristocratici: un ballo che raccontava una sensazione di libertà e una differenza notevole rispetto ai balli di corte rigidi e ingessati, come il minuetto. Con il valzer la coppia volteggiava avvolta in un abbraccio armonioso: per questo motivo fu osteggiato dalle menti più conservatrici che ritenevano immorale ballare a così stretto contatto; addirittura nel 1833 un manuale inglese di buone maniere lo sconsigliava alle donne non sposate, perché era «un ballo troppo immorale per le signorine».
Goethe inserì nel volume “I dolori del giovane Werther” (1774) una perfetta descrizione della danza dove il protagonista partecipa a una serata di ballo, iniziata con dei minuetti: «Venne poi il momento del valzer, le coppie iniziarono a volteggiare come sfere celesti le une attorno alle altre […] Non mi sono mai sentito così sciolto, leggero: non ero più nemmeno un uomo. Avere tra le mie braccia la più adorabile delle creature, farsi travolgere con lei in un turbine, svelti come la saetta, e non percepire più nulla intorno a sé…».
Sarà in particolare Vienna il fulcro del valzer all’inizio del 1800, affermatosi grazie a Johann Strauss (padre) assieme al collega Joseph Lanner. Con Strauss, definito il padre del valzer viennese, al ballo venne attribuita una dignità, smise di essere una semplice danza contadina e fece il suo ingresso fra i livelli più elevati della società. In ambito colto si diffuse grazie alle opere di Johann Nepomuk Hummel (che ne definì il canone formale) e Carl Maria von Weber, entrambi compositori, il primo austriaco e il secondo tedesco.
In seguito il ballo assunse diverse conformazioni in base al Paese: con Johann Strauss (figlio) il valzer viennese mantenne un andamento spigliato e rapido; in Inghilterra a fine ‘800 si affermò il valzer lento, mentre la Francia scelse il genere operettistico con un ritmo più sentimentale ma anche la forma sinfonica e pianistica di Fryderyk Chopin.
Nel XX secolo il valzer viennese assunse anche uno spirito nuovo e dissacratorio grazie a compositori come Gustav Mahler, Richard Strauss e Alban Berg.
Di certo, il valzer più noto è “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss figlio composto nel 1867, per cui si ispirò a un poema di Karl Beck che decantava la bellezza di Vienna (o di una donna) «sulle sponde del bel Danubio blu»; la musica fu interpretata da tutte le orchestre di Vienna al passaggio del suo feretro quando morì nel 1899.
Molto noto è il valzer ballato da Claudia Cardinale e Burt Lancaster nel film “Il Gattopardo” (Luchino Visconti, 1963) sulle note di un Valzer inedito in Fa maggiore per pianoforte composto da Giuseppe Verdi nel 1859 ed arrangiato da Nino Rota. La scena rappresenta un momento di grande eleganza e, non a caso, simboleggia la decadenza dell’aristocrazia siciliana durante il periodo di transizione dell’Unità d’Italia.
Attualmente vengono praticati differenti tipi di valzer: il valzer lento (English Waltz, elegante e cadenzato), il valzer viennese (veloce e vorticoso) e il valzer musette (popolare francese), tutti caratterizzati dal tempo in tre quarti. I valzer non si distinguono solo per la velocità, ma anche per il contesto di esecuzione: mentre il valzer lento e quello viennese sono inclusi nelle competizioni internazionali nella categoria Danze standard e presentano uno stile tecnico elegante, accompagnato da sontuosi costumi, il valzer tipicamente romagnolo fa parte del ballo liscio danzato nelle balere.
Il valzer romagnolo
Carlo Brighi, violinista e compositore, è considerato il capostipite del genere musicale popolare che prese il nome di liscio romagnolo. Dopo essersi dedicato alla musica colta, mise in piedi un’orchestra tutta sua e iniziò a girare la Romagna suonando valzer, polche e mazurche nei teatri e nei circoli, fino ad inventare il concetto di balera adattando una parte della sua casa di Bellaria a sala da ballo, che divenne il “Salone Brighi”.
Il compositore caratterizzò il valzer, la polka e la mazurca accelerando i tempi tramite l’utilizzo del clarinetto in do; a lui va attribuita l’idea di velocizzare il valzer e di assegnare la parte dominante del brano allo stesso clarinetto in do, come principale strumento solista.
Il più importante esponente del liscio romagnolo fu Secondo Casedei che partecipò all’orchestra di Emilio Brighi (figlio di Carlo) e che in seguito debuttò formando un proprio gruppo, dove introdusse innovazioni importanti negli strumenti utilizzati: batteria, banjo, sax, etc. Scrisse numerose polche, valzer e mazurche, tra cui la celeberrima “Romagna mia” del 1954, un valzer che narra la nostalgia e l’amore di un uomo per la sua terra d’origine, la Romagna.
Il valzer lento
Originatosi a fine Ottocento dal boston o hesitation statunitense – una danza composta da serie di passi indietro, avanti e volteggi – si è imposto negli anni Venti del Novecento con il nome di valzer diagonale; a seguito dei Campionati Mondiali di Londra del 1927 è stato modificato ed ha assunto una standardizzazione.
Viene danzato con 28-30 battute al minuto per le competizioni delle danze standard e a 30 battute al minuto per quelle della disciplina ballo da sala. La postura è fondamentale, sia dell’uomo, ma soprattutto della donna, la quale conferisce eleganza e armonia ai movimenti. I due ballerini devono toccarsi solo nella parte superiore destra e la dama deve inchinare con eleganza la testa all’indietro per tutta la durata del ballo, facendosi guidare dal cavaliere che sceglierà anche la lunghezza dei passi.
(da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Nell’articolo del mese precedente avevo dato indicazioni in generale su come avvicinarsi al mondo editoriale, come scegliere l’editore, come farsi consigliare, come promuovere il proprio libro.
Ho però saltato alcuni passaggi, sia per non scrivere troppo, sia perché alcuni dettagli cambiano libro per libro e caso per caso, quindi vanno valutati sempre assieme all’editore. Però qualche indicazione di massima la aggiungo volentieri, ribadendo che si tratta di consigli derivati dalla mia esperienza e non di verità incontrovertibili.
Qualcosa da raccontare
Come ho detto, per scrivere un libro, bisogna innanzitutto avere qualcosa da raccontare. Ovviamente lungi da me suggerire gli argomenti: si può scrivere di qualunque cosa, dalla storia della propria vita al ciclo vitale degli anfibi, si può fare polemica, si possono fare inchieste. Ovviamente in quest’ultimo caso è fondamentale avere fonti credibili e riscontrabili e la polemica non deve mai scadere nell’insulto gratuito o nel reato di diffamazione. Nel dubbio, meglio consultarsi con un avvocato o chiedere all’editore di farlo. Una cosa va tenuta presente: nella stragrande maggioranza dei casi, non saremo mai i primi ad aver trattato un certo argomento. Quindi rassegniamoci, il libro della vita, quello che apre un mondo, quello che fa fermare un paese, quello che diventa fenomeno di costume, capita molto raramente. Cioè, se J.K. Rowling ha riportato due generazioni di ragazzini a ricominciare a leggere, non è che basti scrivere storie di maghetti orfani per avere lo stesso risultato. Se Il nome della rosa è stato un successo planetario, non basta ambientare una detective story nel medioevo per ripetere tale successo. E non si prenda per oro colato tutto quello che si legge sui fenomeni letterari nati sui social. Insomma, quando si contempla il proprio scritto e si decide di pubblicarlo, non ci si deve aspettare assolutamente nulla se non un po’ di soddisfazione personale e il piacere di donare una parte di sé agli altri. Poi, magari, si vedrà… perché anche i primi successi letterari, limitati al proprio ambito o più estesi, arrivano per tentativi.
Niente fiumi di parole
Quanto lungo deve essere un libro?
Non c’è una risposta univoca, ci sono libri brevi e libri lunghi, la stessa saga di Harry Potter parte da due opere piuttosto corte per poi continuare con dei tomi oltre le 500 pagine, tutte celebrate nella stessa misura. Personalmente, consiglio sempre di non scrivere troppo, niente fiumi di parole, per citare il successo sanremese dei Jalisse. Sia perché più pagine vuol dire più costi, sia perché, parlo da lettrice, se un libro non riesce a prendermi fin dall’inizio, magari tento di trovarci qualcosa di interessante fino a pagina 150 ma non ci arrivo a 400…
La sensazione è che al giorno d’oggi si tendano a scrivere libri troppo lunghi. La stessa cosa succede con i film, che ormai trovarne uno che stia nei canonici 105 minuti è un miracolo. Pure i cartoni animati superano le due ore, quasi sempre inutilmente. In realtà stare entro le 150-200 pagine ha molti vantaggi. Il libro costa meno, è meno pesante, fa meno paura. E sicuramente in ogni testo c’è almeno una pagina di troppo, un concetto ridondante, una digressione inutile. Qui torna il discorso dell’editing: affidarsi a una terza persona, che conosca il lavoro, è fondamentale anche per farsi “asciugare” il testo.
Ah, quanto a “come” presentare il proprio manoscritto, ovviamente oggi si consiglia di usare un programma di videoscrittura. Quando ho cominciato a fare questo lavoro, e non sono passati secoli ma una trentina d’anni, c’erano autori che portavano testi scritti a mano, battuti a macchina, stampati da quello che sembrava un file word ma il file originale non c’era o non riuscivano a passarlo o chissà (uno dei grandi misteri irrisolti di quel periodo), per cui oltre all’impaginazione c’era da fare il lavoro di battitura testi. Oggi la questione è superata, anche se personalmente troverei commovente dover trasformare in libro un testo scritto totalmente a mano. Laborioso, ma bello.
Note e bibliografia contano ma con discrezione
Se quello che si scrive è un saggio o un testo di ricerca o una tesi, sono gradite le note a piè pagina. Gradite agli studiosi, un po’ meno ai grafici, ma è sempre meglio farle. Un autore, al quale dicevo che i suoi libri avevano più note di uno spartito, sosteneva che per lui la bibliografia e le note erano la parte più importante del testo. Sono d’accordo, anche se a mio avviso deve esserci un po’ di misura per non rendere la lettura difficoltosa. Se una nota occupa una intera pagina, forse è il caso di trasformarla in capitolo a parte, da mettere eventualmente in appendice.
Una volta composto il testo, le grandi decisioni sono: con foto-senza foto, a colori o in bianco e nero, su carta bianca o carta avorio, il formato e la brossura.
Sul discorso con o senza foto, dipende dalla tipologia di libro. Un romanzo non ne ha bisogno, al limite una illustrazione ogni tanto, ma non è obbligatoria. Una raccolta di racconti o di poesie idem, a meno che l’autore non sia un artista a tutto tondo che vuole unire più talenti. Un libro di ricerca invece potrebbe averne bisogno, anzi, se si racconta la storia di un paese, una società, un ente o un monumento le immagini sono fondamentali.
Colori o bianco e nero
Stampare il libro a colori o in bianco e nero è una scelta personale. Ovviamente a colori costa di più, ma con l’evolversi delle tecnologie di stampa la differenza non è troppo pesante. Semmai è da valutare come sono le foto che si intendono pubblicare: se per lo più si tratta di documenti, di vecchie immagini e ritagli di giornale in bianco e nero all’origine o molto sbiadite, il colore diventa uno spreco. Se invece prevalgono le immagini a colori di qualità, ovviamente si sceglie il colore. C’è anche la possibilità di fare metà e metà. Riguardo al testo, invece, credo che sia sempre preferibile scrivere solo in nero. Solo se si tratta di un libro per bambini si può pensare a un colore diverso per il titolo o il capolettera di ogni capitolo. E a proposito di scrittura, la scelta del carattere va anche questa a gusto personale. Può essere con le grazie, cioè con i trattini ai piedi o testa delle lettere (come il times, il garamond, anche il carattere di questo giornale), oppure senza grazie, i cosiddetti bastoni, più lineari e moderni, che però possono avere lo svantaggio di essere meno leggibili (è più facile confondere tra loro alcune lettere). La scelta è personale e il consiglio è sempre quello di fare una prova di un capitolo per decidere che cosa si preferisce. Per prova intendo una prova stampata, perché il file video non dà le stesse sensazioni di un foglio di carta. L’importante poi è che il carattere scelto non sia troppo piccolo, perché chi legge deve poterlo fare senza ricorrere a lenti d’ingrandimento, ma nemmeno troppo grande da dare la sensazione di aver voluto allungare il brodo per fare più pagine.
Carta… canta
Quanto alla carta, meglio bianca o meglio avoriata? Liscia, ruvida, usomano o patinata? Anche qui non mi avventuro in consigli, dipende dal gusto personale e dalla tipologia di libro. Statisticamente i libri di narrativa li faccio più spesso su carta avoriata e quelli di saggistica e con tante immagini su carta bianca, ma non è una regola. Sono dettagli da discutere direttamente con l’editore, con dei campioni in mano, e ragionando anche sui costi, sui quali non mi addentro, anche perché – in particolare di questi tempi – non ci sono certezze.
Campioni di libri di diversi formati e diverse carte
Anche il formato dipende dalla tipologia di libro. Il 14,8×21 (intendo centimetri) è attualmente il più gettonato, facile da gestire, adatto sia ai romanzi sia ai saggi, non punitivo per le fotografie.
In alternativa ci sono formati più piccoli, come il 13,5×20, adatto soprattutto alla prosa, e il 16,8×24, ottimo soprattutto quando ci sono tante immagini e tabelle. Ovviamente nulla impedisce di fare libri più grandi o con misure diverse, sempre tenendo presente che i costi dipendono non solo da quanta carta si utilizza ma anche da quanta ne viene “sprecata” se le misure non sono standardizzate.
Anche sulla confezione: brossura cucita, brossura fresata, copertina flessibile, copertina rigida… non saprei dare consigli fissi ma caso per caso e sempre con un occhio ai costi. Chiaro, infatti, che il libro cucito con la copertina cartonata e magari la sovracoperta è bellissimo da vedere, però è anche molto costoso, soprattutto per le basse tirature.
La sostanza conta più dell’apparenza
A proposito di questo, tra i vari dettagli nel fare un libro c’è da stabilire il prezzo di copertina. E a costo di essere noiosa, dico che anche qui non c’è una regola. Se non si ha un editore disposto a investire sul vostro talento e accollarsi i costi, cosa sempre più difficile, un punto di partenza potrebbe essere fare il totale delle spese, aggiungere il 50% in più e dividerlo per il numero delle copie escluse quelle d’obbligo da mandare alle biblioteche (che sono tre) e quelle che si intendono tenere come omaggi, arrotondando poi per eccesso il risultato. Ma se il totale supera i 20 euro forse è il caso di ridimensionare. Anche qui la cosa migliore è parlarne con l’editore ed eventualmente anche con altri scrittori che stanno vivendo l’esperienza del primo libro.
Personalmente, non ho mai giudicato un libro dal prezzo, né dal fatto che fosse in edizione di lusso o economica. Una bella copertina può essere accattivante, ma un buon contenuto vale di più. Purché si trovi chi lo sappia apprezzare. E qui vi rimando alla lettura dell’ultimo paragrafo dell’articolo precedente (“Scrivere una passione. Pubblicare una scelta” in VicenzaPiù Viva n. 205 di febbraio 2026, pp. 50-52), che contiene appunto alcuni consigli su come promuovere, diffondere e vendere il proprio libro. Il tema merita probabilmente un ulteriore approfondimento: ne scriveremo ancora.