sabato, Maggio 23, 2026
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Giorgio Sala, il Sindaco più amato dai Vicentini

(Articolo di Federica Zanini su VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Giorgio Sala allo sportello dell’anagrafe per la carta d’identità elettronica

Al di là del colore politico, ha lasciato tracce indelebili di un’epoca che lo ha visto lungimirante e visionario e che soprattutto va via via perdendo chi la può documentare. Ecco perché, arrivato a 98 anni vissuti intensamente, sta ultimando il suo dono alla città: un libro che racconti la Vicenza che ha vissuto.

Neanche lo ho ancora di persona da­vanti a me, che già mi strappa una ri­sata. E tanta stima. Quando telefono a quello che è stato il primo cittadino di Vicenza tra gli anni Sessanta e Settanta per fissare un appuntamento, chiedo: “Parlo con il sindaco Sala?”. “Signo­ra mia, è tanto tempo ormai che non sono più sindaco…”. E pensare che c’è chi a quel titolo si avvinghia tenace­mente ad infinitum: invece che senato­re, sindaco a vita… In quella risposta, spontanea e anche un po’ ironica, c’è già tutta l’essenza del personaggio che vado a intervistare.

È raro ormai, non solo nella politica, trovare consapevolezza e umiltà nella stessa persona e io già me ne innamo­ro al telefono. Poi l’incontro, nel suo studio, carico di quadri, foto e ricor­di proprio come il resto della casa, per scovare ancora una volta l’uomo dietro il personaggio.

Cominciamo col dire che questo è un uomo che ha già celebrato -lucidis­simo, pacato ma ancora entusiasta e sempre impegnato- il 98° compleanno. Si mette cortesemente e pazientemente a mia disposizione, seduto alla scriva­nia, padrone del suo spazio, del suo tempo e soprattutto di sé.

Questa volta più che mai non posso sprecare spazio con la sua biografia e con l’elenco di cariche e onorificenze reperibili online, perché riassume i qua­si 100 anni e l’anima di Giorgio Sala è davvero ardua, ma splendida impresa.

Giorgio Sala
Giorgio Sala, sindaco di Vicenza dal 1962 al 1975 (Wikipedia)

La sua è stata una vita non solo lun­ghissima, ma pienissima. Diciamo che il tempo non è stato a guardar­lo passare, nemmeno ora. E che ha colto sempre l’attimo. Alla sua epoca non c’era ancora il limite dei man­dati, come mai, dopo aver assunto la carica di Sindaco nel ’62, nel ’75 decide di lasciare?

Ho dato la mia anima alla politica, pri­ma come consigliere comunale, poi come assessore e poi come sindaco ma a un certo punto ho capito che era ora di smettere. Il contorno non era più lo stesso. Io ero un moroteo, in una città fortemente rumo­riana. E comunque altre sfide stavano per arrivare. Era giusto stare al passo coi venti nuovi. Per esempio, quello portato dalla costituzione della Regione in Italia, che ri­chiedeva di costruire un apparato ad hoc.

Un’epoca densa, difficile da immagi­nare oggi. Uno scenario che rischia di andare dimenticato…

È proprio per questo che ho deciso di scri­vere il mio libro, sui cui ultimi capitoli sto lavorando. Ho sentito il dovere civico di farlo, perché ormai siamo in pochi a poter testimoniare quei tempi e io voglio regalare ai vicentini il ricordo di come era Vicenza allora, quella che io ho vis­suto. Si intitolerà “Una città” e confido di poterlo ultimare entro fine anno. Nei miei progetti doveva essere già finito, ma purtroppo da più di un anno non ci vedo praticamente più e questo, oltre a essere molto frustrante, mi ha costretto ad affi­darmi a una rete di assistenti cui detto i miei pensieri. Con i quali comunque la­voro a ritmo serrato, quasi tutti i giorni.

In epoche successive, sembra che la priorità dei sindaci, non solo a Vi­cenza, sia stata quella, certamente lodevole, di regalare (e costruire) novità, mentre a me piace ricordare quello che lei ha recuperato e salvato del bello che in città già c’era. Penso per esempio al Parco Querini. Ci racconti come è andata.

Un po’ come tutti i vicentini, lo conoscevo poco, in quanto privato. Qualche sbircia­tina dal muro dell’oggi via Rumor e via. Poi vengo invitato per un tè dai proprietari, Lillina Rezzara e il marito notaio Rinaldi, e dal balcone ne scopro tutta la straordina­ria bellezza, estesa su 110 mila metri qua­dri. Scorgo la loro bambinaia con la carroz­zina e apprendo che è l’unica a usufruire di quello spazio. E capisco che c’è un proble­ma. Consultando il dossier in Comune sco­pro che i proprietari ipotizzano di donarne ¼ al Comune per ottenere la lottizzazione del resto e che nelle trattative è già coinvolto un immobiliarista di Tombolo, intenzio­nato a costruire delle villette nell’area del boschetto. Diventa una crociata, mia ma devo riconoscere anche dell’opposizione, che porterà a Roma la causa, in nome degli al­beri secolari minacciati. E si arriva così nel 1968, in soli 6 anni, all’esproprio totale e a quell’oasi di cui i vicentini possono ora godere appieno.

Giorgio Sala riceve la Medaglia d’Oro durante la premiazione dei cittadini illustri

E vogliamo parlare della riqualifica­zione del quartiere Barche e del si­stema che ha inventato per ridurre l’impatto e i disagi su chi lo abitava?

Le Barche le ho prese a cuore già quan­do ero assessore, sotto il mandato di Dal Sasso. Nell’ambito di una più ampia operazione per il risanamento del centro storico di Vicenza, prendo atto che il Pa­lazzetto Gotico è sovraffollato di famiglie in evidente disagio e che il degrado inte­ressa l’intero quartiere. Inizialmente si­stemiamo le famiglie del palazzo in nuo­ve case dell’Iacp ai Ferrovieri, ma non mi piace averli sfrattati dalle loro case e dal centro. In quel periodo la Gescal (Gestio­ne case per i lavoratori) stava chiuden­do i battenti. In quanto vicepresidente dell’Associazione Nazionale Centri Sto­rico-Artistici, conoscevo il presidente, che desiderava chiudere in bellezza. Con lui, supportati economicamente anche dalla neonata Regione, dal Comune e anche da qualche privato, inauguriamo il sistema della casa a rotazione. Un po’ alla volta, alloggiandovi temporaneamente i resi­denti, ristrutturiamo tutto il quartiere. Che, una volta riqualificato, da luogo di rassegnazione passa a essere un centro vi­tale, oggi sede di diverse associazioni cul­turali. E il sistema si estende, con il risa­namento anche di altri quartieri dentro le mura. Fu una rinascita.

E che cosa pensa dei centri storici, quello di Vicenza in primis, che oggi stanno invece morendo?

Penso che sia una sofferenza comune a tutti i centri storici e che sia dovuta a tanti e diversi motivi, tra cui anche la mentalità di chi li vive e abita, e soprat­tutto che sia di difficilissima soluzione.

Le mancano quei giorni, le manca la politica? Come vive la carica di vice­sindaco di sua figlia Isabella?

Per nulla, ho vissuto, intensamente, l’at­timo e questo è ancora più vero alla mia età. Non penso, né tanto meno rimpian­go, il passato. A 98 anni, con ogni giorno regalato, penso solo al presente e al futuro, quanto e quale che sarà. La politica è nel­le mie vene, ma ogni cosa ha una sua era e, a parte la parentesi in cui mi ricandi­dai nel 1998, mi sono sempre chiamato fuori, dopo il ’75 non sono nemmeno più andato in Consiglio. Il sindaco Chiesa mi chiedeva suggerimenti, ma io lascio che ognuno viva le sue esperienze e trovi la sua strada. A partire da Isabella, di cui sono ovviamente molto orgoglioso, ma che non chiede nulla e a cui nulla impongo.

A proposito di futuro, mi posso quindi permettere di chiederle che cosa si aspetta per i suoi 100 anni, il 28 novembre 2027? Un festeggia­mento intimo con la famiglia o non le dispiacerebbe anche l’abbraccio pubblico della sua città?

Diciamo che, se mi sarà concesso di ar­rivarci, per celebrare il secolo di uno che è stato sindaco tanto tempo fa, ma trova ancora tanti cittadini che lo amano e che lui ama, sarò costretto (ndr: ride) a subire dei festeggiamenti. Scherzi a parte, vorrei celebrare una storia che mi ha visto camminare al fianco di tanta gente.

Un tuffo, brevissimo, nel passato glielo chiedo. Nel 2024 lei ha tenu­to a braccio uno straordinario di­scorso pubblico, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Se invi­tato, lo rifarebbe quest’anno?

No. Alla mia età le cose belle si vivono una volta sola…

Per chiudere con leggerezza, lei che di Resistenza con la R maiuscola sa molto, recentemente sul palco del Comunale, in occasione della ce­rimonia per Una vita insieme, ha scherzosamente dichiarato che il matrimonio è un fatto di resistenza Il suo con Ornella, che si è trqdotto in ben 5 figli e 11 nipoti, resiste da 64 anni…

(ndr: ridacchia con dolce malizia) Ornella è la mia colonna e lei si che è resistente e resiliente. Povera donna, ci siamo sposati il 4 giugno del 1962 con un progetto di vita insieme “normale” e a novembre vengo eletto Sindaco. Un delirio. Ciao vita normale. Tra le altre cose, allora non c’erano i cellulari e tutti potevano recuperare dalla Pagine Bian­che il mio numero di telefono di casa. Un aneddoto dolce-amaro: una notte, mentre io dormivo e Ornella allattava Isabella, squilla il telefono. Mia moglie risponde e le chiedono di me, mi sveglia. Un pover’uomo, che scopriremo poi esse­re disperato perché senza una casa, mi chiede aiuto. Nel trambusto Isabella, privata del suo pasto, si mette a stril­lare e quest’uomo chiede “Signora, ghoi disturbà?”. Ora ci ridiamo, ma Ornella allora mi disse: “Giorgio, se avessi sa­puto…”. E invece eccoci ancora qua, sempre insieme.

Schio, omaggio a Maria Chiara Toni a Palazzo Toaldi Capra

Presso il prestigioso Palazzo Toaldi Capra di Schio, dal 15 al 31 maggio 2026, sarà ospitata una mostra dedicata all’opera grafica di Maria Chiara Toni. L’esposizione, inserita nella rassegna Semenze Matte, celebra una delle figure più rilevanti dell’arte contemporanea internazionale, proprio nel luogo dove l’artista ha vissuto e operato fino alla sua scomparsa nel 2025.

Il percorso espositivo, curato da Vladimiro Elvieri, propone una selezione di disegni recenti realizzati a grafite e matite colorate su carta. Le opere rivelano un immaginario onirico e originale, dove le visioni figurali diventano uno specchio della condizione esistenziale, invitando l’osservatore a una profonda scoperta interiore attraverso il dialogo tra io e realtà esterna.

La ricerca di Maria Chiara Toni non è mai stata separata da un forte impegno etico. Le sue immagini, spesso arricchite da un tocco di sarcasmo e ironia, mettono in luce le contraddizioni di una società massificante, cercando di liberare il pensiero critico dai condizionamenti sociali e dai pregiudizi che limitano l’individuo.

L’assessore alla cultura del Comune di Schio, Marco Gianesini, ha definito l’esposizione come una “restituzione” necessaria alla città, sottolineando il legame profondo tra l’artista e il territorio. Il progetto, sostenuto dal Bando Cultura 2026, vede la collaborazione dell’APS Centro Studi Internazionale Altre Origini S-CIAO e della Libreria Bortoloso.

L’artista, che nella sua carriera ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti come il “Golden Point” in Serbia nel 2024, ha esposto in musei e gallerie di tutto il mondo. La mostra a Schio di Maria Chiara Toni sarà visitabile ogni venerdì, sabato e domenica, con apertura mattutina dalle 10:00 alle 12:30 e pomeridiana dalle 16:00 alle 19:00.

Pedrollo di Vicenza, ecco la rassegna concertistica studentesca

Il Conservatorio di Musica di Vicenza “Arrigo Pedrollo” presenta la rassegna concertistica studentesca organizzata dalla Consulta studentesca, un ciclo di tre appuntamenti che valorizza il talento e la creatività dei giovani musicisti dell’istituto. L’iniziativa è interamente gestita dagli studenti e propone repertori che spaziano dalla musica contemporanea alla classica, con formazioni cameristiche innovative e prime esecuzioni di composizioni originali.

La rassegna si inaugura mercoledì 20 maggio 2026 alle ore 18:00 nella Sala Concerti del Conservatorio con “Fuori Programma”, un evento speciale che rappresenta l’occasione per la classe di composizione di vedere i propri progetti non istituzionali prender forma sul palco del conservatorio. Dedicato a compositori contemporanei, il concerto coinvolge flauto, percussioni, clarinetti, voci e altri strumenti in un mix affascinante di teatro, parola e suono, esplorando temi che vanno dal grottesco al lirico: in programma prime esecuzioni come “The Itch” di Ernesto Molin, “U Ritu Burziu” di Francesco Esposito e “Azul” di Nathan Daughtrey.

Si prosegue venerdì 22 maggio 2026 alle ore 18:00 nella Chiesa di San Domenico del Conservatorio con un intimo concerto per pianoforte, oboe e corno, che traccia un itinerario musicale ricco e vario: dal “Poema” per oboe e pianoforte di M. Dranishnikova, all’“Andante op. posth.” di R. Strauss, fino alla monumentale “Sonata n. 30 op. 109” di Beethoven e al “Trio op. 188” di C. Reinecke.

Si chiude in bellezza martedì 26 maggio 2026 alle ore 20:00 presso Villa Tacchi a Vicenza (zona San Pio X), dove si esibiscono il Quintetto di chitarre “Papier-mâché ensemble” con trascrizioni brillanti di opere di Llobet, Ravel e Debussy. Il Quartetto di flauti “Aereas quartet” propone, invece, un percorso attraverso atmosfere naturali, evocative e fluide, dove il timbro dei flauti richiama aria, movimento, spazio e vita. In programma: “Fioritura” di Satoshi Yagisawa, “Jour d’été à la montagne” di Eugène Bozza, “Il Cardellino” di Vivaldi e altri capolavori.

Il concerto presso villa London-Tacchi è in collaborazione con il festival èPrimavera a San Pio X.

Questi concerti gratuiti sono l’opportunità per scoprire le voci emergenti del Conservatorio, con programmi ricchi di contrasti timbrici e dialoghi strumentali accattivanti, perfetti per un pubblico appassionato di musica da camera contemporanea e classica. La rassegna si inserisce a pieno titolo nel vivace calendario di eventi del “Pedrollo”, che continua a promuovere i talenti studenteschi.

Settimane Musicali al Teatro Olimpico: domenica 17 maggio torna Mu.Vi

All’interno della XXXV edizione delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, torna domenica 17 maggio 2026 l’atteso appuntamento con Mu.Vi – Musica Vicenza, giunto alla sua XI edizione.

Nato nel 2016 con l’idea di trasformare il centro storico in un laboratorio musicale aperto, Mu.Vi rappresenta una giornata interamente dedicata alla musica tra la gente, nei cortili e nei palazzi storici della città, in un ideale abbraccio tra arte, cultura e cittadinanza.

A partire dalle 10 e 30, gli artisti daranno vita a una serie di eventi in quattro sedi storiche: il Colonnato di Palazzo Chiericati, i cortili di Gallerie d’Italia – Vicenza e di Palazzo Thiene e la Loggia del Capitaniato. Una domenica che intreccia jazz, musica brasiliana, teatro di parola e musica da camera, in uno spazio creativo, libero e aperto, dove l’integrazione tra le arti performative si avvicina ancora al pubblico.

Con la direzione artistica di Sonig Tchakerian, Mu.Vi si conferma un “festival nel festival”, capace di raccontare la pluralità dei linguaggi contemporanei e di valorizzare la giovane generazione di interpreti. “Lo immagino come una felice condivisione di bellezza: un invito a vivere la città come laboratorio culturale, dove la musica e le arti dialogano con le persone e trasformano ogni angolo urbano in un’esperienza viva e partecipata”, racconta la direttrice artistica.

Palazzo Chiericati: Jazz e dintorni

Palazzo Chiericati apre la giornata alle 11.00 con il progetto A tribute to Cole dell’IanCuPe Trio (Lorenzo Cucco sax tenore, Mattia Pellegrino contrabbasso, Damiano Ianese batteria). Il repertorio è quello di Cole Porter — da You Do Something to Me a Love for Sale — eseguito con una varietà stilistica che spazia dallo swing tradizionale a quello più moderno, dai ritmi latineggianti agli episodi di improvvisazione collettiva.

Alle 15.30 è la volta di Flor das Aguas: Margherita Cappellesso alla chitarra acustica e voce, Michele Passariello al basso e Damiano Ianese alla batteria portano a Vicenza un repertorio interamente brasiliano che esplora choro, samba e bossa nova. Accanto a brani di João Pernambuco, Antonio Carlos Jobim, Yamandu Costa e Marco Pereira, il progetto include composizioni originali nate dall’incontro tra le radici musicali sudamericane e il gusto personale dei musicisti.

Teatro di parola a Palazzo Thiene

Alle 16.00 il Gruppo teatrale La Trappola APS porta in scena Non vivere su questa terra come un inquilino, un assemblage di testi e poesie tratti da scritti di Giorgio Caproni, Erri De Luca, Emily Dickinson, Papa Francesco, San Francesco d’Assisi, Thich Nhat Hanh, Nazim Hikmet, Vittorino Mason, Jacques Prévert, Osho Rajaneesh, Anna Seward, William Shakespeare e Rabindranath Tagore, coordinato da Alberto Bozzo. Dialogherà con gli attori Teodora Piccolo al violoncello.

Uno spettacolo che prende forma prendendo spunto dal Poverello di Assisi, che definisce la poesia “amicizia con il Creato” e “specchio della bontá divina, dove sole, luna, acqua e terra sono fratelli e sorelle”, e dalle prime parole dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.

La musica è affidata a Johann Sebastian Bach (Suite in re minore BWV 1008 e Suite in sol maggiore BWV 1007), Pablo Casals (Canto degli uccelli) e Rudolf Matz (Suite in Do maggiore).

Loggia del Capitaniato: protagonista il pianoforte

La Loggia del Capitaniato ospita una ricca sequenza di appuntamenti pianistici. Alle 10.30 apre Muraad Layousse con i Preludi op. 28 di Frédéric Chopin, la Dumka op. 59 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Danse Macabre op. 40 di Camille Saint-Saëns nella trascrizione di Franz Liszt.

Alle 11.30 prende avvio l’Anteprima MiAmOr Music Festival 2026 (Milano, 4–13 giugno 2026) con Milano Amateurs & Orchestra, in collaborazione con PianoLink. Moreno Paoletti siede al pianoforte II in tutte le esecuzioni nella versione Hausmusik per due pianoforti, mentre i solisti — nella vita medici, impiegati, avvocati, imprenditori, magistrati, ingegneri — portano sul palco storie personali intrecciate alla musica di Bach, Rachmaninov, Mozart e Nino Rota. Alle 15.00 la sessione prosegue con solisti amatori da Italia, Spagna, Francia e Austria in un programma che abbraccia anche Haydn, Turina e Beethoven.

Gallerie d’Italia – Vicenza: Il pensiero della viola

Alle 16.00, con il Maestro Davide Zaltron, prosegue il progetto Il pensiero della viola con una lezione-concerto dal titolo Che storia è? dedicata alla germinazione di una “storia” che serve da guida e stimolo per il fraseggio, il suono e la coerenza di un brano musicale. Protagonista la viola di Francesco Sinibaldi, con la Suite per viola sola in mi minore op. 131d n. 3 di Max Reger.

Con la sua formula diffusa e multidisciplinare, Mu.Vi rinnova così anche quest’anno la scommessa originaria: che la città stessa — i suoi cortili, i suoi colonnati, i suoi palazzi — sia il luogo naturale della musica e dell’incontro.

Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico

Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico, riconosciute dal Ministero della Cultura, godono del patrocinio della Regione del Veneto e del Comune di Vicenza e la collaborazione con Musei Civici Vicenza, Teatro Comunale Città di Vicenza, Conservatorio Arrigo Pedrollo, Gallerie d’Italia – Vicenza. Sono inoltre sostenute da Digitec, Infodati, Fondazione Roi, Banca delle Terre Venete, Veronica e Dominique Marzotto, Sanmarco Informatica, Famiglia Brunelli, Belluscio Assicurazioni, Funitek, Fondazione Musicale Omizzolo – Peruzzi, Casa del Blues, Iiriti, Yamaha, Bösendorfer, Forma, The Aries. Grand Boutique Hotel

Anche quest’anno le Settimane Musicali al Teatro Olimpico confermano la poliedrica vocazione del Festival e le molteplici collaborazioni con realtà istituzionali e associative. Proficue collaborazioni a livello artistico sono in atto con il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, con gli Amici della Musica di Firenze, gli Amici della Musica di Padova, con Asolo Musica, con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo e con diverse realtà territoriali, tra cui il Liceo Don Giuseppe Fogazzaro.

Giovanni Maria Bertolo: chi era costui?

(Articolo di Francesco Borasco da Vicenza In Centro n. 5- maggio 2026).

Giovanni Maria Bertolo era un signore vicentino che visse nella seconda metà del Seicento e che in pratica si fece tutto da solo. Egli fu un personaggio straordinario per intelligenza, cultura e generosità. Nacque a Vicenza il 31 agosto del 1631 da Paolina Barbieri e Iseppo
BERTOLO, una famiglia modesta. Suo padre era un fabbro e aveva la sua bottega di fronte al Duomo di Vicenza. Egli riuscì a fare studiare il figlio presso gli Agostiniani e poi fino alla laurea a Padova e diventare avvocato. Il nuovo avvocato Giovanni Maria BERTOLO si trasferì subito a Venezia perchè Vicenza gli era sembrata fin da subito troppo piccola e povera per le sue ambizioni. Grazie al suo talento, riuscì ad emergere, imponendosi quale “insigne giureconsulto del suo tempo”. Nel 1660 sposa la ricca Serafina Barbieri la cui famiglia apparteneva al patriziato veneto e godeva di vaste proprietà a Venezia e nell’entroterra lagunare. Il matrimonio permise al giovane avvocato un consistente ritorno economico, un prestigio sociale notevole e l’inserimento nel mondo dei ricchi nobili della Serenissima. Egli seppe essere all’altezza della sua professione, di guadagnarsi la stima dei suoi colleghi e diventare così un celebre avvocato con una clientela d’alto rango. Nel frattempo, dal suo matrimonio nacquero solamente due femmine: Giulia Caterina e Candace (che si fecero entrambe suore) e poi rimase vedovo precocemente senza più risposarsi. Pote’ così dedicarsi interamente alla sua professione ed a importanti missioni diplomatiche per la Serenissima: a Parma, poi presso il Granducato di Toscana, in Liguria. Il 26 aprile 1680 venne insignito del titolo di ” Conte ” dall’Imperatore Leopoldo I°, titolo confermato poi dal senato veneziano nel 1683. Però alla sua città natale rimase sempre legato lasciando ad Essa in eredità tutta la sua “Libraria” composta da dodici mila libri e quasi quattrocento dipinti. A seguito di questa donazione il Comune diede il nome di “Bertoliana” alla sua giovane biblioteca. Non avendo figli maschi il Conte sopperì adottando un giovane ebreo, che allevò con amore e che fece studiare, però anch’ egli scelse la vita monastica. Il 7 novembre 1707 moriva commettendo il fatale errore di non lasciare alcun testamento per la sua vasta eredità, così i suoi eredi, veri o presunti, lottarono per decenni per la spartizione.
dott. Francesco Borasco

La salita dei fedeli a Monte Berico

(Articolo di Fabio Gasparini da Vicenza In Centro n. 5-maggio 2026)

Quando la Madonna apparve alla beata Pasini nel 1428 la collina di monte Berico era una località poco abitata e periferica rispetto a Vicenza. Solo una chiesetta dedicata a S. Pietro sorgeva presso la cima, tra ampi prati e boschi.
Quando nel 1431 la nuova Basilica fu inaugurata ed i fedeli iniziarono i pellegrinaggi, essi non trovarono strade o percorsi adeguati. Il monte non era separato dalla città, solo il corso del fiume Retrone ne delimitava il pendio ovest.
Non esisteva il taglio netto costituito dalla ferrovia (costruzione di metà ‘800 sotto il governo austriaco) ed i fedeli salivano partendo soprattutto da porta Monte o da porta Lupia e percorrevano incerti sentieri. In breve, fu preferito il versante su cui furono quindi costruiti i gradini in pietra (le Scalette) affiancati nel 1614 da 15 cappelline (i Misteri del Rosario). Alla fine del ‘500 l’inizio delle scalette fu nobilitato dall’arco progettato da Palladio; il percorso proseguiva fino al Cristo, poi con tratto rettilineo arrivava al Santuario; lungo il finale di questo tratto, sul lato sinistro salendo, era sorto un porticato su colonne: era l’unico breve riparo contro la pioggia per i pellegrini.
All’inizio del ‘700 tutto questo percorso era usurato e disagevole e fu incaricato l’architetto Francesco Muttoni di studiarne uno nuovo. Muttoni progettò la successione di eleganti arcate che ancora oggi ammiriamo; realizzò in tre anni, dal 1746 al 1748, il tratto che va dal Santuario al Cristo; qui Muttoni dovette fermarsi perché nacquero in città dissidi e contestazioni: molti proponevano di costruire il secondo braccio di porticato rettilineo dal Cristo alle scalette. Il dibattito fu lungo, fu chiamato a consulto dalla Università di Padova il Prof. Poleni. Egli promosse il progetto originario: secondo braccio rettilineo dal Cristo a Villa Volpe giudicato più corto, economico e prestigioso.
I lavori ripresero e terminarono nel 1780, quando il Muttoni era già morto da alcuni anni. Il porticato completo ha 15 cappelline affrescate che intercalano in gruppi di 10 le 150 arcate; fu ripetuto così il richiamo alla liturgia del Rosario. Le cappelline precedenti, sovrastanti la Scalette erano ormai deteriorate e furono abbattute. Le processioni religiose, i devoti, i turisti salgono da allora numerosi al riparo degli eleganti portici. Quella di allora fu veramente una giusta scelta urbanistica per Vicenza.
ing. Fabio Gasparini

Ilaria Gusella, una donna che non riposa, neanche la domenica

Una domenica che non riposa” è il titolo del primo singolo del soprano Ilaria Gusella che si lancia con successo anche nella musica popolare e contemporanea, senza mai dimenticare, neanche per la breve frazione di un’intervista, il marito, avvocato e politico in gran spolvero, e le loro due figlie

Di Federica Zanini (da VicenzaPiù Viva n. 305)

Ilaria Gusella, l’artista vicentina tra famiglia, lavoro e solidarietà

Dopo aver conquistato una mezz’ora del tempo di Ilaria Gusella, che l’artista vicentina nata a Val Liona un anno dopo… Laura Pausini spende con uguale passione tra famiglia, lavoro e solidarietà, me la immagino arrivare trafelata. Nonostante le temperature rigide, il buio precoce e una giornata come sempre strapiena alle spalle, eccola invece comparire impeccabile, aggraziata e sorridente. Scoprirò subito che quella è “semplicemente” la sua natura. È eccitata sì per l’uscita del suo primo singolo e per gli ultimi ritocchi al secondo, eppure anche quello sembra semplicemente naturale: il risultato di dedizione a una nuova avventura. Mentre fisso sulla carta nozioni ma soprattutto emozioni, mi dice: “Che bello vedere ancora scrivere a penna sull’agenda”. C’è una punta di nostalgia, poi si affretta a chiarire che comunque alla tecnologia e ai social deve tantissimo.

Che Ilaria Gusella -noto soprano con un gran talento anche per la musica popolare e contemporanea (che ora è esploso, ma è in realtà un ritorno alle origini), divulgatrice di cultura, promotrice del territorio, direttrice di un coro e insegnante, paladina delle donne e dell’ambiente- sia (anche) la moglie di Francesco Rucco -prima sindaco di Vicenza e presidente della Provincia, ora vicepresidente del Consiglio regionale- non è un segreto e per lei è motivo di grande orgoglio, che fieramente non tiene nascosto. “Quando Francesco è stato eletto sindaco, ha avuto per noi un po’ la stessa valenza che avrebbe avuto per me un contratto a La Fenice”, afferma. E dichiara di avere sempre modulato la sua, comunque, intensa carriera in sinergia con la famiglia (lei e Francesco hanno due figlie, Margherita di 15 anni e Letizia di 18), evitando di rendersi disponibile per impegni che la portassero lontana. Partiamo proprio da qui, da Ilaria donna, dietro il personaggio.

Ilaria, come (s)corre la sua giornata tipo?

Domanda impegnativa. Ogni giorno è diverso dall’altro. Mi sveglio molto presto al mattino, mi aggiorno sull’attualità, preparo eventuali post sui social e programmo al pc un evento (bilancio preventivo/contatto artisti/locandina/scaletta/presentazione), oppure studio (sto portando avanti gli studi alla facoltà di Economia e gestione delle arti e attività culturali) e poi mi dedico alla musica studiando repertori dei concerti in programma. Faccio visita al mio papà per il pranzo, cucino per la mia famiglia, insegno canto e mi occupo delle mie figlie. La sera ritorno al pc o vado a provare con le formazioni musicali, se non sono impegnata in concerti o riunioni di vario genere.

Oltre la famiglia, la musica e la cultura in generale, quali sono le sue altre passioni?

Mi piace molto cucinare, da sempre. Quando vado al ristorante cerco di captare le ricette per riproporle ai miei commensali e, se non sono sicura di averle prefigurate bene nella mia mente, provo a corrompere con garbo i camerieri per arrivare allo chef. Pratico un po’ di sport, da ragazza giocavo a pallavolo e a calcio.

Tornando alla musica, a quanto pare anche lì ha appena elaborato una nuova leccornia per il suo pubblico… Come nasce “Una domenica che non riposa”, il suo primo singolo, appena uscito?

Per un meraviglioso caso. Il 1° ottobre 2025 ha rappresentato uno spartiacque nella mia carriera. Al concerto di Francesco Gabbani ebbi modo di conoscere il suo primo maestro di chitarra (Alessandro Di Dio), che ora è il mio produttore, e uno dei suoi parolieri (Claudio Gabelloni). Ascoltata su YouTube la mia interpretazione del brano Shallow, mi coinvolsero subito in questa nuova sfida.

E come è andata?

Speravo, sì, in un buon riscontro, ma non avevo idea che si sarebbe tradotto in una valanga di affetto, consensi e un inatteso interesse verso questa “deviazione stilistica” da parte di chi mi apprezza come soprano e per la solidità tecnica traslata sulla musica pop per chi non mi conosceva. Sono molto felice, è un risultato che va oltre le mie aspettative. Ascoltare per giudicare: https://www.youtube.com/watch?v=RzPXLe-GEEo

Libertà pura questo poter “deviare” a proprio piacimento. Gli artisti sono quelli che forse hanno vissuto peggio il lockdown dovuto al Covid. Ora che tutto è tornato apparentemente normale, nel suo ambiente le capita mai di subire altri tipi di restrizioni o riesce sempre a fare liberamente quello che ha nel cuore?

Ho scelto di indirizzare le mie energie solamente verso iniziative musicali e culturali in genere, che mi soddisfino nell’anima prima ancora che per altri aspetti. Le richieste di collaborazione che mi arrivano partono da chi già mi conosce o ha compreso il mio stile. Quando invece posso organizzare attività con In Arte Veneto, l’associazione culturale che ho il privilegio di presiedere dalla fondazione nel 2022, faccio in modo, insieme al direttivo, che rispondano sia al benessere culturale del pubblico che a finalità di sensibilizzazione sociale.

Tra le tante iniziative solidali che la vedono promotrice, molte sono dedicate alle donne. Lei come donna emancipata e realizzata, che cosa vorrebbe per tutte le donne e quale esempio è in questo senso per le sue figlie?

Soffro quando vedo lo sguardo spento in una giovane ragazza o in una donna di qualunque età.

Ritengo che la donna meriti di valorizzare se stessa pienamente e in tutte le sue qualità; tuttavia, conoscendo moltissime persone, le ascolto con attenzione per capirle in profondità e noto che, quando manca la luce negli occhi, le cause sono quasi sempre esterne. Il coraggio di reagire non è scontato e credo si presenti saldamente solo nel momento in cui una persona comprende il suo valore come essere umano e questo vale comunque per tutti. Vorrei tanto che le fragilità si trasformassero in forza d’animo: forse il primo passo sta proprio nel perseguire le proprie passioni e aspirazioni: “Se riesci ad immaginarlo, puoi farlo!”, a cui aggiungo: “Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro… perché non dovrei essere io?”. Questi sono i messaggi con i quali cresco Letizia e Margherita e, con mio marito, le aiuto a perseguire le loro attitudini.

A proposito di suo marito, è esemplare la passione con cui l’ha sempre sostenuto nelle campagne elettorali. Molti potrebbero domandarsi come si fa a sposare la poesia e la condivisione della musica con il pragmatismo e la competitività della politica. Che cosa risponde?

Francesco asseconda le sue predisposizioni da uomo politico come io ho sempre seguito la passione verso la musica e ci rispettiamo, aiutandoci vicendevolmente. Politica e musica sono il sole e la luna, due mondi apparentemente lontani, ma hanno in comune alcuni aspetti interessanti: la res pubblica riguarda noi tutti e il Civis vero è colui che non sta a guardare inerte, ma agisce generosamente con il fine di migliorare la vita della società. Il musicista è una persona che offre al prossimo le sue capacità, acquisite per donare benessere spirituale e dissetare chi ha sete di cultura. Il politico parla alle persone, il cantante canta alle persone. Sono entrambi lavori che si reggono e stanno bene a galla solamente se sostenuti da una fortissima e reale passione, se c’è il fuoco vivo dentro.

Un articolo della Costituzione Italiana che le sta particolarmente a cuore? Perché?

L’articolo 9 senza dubbio, perché sancisce l’impegno della Repubblica Italiana a promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica/tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico, estendendo la protezione ad ambiente, biodiversità, ecosistemi (anche per le generazioni future) e animali. Citerei San Francesco, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, il quale, nel Cantico delle Creature recita “Laudato sii, o mio Signore, per tutte le creature… per Frate Sole, per Sora Acqua, per nostra Madre Terra…”. Dolce Sentire è il brano che ha aperto e accompagna sempre il mio percorso musicale. Ebbene, è nostro compito osannare le bellezze del creato di cui beneficiamo, incluse le opere dell’uomo, quindi l’arte in generale e la musica stessa. Mi piace molto che sia un impegno serio, riportato anche nella Costituzione.

Infine, la nostra domanda di rito a Ilaria Gusella: qual è il suo rapporto con Vicenza e il suo territorio, ma soprattutto con i vicentini.

Amo e sceglierei ancora Vicenza come mia città per vivere e per insegnare canto: è a misura d’uomo, uno scrigno di bellezza artistica e paesaggistica abbastanza grande per dar modo di rispondere a tutte le mie necessità e abbastanza contenuta per potersi sentire parte di una comunità. Si può migliorare, nella mentalità a tratti individualista (preferisco di gran lunga le virtuose collaborazioni “in rete”) e disinteressata, ma dal giudizio facile. I vicentini che frequento sono, al contrario, persone molto creative, solidali, attive e piene di iniziative, di obiettivi, capaci di mettersi in discussione e cambiare, laboriose e ingegnose. Questa è la vicentinità di cui vado fiera nel mondo!

Mica solo a Carnevale lo sgarro vale. Ricettina (non obbligatoriamente) light

(Articolo sul pollo in brodo di Federica Zanini da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).

Smaltiti i bagordi delle Feste, siamo subito caduti nelle dolci tentazioni del Carnevale…

Frittelle, crostoli, castagnole varie (ed eventuali) ci strizzavano l’occhio dalle vetrine di panifici e pasticcerie che ancora nella credenza campeggiavano avanzi di torrone, mandorlato, pandoro e panettone. D’altro canto, anche nei supermercati questi ultimi ormai convivono con i dolci di Carnevale e questi a loro volta con uova di Pasqua e Colombe… è una congiura. E se con uno sforzo, ripensando a quella vecchia pubblicità “mi vuoi tutta ciccia e brufoli?” ci siamo magari imposti di rinunciare ai cioccolatini di San Valentino, è difficile che il caro, intramontabile (qualcuno sostiene persino sano) fritto possa non averla avuta vinta su di noi.

Insomma, se sui vostri fornelli è rimasta ancora una bella pentola profonda colma di olio, che ha da poco smesso di avviluppare frittelle e crostoli ed è pronto ad accogliere anche specialità salate, siete autorizzati a cedere, ancora una volta.

Quello che sto per proporvi, infatti, è un riciclo light, in friggitrice ad aria, ma siete liberissimi, nel segreto delle vostre cucine, di friggerlo e tanti saluti (alla salute?).

Eccoci qua. Come sempre potete sostituire gli ingredienti, che io ho attinto dal reparto Persi & Ritrovati del mio frigorifero, con quello che è avanzato a voi o comunque con quello che più vi stuzzica. Lo scopo di questa rubrica è puramente esemplificativo ed eventuali riferimenti ad avanzi veramente esistiti è puramente casuale…

Questa volta la sfida è partita da pane da tramezzini acquistato in (troppa) abbondanza con le fantastiche Magic Box dell’app antispreco Too Good To Go (traduzione: troppo buono per buttarlo) di cui faccio ampio uso (abuso, secondo la mia famiglia) con grande soddisfazione, ma soprattutto con grande gioia del pianeta e del mio portafoglio.

In frigo invece, ecco qualche fetta di bresaola (che ho fatto marinare qualche minuto in olio e limone), un mozzicone nemmeno troppo piccolo di formaggella e un paio di pugni di verdura mista saltata in padella.

Infine, un po’ di meraviglioso purè di piselli profumato alla menta che ho imparato a fare da una cara cugina, che però inorridisce all’idea che io usi accompagnarlo all’agnello… Agnello, comunque, non pervenuto, visto che i miei la pensano diversamente dalla sopra citata cugina e se lo sono spazzolato tutto.

Tornando alla ricetta, ho inumidito le singole fette di pane con un pezzo di carta da cucina bagnata e ben strizzata, quindi le ho appiattite con un mattarellino.

Su ognuna ho messo le verdure (in alcune il misto saltato, nelle altre il purè di piselli, ma si possono mettere entrambi contemporaneamente), il formaggio a fettine e la bresaola. Ho infine arrotolato stretto e, bagnando con un po’ d’acqua l’ultimo centimetro di pane, sigillato gli involtini.

A questo punto scatta l’operazione cotoletta: farina, uovo e pan grattato, che io ho corretto con erbe aromatiche secche e un po’ di grana grattugiato. Disposti i roll in una teglia, li ho conditi con un filo d’olio evo e li ho cotti in friggitrice ad aria (ma anche il tradizionale forno andrà benissimo) a 200° per una decina di minuti per lato.

Una bontà ma – lo so, lo so – se accenderete il fuoco sotto quella famosa pentola di olio che ammicca dal fornello, sarà goduria pura. Mica solo a Carnevale lo sgarro vale.

Thiene, la Melencolia di Albrecht Dürer raccontata da Alberto Chester Stella

La Melencolia di Albrecht Dürer sarà il tema dell’incontro con l’artista Alberto Chester Stella che si terrà sabato 9 maggio, alle 18 nella Sala riunioni di Palazzo Cornaggia in via Corradini, 89 a Thiene con ingresso libero.

Alberto Chester Stella, è nato a Thiene (VI) nel 1950, si occupa di arte da oltre quarant’anni alternando la sua ricerca in diversi ambiti. La sua attività di artista, sviluppata nel corso di un’esperienza che inizia negli anni Settanta, si concentra soprattutto nella grafica e nella pittura con varie tecniche. I numerosi viaggi e i lunghi soggiorni all’estero a contatto con culture diverse hanno influenzato la sua arte e la sua visione del mondo in modo significativo. Le sue opere, esposte in allestimenti pubblici e privati, riconosciute dalla critica internazionale, sono presenti permanentemente nelle collezioni di molti Paesi europei ed extra europei.

Nel 2025 è stato insignito dalla sua città natale di un riconoscimento ” Per l’eclettico viaggio creativo nelle arti che da oltre 50 anni trasforma la materia in pensiero con mirabile armonia di ritmo, forma e colore”.

A Thiene la Melencolia di Durer

Melencolia I di Dürer è sicuramente tra le opere più famose, più misteriose e più studiate della storia dell’arte. Essa è stata oggetto di studi e di letture in chiave simbolica, crittografica, alchimistica e filosofica.

La stampa, realizzata da Dürer nel 1514, vuole rappresentare non solo lo stato melanconico necessario all’artista per la sua opera, ma soprattutto la forte relazione tra Alchimia e Arte durante tutto il Rinascimento Europeo.

Il movimento Rinascimentale fu essenzialmente diretto al recupero del passato e al ritrovamento di un sapere che era andato perduto. Questa tensione verso un ritorno al passato fu in effetti – secondo Chester Stella – un atto creativo capace di guidare verso il futuro.

Albrecht Dürer, nato Norimberga nel 1471, fu tra gli artisti più importanti del XVI secolo e viene considerato il massimo esponente della pittura Rinascimentale Tedesca. Nel corso della sua carriera, tra il 1505 e il 1507, Dürer ebbe modo di soggiornare a Venezia, dove entrò in contatto con ambienti neoplatonici.

Questo incontro influenzò l’incisione a bulino dal titolo Melencolia I, in cui sono presenti evidenti simbologie ermetiche, che può considerarsi come un autoritratto spirituale dell’Autore.

Vicenza e il marchio Palladio

(Articolo di Giovanni Bertacche da Vicenza In Centro n. 5-maggio 2026).

Mentre il mondo intero continua a guardare a Vicenza come alla “Mecca” dell’architettura, i vicentini sembrano vivere questo privilegio con una sorta di appagato fatalismo. Oggi mentre le università straniere, specie americane, spediscono qui i loro migliori talenti per studiare le proporzioni della Rotonda e della Basilica, i nostri giovani sono costretti a cercare altrove un titolo di studio che certifichi la loro competenza.
Mentre, amara ironia, l’università della Virginia ha piantato qui le proprie tende, tra le nostre ville, per offrire ai propri studenti il “titolo” e la competenza. Ma Vicenza resta a guardare. Accogliamo studiosi, ospitiamo ricercatori, ma non offriamo un percorso di laurea o un corso post-laurea in architettura che porti il nostro sigillo. È tempo di chiederci: perché Vicenza non può offrire un titolo accademico d’eccellenza? Perché non trasformare la città stessa in una laurea “sul campo” conosciuta a livello globale? Il Festival delle invenzioni in corso in questi giorni, che anima le pietre del Palladio Museum e del Teatro Olimpico, ci ricorda che Vicenza è stata – ed è – la capitale dell’ingegno. Una verità fondamentale. Il genio del Palladio non fu un atto isolato, ma l’incontro perfetto tra un visionario e una classe dirigente – i vicentini di 500 anni fa – straordinariamente operosa e lungimirante. Quei committenti del Palladio non cercavano solo bellezza, a lustro della personale ricchezza non meno che della propria nobiltà, ma anche funzionalità. Seppero tradurre l’estetica dell’antica Roma in una nuova grammatica per le esigenze di un’area che stava diventando, di fatto e proprio grazie a loro, la prima zona preindustriale d’Europa. I vicentini di oggi devono ritrovare quel coraggio visionario. Non basta essere eccellenti produttori di merci, occorre farsi ambasciatori di un modello culturale e di un “modo di abitare” che il mondo ci invidia. Palladio non è un capitolo chiuso nei libri di storia, ma un metodo di lavoro che unisce arte e utilità estetica al profitto economico. Non abbiamo più bisogno solo di ammiratori o di isolati studiosi che arrivano da lontano. Vicenza deve diventare un’Officina delle Competenze. L’obiettivo è ambizioso, perché ce lo impone la nostra storia. Dobbiamo creare un polo universitario o una Scuola di Alta specializzazione che rilasci titoli accademici di rilievo mondiale nel campo dell’architettura e del design. Smettiamola di essere solo la scenografia per i sogni altrui. Firmare un progetto con un titolo di studio ottenuto a Vicenza dovrebbe essere il massimo vanto per un architetto del futuro. Solo così l’eredità del Palladio smetterà di essere un’ombra del passato per tornare ad essere il motore del nostro domani.
Giovanni Bertacche