lunedì, Giugno 1, 2026
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Giustizia, Italia condannata. Lo scandalo degli avvocati d’ufficio

(articolo di Renzo Mazzaro, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Tutto ci siamo sentiti dire dal gover­no nelle ultime settimane prima del referendum, conclusosi con un sonan­te No alle modifiche costituzionali, a proposito del mal funzionamento del­la giustizia, meno una cosa: quanto è disposto a pagare per coprire il buco che lascia vuoto negli organici dei tri­bunali. Possiamo menar il can per l’a­ia quanto vogliamo con le carriere dei giudici e dei pm, ma divise che fossero diventate o unite come sono teorica­mente rimaste, non fanno guadagnare un giorno ai processi. Nei procedimen­ti civili le sentenze di primo grado ar­rivano dopo un anno e mezzo o due, contro i 5 mesi di media in Francia e in Spagna. Per arrivare al terzo grado in Italia bisogna aspettare da 7 a 9 anni, in Francia la media è 3 anni e 4 mesi. Nei processi penali l’attesa media da noi per il primo grado va da un anno e mezzo a due, in Danimarca 38 giorni, in Olanda 104 giorni. Peggio di noi fa solo Cipro.

Ma si spiega: nel 2023 in Italia opera­vano 12 giudici ogni 100.000 abitan­ti contro una media europea di 22 e 4 pubblici ministeri contro una media UE di 11. Al 30 giugno di quell’anno fra tribunali ordinari, corti d’appello e cassazione mancavano 1.250 giudici in Italia, rispetto agli organici previsti dal ministero. Il quale sostiene che con l’informatizzazione le cose sono mi­gliorate, ma come vedremo solo per snellire le code alle segreterie e alle cancellerie. I tempi delle sentenze re­stano fuori dalla durata ragionevole dei processi riconosciuta dalla legge Pinto (2001) che prevede indennizzi per gli sforamenti. Con manica larga sul li­mite massimo dei tempi consentiti (3 anni primo grado, 2 appello, 1 cassa­zione) e manica stretta sull’entità dei rimborsi: da 400 a 800 euro per ogni anno di ritardo. Significa 1 o 2 euro al giorno, una miseria per ripagare un furto di giustizia.

Ciò nonostante, l’ammontare di questi indennizzi, finora mai rimborsati dallo Stato, ha raggiunto quota 400 milio­ni di euro. Al punto che l’anno scor­so il governo ha dovuto far ricorso a correttivi di procedura, imponendo tra l’altro la digitalizzazione delle doman­de: chi ha fatto ricorso deve ricaricare la documentazione sulla piattaforma SIAMM entro il 30 ottobre prossimo, pena la decadenza del diritto. Quando questo diritto verrà rispettato, nessuno l’ha ancora capito. Questa è la giusti­zia italiana, dati ufficiali alla mano. Un disastro, certificato dalle sistematiche procedure di infrazione aperte dall’U­nione Europea, con accompagnamento di sanzioni.

La Corte europea condanna l’Italia

avvocati d'ufficioAdesso arriva anche una sentenza del­la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che condanna il nostro Paese per ritardi sistematici nel pagamento delle somme dovute agli avvocati d’uf­ficio per il gratuito patroci­nio. La sentenza (Requetes n. 15587/10, 32536/10 e 18531/14) è dell’11 dicem­bre scorso ma non ha avuto molta pubblicità. Questo potrebbe far pensare ad una questione tecnica che riguarda solo gli avvocati. Invece questa sentenza an­drebbe affissa alle porte dei tribunali perché apre uno squarcio su un certo tipo di burocrazia che impegna inutilmente giudici e cancellieri, di­ventando fonte di rallentamento dei processi. Un malfunzionamento che nessuna informatizzazione può cancel­lare perché è legato ad una procedura farraginosa. Ci vorrebbe poco per to­glierla di mezzo, ma nessuno ci pensa, meno di tutti il ministero cui andrebbe la competenza.

La Corte europea si è pronunciata sul ricorso presentato da due avvocati ita­liani, Giuseppe Diaco di Roma e Maria Alessandra Lenchi di Vigevano, soste­nuti dal Consiglio nazionale forense, per prestazioni fornite come difensori d’ufficio e pagate fuori tempo massimo dai tribunali, con ritardi arrivati anche a 4 anni. La sentenza parla di «ritardi irragionevoli alla luce della semplicità degli adempimenti richiesti all’ammi­nistrazione, imputabili esclusivamente a disfunzioni delle cancellerie, smarri­mento di fascicoli, lentezza delle co­municazioni e indisponibilità sistema­tica di fondi». I tribunali chiamati in causa dai due avvocati per difese d’uffi­cio fornite dal 2014 al 2018 sono quel­li di Roma, Bologna, Potenza, Trieste e Como più le corti d’appello di Ancona, Caltanissetta, Campobasso, Potenza, Trieste e Torino. Ma nel resto d’Italia, Veneto incluso, la situazione non è di­versa.

La situazione nel Veneto

Per fare l’avvocato d’ufficio bisogna es­sere iscritti ad un elenco speciale pre­visto da un Dpr del 2002, affidato alla gestione degli Ordini professionali di ogni provincia. Da questo elenco i tri­bunali pescano i difensori soprattutto per i processi in cui gli imputati non si presentano o sono dichiaratamente latitanti oppure quando il difensore di fiducia ha rinunciato o abbandonato la difesa.

Nel Veneto i difensori d’ufficio del pe­nale sono 158 a Treviso, 86 a Belluno, 161 a Verona, 154 a Vicenza, 202 a Venezia, 235 a Padova e 56 a Rovigo. In tutto 1.052 su un totale di 14.768 avvocati di ogni specializzazione iscrit­ti ai vari Ordini provinciali. Non rag­giungono il 15%, sono una piccola parte della categoria, per giunta poco considerata: il reclutamento volante e la disponibilità che devono assicurare h24 come dicono i carabinieri, li fa passare per avvocati di serie B.

Invece sono questi peones che tengo­no in piedi la macchina dei tribunali. Hanno turni di 24 ore, possono esse­re buttati giù dal letto anche di notte. Sono come il pronto soccorso, sempre disponibili a garantire la presenza nel­le aule di giustizia in una valanga di processi. Giudice, pubblico ministero e cancelliere non sono sufficienti, se manca l’avvocato difensore il processo semplicemente non parte.

Gratuito patrocinio o lavoro gratis?

Gli avvocati d’ufficio tutelano clienti che non si fanno trovare, ne consegue che lavorano gratis? No, vengono paga­ti dallo Stato secondo le norme del gra­tuito patrocinio, assicurato sia in sede civile che penale a ogni cittadino italia­no e straniero (purché regolare) con un reddito inferiore a 12.000 euro, che ne faccia richiesta. La legge istitutiva del gratuito patrocinio assicura il pagamento anche nei casi in cui l’imputato è irrepe­ribile, ma l’irreperibilità va dimostrata.

Se non risulta per decreto del tribunale (come avviene nove volte su dieci) tocca all’avvocato d’ufficio attivare ricerche a 360 gradi: residenza, posto di lavoro, consolati nei casi di stranieri, dovunque.

Esaurite le possibilità e di­mostrato oltre ogni ragio­nevole dubbio che l’imputato è effet­tivamente uccel di bosco, l’avvocato deve stendere un rapporto raccontando per filo e per segno le ricerche effettua­te invano. Lo deve fare perché il rim­borso non è automatico, avviene solo dietro presentazione di domanda, fatta in genere alla fine del procedimento, oppure alla fine della fase di giudizio, o anche alla fine delle indagini.

Al carteggio l’avvocato deve aggiungere una relazione che documenti l’attività professionale svolta per il dibattimen­to. Non importa che il tribunale la co­nosca perfettamente, visto che tutti gli atti del processo si sono svolti davanti al giudice e le carte sono conservate nel fascicolo in cancelleria. Una procedura inesorabile pretende il bis.

Completati questi adempimenti, l’av­vocato d’ufficio spedisce il carteggio con annessa parcella al giudice di cui al processo. È lui che deve ratificare l’onorario.

Naturalmente il giudice nel frattempo è passato ad altro, pressato com’è dalla pila di fascicoli sempre ammonticchia­ta sul suo tavolo. Quando liquiderà la pratica? Quando troverà il tempo to­gliendolo ai processi e alle sentenze. Di solito succede a otto o nove mesi di distanza, dopo che avrà sfalciato di un terzo ma anche di metà la parcella. Non è chiaro perché gli onorari degli avvocati d’ufficio debbano subire que­sto trattamento, stile taglio scolpito a rasoio dei barbieri. Gli interessati par­lano di una decurtazione generalizzata voluta dalla legge sul gratuito patroci­nio, che a sua volta rinvia ad altre nor­me ancora. Sia come sia, effettuato il taglio il giu­dice notifica a tutte le parti il provve­dimento di liquidazione della parcella, ma non è ancora sufficiente: perché il provvedimento diventi definitivo, non opponibile, devono passare altri 30 giorni.

Ci siamo: pochi, maledetti e in ritar­do, ma almeno è finita? No, bisogna aspettare che l’ufficio spese di giustizia del tribunale emetta la bozza di fattura. Anche i cancellieri e gli amministrati­vi hanno il loro daffare. Passano altri mesi. Solo quando arriva la bozza, l’av­vocato può spedire la fattura e contare i giorni aspettando il pagamento. Di media sono altri due-tre mesi.

Il conteggio a fine corsa racconta che la liquidazione arriva mediamente un anno e mezzo dopo la prestazione del gratuito patrocinio. Ognuno dei 1.052 avvocati d’ufficio degli elenchi speciali del Veneto lo può confermare. E forse anche aggiungere dettagli ulteriori.

Appello al ministro Nordio

Se il ministro della giustizia Carlo Nordio non è interessato agli stipendi degli avvocati, può almeno chiedersi per quale motivo questa estenuante procedura di liquidazione dei com­pensi venga messa in capo a giudici e cancellieri, distogliendoli dall’attività dei processi per cui sono pagati. Perché un cancelliere e un magistrato devono occuparsi dell’onorario degli avvocati? Davvero non può far nulla per togliere loro questo ingombro? Tutti i giudici del penale, a seconda dei processi che hanno avuto in carico, si ritrovano questa incombenza. C’è l’ufficio spese di giustizia interno al tribunale, che ha in organico cancellieri e funzionari, che vengono tolti al lavoro su processi e sentenze. Trasferire l’incombenza agli uffici del ministero, perché no? Costi­tuire un ufficio personale esterno, cui delegare questa attività? Liquidare i pagamenti con un cedolino, come av­viene per gli altri dipendenti pubblici? Gli avvocati d’ufficio, benché pagati a cottimo, forniscono una prestazione professionale non diversa da quella del giudice o del pubblico ministero, pa­gati con stipendi a fine mese. L’unica cosa che li diversifica è che non hanno il parcheggio riservato nell’area del tri­bunale.

Dissipiamo un equivoco

In materia di ritardi della giustizia ci si può chiedere, per concludere, quanto l’informatizzazione abbia migliorato le cose nei tribunali. Il ministero ha dif­fuso statistiche che parlano di un ac­corciamento anche del 40% della du­rata dei processi. Bene. Ma c’è qualche equivoco da dissipare. Prendiamo una causa civile: prima dell’informatizza­zione si cominciava con l’atto di cita­zione e la comparsa di risposta. Dopo di che, a distanza di cinque mesi arri­vava la prima udienza, durante la quale il giudice dava un termine ulteriore per depositare le memorie di precisazione e di prova. Passaggi che allungavano non di poco il procedimento. Con la rifor­ma Cartabia questi passaggi sono stati accorpati e anticipati. Non è più ne­cessario aspettare la prima udienza per poi depositare le memorie. Alla prima udienza il giudice trova tutto pronto: una marea di fascicoli depositati, con le relative memorie allegate e può deci­dere. Se è il caso di acquisire le prove, procede in quel senso. Se è tutto docu­mentale fissa subito l’udienza di con­clusione. I tempi del processo si sono innegabilmente ristretti per tutti, ma l’ingolfamento si è trasferito sul tavo­lo del giudice, che è sempre quello di prima, da solo con due cancellieri nel­lo sgabuzzino a fianco. Lui è diventato l’imbuto.

C’è poco da fare: se manca personale di cancelleria e se i giudici civili sono pochi, non c’è informatizzazione che possa migliorare le cose. Bisogna au­mentare le spese per la giustizia, non si scappa.

Torri di Teatro 2026: due appuntamenti… tutti da ridere

Il teatro come strumento di comunità e catalizzatore del cambiamento: questa l’ambiziosa intenzione per l’attesa seconda edizione di Torri di Teatro, rassegna teatrale promossa dal Comune di Torri di Quartesolo in collaborazione con l’Unità Pastorale Lerino-Marola-Torri e organizzata dall’associazione culturale Theama. Quest’anno, inoltre, la rassegna si arricchisce di un ulteriore aspetto sociale, ospitando con gioia la compagnia teatrale Amici della Fraglia, composta da ragazzi diversamente abili.

Venerdì 29 maggio ore 20:45 presso il Palatenda di Torri di Quartesolo (dietro la chiesa) sarà la volta dell’irresistibile commedia brillante in dialetto veneto “Processo par ‘na broca rota-Quando el diavolo ghe mete la coa” di Piergiorgio Piccoli e Aristide Genovese, per la regia di Piccoli e con Anna Zago, Daniele Berardi, Anna Farinello, Alessandra Niero, Kevin Munaro, Riccardo Perin e lo stesso Piccoli. Un classico, tra le tante produzioni di Theama Teatro: una commedia perfetta dove l’interesse è sostenuto da una trama impeccabile e dalla descrizione di personaggi vivissimi, interessanti e intelligentemente comici. Con un brio sottile e in un contesto popolare viene tracciato il profilo di un giudice di fine ‘800 che si trova nella paradossale situazione di indagare su un crimine di cui egli stesso è il colpevole e rappresenta l’assurdità di un’anima che non sa più riconoscere una realtà obbiettiva.

Due giorni dopo, domenica 31 maggio stessa location ore 16:30, salirà sul palco la Compagnia Teatrale Amici della Fraglia, composta da un gruppo di ragazzi speciali con una gran voglia di raccontarsi attraverso spettacoli fatti di musica, umorismo e storie che si ispirano a epoche lontane, rivisitate con fantasia e leggerezza. I nostri metteranno in scena “Viaggio nel tempo”, l’avventura in chiave ironica di un gruppo di viaggiatori che, grazie a un’improbabile macchina del tempo, si ritrova catapultato in epoche storiche molto diverse tra loro. Dalla Roma Antica, dove i gladiatori preferiscono mangiare piuttosto che combattere, si passa a una nave di pirati poco coraggiosi e molto confusi, impegnati a cercare un tesoro che sembra sempre sfuggire e via dicendo, affrontando periodi storici sempre più strampalati. La compagnia nasce con l’obiettivo principale di riunire ragazzi con caratteristiche diverse, valorizzando ciascuno nella propria unicità, al di là delle disabilità, e creando uno spazio inclusivo in cui ognuno possa sentirsi parte del gruppo.

“Il teatro fa vivere le emozioni che la vita ci dà – evidenzia l’assessore alla Cultura del Comune di Torri di Quartesolo Luisa Trivella -. Il palcoscenico è la grande piazza dove gli animi si incontrano, si raccontano e si liberano.Questa rassegna teatrale di Theama Teatro e del Comune di Torri di Quartesolo, in collaborazione con l’Unità Pastorale Lerino-Marola-Torri, non è solo un evento culturale, ma vuole essere un’opportunità per rafforzare il tessuto sociale della nostra comunità. Unendo simbolicamente la piazza comunale e quella parrocchiale, vogliamo ribadire che l’arte non è solo una forma di intrattenimento, ma un potente strumento di incontro, crescita e trasformazione collettiva. Le compagnie teatrali e gli artisti che si alterneranno sul palco porteranno con loro storie, idee e visioni che, tra un sorriso e una risata, stimolano la riflessione e l’impegno civile. Attraverso la rassegna teatrale, a Torri di Quartesolo si vuole così dare una nuova chiave di lettura al teatro: presentandolo non solo come uno svago, ma come un’occasione di confronto e un vero catalizzatore del cambiamento. Un ringraziamento speciale va a Theama, responsabile dell’organizzazione di questo evento, per aver dato voce a un progetto che mette al centro l’arte come strumento di crescita civile e sociale”.

Il vicentino Massimo Calearo Ciman entra nell’intergruppo parlamentare sulla IA tra giravolte politiche, successi e flop imprenditoriali

(da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

L’ingresso di Massimo Calearo Ci­man nel comitato tecnico-scientifico dell’intergruppo parlamentare “AI, Empowerment e mercati emergen­ti” riporta al centro dell’attenzione una figura che, tra industria e politica, ha segnato in modo rilevante – e discusso – la storia recente vicentina.

Un incarico che può apparire come un riconoscimento delle competenze maturate nel settore delle telecomuni­cazioni e dell’innovazione, ma che ine­vitabilmente riapre anche interrogativi su un percorso pubblico caratterizzato da svolte, rotture e trasformazioni. Dalle telecomunicazioni al vertice di Confindustria Vicenza

Nato come imprenditore nel setto­re della connettività, Calearo – il cui nome originario è Massimo Calea­ro prima dell’aggiunta del cognome Ciman della madre Lucia Ciman Ca­learo a cui sono molto legati i suoi successi aziendali prima che la società Antenne Calearo finisse in liquidazione per decisione del tribunale di Vicenza – ha costruito il proprio percorso indu­striale con l’azienda familiare attiva nelle telecomunicazioni, affermandosi anche sui mercati internazionali.

La sua ascesa lo porta a diventare pre­sidente nazionale di Federmeccanica e di Confindustria Vicenza, ruolo che ne consolida l’immagine di rappresen­tante dell’imprenditoria locale e na­zionale, in una fase di trasformazione dell’industria verso modelli sempre più tecnologici e globali.

Massimo Calearo con Walter Veltroni nel 2008

La svolta politica e le contraddizioni

È però con l’ingresso in politica che la figura di Calearo diventa più controversa. Eletto nel 2008 nelle liste del Partito Democratico, in una fase in cui il centrosinistra cercava un dia­logo più stretto con il mondo produtti­vo, intraprende poi un percorso segna­to da cambi di posizione e progressivo distacco dal partito.

Nel corso della legislatura, il suo spo­stamento verso posizioni più vicine al centrodestra e il successivo avvicina­mento a esperienze politiche differenti hanno alimentato critiche e perplessità, contribuendo a costruire un’immagine pubblica segnata dalla discontinuità.

Crisi aziendali e difficoltà economiche

Parallelamente, anche il percorso im­prenditoriale ha conosciuto fasi diffici­li. Le aziende legate al gruppo Calearo hanno attraversato crisi rilevanti, tra ristrutturazioni e tensioni finanziarie, ridimensionando nel tempo il peso industriale costruito negli anni pre­cedenti soprattutto dal padre e dalla madre e ora affidato anche ai figli tra cui Eugenio Calearo Ciman, già presi­dente dei Giovani di Confindustria Ve­neto e, tra l’altro, membro del Comi­tato di gestione del Premio Campiello.

Un elemento che ha inciso sulla per­cezione complessiva della figura, tra riconoscimento dei risultati ottenuti e critiche per le difficoltà successive.

Il ritorno con il tema dell’intelligenza artificiale

L’ingresso nell’intergruppo parlamen­tare dedicato all’intelligenza artificiale rappresenta oggi un nuovo capitolo. Calearo Ciman è stato chiamato a con­tribuire ai lavori delle commissioni su energia sostenibile, aerospace e mercati emergenti, portando – secondo quanto dichiarato – la propria esperienza in­ternazionale. «Metto a disposizione le mie competenze per promuovere uno sviluppo etico e sostenibile dell’IA», ha affermato.

Massimo Calearo per “Italia e Usa, avanti insieme” nel 2025

Un “premio” che riapre il dibattito

È proprio qui che si colloca il nodo più delicato. La nomina può essere letta come un riconoscimento tecnico, legato alle competenze maturate nel campo dell’innovazione e della con­nettività. Ma allo stesso tempo solleva interrogativi sul significato politico e simbolico di questo ritorno sulla scena pubblica. Per alcuni, una valorizzazione di un profilo con esperienza internazionale; per altri, un “premio” difficilmente comprensibile alla luce delle contro­versie passate.

In questo equilibrio tra meriti e om­bre si colloca oggi la figura di Calearo Ciman, chiamata ancora una volta a misurarsi con il giudizio pubblico in un ambito – quello dell’intelligenza ar­tificiale – destinato a segnare il futuro economico e sociale del Paese purché viva soprattutto degli Up e non anche dei Down, comunque formativi, tipo quelli che hanno caratterizzato la storia personale e resiliente di un esponen­te… Massimo di Vicenza.

Il giorno del ricordo: da ricorrenza nazionalistica a momento di riconciliazione nella comune casa europea

(articolo di Luigi Poletto, studioso di storia della Resistenza, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Il giorno del Ricordo nasce dalla legge n° 92 del 30 marzo 2004 la quale riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria del­la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo do­poguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Tale ricorrenza può essere vissuta corretta­mente solamente a patto di rispettare alcuni criteri:

• il rifiuto di qualsiasi atteggiamento nega­zionistico o riduzionistico o giustificazioni­stico riconducibile ad un “a priori” ideolo­gico;

• il riconoscimento della complessità delle vicende storiche;

• il rigetto di ogni unilateralismo naziona­listico;

• l’emancipazione dalla logica del c.d. “pa­radigma vittimario” che assolutizza il punto di vista di una specifica categoria di vittime;

• l’inserimento della tragedia delle foibe nel più generale contesto storico;

• l’attenzione a distinguere la memoria dalla storia: la prima ha a che fare con il vissu­to delle persone e quindi è necessariamente mobile e soggettiva, la seconda tende all’accertamento della verità dei fatti;

• la repulsa di ogni “uso politico della storia” che piega gli eventi passati ad una finalità di polemica politica o di costruzione di una narrazione ideologica di parte.

Raoul Pupo (Wikipedia)

Lo storico Raoul Pupo che ha indagato in opere fondamentale le “complesse vicende del confine orientale” ha sottolineato il fatto che la violenza ha pervaso quelle terre dalla Grande guerra alla fine degli anni Cinquan­ta; lì si è registrato un “laboratorio di espe­rienze politiche estreme” in cui la violenza si è esercitata in tutte le sue forme e modalità in un primo momento dopo il primo conflitto mondiale quale portato di un fenomeno di “brutalizzazione della politica” (la “stagione delle fiamme”) e in un secondo momento con la seconda guerra mondiale quale “guer­ra totale, stragista, ai civili (la “stagione delle stragi”).

Le vicende di questa area sono state ricostru­ite accuratamente dall’Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età contem­poranea nel Friuli Venezia Giulia.

La narrazione nazionalistica dominante rivendica l’italianità dell’area, ma in real­tà storicamente questi territori hanno una identità meticcia, multiculturale, multiet­nica e plurilinguistica grazie all’intreccio di vari universi: lo slavo, il latino, il tedesco, il magiaro. L’italianità adriatica è un modello volontaristico ed inclusivo: ad inizio Nove­cento non si “è” italiani per appartenenza etnica, ma si “diventa italiani” per decisione individuale in cui è decisivo abbracciare la cultura italiana e parlare la lingua italiana, il che consente al mondo italiano di assi­milare gli apporti secolari provenienti dalla penisola, dall’entroterra, dal Mediterraneo, dall’Ungheria e dalle zone germaniche.

Per l’Italia con la prima guerra mondiale all’obiettivo di conquista delle “terre irre­dente” di Trento e Trieste si sovrappone una più generale spinta espansionistica nei Bal­cani e nel Mediterraneo. Dopo la retorica della c.d. “vittoria mutilata” per il mancato rispetto del Patto di Londra e dopo la spedi­zione dannunziana a Fiume, con il Trattato di Rapallo (novembre 1920) l’Italia ottiene Trieste, Gorizia, tutta l’Istria e alcune isole della Dalmazia tra cui Cherso e Lussino.

Francesco Giunta

Il c.d. “fascismo di confine”, che ha il suo leader nel toscano Francesco Giunta, è pre­maturo e particolarmente aggressivo: realiz­za frequenti spedizioni contro sloveni, croa­ti, socialisti e persegue l’obiettivo di attuare una vera e propria bonifica etnica. L’incendio del “Narodni Dom” – la sede polifunzionale che ospita le organizzazioni slovene triestine – è del 13 luglio 1920. A seguire l’italianizzazione forzata praticata dal regime è particolarmente dura nei confronti degli slavi perché la lingua italiana viere resa obbligatoria nei luoghi pubblici e di culto; i nomi e i cognomi e toponimi sono italia­nizzati; il clero slavo viene perseguitato; le associazioni e i luoghi di ritrovo di sloveni e croati sono soppressi; si accentua il processo di marginalizzazione della componente sla­va dai circuiti decisionali.

Nella primavera del 1941 la Jugoslavia viene invasa dalle forze dell’Asse e a questa aggres­sione fu recapitata la prima responsabilità politica e morale delle terribili vicende suc­cessive. La Serbia diventa indipendente ma è controllata dai tedeschi, la Croazia è pure indipendente con gli ustascia filo-fascisti di Ante Pavelic, l’Italia si annette la “provincia di Lubiana” con Istria e Dalmazia.

Rispetto all’efficiente movimento partigiano la repressione italiana è feroce, estrema e stra­gista all’insegna di una vera e propria “guerra ai civili”. Si pensi alla circolare 3C del genera­le Roatta che legittima distruzioni di villaggi, rappresaglie, fucilazioni di ostaggi e deporta­zioni; nel luglio 1942 nel paese di Podhum sono assassinati tutti i 90 maschi e deportati gli abitanti.

Con l’8 settembre vi è un vuoto di potere e i partigiani jugoslavi sono autori di terri­bili eccidi all’interno di una vera e propria ondata di terrore in un clima di jacquerie con centinaia di vittime. Gli assassinati e gettati nelle foibe sono italiani coinvolti nel­la repressione, esponenti istituzionali, emi­nenti protagonisti della vita civile, professionale ed economica. Sono le “foibe istriane”.

Nell’ottobre del 1943 vie­ne creata e amministrata dai tedeschi la “zona d’ope­razioini del litorale adria­tico” comprendente Istria, Venezia-Giulia e Lubiana. La repressione è durissi­ma: fucilazioni, torture stupri, uccisioni di ostaggi, distruzione di paesi; sono 280 gli uccisi a Lipa il 30 aprile 1944. Sono presenti bande feroci di fascisti oltre alla Decima Mas di Junio Valerio Borghese. A Trie­ste opera la Risiera di San Sabba, struttura polifunzionale della morte, al contempo ca­serma, centrale di repressione, deposito, sta­zione di deportazione, luogo di massacri di massa; vi opera un forno crematorio.

La “corsa verso Trieste” viene vinta dai partigia­ni jugoslavi che raggiungono la città il 1° mag­gio. Nei successivi quaranta giorni si verificano atroci eccidi noti come “foibe giuliane”. Circa 10-12 mila persone sono arrestate. Molte ven­gono liberate; un migliaio di persone vengono giustiziate e gettate nelle foibe, altre migliaia sono deportate in campi dove periscono per denutrizione, maltrattamenti e malattia.

Quante sono le vittime delle foibe (inghiot­titoi tipici del terreno carsico storicamente utilizzati quali depositi di ma­teriali di scarto e poi impie­gati per occultarvi cadaveri)? Calcolando il numero delle persone scomparse (computo per eccesso) arriviamo a 500- 700 nell’autunno del 1943 e a 3-4 mila nella primavera del 1945. Non si può parlare di “pulizia etnica” e del resto la nozione culturale e non etnica di “italianità adriatica” esclude questa possibilità come pure la presenza di italiani nelle fila dei partigiani jugoslavi. L’epu­razione non viene compiuta su basi nazionali ma politiche con finalità punitive per chi si è macchiato di crimini, epura­tive nei confronti di oppositori reali, potenziali o presunti, del nascente regime comunista (compresi anche esponenti del CLN triestino) e intimidatorie verso la po­polazione locale per dissuaderla dall’oppor­si al nuovo potere. Gli italiani sono colpiti non in quanto tali, ma perché rientrano nel­le categorie da epurare preventivamente: in questo senso si è espressa la Commissione italo-slovena: “L’impulso primo della re­pressione partì da un movimento rivoluzio­nario, che si stava trasformando in regime, convertendo in violenza di stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”.

Il successivo esodo ha proporzioni enormi: se ne va l’83% della popolazione italiana ov­vero circa 280-300 mila persone. Le ragioni vanno ricercate nella percezione di un pe­ricolo strutturale, nell’essere oggetto di pra­tiche oppressive, repressive e vessatorie, nel disagio psicologico per la disintegrazione di un mondo, nel rifiuto del sistema economi­co collettivista jugoslavo, in meccanismi di emulazione.

Vicende tragiche. Per uscire dall’imbuto della strumentalizzazione e delle memorie divise occorre trasformare il “Giorno del Ricordo” in ricorrenza totalmente liberata da scorie nazionalistiche, in giornata in cui si denuncia la primaria responsabilità del fa­scismo per l’aggressione della Jugoslavia nel 1941, si celebra la fratellanza di tutti i popo­li, si conserva la memoria di tutte le vittime, si considerano le vicende nella loro oggettivi­tà storica, si condivide il dolore dell’altro, ci si riconosce nella casa comune europea.

Caso Silva: la vittoria di Davide contro Golia. La storia di un Comitato di cittadini che ha salvato l’acqua di vicentini e padovani

(articolo di Serena Balbo, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Di acqua si parla spesso a Vicenza, e non sempre dal punto di vista degli scorci po­etici di cui sono protagonisti i suoi fiumi. L’acqua è il bene primario dell’uomo e, se inquinata, può mettere a rischio la salute dei cittadini.

Per l’acqua si è battuto un Comitato de­nominato “Tuteliamo la Salute”, in lotta contro il progetto di sviluppo delle atti­vità della Silva S.r.l., ex Safond-Martini, azienda del Gruppo Ecoeridania specia­lizzata nel trattamento e recupero di rifiu­ti industriali, a Montecchio Precalcino (VI).

Capita raramente, nella vita reale, che Davide vinca contro Golia, ma in questo caso, così come per la lotta di 20 anni del Coordinamento Comitati di Giancar­lo Albera per la destinazione pubblica dell’area della ex Centrale del Latte di Vicenza, l’attivismo popolare ha dato i suoi frutti.

Ma facciamo un passo indietro…

Safond-Martini – nata nel 2009 dalla fu­sione di Safond Sabbie da Fonderia in Via Terraglioni 50 (sito denominato T50 e Martini Sabbie sito in via Terraglioni 44 (denominato T44), attive fin dagli anni ‘80, e poi acquisita nel 2022 dal Gruppo Ecoeridania – includeva un impianto di trattamento di rifiuti costituiti da sabbie di fonderia esauste; oggi il progetto propo­sto da Silva prevedeva l’installazione di tre nuovi impianti: uno per la sterilizzazione termica di rifiuti ospedalieri (provenienti da fuori provincia), un impianto per la ri­generazione di sabbie da fonderia, con au­mento della capacità da 15mila a 70mila tonnellate annue, e il terzo un deposito di rifiuti pericolosi e non, liquidi e solidi, comprendente sostanze altamente tossiche e corrosive. Il sito si trova al centro della zona di ricarica di falda dei pozzi di Vil­laverla e Dueville e a ridosso delle risorgive del fiume Bacchiglione, aree che andreb­bero rese zone di salvaguardia, come già stabilito da più di 70 sindaci dei comuni del consorzio di bacino ATO Bacchiglione ad agosto 2025.

La vicenda inizia nel 2024, quando il sindaco di Montecchio Precalcino, Fabri­zio Parisotto, viene riconfermato e viene eletta la giunta comunale; l’Opposizione solleva la questione del progetto Silva – al­lora i cittadini non ne erano a conoscen­za -. Il progetto a luglio viene presentato in Provincia di Vicenza con la possibilità da parte di cittadini ed enti di avanzare delle osservazioni; Silvia Peruzzo, ex assessore del comune di Mon­tecchio Precalcino, ha formulato le considerazioni che, corredate da circa 400 firme di citta­dini, sono state in­viate dall’avvocato Pierantonio Cenci tramite il porta­le preposto della Provincia. Da quel momento è nata la consapevolezza, in molti cittadini anche dei comu­ni limitrofi, che il progetto se appro­vato sarebbe stato troppo impattante per le conseguenze ambientali irreversibili che avrebbe comportato.

Il 20 gennaio 2025 si è costituito un Co­mitato, “Tuteliamo la Salute”, che ha preso a cuore la vicenda; l’obiettivo dei firmatari provenienti da diversi paesi tra cui Montecchio Precalcino, Dueville, Vil­laverla, Sarcedo, è quello di informare i cittadini attraverso incontri pubblici e sensibilizzare enti e istituzioni, ricercando un dialogo con i sindaci. La preoccupa­zione era legata in particolare al rischio inquinamento dell’acqua, ma anche alla qualità dell’aria e alla sicurezza stradale: nel progetto si parlava di 104 mezzi pe­santi e 222 furgoni che ogni giorno avrebbero transitato per il Comune di Montecchio Precalci­no, portando un notevole aumento di inquinamen­to, oltre che un pericolo per gli studenti che ogni giorno viaggiano in bici­cletta per raggiungere lo scalo ferroviario di Mon­tecchio-Villaverla.

Inizialmente i tre sinda­ci dei comuni coinvolti (Montecchio Precalcino, Dueville, Villaverla) era­no unanimi nel definire “allarmistiche” le posizioni del Comitato, in quanto il progetto era da considerarsi, a loro detta, “migliorativo”, e lo avevano espresso attra­verso un comunicato stampa congiunto emanato il 14 febbraio 2025.

Nel frattempo il Comitato ha interpellato esperti, idrogeologi, ingegneri e medici, tra cui Vincenzo Cordiano di Associa­zione Medici per l’Ambiente, Lorenzo Altissimo, ex direttore del Centro idrico di Novoledo, e Andrea Rinaldo, insignito del Premio Nobel per le Scienze dell’Ac­qua; tutti hanno dato parere negativo al progetto.

Melissa Peruzzo, Rossella Maccà, Silvia Peruzzo, Raffaella De Boni e Giampaolo Graziani

A fine luglio 2025 il Comitato ha inviato una lettera alla Regione Veneto, all’atten­zione del Presidente Luca Zaia e dell’as­sessore all’Ambiente e Protezione Civile Gianpaolo Bottacin, per sollecitare l’ap­provazione delle aree di salvaguardia, corredata da 5.000 firme raccolte dal Co­mitato che ha acquisito, nel frattempo, sempre più notorietà e consenso a livello locale, ma anche regionale.

Intanto, la preoccupazione dei cittadini è aumentata perché è stata pubblicata una relazione di ARPAV in cui si stabilisce la presenza di PFBA provenienti dai lavori relativi alla Superstrada Pedemontana Ve­neta anche nelle cave di Montecchio. Il Comitato ha ricordato inoltre che 30.600 metri cubi di materiale contaminato della Pedemontana è stato portato nella “Cava Brugiane”, di cui Silva srl è comproprieta­ria, ed ha evidenziato la presenza di PFBA nelle acque sotterranee dei piezometri di valle della discarica Terraglioni di Mon­ tecchio Precalcino, adiacente a Silva.

Intanto, tra i cittadini hanno iniziato a cir­colare video e foto che immortalano l’area T50 (sita a ovest della stazione ferroviaria di Montecchio-Villaverla): da un lato si sono interrogati sulle emissioni aeree dei cumuli di sabbia di fonderia, e dall’al­tro ci si è domandati quale sia l’effettivo trattamento delle acque di dilavamento, le quali – in alcuni video – si riversavano copiosamente nei terreni limitrofi e nel fondo cava (potenzialmente potrebbero essere inquinate).

Ad ottobre 2025 il Comitato ha orga­nizzato una serata dal titolo “Un po’ di sana politica” (patrocinata dal comune di Dueville), in cui si è tenuto un dibattito tra diverse formazioni politiche, tre di centrodestra e tre di centrosinistra. A di­scutere sono stati Francesco Gonzo (FDI), sindaco di Isola Vicentina; Morena Marti­ni (Lega), ex sindaco di Rossano Veneto; Gabriele Tasso (FI), sindaco di San Pietro Mussolino; Simone Contro (M5Stelle); Chiara Luisetto (PD) e Renzo Masolo (Alleanza Verdi Sinistra), entrambi consi­glieri regionali uscenti. Parere unanime da parte di tutti contrario all’ampliamento richiesto dalla ditta.

L’8 novembre comitati, associazioni e gruppi ambientalisti hanno organizzato un flash mob davanti alla sede della Pro­vincia di Vicenza, inscenando un sarca­stico “funerale di Madre Terra”: un gesto simbolico ma forte per sottolineare l’ec­cessivo inquinamento di aria e di acqua, nonché lo sfruttamento del suolo in terra vicentina.

da sx a dx Jacopo Graziani, Nadia Visonà, Matteo Rinaldo (consigliere di minoranza di Dueville), Loretta Meneghetti, Moreno Robusti, Daniela Bortoli, Maria Cristina Parisotto, Giampaolo Graziani, Antonia Zambon, Raffaella De Boni, Beniamino Caretta

Il 6 dicembre il Consiglio comunale di Montecchio Precalcino ha dichiarato all’u­nanimità la propria contrarietà al progetto (solo) per ragioni viabilistiche, sollevando alcune prescrizioni. Il 9 dicembre succes­sivo i membri del Comitato hanno atteso il “verdetto” sul progetto Silva: nel corso della mattinata si è tenuta la riunione dei tecnici della Commissione Via conclusasi con un “sì con prescrizioni”; nella seconda fase la Conferenza dei Servizi si è riunita per prendere la decisione definitiva. A far­ne parte, oltre alla Provincia di Vicenza, tredici portatori d’interesse: comune di Montecchio Precalcino (VI), Arpav, Ulss 7 Pedemontana, Italferr, Autostrada A4 Brescia-Padova, E-distribuzione, Genio Civile, Regione del Veneto, Consiglio di Bacino Veneto Orientale, Consorzio di Bonifica Alta Pianura Ve­neta e Vigili del Fuoco.

In apertura della Confe­renza, due membri del Comitato (Rossella Mac­cà e Mariano Caretta) hanno potuto accedervi e spiegare le motivazio­ni di preoccupazione dei cittadini di Montecchio Precalcino e dei limitrofi. Dopo tre ore di riunio­ne, però, la seduta è stata rimandata “in attesa di sapere se l’azienda riesce a superare le contrarietà espresse dal Comune”.

In attesa della seduta de­finitiva della Conferenza dei servizi, nel frattempo è arrivato da Bruxelles, in particolare dal presidente della Commissione per le Petizioni dell’Unione Europea Bogdan Rzon­ca, il riscontro positivo al ricevimento della petizione che segnala la violazione di normative europee – tra le altre, della Direttiva Quadro per l’Azione Comunitaria in materia di acque -, pre­sentata lo scorso agosto dal Comitato. Della questione si è interessata l’Onorevo­le Cristina Guarda, vicepresidente della suddetta Commissione, e il 25 febbraio una delegazione del Comitato è volata a Bruxelles presso il Parlamento Europeo per esporre la vicenda e le proprie posi­zioni; all’unanimità, tutti i gruppi politici hanno deciso di tenere aperta la petizione, scegliendo di procedere con ulteriori ap­profondimenti sulla vicenda.

Nel frattempo, i sindaci di alcuni Comuni della bassa Padovana hanno inviato una lettera all’attenzione dei neoeletti Alberto Stefani ed Elisa Venturini, rispettivamente presidente e assessore all’Ambiente della Regione. Poco più a sud rispetto al terri­torio comunale di Montecchio Precalcino si trova Dueville, in cui 13mila persone bevono acqua tramite pozzi privati, men­tre l’acquedotto di Padova – gestito da AcegasApsAmga e che serve circa 300mila persone – preleva l’acqua a poco più di un chilometro rispetto all’impianto in ogget­to, ed è quindi in gioco l’acqua bevuta da vicentini e padovani. Venturini ha incon­trato i sindaci rassicurandoli che “la peri­metrazione delle aree di salvaguardia sarà completata entro pochi mesi, probabilmente entro aprile”.

A fine gennaio, dopo un’intervista sul Cor­riere del Veneto di Andrea Nardin, presi­dente della Provincia, in cui lo stesso ha dichiarato “Silva non è in prima fascia, non è in stretta salvaguardia”, il Comitato ha dichiarato come la stessa AcegasApsAm­ga nella documentazione inviata in Pro­vincia, abbia sottolineato che “nella zona di rispetto, indipendentemente quindi che sia ristretta o allargata, è vietata la gestione di rifiuti e lo stoccaggio di prodotti ovvero sostanze chimiche pericolose”. Il Comitato Tuteliamo la Salute ha chiesto dunque la sospensione del voto della Conferenza dei Servizi in attesa che la Regione approvi le zone di salvaguardia e che la stessa Con­ferenza non fosse convocata prima che la Commissione Europea si fosse espressa sulla petizione. Anche sei consiglieri pro­vinciali di minoranza sono intervenuti per la sospensione della conferenza dei servizi in attesa dell’approvazione delle aree di salvaguardia da parte della Regione.

I membri del Comitato esultanti dopo il NO della Conferenza dei Servizi al progetto Silva. Con loro il consigliere provinciale Mattia Pilan (Vicenza in Comune)

Il caso Silva (e zone di salvaguardia) è ap­prodato poi al Consiglio regionale del Veneto, convocato a Palazzo Ferro-Fini il 29 gennaio, con discussione della mozio­ne presentata dai consiglieri Luisetto, Cu­negato, Dalla Pozza, Manildo, Micalizzi, Ostanel e Sambo. Questi avevano chiesto alla Giunta regionale di ascoltare i terri­tori e individuare le aree di salvaguardia delle captazioni acquedottistiche appro­vate dal Consiglio di Bacino Bacchiglio­ne, bloccando così l’impianto di Silva. La decisione è stata rimandata al 10 febbraio per approfondimenti voluti dall’assessore Venturini che ha richiesto una valutazione avanzata nell’ambito dei procedimenti in corso presso la Provincia di Vicenza; nella seconda seduta del Consiglio regionale è stata approvata all’unanimità la Mozio­ne n. 2 che “impegna la Giunta regionale a proseguire, in tempi tempestivi ed adeguati alla circostanza in esame, l’attività istrut­toria per l’approvazione delle aree di salva­guardia delle captazioni acquedottistiche, percorrendo la proposta tecnica elaborata dal Consiglio di bacino territorialmente competente”.

Intanto numerosi enti si sono dichiarati contrari al progetto: prima è arrivato un freno dall’Autorità di Bacino Distrettua­le delle Alpi Orientali che ha sospeso i procedimenti autorizzativi in grado di in­terferire con le aree di salvaguardia delle opere di captazione destinate al consumo umano nei Comuni di Dueville e Villa­verla (tra questi Silva). L’Autorità, preso atto dell’istruttoria per l’approvazione della perimetrazione delle aree di salva­guardia proposta dal Consiglio di Bacino Bacchiglione, ha ritenuto necessario che le amministrazioni interessate sospendessero ogni procedimento volto al rilascio di ti­toli abilitativi e alle valutazioni ambientali per interventi con potenziali interferenze sui corpi idrici coinvolti. Il secondo stop è giunto da Ulss 7 Pedemontana, il cui pa­rere, sollecitato dalla Provincia di Vicenza, è stato ufficialmente depositato con esito negativo; l’azienda sanitaria ha dichiarato senza mezzi termini la “non compatibilità con il sito su cui andrebbe ad inserirsi” l’im­pianto, sollevando numerosi dubbi.

Dal canto suo, Silva SRL è intervenuta a difesa dell’investimento complessivo di circa 30 milioni di euro sull’impianto di trattamento rifiuti progettato, afferman­do che il piano di sviluppo “ha l’obiettivo di rafforzare la gestione industriale del sito attraverso nuove tecnologie e standard am­bientali più avanzati“. A sostenere il pia­no, Assofond, l’associazione di Confindu­stria che rappresenta le fonderie italiane, il cui vicepresidente Franco Vicentini ha di­chiarato: “Questo progetto è importante non solo perché garantisce l’immediata riqualifi­cazione ambientale dell’area e la creazione di nuovi posti di lavoro diretti e indiretti, ma anche per i benefici connessi al recupero delle sabbie esauste”. Pioggia di critiche in particolare dai comitati contro il progetto e dal Coordinamento Veneto Pedemon­tana Alternativa (CoVePA). Subito dopo, cartelloni, striscioni, manifesti sono stati esposti dalle abitazioni, ma anche lungo le strade e affissi alle vetrine nei comuni di Villaverla, Dueville e Montecchio Pre­calcino.

Fino alla grande vittoria: il 13 marzo nella sede della Provincia di Vicenza a Palazzo Nievo si è tenuta la Conferenza dei Ser­vizi che ha dato il parere definitivo sul progetto Silva. Negativo, secondo le voci, grazie al decisivo voto contrario dell’Ulss 7 Pedemontana. “A volte, raramente, ma succede, Davide batte Golia!” è stato il commento a caldo del Comitato Tute­liamo la Salute che ha festeggiato una storica giornata. Non solo per il comitato stesso, ma per tutti i cittadini di Vicenza e Padova che possono continuare a bere l’acqua che esce dal rubinetto della pro­pria casa.

In un momento storico in cui dilaga una sfiducia verso la politica e verso le istituzio­ni, questa è una vera e propria vittoria dei cittadini e delle loro preoccupazioni verso la qualità dell’aria e dell’acqua. Ai mem­bri del Comitato Tuteliamo la Salute va dato atto di essersi impegnati in modo tenace, acquisendo nel tempo i pareri di medici e studiosi del settore ambientale, ma anche di aver bussato alle porte della politica (e della Corona inglese) per rice­vere supporto, oltre che di aver combat­tuto per infondere la consapevolezza del rischio che il Progetto Silva avrebbe po­tuto comportare. L’auspicio è che questa vicenda sia un monito: da un lato per i cit­tadini, affinché si impegnino a lottare per la tutela dei territori ormai eccessivamente sfruttati. Dall’altro, per i politici affinché salute e ambiente non vengano subordi­nati agli interessi economici e le decisioni siano sempre prese dopo un’attenta analisi di tutte le forze in gioco e dei danni che potrebbero provocare.

La Grazia, ovvero l’agognato lusso di un po’ di leggerezza anche sul tema combattuto e sempre più attuale dell’eutanasia

(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Sullo sfondo di neutre nuvole bianche prima e poi di quelle colorate e “partigia­ne” prodotte dai fumi delle Frecce Trico­lori, scorre il testo dell’articolo 87 della Costituzione Italiana, che definisce la fi­gura del Presidente della Repubblica e ne sancisce le responsabilità. E non prediligo a caso il termine responsabilità a doveri. Si apre così il film, bellissimo, La Grazia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo.

Subito dopo che le suddette nuvole si dissipano, con il procedere della trama e l’interagire dei personaggi (in entrambi i casi di fantasia, ma con evidenti riferi­menti alla realtà) ad assieparsi sono in­vece i dubbi, o se vogliamo gli spunti di riflessione.

La Grazia: Toni Servillo e Paolo Sorrentino (foto di Andrea Pirrello)

Nel film di Paolo Sorrentino, l’eutanasia non è trattata come una questione tec­nica o giuridica, ma come un conflitto profondo tra libertà individuale e re­sponsabilità morale: rappresenta il di­ritto di scegliere sulla propria fine, ma allo stesso tempo mette a nudo l’incapa­cità delle istituzioni e del potere di dare risposte definitive su vita e morte.

Tra l’interpretazione magistrale dei protagonisti, una fotografia poetica dai tratti magrittiani, l’eterna lotta tra con­servatorismo e innovazione (rivoluzio­ne?), un tratteggio onesto e senza sconti della politica, i richiami alla coscienza e qualche incursione nel semiserio, va in scena l’antica, scomoda verità: dietro ogni carica, c’è un uomo. Con le sue debolezze e, si spera, il suo senso di re­sponsabilità.

Sebbene il film si apra via via a svariate letture, il tema principale, monumenta­le, è già nel titolo, anche se solo sulle sce­ne finali si giunge a captarne il (doppio) senso profondo. Un presidente sconsola­tamente vedovo (Toni Servillo, con inne­gabili anche se non preponderanti richia­mi al nostro Mattarella), giunto pieno di malinconia a fine mandato, si trova a non poter evitare il bilancio di 7 lunghi anni al servizio dello Stato e dei cittadini, ma anche a desiderare di andarsene senza lasciare nulla di incompiuto, comprese tre questioni assai spinose: due richieste di grazia e l’eventuale firma della legge sull’eutanasia.

Affiancato, spronato e punzecchiato dal­la figlia Dorotea, quello che scopre con sorpresa di essere da tutti soprannomina­to “cemento armato” per il proprio essere irremovibile, si trova a muovere invece passi incerti e condizionati dal dubbio, a immedesimarsi in chi -che sia attraverso la sospensione della pena o attraverso la rinuncia alla vita- cerca disperatamente un po’ di libertà e di leggerezza. Ecco che cos’è in fondo la grazia, intesa come sta­to di grazia, per l’uomo, ecco il doppio senso del titolo del film: la possibilità, il lusso di vivere con un po’ di levità, pur senza superficialità.

Una leggerezza che Sorrentino riesce a dare anche al suo film, sgonfiandone la (solo apparente) severità con qualche in­cursione divertente, ma suggestiva, come per esempio il papa nero che ci vede lun­go e gira in scooter, l’estrosa amica di sempre del Capo dello Stato che non se­gue i cerimoniali e tra parolacce, impre­cazioni e battute caustiche non fa a sua volta cerimonie e persino il rapper Guè Pequeno, che strizza letteralmente l’oc­chio, quello sano, a un Presidente auto­revole e serioso che in segreto canticchia le sue melodie.

Solo, malinconico, chiuso in un’armatu­ra ormai troppo stretta, in un continuo confronto con se stesso e con i suoi refe­renti (dalla figlia al Santo Padre, dal suo fedele bodyguard/consigliere ai richie­denti la grazia, fino al suo amato caval­lo ridotto in agonia, che pare implorare con gli occhi anche lui l’eutanasia), il protagonista arriva faticosamente a capi­re di essere “appesantito” dal suo stesso ruolo. A chiedersi “ma io sono mai stato leggero?”. A desiderare di tornare a esser­lo. Proprio attraverso il dubbio, fin qui inconcepibile, che in fondo ha una sua bellezza, perché solo può portare al co­raggio. A decidere: “proverò a lasciarmi vivere”.

Gli applausi al “Presidente” Toni Sorvillo

Il film La Grazia suggerisce che l’eutana­sia non è solo una decisione personale, bensì uno specchio delle contraddizio­ni della società contemporanea, dove legge, coscienza, dolore e compassione si scontrano senza trovare una sintesi sem­plice, lasciando aperta una domanda più ampia sul senso della dignità e della “gra­zia” nel momento estremo.

Tra le domande clou, che corrono e ri­corrono nel film, quella che non abban­dona più il Presidente, fino all’ultima scena è: “di chi sono i nostri giorni?”.

“I nostri giorni sono nostri, ma non ba­sta una vita per capirlo” ammette con se stesso, su un finale non scontato.

E se i nostri giorni sono nostri ma i no­stri giorni non sono più tollerabili, mi chiedo io, a chi spetta decidere se lasciar­si vivere (o lasciarsi morire)? Rispetto e non invidio chi è chiamato in causa.

E se Battiato cantava cerco un centro di gravità permanente, io come il Pre­sidente nel film -dopo un commovente collegamento con un astronauta in una navicella spaziale- sogno l’assenza di gra­vità. Per tutti.

Angela Hewitt in recital al Teatro comunale di Vicenza per la stagione della Società del Quartetto

Angela Hewitt torna al Teatro Comunale di Vicenza domenica 31 maggio, alle 20 e 45, per chiudere la stagione della Società del Quartetto, sodalizio con il quale la pianista canadese ha instaurato da anni un rapporto di solida amicizia.

Artista che occupa una posizione di spicco nel pianismo contemporaneo, Hewitt è nata in una famiglia di musicisti – il padre era organista e direttore di coro a Ottawa – e si è imposta sulle scene internazionali alla metà degli anni Ottanta dopo l’affermazione al Concorso Bach di Toronto. Da allora, forte anche di un repertorio vastissimo, si è esibita nelle più prestigiose sale da concerto delle Americhe, dell’Asia, dell’Australia e di tutta Europa sia in recital che con rinomate formazioni orchestrali. Grazie alla popolarità che gode tra gli amanti della musica a tutte le latitudini, nel 2015 la pianista canadese è stata inserita nella Hall of Fame della rivista Gramophone.

Il recital che chiude la stagione del Quartetto inizia sulle note della Sonata in Si bemolle maggiore K 570 di Mozart, pagina apparentemente semplice ma che cela al suo interno una ricchezza di pensiero musicale assai raffinato. A seguire la Sonata in Re maggiore Op. 28 di Beethoven nota con il soprannome apocrifo di “Pastorale”.

La seconda parte del concerto si apre con i 12 Valses Nobles di Schubert, specchio di un microcosmo viennese di fine Settecento nel quale la musica tra le mura domestiche costituiva il perno della vita culturale della nobiltà e dell’alta borghesia. Spazio poi a Joseph Haydn, le cui Sonate per tastiera – una cinquantina quelle arrivate fino a noi – dimostrano il crescente interesse del compositore per il fortepiano, strumento che stava soppiantando il clavicembalo e consentiva una maggiore gamma di colori e più accentuate variazioni dinamiche.

In chiusura del concerto in programma a Vicenza, Angela Hewitt non poteva non tributare un omaggio all’amatissimo Bach, con la Partita in Do minore BWV 826, seconda di un gruppo di sei “Suite di danze” che Johann Sebastian volle dedicare “agli amanti della musica per la gioia dei loro animi”.

La raccolta, che fu salutata da un enorme successo fra i contemporanei, è un vero e proprio manifesto estetico con cui l’autore si impose al pubblico colto di tutta Europa come maestro indiscusso della sintesi stilistica.

“Sei morto?”: l’app cinese che misura la solitudine contemporanea arriva in Italia come “Ispettore della vita

(speciale Fine e voglia di Vita, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

“Sileme”, letteralmente “Sei morto?”, è un nome che colpisce, quasi respinge. Eppure è diventata in poche settimane l’app a pagamento più scaricata in Cina. Costa meno di un euro, ma intercetta un bisogno profondo, difficile da nominare: la paura di scomparire senza che nessuno Con un nome meno preoccupante del realistico “Sei morto?” ora si può scari­care anche sui nostri cellulari digitando “Ispettore della vita”.

Logo Sileme, ispettore della vita

Il funzionamento è semplice. L’utente deve “dare un segnale di vita” ogni gior­no, premendo un pulsante. Se per oltre 48 ore non accede, l’app invia automa­ticamente un messaggio ai contatti di emergenza indicati. Un sistema mini­male, quasi rudimentale, ma proprio per questo efficace. E soprattutto simbolico.

A raccontarne il senso sono gli stes­si utenti. Una giovane donna spiega di averla scaricata perché teme che, in caso di morte improvvisa, nessuno verrebbe a cercarla. Un’altra, studentessa, racconta di averci pensato dopo un momento di sconforto: contatta raramente la fami­glia, non ha più una relazione stabile, e la sua quotidianità scorre in una solitudine silenziosa.

Non si tratta di casi isolati. I numeri rac­contano una trasformazione strutturale: in Cina già nel 2024 oltre 120 milioni di persone vivevano da sole, e le proiezioni indicano che entro il 2030 potrebbero diventare 200 milioni. Un fenomeno che riguarda sia gli anziani – spesso rimasti nei territori rurali mentre i figli emigrano – sia i giovani urbani, sempre più soli per scelta o necessità.

Ma anche in Italia circa 8,8 – 9,3 milioni di persone vivono da sole, rappresentan­do quasi il 36% delle famiglie italiane. Questo fenomeno, leggermente più diffuso al Nord (35%) rispetto al Sud (30%), è in costante crescita e coinvolge principalmente anziani (vedovi/e), sepa­rati e giovani, rendendo le famiglie uni­personali una delle forme abitative più diffuse, specialmente al Nord. Poco più della metà ha meno di 65 anni, mentre il 41-47% delle persone sole sono over 65 (in gran parte donne vedove). L’aumen­to è dovuto all’invecchiamento della po­polazione, all’aumento delle separazioni e alle scelte di vita.

“Sileme” o l’Ispettore della vita che dir si voglia nasce esattamente dentro que­sta frattura sociale. Non è solo un’app di sicurezza: è una risposta tecnologica a un vuoto relazionale. I suoi creatori la descrivono come un “assistente persona­le per la sicurezza”, ma il successo rivela qualcosa di più: il bisogno di essere “vi­sti”, di lasciare una traccia, di non essere invisibili.

Sileme in Cina

Non a caso, il nome in Cina ha suscitato critiche. Troppo crudo, troppo diretto. Qualcuno propone alternative più ras­sicuranti, come “Sei vivo?”. Ma proprio quella crudezza sembra essere stata la chiave del suo impatto. “Sei morto?”, più forte dell’Ispettore della vita, non è solo una funzione: è una domanda esistenzia­le, che intercetta una fragilità diffusa.

La tecnologia, in questo caso, non crea il problema. Lo rende visibile. Editoriali della stampa cinese parlano di “specchio sociale”: l’app riflette un lato nascosto della vita contemporanea, fatto di isola­mento, distanza emotiva, rarefazione dei legami. Non è l’algoritmo a generare la solitudine, ma la società che, cambiando, produce nuovi bisogni.

E il fenomeno non riguarda solo la Cina. Anche in Europa e, come visto, in Italia cresce il numero di persone che vivono sole, tra invecchiamento della popola­zione, precarietà delle relazioni e trasfor­mazioni culturali. In questo contesto, strumenti simili trovano spazio come ri­sposta a un’esigenza concreta di sicurezza ma anche di riconoscimento.

Resta però una domanda aperta: può un’app sostituire una relazione? Eviden­temente no. Ma può segnalare la sua as­senza. E forse è proprio questo il punto.

Le schermate di Sileme, in Italia Ispettore della vita

“Sileme” funziona perché non promette di eliminare la solitudine, ma di renderla meno rischiosa. Di trasformare un silen­zio totale in un segnale. Di garantire che, almeno, qualcuno venga a cercarci.

In un mondo sempre più connesso, è pa­radossale che serva un’app per ricordar­ci di esistere agli occhi degli altri. Ma è anche un segno dei tempi: vivere da soli non significa più essere un’eccezione, bensì una condizione diffusa.

E allora quella domanda – “Sei morto?” – smette di essere solo inquietante. Di­venta, piuttosto, un invito a riflettere su come viviamo, su chi abbiamo accanto, e su quanto, davvero, siamo presenti nella vita degli altri, quelli che non ci fanno da amichevoli e umani ispettori.

L’AI che usi crea sofferenza o ti aiuta? Tra favole per bambini e strategie militari, una riflessione sull’uso dello stesso strumento

(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Alessandro Dai Zotti, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Una mamma sta chiedendo alla sua AI preferita: “Mi scrivi una favola per bambini?”. La fiaba le piace e la userà questa sera per far sorridere il suo bam­bino. La stessa AI, nel frattempo, viene usata da un governo per pianificare una strategia militare che invece potrebbe far piangere più di un fanciullo. Do­vresti smettere di usarla o boicottarla? Questa è la domanda che in tanti nel mondo si fanno e che risuona più forte dove la guerra, anzi le guerre si com­battono o dove, nelle basi sparse nel mondo, tra cui quelle di Vicenza in Italia, si preparano e si guidano.

Il fatto

Anthropic non “usa l’AI a scopo mi­litare senza limiti”: ha posto red line esplicite contro sorveglianza di massa domestica e armi completamente auto­nome, ed è proprio per aver difeso que­sti limiti che è stata punita e bandita.

OpenAI ha invece accettato un accor­do con il Pentagono che consente l’uso della sua tecnologia per qualunque uso “lecito”, negoziando solo il divieto di sorveglianza di massa interna e l’ob­bligo di responsabilità umana nell’uso della forza; ciò non esclu­de comunque supporto ad applicazioni militari molto controverse, anche se non sono “killer robot totalmente autonomi”.

La reazione tra gli uten­ti contrari all’uso militare dell’AI si è fatta sentire subi­to. Secondo quanto riportato da TechCrunch e altri media, il 28 febbraio 2026 le disin­stallazioni di ChatGpt negli USA sono aumentate di cir­ca il 295% rispetto al gior­no precedente mentre sono aumentate le installazioni di Claude.

Come si sostiene una compagnia che si occupa di intelligenza artificiale

Addestrare e mantenere i modelli di intelligenza arti­ficiale costa moltissimo: tec­nologia per la potenza di cal­colo, infrastrutture, energia e personale. Quindi servono flussi di cassa molto grandi e possibilmente stabili. Il mercato dei contratti governativi AI, domi­nato dal settore della difesa, vale già miliardi di dollari e cresce ogni anno; quindi, è effettiva­mente una delle poche fonti di denaro “alla scala giusta” per questi modelli.

In questo quadro ci siamo anche noi che usiamo questi strumenti. La maggioranza degli utenti attivi (considerando solo ChatGpt, 900 milioni) usa versioni non a pagamento (https://techcrun­ch.com/2026/02/27/chatgpt-reaches-900m-we­ekly-active-users/). E da un certo punto di vista gli utenti gratuiti creano un deficit che l’azienda deve coprire altrove.

Sapendo questo, la domanda non è solo cosa fanno le aziende con i soldi della difesa. È an­che: cosa finanziamo, indirettamente, quando usiamo questi strumenti gratuitamente?

Il dilemma etico che nessuna disinstallazione risolve

Se Anthropic non usa l’AI a scopo militare ‘sen­za limiti’ significa che la sua AI è comunque usa­ta a scopo militare, ad esempio per attacchi letali come sembrano indicare i re­centi rapporti sull’attacco in Iran (https://www.theguar­dian.com/technology/2026/ mar/01/claude-anthropic-i­ran-strikes-us-military).

OpenAi ha fatto solo un di­verso tipo di accordo, tra l’al­tro, sostenendo la posizione del suo concorrente ma ag­giungendo sia una maggiore libertà di manovra sia confi­ni offuscati dall’espressione “qualunque uso lecito”. Qua­lunque? Cosa significa lecito in questo contesto e chi deci­de se l’applicazione è lecita in una determinata circostanza?

Ci dovrebbe essere un moti­vo per favorire l’una o l’altra da un punto di vista etico?

Solitamente quando si par­la di guerra una delle prime immagini che ci vengono in mente sono persone sofferen­ti, cadaveri, città devastate. Ma è possibile che usando l’AI a scopi militari i con­flitti possano essere gestiti in modo diverso, mitigando i danni collaterali, riducen­do le sofferenze e il numero delle vittime? È una doman­da che nemmeno il CICR — che monitora il diritto umanitario internazionale da decen­ni — riesce ancora a risolvere: l’AI nei conflitti pone interrogativi aperti tanto sui rischi quanto sulle possibili applicazioni umanitarie. (https://cri.it/2025/09/10/tecnologia-e-azione-u­manitaria-opportunita-e-rischi-dellia/)

Nel frattempo, nella vita reale

L’altro giorno la mamma, che lavora anche come medico, aveva chiesto ‘Se ti descrivo un quadro clinico genera­le, puoi suggerirmi alcune possibili diagnosi differenziali da considerare?’ Così ha potuto aiutare un paziente in una situazione difficile.

Più tardi aveva chiesto ancora: ‘Puoi riassumere i punti chiave di questo articolo scientifico in modo che possa valutarne rapidamente la rilevanza cli­nica?’ È stata contenta che l’AI l’abbia aiutata nello studio facendole avere più tempo da dedicare alla sua famiglia.

È tornata a casa prima. Il suo piccolo le è corso incontro con un bel sorriso e lei l’ha preso in braccio. La mamma quella sera ha letto la favola al suo bambino. Domani userà di nuo­vo l’AI. Probabilmente lo farai anche tu.

Nota: l’autore usa l’AI nel quotidiano e non ha affiliazioni commerciali con nessuna azienda che si occupi di intel­ligenza artificiale

Dottoressa Emilia Laugelli: il fine vita degli altri ti resta dentro per tutta la vita

(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Federica Zanini, da VicenzaPiù Viva n. 306sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Appena andata in pensione, la dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ulss 7 Pedemontana e responsabile del telefono antisuicidi regionale, nato nel 2012 e pioniere in Italia, racconta quanto intenso sia il lavoro di ridare speranza a chi la vuole fare finita e quello di accompagnare chi è condannato a morte dalla malattia.

Emilia Laugelli ai tempi del suo impegno politico col PD:
per dieci anni anche assessore al sociale del Comune di Schio

Oltre al fine vita auspicato (eutanasia e/o suicidio assistito), chiesto convintamente e per lo più negato, tema di cui comunque ancora troppo poco si dibatte e che ci vede arretrati rispetto a diversi Paesi europei, ci sono morti, altrettanto dolorose e degne di rispetto e considerazione, che non vanno trascurate: la morte auto-procurata, senza dover chiedere il permesso a nessuno, e la morte come sentenza inappellabile, inattesa quanto non gradita.

Dell’accompagnamento al fine vita di chi non vede più speranza e di chi la speranza se l’è vista rubare da una diagnosi infausta, si è sempre occupata con intuizione, passione, empatia e grande umanità (“il malato è prima di tutto e soprattutto una persona. Perché sanità e salute sono cose diverse, curare è diverso da prendersi cura… E chi soffre ha diritto a entrambe”) la dottoressa Emilia Laugelli.

La dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ospedale di Santorso è nota in particolare alle cronache, ma soprattutto alla gente, per l’eccezionale telefono antisuicidio, che ha diretto e coordinato fin dalla nascita, nel 2012 e che ha seguito molti casi di aspiranti suicidi per aver perso tutto o quasi tutto col crollo delle banche popolari venete, quella di Vicenza e l’altra di Montebelluna.

Emilia ha da pochissimo messo nel cassetto il cartellino, insieme a un mare di emozioni, un bagaglio di esperienze e il ricordo di tante persone indimenticabili, colleghi e collaboratori, ma soprattutto pazienti.

Proprio nel giorno in cui la intervistiamo festeggia, infatti, al traguardo di una carriera intensa, con le tante emozioni ancora da riordinare e “domare”, il suo primo giorno di pensione: lunedì 23 marzo 2026.

Che effetto le fa? Sa già che cosa farà in futuro?

Mi devo ancora abituare. Ho lavorato fino a venerdì scorso e anche se non ho rimpianti e ho anzi le idee chiare sulle mie priorità per il futuro (ndr: stare più tempo possibile con la mamma anziana che vive in Calabria, coccolarsi i tre nipotini di 6, 4 e 2 anni e godersi la famiglia in generale), non è facile smettere un lavoro come il mio, davvero molto intenso, potente. So già che non manderò in pensione la mia naturale propensione a mettermi a disposizione degli altri, ma intanto posso dire con fermezza che per me è stato un onore toccare la parte più sensibile e fragile delle persone, trattare il loro dolore con tutta la cura che merita. Mi sono appena ritirata e non ho ancora progetti, tanto meno lavorativi, nonostante le tante proposte dal settore privato. No, ho assolutamente bisogno di uno stop, ne ho bisogno per imparare a staccarmi da quella che è stata la mia vita, legata indissolubilmente a quella degli altri e, per oltre un decennio, con reperibilità 24 ore su 24 e con un carico di dolore e un dispendio di energie inimmaginabile.

È davvero difficile immaginare… Non è che per sollevare l’altro si mette tutto il carico sulle proprie spalle, sul proprio cuore fino a non reggere più?

È uno degli aspetti da imparare a gestire e che deve far parte della formazione degli psicologi specializzati in questo ramo. Io ho avuto modo di lavorare con un team eccezionale. Ci vuole formazione, professionalità ma soprattutto empatia. Quello dello psicologo è un mestiere particolare: devi capire chi hai davanti, instaurare un contatto perché non esistono manuali o ricette universali e infallibili. Puoi lavorare bene solo decifrando quello che la persona ti trasmette, direttamente o indirettamente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone fragili, diffidenti e la loro richiesta di aiuto va spesso decodificata. Io personalmente posso dire di avere quasi sempre trovato la giusta sintonia dopo i primi 3-5 minuti di colloquio. Il segreto è sicuramente anche una predisposizione personale, ma soprattutto non dimenticare mai che chi si rivolge a te non è il malato di cancro o di depressione, ma una persona. Un essere umano con nome e cognome, con un suo vissuto unico, con le sue personali fragilità che per primo deve rivedere, e imparare ad accettare, il suo nuovo ruolo di paziente. Una persona che si trova a dover affrontare un nuovo percorso e, ottenuta la sua fiducia, devi fargli capire che sei lì per percorrerlo insieme.

Ho ragione allora a dire che l’umanità nel rapporto paziente-dottore (ma anche con tutto il personale medico e gli operatori delle strutture sanitarie) è essenziale?

Assolutamente. Dico sempre che sanità e salute hanno significati diversi. La sanità è l’insieme di tecniche, sistemi, terapie cui ti devi affidare per curarti, la salute invece si nutre di relazioni umane. Con i dottori ma anche con gli infermieri, i volontari, il personale in genere. Insomma, la malattia ti cade addosso ma non sei solo, per un’assistenza a 360 gradi c’è bisogno di chi ti cura e di chi si prende cura di te.

Come si fa? Come ci si prende cura del paziente, come lo si accompagna verso il suo destino?

Eh, non è facile. Lì tu psicologo sei solo con te stesso e non puoi permetterti di sbagliare. Devi appunto instaurare una sintonia e una fiducia che solo l’empatia ti può aiutare a ottenere, ma si arriva a un’intensità emotiva che è contagiosa. Torniamo sempre lì: quello che fa la differenza è la persona che hai davanti, non la sua cartella clinica, che è certamente importante per capire il contesto ma che non contiene le dritte su come aiutarlo psicologicamente. Molto dipende proprio dalla bomba emotiva che il tuo interlocutore si tiene dentro. L’aspirante suicida, per esempio, pensa di non avere più nulla da perdere e l’unico modo di distoglierlo dai suoi propositi è convincerlo che c’è ancora un filo di speranza, facendogli capire che non è solo e non lo sarà. Quando invece hai a che fare con un malato oncologico terminale, la missione è mantenerlo in salute, nonostante la malattia, fornirgli la chiave per cercare di vivere con il miglior equilibrio possibile quello che gli resta. Accompagnarlo insomma all’accettazione del proprio destino e alla conquista, anche se può sembrare contraddittorio, di uno stato di serenità rispetto al fine vita. E questo è fondamentale non solo per chi va, ma anche per chi resta. Spesso chi è riuscito a fare i conti con la morte raggiunge una pace che vorrebbe potesse contagiare anche chi gli sopravviverà. Ecco perché sostengo che familiari e amici devono, più a se stessi che al “condannato”, il lusso di stargli il più vicino possibile. Per sostenerlo e per sostenersi respirando quella serenità. Ogni attimo del fine vita di una persona cara è vitale, nel senso di vita proprio. Altrimenti si rischia di restare, per così dire, dannati per la vita dopo il commiato.

La gestione del fine vita ha riempito la sua di vita con le emozioni e le tante persone, tutte indimenticabili, che gliele hanno trasmesse, con cui le ha condivise. Una in particolare?

Sono tutte nel mio cuore, davvero, ma molte mi hanno segnata. Proprio l’altro giorno mi è tornato alla mente uno dei miei primi pazienti, Francesco. Aveva 65 anni e un cancro incurabile, amava la musica e la montagna. Io cercavo di accompagnarlo tramite le visualizzazioni. Letteralmente scalavo con lui la montagna, passo dopo passo, respirando l’aria pura, ammirando il paesaggio fino a conquistare la vetta. Il tutto con il sottofondo musicale di Fiorella Mannoia, che piaceva molto a entrambi. Ricordo che al concerto della Mannoia, quando toccò alla sua canzone preferita, lo chiamai in hospice e gliela feci sentire dal vivo. Fu un momento potentissimo: io in mezzo a migliaia di persone eppure accanto a lui, a condividere un’esperienza unica. Ne fu felicissimo.

inOltre – numero verde antisuicidi

Ci racconta come lei, calabrese, è arrivata in Veneto e come qui è poi nata la sua creatura più bella, il servizio telefonico regionale inOltre? E qual è il suo destino ora che lei è andata meritatamente in pensione?

Emilia Laugelli con l’assessore Manuela Lanzarin e il presidente
Luca Zaia alla presentazione del volume dedicato al servizio inOltre

Allora, mi sono trasferita giovanissima, a 18 anni, per frequentare l’Università a Padova. A 22 anni mi sono laureata, quindi ho sposato un veneto e ho messo radici e messo su famiglia. Per 13 anni ho lavorato in una cooperativa sociale e per 14 anni, dal 1995 al 2009, sono stata Assessore al Sociale a Schio. Nel 2010 ho mollato la politica e ho cominciato a lavorare negli ospedali di Schio e Thiene, poi fusi nel presidio dell’Alto Vicentino, a Santorso, assistendo i pazienti oncologici. Nel 2012 il presidente della Regione Zaia mi ha affidato la gestione di un servizio di aiuto agli imprenditori che, vittime della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, meditavano il suicidio. È nato così, con un gruppo di psicologi specializzati nella gestione delle emergenze, il centralino inOltre, operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Era una grossa responsabilità, sia a livello clinico che scientifico, però ha ingranato subito. All’epoca siamo stati dei pionieri, perché eravamo i primi in Italia così strutturati, finanziati dalla Regione e non basati sui volontari. Da allora non ci siamo mai fermati, anzi, e in dieci anni abbiamo affrontato ben tre grandi emergenze comunitarie: dopo la crisi economica ecco il crac delle banche venete e infine la pandemia di Covid. Motivi e circostanze diverse, la stessa disperazione. Ci siamo dovuti evolvere e adattare. Inizialmente per esempio i miei psicologi si recavano anche a domicilio, poi con il lockdown non è stato più possibile. E adesso ecco che il nostro inOltre non esiste più. O meglio, esiste ma è stato oggetto di un bando di co-progettazione. All’inizio era un progetto di gestione delle emergenze e promozione della salute, che si è poi trasformato in servizio, ora invece continua a operare ma è affidato alle cooperative sociali e si concentra prevalentemente sulle malattie mentali.