domenica, Maggio 17, 2026
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Ilaria Gusella, una donna che non riposa, neanche la domenica

Una domenica che non riposa” è il titolo del primo singolo del soprano Ilaria Gusella che si lancia con successo anche nella musica popolare e contemporanea, senza mai dimenticare, neanche per la breve frazione di un’intervista, il marito, avvocato e politico in gran spolvero, e le loro due figlie

Di Federica Zanini (da VicenzaPiù Viva n. 305)

Ilaria Gusella, l’artista vicentina tra famiglia, lavoro e solidarietà

Dopo aver conquistato una mezz’ora del tempo di Ilaria Gusella, che l’artista vicentina nata a Val Liona un anno dopo… Laura Pausini spende con uguale passione tra famiglia, lavoro e solidarietà, me la immagino arrivare trafelata. Nonostante le temperature rigide, il buio precoce e una giornata come sempre strapiena alle spalle, eccola invece comparire impeccabile, aggraziata e sorridente. Scoprirò subito che quella è “semplicemente” la sua natura. È eccitata sì per l’uscita del suo primo singolo e per gli ultimi ritocchi al secondo, eppure anche quello sembra semplicemente naturale: il risultato di dedizione a una nuova avventura. Mentre fisso sulla carta nozioni ma soprattutto emozioni, mi dice: “Che bello vedere ancora scrivere a penna sull’agenda”. C’è una punta di nostalgia, poi si affretta a chiarire che comunque alla tecnologia e ai social deve tantissimo.

Che Ilaria Gusella -noto soprano con un gran talento anche per la musica popolare e contemporanea (che ora è esploso, ma è in realtà un ritorno alle origini), divulgatrice di cultura, promotrice del territorio, direttrice di un coro e insegnante, paladina delle donne e dell’ambiente- sia (anche) la moglie di Francesco Rucco -prima sindaco di Vicenza e presidente della Provincia, ora vicepresidente del Consiglio regionale- non è un segreto e per lei è motivo di grande orgoglio, che fieramente non tiene nascosto. “Quando Francesco è stato eletto sindaco, ha avuto per noi un po’ la stessa valenza che avrebbe avuto per me un contratto a La Fenice”, afferma. E dichiara di avere sempre modulato la sua, comunque, intensa carriera in sinergia con la famiglia (lei e Francesco hanno due figlie, Margherita di 15 anni e Letizia di 18), evitando di rendersi disponibile per impegni che la portassero lontana. Partiamo proprio da qui, da Ilaria donna, dietro il personaggio.

Ilaria, come (s)corre la sua giornata tipo?

Domanda impegnativa. Ogni giorno è diverso dall’altro. Mi sveglio molto presto al mattino, mi aggiorno sull’attualità, preparo eventuali post sui social e programmo al pc un evento (bilancio preventivo/contatto artisti/locandina/scaletta/presentazione), oppure studio (sto portando avanti gli studi alla facoltà di Economia e gestione delle arti e attività culturali) e poi mi dedico alla musica studiando repertori dei concerti in programma. Faccio visita al mio papà per il pranzo, cucino per la mia famiglia, insegno canto e mi occupo delle mie figlie. La sera ritorno al pc o vado a provare con le formazioni musicali, se non sono impegnata in concerti o riunioni di vario genere.

Oltre la famiglia, la musica e la cultura in generale, quali sono le sue altre passioni?

Mi piace molto cucinare, da sempre. Quando vado al ristorante cerco di captare le ricette per riproporle ai miei commensali e, se non sono sicura di averle prefigurate bene nella mia mente, provo a corrompere con garbo i camerieri per arrivare allo chef. Pratico un po’ di sport, da ragazza giocavo a pallavolo e a calcio.

Tornando alla musica, a quanto pare anche lì ha appena elaborato una nuova leccornia per il suo pubblico… Come nasce “Una domenica che non riposa”, il suo primo singolo, appena uscito?

Per un meraviglioso caso. Il 1° ottobre 2025 ha rappresentato uno spartiacque nella mia carriera. Al concerto di Francesco Gabbani ebbi modo di conoscere il suo primo maestro di chitarra (Alessandro Di Dio), che ora è il mio produttore, e uno dei suoi parolieri (Claudio Gabelloni). Ascoltata su YouTube la mia interpretazione del brano Shallow, mi coinvolsero subito in questa nuova sfida.

E come è andata?

Speravo, sì, in un buon riscontro, ma non avevo idea che si sarebbe tradotto in una valanga di affetto, consensi e un inatteso interesse verso questa “deviazione stilistica” da parte di chi mi apprezza come soprano e per la solidità tecnica traslata sulla musica pop per chi non mi conosceva. Sono molto felice, è un risultato che va oltre le mie aspettative. Ascoltare per giudicare: https://www.youtube.com/watch?v=RzPXLe-GEEo

Libertà pura questo poter “deviare” a proprio piacimento. Gli artisti sono quelli che forse hanno vissuto peggio il lockdown dovuto al Covid. Ora che tutto è tornato apparentemente normale, nel suo ambiente le capita mai di subire altri tipi di restrizioni o riesce sempre a fare liberamente quello che ha nel cuore?

Ho scelto di indirizzare le mie energie solamente verso iniziative musicali e culturali in genere, che mi soddisfino nell’anima prima ancora che per altri aspetti. Le richieste di collaborazione che mi arrivano partono da chi già mi conosce o ha compreso il mio stile. Quando invece posso organizzare attività con In Arte Veneto, l’associazione culturale che ho il privilegio di presiedere dalla fondazione nel 2022, faccio in modo, insieme al direttivo, che rispondano sia al benessere culturale del pubblico che a finalità di sensibilizzazione sociale.

Tra le tante iniziative solidali che la vedono promotrice, molte sono dedicate alle donne. Lei come donna emancipata e realizzata, che cosa vorrebbe per tutte le donne e quale esempio è in questo senso per le sue figlie?

Soffro quando vedo lo sguardo spento in una giovane ragazza o in una donna di qualunque età.

Ritengo che la donna meriti di valorizzare se stessa pienamente e in tutte le sue qualità; tuttavia, conoscendo moltissime persone, le ascolto con attenzione per capirle in profondità e noto che, quando manca la luce negli occhi, le cause sono quasi sempre esterne. Il coraggio di reagire non è scontato e credo si presenti saldamente solo nel momento in cui una persona comprende il suo valore come essere umano e questo vale comunque per tutti. Vorrei tanto che le fragilità si trasformassero in forza d’animo: forse il primo passo sta proprio nel perseguire le proprie passioni e aspirazioni: “Se riesci ad immaginarlo, puoi farlo!”, a cui aggiungo: “Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro… perché non dovrei essere io?”. Questi sono i messaggi con i quali cresco Letizia e Margherita e, con mio marito, le aiuto a perseguire le loro attitudini.

A proposito di suo marito, è esemplare la passione con cui l’ha sempre sostenuto nelle campagne elettorali. Molti potrebbero domandarsi come si fa a sposare la poesia e la condivisione della musica con il pragmatismo e la competitività della politica. Che cosa risponde?

Francesco asseconda le sue predisposizioni da uomo politico come io ho sempre seguito la passione verso la musica e ci rispettiamo, aiutandoci vicendevolmente. Politica e musica sono il sole e la luna, due mondi apparentemente lontani, ma hanno in comune alcuni aspetti interessanti: la res pubblica riguarda noi tutti e il Civis vero è colui che non sta a guardare inerte, ma agisce generosamente con il fine di migliorare la vita della società. Il musicista è una persona che offre al prossimo le sue capacità, acquisite per donare benessere spirituale e dissetare chi ha sete di cultura. Il politico parla alle persone, il cantante canta alle persone. Sono entrambi lavori che si reggono e stanno bene a galla solamente se sostenuti da una fortissima e reale passione, se c’è il fuoco vivo dentro.

Un articolo della Costituzione Italiana che le sta particolarmente a cuore? Perché?

L’articolo 9 senza dubbio, perché sancisce l’impegno della Repubblica Italiana a promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica/tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico, estendendo la protezione ad ambiente, biodiversità, ecosistemi (anche per le generazioni future) e animali. Citerei San Francesco, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, il quale, nel Cantico delle Creature recita “Laudato sii, o mio Signore, per tutte le creature… per Frate Sole, per Sora Acqua, per nostra Madre Terra…”. Dolce Sentire è il brano che ha aperto e accompagna sempre il mio percorso musicale. Ebbene, è nostro compito osannare le bellezze del creato di cui beneficiamo, incluse le opere dell’uomo, quindi l’arte in generale e la musica stessa. Mi piace molto che sia un impegno serio, riportato anche nella Costituzione.

Infine, la nostra domanda di rito a Ilaria Gusella: qual è il suo rapporto con Vicenza e il suo territorio, ma soprattutto con i vicentini.

Amo e sceglierei ancora Vicenza come mia città per vivere e per insegnare canto: è a misura d’uomo, uno scrigno di bellezza artistica e paesaggistica abbastanza grande per dar modo di rispondere a tutte le mie necessità e abbastanza contenuta per potersi sentire parte di una comunità. Si può migliorare, nella mentalità a tratti individualista (preferisco di gran lunga le virtuose collaborazioni “in rete”) e disinteressata, ma dal giudizio facile. I vicentini che frequento sono, al contrario, persone molto creative, solidali, attive e piene di iniziative, di obiettivi, capaci di mettersi in discussione e cambiare, laboriose e ingegnose. Questa è la vicentinità di cui vado fiera nel mondo!

Mica solo a Carnevale lo sgarro vale. Ricettina (non obbligatoriamente) light

(Articolo sul pollo in brodo di Federica Zanini da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).

Smaltiti i bagordi delle Feste, siamo subito caduti nelle dolci tentazioni del Carnevale…

Frittelle, crostoli, castagnole varie (ed eventuali) ci strizzavano l’occhio dalle vetrine di panifici e pasticcerie che ancora nella credenza campeggiavano avanzi di torrone, mandorlato, pandoro e panettone. D’altro canto, anche nei supermercati questi ultimi ormai convivono con i dolci di Carnevale e questi a loro volta con uova di Pasqua e Colombe… è una congiura. E se con uno sforzo, ripensando a quella vecchia pubblicità “mi vuoi tutta ciccia e brufoli?” ci siamo magari imposti di rinunciare ai cioccolatini di San Valentino, è difficile che il caro, intramontabile (qualcuno sostiene persino sano) fritto possa non averla avuta vinta su di noi.

Insomma, se sui vostri fornelli è rimasta ancora una bella pentola profonda colma di olio, che ha da poco smesso di avviluppare frittelle e crostoli ed è pronto ad accogliere anche specialità salate, siete autorizzati a cedere, ancora una volta.

Quello che sto per proporvi, infatti, è un riciclo light, in friggitrice ad aria, ma siete liberissimi, nel segreto delle vostre cucine, di friggerlo e tanti saluti (alla salute?).

Eccoci qua. Come sempre potete sostituire gli ingredienti, che io ho attinto dal reparto Persi & Ritrovati del mio frigorifero, con quello che è avanzato a voi o comunque con quello che più vi stuzzica. Lo scopo di questa rubrica è puramente esemplificativo ed eventuali riferimenti ad avanzi veramente esistiti è puramente casuale…

Questa volta la sfida è partita da pane da tramezzini acquistato in (troppa) abbondanza con le fantastiche Magic Box dell’app antispreco Too Good To Go (traduzione: troppo buono per buttarlo) di cui faccio ampio uso (abuso, secondo la mia famiglia) con grande soddisfazione, ma soprattutto con grande gioia del pianeta e del mio portafoglio.

In frigo invece, ecco qualche fetta di bresaola (che ho fatto marinare qualche minuto in olio e limone), un mozzicone nemmeno troppo piccolo di formaggella e un paio di pugni di verdura mista saltata in padella.

Infine, un po’ di meraviglioso purè di piselli profumato alla menta che ho imparato a fare da una cara cugina, che però inorridisce all’idea che io usi accompagnarlo all’agnello… Agnello, comunque, non pervenuto, visto che i miei la pensano diversamente dalla sopra citata cugina e se lo sono spazzolato tutto.

Tornando alla ricetta, ho inumidito le singole fette di pane con un pezzo di carta da cucina bagnata e ben strizzata, quindi le ho appiattite con un mattarellino.

Su ognuna ho messo le verdure (in alcune il misto saltato, nelle altre il purè di piselli, ma si possono mettere entrambi contemporaneamente), il formaggio a fettine e la bresaola. Ho infine arrotolato stretto e, bagnando con un po’ d’acqua l’ultimo centimetro di pane, sigillato gli involtini.

A questo punto scatta l’operazione cotoletta: farina, uovo e pan grattato, che io ho corretto con erbe aromatiche secche e un po’ di grana grattugiato. Disposti i roll in una teglia, li ho conditi con un filo d’olio evo e li ho cotti in friggitrice ad aria (ma anche il tradizionale forno andrà benissimo) a 200° per una decina di minuti per lato.

Una bontà ma – lo so, lo so – se accenderete il fuoco sotto quella famosa pentola di olio che ammicca dal fornello, sarà goduria pura. Mica solo a Carnevale lo sgarro vale.

Thiene, la Melencolia di Albrecht Dürer raccontata da Alberto Chester Stella

La Melencolia di Albrecht Dürer sarà il tema dell’incontro con l’artista Alberto Chester Stella che si terrà sabato 9 maggio, alle 18 nella Sala riunioni di Palazzo Cornaggia in via Corradini, 89 a Thiene con ingresso libero.

Alberto Chester Stella, è nato a Thiene (VI) nel 1950, si occupa di arte da oltre quarant’anni alternando la sua ricerca in diversi ambiti. La sua attività di artista, sviluppata nel corso di un’esperienza che inizia negli anni Settanta, si concentra soprattutto nella grafica e nella pittura con varie tecniche. I numerosi viaggi e i lunghi soggiorni all’estero a contatto con culture diverse hanno influenzato la sua arte e la sua visione del mondo in modo significativo. Le sue opere, esposte in allestimenti pubblici e privati, riconosciute dalla critica internazionale, sono presenti permanentemente nelle collezioni di molti Paesi europei ed extra europei.

Nel 2025 è stato insignito dalla sua città natale di un riconoscimento ” Per l’eclettico viaggio creativo nelle arti che da oltre 50 anni trasforma la materia in pensiero con mirabile armonia di ritmo, forma e colore”.

A Thiene la Melencolia di Durer

Melencolia I di Dürer è sicuramente tra le opere più famose, più misteriose e più studiate della storia dell’arte. Essa è stata oggetto di studi e di letture in chiave simbolica, crittografica, alchimistica e filosofica.

La stampa, realizzata da Dürer nel 1514, vuole rappresentare non solo lo stato melanconico necessario all’artista per la sua opera, ma soprattutto la forte relazione tra Alchimia e Arte durante tutto il Rinascimento Europeo.

Il movimento Rinascimentale fu essenzialmente diretto al recupero del passato e al ritrovamento di un sapere che era andato perduto. Questa tensione verso un ritorno al passato fu in effetti – secondo Chester Stella – un atto creativo capace di guidare verso il futuro.

Albrecht Dürer, nato Norimberga nel 1471, fu tra gli artisti più importanti del XVI secolo e viene considerato il massimo esponente della pittura Rinascimentale Tedesca. Nel corso della sua carriera, tra il 1505 e il 1507, Dürer ebbe modo di soggiornare a Venezia, dove entrò in contatto con ambienti neoplatonici.

Questo incontro influenzò l’incisione a bulino dal titolo Melencolia I, in cui sono presenti evidenti simbologie ermetiche, che può considerarsi come un autoritratto spirituale dell’Autore.

Vicenza e il marchio Palladio

(Articolo di Giovanni Bertacche da Vicenza In Centro n. 5-maggio 2026).

Mentre il mondo intero continua a guardare a Vicenza come alla “Mecca” dell’architettura, i vicentini sembrano vivere questo privilegio con una sorta di appagato fatalismo. Oggi mentre le università straniere, specie americane, spediscono qui i loro migliori talenti per studiare le proporzioni della Rotonda e della Basilica, i nostri giovani sono costretti a cercare altrove un titolo di studio che certifichi la loro competenza.
Mentre, amara ironia, l’università della Virginia ha piantato qui le proprie tende, tra le nostre ville, per offrire ai propri studenti il “titolo” e la competenza. Ma Vicenza resta a guardare. Accogliamo studiosi, ospitiamo ricercatori, ma non offriamo un percorso di laurea o un corso post-laurea in architettura che porti il nostro sigillo. È tempo di chiederci: perché Vicenza non può offrire un titolo accademico d’eccellenza? Perché non trasformare la città stessa in una laurea “sul campo” conosciuta a livello globale? Il Festival delle invenzioni in corso in questi giorni, che anima le pietre del Palladio Museum e del Teatro Olimpico, ci ricorda che Vicenza è stata – ed è – la capitale dell’ingegno. Una verità fondamentale. Il genio del Palladio non fu un atto isolato, ma l’incontro perfetto tra un visionario e una classe dirigente – i vicentini di 500 anni fa – straordinariamente operosa e lungimirante. Quei committenti del Palladio non cercavano solo bellezza, a lustro della personale ricchezza non meno che della propria nobiltà, ma anche funzionalità. Seppero tradurre l’estetica dell’antica Roma in una nuova grammatica per le esigenze di un’area che stava diventando, di fatto e proprio grazie a loro, la prima zona preindustriale d’Europa. I vicentini di oggi devono ritrovare quel coraggio visionario. Non basta essere eccellenti produttori di merci, occorre farsi ambasciatori di un modello culturale e di un “modo di abitare” che il mondo ci invidia. Palladio non è un capitolo chiuso nei libri di storia, ma un metodo di lavoro che unisce arte e utilità estetica al profitto economico. Non abbiamo più bisogno solo di ammiratori o di isolati studiosi che arrivano da lontano. Vicenza deve diventare un’Officina delle Competenze. L’obiettivo è ambizioso, perché ce lo impone la nostra storia. Dobbiamo creare un polo universitario o una Scuola di Alta specializzazione che rilasci titoli accademici di rilievo mondiale nel campo dell’architettura e del design. Smettiamola di essere solo la scenografia per i sogni altrui. Firmare un progetto con un titolo di studio ottenuto a Vicenza dovrebbe essere il massimo vanto per un architetto del futuro. Solo così l’eredità del Palladio smetterà di essere un’ombra del passato per tornare ad essere il motore del nostro domani.
Giovanni Bertacche

La Torre del Tormento

(Articolo di Enrico Rossi da Vicenza In Centro n. 4-aprile 2026)

La Torre del Tormento, detta anche Torre del Girone, è una delle testimonianze medievali più significative del centro storico di Vicenza. Situata in Piazza delle Erbe, accanto alla Basilica Palladiana, la torre domina con la sua severa verticalità uno degli spazi urbani più antichi e vitali della città. Le sue origini risalgono al XII secolo: fu infatti edificata nella seconda metà del Duecento dalla famiglia Carnaroli come residenza privata, in un’epoca in cui le torri costituivano simbolo di prestigio e potere per le famiglie nobili. Nel corso del XIII secolo l’edificio venne acquistato dal Comune di Vicenza e cambiò radicalmente funzione. Da dimora signorile divenne sede dell’archivio notarile cittadino e, successivamente, prigione. Questo passaggio segna l’inizio della sua lunga e severa storia carceraria. La torre fu infatti associata per secoli alla giustizia e alla detenzione, incarnando il volto più austero dell’autorità comunale. Un episodio particolarmente significativo avvenne nel 1509, quando la struttura fu incendiata da malfattori con l’intento di distruggere gli archivi e le prove a loro carico. Nonostante i danni subiti, l’edificio continuò a svolgere le sue funzioni pubbliche. A partire dalla metà del Seicento e fino alla seconda metà dell’Ottocento, la torre fu adibita stabilmente a carcere cittadino. In questo periodo ospitò anche prigionieri illustri, tra cui Silvio Pellico e Federico Confalonieri, durante il loro trasferimento verso lo Spielberg, divenendo così luogo di passaggio nella dolorosa vicenda del Risorgimento italiano. Dal punto di vista architettonico e urbanistico, la Torre del Tormento è strettamente connessa alla Basilica Palladiana. Le due strutture sono unite dall’Arco degli Zavatteri, costruito intorno al 1493, un passaggio coperto che collega fisicamente il palazzo pubblico alla torre. Questo collegamento assume anche un valore simbolico: da un lato il potere giudiziario rappresentato dalla Basilica, dall’altro la prigione, luogo di espiazione della pena. Il nome dell’arco deriva dagli “zavatteri”, ossia i ciabattini che sotto la sua volta in pietra riparavano o vendevano calzature economiche, le cosiddette “zavatte”. L’arco e l’area circostante rientrano nel più ampio progetto di rinnovamento delle logge del Palazzo della Ragione, avviato nel 1549 da Andrea Palladio, figura centrale dell’architettura rinascimentale, con il sostegno dei nobili Gerolamo Chiericati e Alvise Valmarana. Questo intervento conferì all’intero complesso un’armonia formale che ancora oggi caratterizza il cuore monumentale della città. Nel 2024 la torre è stata oggetto di un importante intervento di restauro e consolidamento delle facciate, finanziato dal PNRR. L’operazione ha permesso di valorizzare
ulteriormente l’edificio, restituendogli dignità e leggibilità architettonica. Oggi la Torre del Tormento, pur non svolgendo più la sua antica funzione carceraria, rimane una presenza austera e suggestiva, custode silenziosa di secoli di storia vicentina.
dott. Enrico Rossi

Vicenza capitale della pittura barocca veneta

(Articolo di Giovanni Bertacche da Vicenza In Centro n. 4- aprile 2026).

Carpioni, chi è costui? Ecco con Giulio Carpioni ci sono anche altri personaggi famosi della stessa epoca. Facciamo un nome di un contemporaneo Francesco Maffei, e altri ancora che prima o subito dopo condivisero l’arte della pittura barocca. Nel vicentino e da vicentini anche se Carpioni è vicentino d’adozione provenendo da Venezia, hanno fatto di Vicenza una capitale dell’arte, dopo il secolo di Palladio e di Scamozzi. L’opera pubblica del Carpioni si svolge pervasivamente nelle chiese vicentine. Si potrà intanto ammirare, per riconoscerne la grandezza, la tela posta sull’arco tra navata e presbiterio del santuario di Monte Berico. Vi è raffigurata la Madonna che appare al podestà Grimani, il primo davanti ad altra figura consimile. Quella composizione è il regno dell’arte del ‘600 non solo di quell’autore ma anche degli altri artisti del barocco vicentino.
Intanto con l’apertura della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, grazie all’interessamento e alla generosità del prof. Francesco Borasco, si avrà modo di apprezzare un significativo numero di 102 tele di pittori dell’epoca barocca vicentina, fra gli altri oltre ai citati Giulio Carpioni e Francesco Maffei, anche di Alessandro Maganza, Francesco Pittoni e Costantino Pasqualotto. Un’occasione straordinaria gestita da Vicenza in Centro per i vicentini oltreché per i turisti riaprire quello scrigno di tesori dell’arte, trascurato da decenni. È questo anche un motivo per rivedere e riorganizzare le mostre, che se non hanno qualche nome altisonante nazionale o internazionale, senza dire dei costi, non attirano l’attenzione dei cittadini. Ebbene i pittori vicentini del periodo barocco, a giudizio degli esperti, sono gli esponenti di maggior spicco nella Dominante.
Vale quindi la pena di approntare mostre o iniziative consimili per far conoscere i nostri grandi artisti del Secolo XVII disonorevolmente misconosciuti. Solo con la conoscenza si inizia la strada verso la vera cultura, cara Vicenza. Una mostra quindi subito a cominciare da Carpioni e Maffei.

Giovanni Bertacche

Montelgadella, “Laimbru” presenta la performace Intextre

Dall’8 al 10 maggio, alla Ghiacciaia di Montegaldella, prende forma Intextre, un progetto performativo che invita a entrare in uno spazio sospeso tra corpo, suono e relazione. “Un luogo in cui ciò che è stato e ciò che può ancora emergere si incontrano, si sfiorano e si trasformano”, spiegano gli organizzatori dell’iniziativa che gode del il patrocinio del Comune di Montegaldella.

Il percorso si apre venerdì 8 maggio 2026, alle 18 e 30 con una presentazione pubblica in sala consiliare, da cui prende avvio un accompagnamento verso la Ghiacciaia, guidato dalle parole di Filippo Bordignon e dal ritmo di Gabriele Grotto. Da sabato 9 a domenica 10 maggio, l’esperienza si attiva all’interno della Ghiacciaia in forma intima e raccolta.

“La performance – viene spiegato – non è pensata come uno spettacolo da osservare, ma come un attraversamento: si entra uno, due o tre alla volta, per pochi minuti, in un ambiente ipogeo in cui il suono diventa materia e presenza.

Intextre nasce da una ricerca personale di Laimbru (nome d’arte di Elena Imbrunito) che intreccia corpo, ascolto e spazio, in un processo che è insieme fisico e simbolico. La ghiacciaia, luogo di conservazione e sospensione, si trasforma in un grembo/tomba in cui il tempo si dilata e la chiusura diventa apertura. Il lavoro si struttura su una tensione ternaria: tre giorni, tre tempi, tre soglie di attraversamento.

La ghiacciaia stessa si articola in una forma tripartita: uno spazio centrale e due laterali, un corpo che si pone tra interno ed esterno, tra permanenza e trasformazione. Il progetto si sviluppa come esperienza di resistenza e immersione: l’artista abita lo spazio per l’intera durata della performance, in una dimensione essenziale fatta di sottrazione, ascolto e permanenza”.

Domenica 10 maggio, nel giorno della festa della mamma, il processo trova il momento di riemersione e rinascita, accompagnato dal suono del violino di Giulia Grandinetti.

L’incontro con il pubblico è parte integrante del lavoro: ogni ingresso è unico e si costruisce nella relazione tra chi entra e ciò che accade.

Per prenotare clicca qui

Laimbru, nome d’arte di Elena Imbrunito, è un’artista vocale e sonora vicentina che focalizza la sua ricerca sulla voce come strumento primario di trasformazione e relazione. Autodidatta e sperimentatrice, combina l’uso della voce naturale con tecnologie minime e manipolazioni sonore, arrivando a creare un originale linguaggio emotivo basato su fonemi per tradurre sensazioni in narrazioni senza parole.

La famiglia Piovene

(Articolo di Adriano Bevilacqua da Vicenza In Centro n. 4- aprile 2026).

Quella dei Piovene fu una famiglia vicentina antichissima e illustre per la nobiltà del sangue e ricchezze. Nel grande libro delle possessioni di Vicenza già nel 1222 erano nominati i figli di Engelerio Piovene, Domenico ed Edoardo che possedevano case dorate nel quartiere di S.Stefano. Proveniente dal paese di Piovene, ora Piovene Rocchette è sempre stata ai margini della vita politica e militare, preferendo la cura delle proprie proprietà terriere, al prendere partito per l’una o l’altra fazione della città. Il destino della famiglia Piovene, nel bene e nel male, si è più volte intrecciato con la famiglia Godi. Nel male, quando il 12 dicembre 1577 il conte Orazio Godi, per riparare uno sgarbo ricevuto, trucidò nella sua villa a Lonedo il conte Leonardo Piovene. Il consiglio dei dieci a Venezia ordinò l’esilio perpetuo per il Godi oltre alla distruzione totale della sua casa in Vicenza e la confisca dei suoi beni a Carrè e a Marano, beni consegnati per riparazione alla famiglia Piovene. Il 31 gennaio 1654, dopo 10 anni di guerra della Repubblica Veneta contro gli Ottomani per il possesso dell’isola di Candia, avendo la Serenissima svuotato l’erario, concesse alla famiglia Piovene l’aggregazione al patriziato veneziano contro il versamento di 100.000 Ducati d’oro. Il destino si è intrecciato con la famiglia Godi nel bene, quando il 20 marzo 1825 con la morte di Atalanta Godi Piovene, sorella di Massimiliano Godi, ultima erede della famiglia, tutti i beni della famiglia Godi sarebbero passati ai conti Francesco, Antonio, Tommaso e Orazio Piovene purchè aggiungessero al loro cognome il cognome Godi. Arriviamo al 27 luglio 1907 con la nascita di Guido Piovene, sicuramente, dopo Antonio Fogazzaro, lo scrittore vicentino più conosciuto e apprezzato nel mondo delle lettere. In città ed in provincia sono moltissimi i palazzi fatti costruire nel corso di molti anni dalla famiglia Piovene.

Adriano Bevilacqua

Le apparizioni della Madonna a Monte Berico

(Articolo di Dionigi Tanello da Vicenza In Centro n. 4-aprile 2026).

Correva l’anno 1426. Vicenza languiva per la peste bubbonica, che mieteva decine di vittime al giorno. Una peste così orribile da distruggere la società civile. Agricoltori, artigiani e mercanti erano quasi completamente scomparsi. La vita ordinaria era bloccata. I lazzaretti, posti fuori dalle mura della città, non erano più sufficienti ad accogliere gli appestati. I fiorenti ordini religiosi della città ridotti a poche persone. Il 7 marzo, Vincenza, umile donna da Sovizzo, partiva, come ogni giorno, dalla sua abitazione in Santa Caterina, per portare il modesto pranzo a suo marito, che coltivava un piccolo podere sul Monte Berico. Ma non aveva ancora raggiunto il marito quando “a l’ora terza del giorno incominciò a sentire un profumo soavissimo e alzando gli occhi in alto vide una gran luce, nel cui mezzo vide una donna di bellezza ornatissima”. Donna Vincenza cadde in ginocchio. “Io sono Maria Vergine, la madre di Cristo morto in croce per la salvezza degli uomini. Ti prego di andare a dire al popolo vicentino di costruire in questo luogo una chiesa in mio onore se vuole avere la salute, altrimenti la peste non finirà”. Ma il popolo non mi crederà, disse piangendo donna Vincenza. “Insisterai perché quel popolo esegua il mio volere. A prova di quanto dico scavino qui e dalla nuda roccia scaturirà acqua e non appena inizierà la costruzione non mancherà il denaro. Inoltre, chiunque visiterà questa chiesa ad ogni prima domenica del mese avrà in dono l’abbondanza delle grazie”. Con una croce tracciò quindi la pianta della chiesa.
Scesa dal monte Berico, piena di gioia, andava raccontando a tutti quelli che incontrava cosa le era successo. Andò dal Vescovo ma sua eccellenza Emiliani la congedò considerandola una demente. Donna Vincenza ogni giorno si recava sul luogo a pregare. Passarono due anni. Nel frattempo, la peste si era fatta addirittura “orribile ed acerbissima”. Il primo agosto 1428 la Madonna riappare a Donna Vincenza ripetendo quanto le aveva detto nella prima apparizione.
Donna Vincenza si recò ancora da Sua Eccellenza il Vescovo e dai Magistrati del Comune. Questa volta le credettero. Il 25 agosto il Vescovo Emiliani salì sul Monte Berico per benedire il luogo dove doveva sorgere la chiesa e contemporaneamente iniziarono i lavori.
Man mano che la chiesa stava crescendo, con lasciti da parte di numerose persone, la peste andava scemando. Gli operai scavarono nel punto indicato dalla Vergine e ne scaturì un ruscello d’acqua. La popolazione andava a bere quell’acqua benedetta e molti ammalati,
bevendo con devozione quell’acqua, furono sanati. L’edificio della chiesa, magnifica anche per la posizione del luogo, fu portato a termine. Accanto alla chiesa venne costruito un monastero, che doveva ospitare i frati impegnati nel servizio religioso. I primi frati cui fu affidata la chiesa furono i frati di Santa Brigida, ai quali succedettero poi i Servi di Maria, già presenti a Vicenza nella chiesa dei Servi, sotto la direzione del Priore fra Antonio da Bittetto, Vescovo e frate famoso, in quel tempo, per la sua figura carismatica e santa.

prof. Dionigi Tanello

Al Teatro civico di Schio “Illusioni o speranze” di una generazione

Sabato 9 maggio 2026 alle ore 20.30 il palco del Teatro Civico di Schio si accende con Illusioni o speranze, spettacolo conclusivo della Bottega Giovani di Schio Teatro 80.

In scena 25 giovani attori tra i 15 e i 20 anni, protagonisti di un intenso percorso iniziato a ottobre: mesi di ricerca, scoperta e crescita che trovano compimento in una performance viva, autentica e corale.

“Illusioni o speranze – spiegano i promotori dell’evento al teatro Civico di Schio – è più di uno spettacolo: è il racconto di una generazione che si interroga, sogna e prova a dare forma al proprio sguardo sul mondo. È il momento in cui il teatro diventa incontro vero con il pubblico, spazio di emozione condivisa e di coraggio”.

Lo spettacolo ha una durata di 90 minuti. “L’invito è aperto a tutti – ancora gli organizzatori -. L’ngresso è libero senza prenotazione, fino a esaurimento posti. L’evento è parte del progetto FUORI CANOVACCIO – Storie che tornano a casa, sostenuto dal Bando Cultura 2026 del Comune di Schio: un invito a riscoprire il teatro come luogo di comunità, tradizione e nuove visioni”.