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Il giovane Andrea di Pietro e il suo mentore Giangiorgio Trissino: all’origine del mito 

Villa Trissino non è sicuramente opera di Palladio, ma è uno dei luoghi del suo mito, anzi ne è l’origine. La tradizione vuole infatti che proprio qui, nella seconda metà degli Anni ’30, il nobile vicentino Giangiorgio Trissino (1478-1550) incontri il giovane scalpellino Andrea di Pietro impegnato nel cantiere della villa. Intuendone in qualche modo le potenzialità e il talento, Trissino ne cura la formazione, lo introduce all’aristocrazia vicentina e, nel giro di pochi anni, lo trasforma in un architetto cui impone l’aulico nome di Palladio.

Giangiorgio Trissino era un letterato, autore di opere teatrali e di grammatica. Abile dilettante di architettura e responsabile in prima persona della ristrutturazione della villa di famiglia a Cricoli, appena fuori Vicenza, Trissino guida Palladio alla conoscenza di Vitruvio, il filosofo latino vissuto nel I sec. d.C. che per primo codifica gli ordini dell’architettura greca e detta le regole dell’armonia universale esistente da una singola parte dell’edificio con il tutto, prendendo come modello le proporzioni esistenti nel corpo umano.

Non è semplice comporre in architettura le forme geometriche archetipiche quali il cerchio, il quadrato, la sfera mantenendo il senso della proporzione tra le diverse parti dell’edificio da strutturare sia in pianta che nel prospetto.

Il senso della proporzione è il principio fondativo della bellezza estetica, ed è innegabile che Palladio sia riuscito nell’operazione di recuperare il linguaggio dell’architettura classica, di adattarlo alle nuove esigenze funzionali mantenendo, e forse andando oltre, quell’immagine di perfezione tramandata dalla civiltà greca e romana.

Non è privo di significato il commento che espresse Wolfang Goethe, il massimo esperto della percezione sensoriale-estetica dell’Ottocento, ammirando le opere palladiane a Vicenza: «Sono qua da poche ore e ho già percorso la città, ho visto il teatro Olimpico e gli edifici del Palladio. (…) Se queste opere non si vedono di persona, uno non può farsene un’dea.

Il Palladio è stato un uomo del tutto interiore, che ha saputo esternare la grandezza della propria interiorità. Nell’architettura civile la maggior difficoltà sta sempre nella disposizione degli ordini di colonne..(…). Ma con quale perizia egli ha saputo associare il tutto, com’è riuscito ad imporsi con l’immanenza delle sue opere, facendo dimenticare quanto c’è in loro di spropositato. C’è veramente qualcosa di divino nelle sue strutture, c’è tutta la forza del grande poeta che dalla verità e dalla menzogna ricava un terzo elemento, che ci affascina»

(Viaggio in Italia 1786 – 1788).

Da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


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Villa Trissino a Cricoli in un sonetto di Giacomo Zanella

Ai giorni nostri le amorevoli cure dei proprietari hanno recuperato tutta la bellezza di Villa Trissino a Cricoli. Ma quella che poteva vedere Zanella negli ultimi decenni dell’ottocento era una villa caduta in un penoso stato di abbandono.

Sicuramente tante volte, nel tragitto da Vienza a Cavazzale e viceversa, Giacomo Zanella si trovò a percorrere quel tratto di strada che attraversava la campagna a nord della città: una zona di amena bellezza chiamata Cricoli, con lo sfondo dei colli in lontananza, il fiumiciattolo Astichello che scorre placido e solitario fino a confluire nel Bacchiglione, e dall’altra parte un’architettura che si alza superba in mezzo alla pianura la villa-castello dei Trissino.

Era un paesaggio agreste incontaminato quello che ci viene descritto in quegli anni: «L’immensa pianura che si protende uniforme dalla parte del mare, il prospetto della città fiancheggiata dalla sinuosa distesa dei Berici e signoreggiata dalla torre che s’innalza e svetta leggera al di sopra dei più alti edifizi e via via la cerchia dei Colli che seminata di campanili e di villaggi corre, a foggia di anfiteatro, da Creazzo a Sant’Orso, a Breganze, a Bassano, ad Asolo, e più lontane, quasi cavalloni di un mare in tempesta, le creste azzurre e ineguali delle Alpi non potrebbero rendere più incantevole il sito, né porgere più varia e pittoresca la scena».

Con il suo espandersi la città si è estesa con i suoi quartieri fino a lambire quel sito, dove un tempo ristagnavano le acque: «Se, tolto l’occhio da quello stupendo panorama, ti raccogli a guardare le adiacenze del luogo, non duri fatica ad ravvisare come il rialto su cui sorge la villa di Cricoli declini maggiormente della parte dell’Astichello. L’acquitrinoso di quei prati, che si protendono ubertosi sino alla riva del fiume, accenna ancora ad un luogo in cui l’acqua doveva un tempo stagnare. Il naturale abbassamento del terreno e la denominazione di “Laghetto” che si dà tutt’ora a quel sito dove le acque del fiume si raccolgono a volgere le ruote di una sega e di parecchi mulini fanno congetturare che l’Astichello, non contenuto ancora da ar2gini, porgesse ivi e nei dintorni aspetto di lago e del Lago si chiamò anticamente la contrada. Nel secolo decimosettimo ricordava ancora, con la scorta forse di antiche tradizioni, che nelle bassure dell’ Astichello dove era vietata ogni escavazione, aprivasi un lago entro il quale i Vicentini esercitavano in battaglie navali».

Villa Trissino
Villa Trissino

Ai giorni nostri le amorevoli cure dei proprietari hanno recuperato tutta la bellezza del monumento. Ma quella che poteva vedere Zanella negli ultimi decenni dell’ottocento era una villa caduta in un penoso stato di abbandono: non più abitata da nobili colti e ricchi ma divenuta un ricovero per gli attrezzi dei contadini, con l’erba che avanzava fino ad aggredire gli ingressi, con le pareti un tempo coperte da pregevoli affreschi annerite dal fumo delle rozze lanterne. Nelle splendide sale avevano trovato ricovero i rastrelli, le reti, gli imbuti – dice Zanella – gli attrezzi della campagna .

Bernardo Morsolin nel 1878 lamentava anch’egli lo stato di abbandono in cui si trovava la villa: «La voracità del tempo e l’incuria degli uomini vi hanno esercitato sopra il lavoro lento, ma certo, della distruzione. Lo scrostamento dei pavimenti, l’affumicamento degli intonaci, gli sgorbi molteplici che ne deteriorano i dipinti e le sentenze, ora greche e ora latine, segnate con rara sapienza sugli architravi degli usci e sulle pareti delle stanze, fanno soverchio contrasto con la moderna civiltà perché l’animo del riguardante non ne abbia a uscire con un senso di sdegno disgusto». Una incisione di fine ottocento ci offre l’immagine di come appariva villa Trissino al suo esterno: un cortile rustico adibito ai lavori agresti, con un carro che avanza trainato dai buoi e cumuli di materiali – forse fieno, legna o letame – in disordine ovunque. Mentre un tempo quegli stessi spazi intorno alla villa erano un contesto di splendidi giardini adorni di rose, di statue e fontane. «A tramontana del palazzo, là dove il terreno si abbassa in una ubertosa pianura, frondeggia un boschetto. A maggiore ornamento della villa aveva il Trissino fatto piantare un giardino e un orto di diverse piante e tra le altre un ordine assai bello di bossi; non seppe a chi di meglio rivolgersi che al giardiniere di Porto, luogo delizioso della Marchesana di Mantova».

Eppure quelle mura che nonostante il decadimento “torreggiano” ancora a fine ottocento (cioè dimostrano l’aspetto delle possenti e vetuste torri che erano state un giorno e sembrano rammentare ancora la loro storia di prestigio e potenza) potevano veramente raccontare un passato spettacolare e glorioso. L’antica proprietà dei Valmarana passò ai veneziani Badoer e quindi nella seconda metà del quattrocento ai Trissino.

Era un castello con torri, una dimora dell’epoca gotica che fu rinnovata in forme rinascimentali con grande gusto ed equilibrio secondo Ottavio Bertotti Scamozzi: «Chiunque però ne sia stato l’architetto questa casa merita di essere ammirata per la difficoltà che egli avrà dovuto superare cioè di veder ridurre un’abitazione costruita alla maniera Gotica, come rilevasi da alcune parti interne, ad un nobile gusto Romano antico armandola di un grazioso prospetto di squisitissima eleganza».

I Trissino si adoperarono molto per abbellire la loro dimora di Cricoli, com’era costume delle famiglie principesche nelle corti italiane: chiamarono artisti quali Francesco Albanese ad eseguire gli stucchi per il piano terreno, Girolamo Pisano e Alessandro Maganza per i dipinti della sala e delle altre stanze.

Fu la dimora molto cara a Giovan Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, uno dei massimi eruditi italiani del XVI secolo. Secondo i biografi “aveva un’anima avvezza alla vita delle grandi città”, prediligeva “il contatto con gli uomini amanti degli studi e delle Arti, il culto delle Muse e delle Grazie”. Ospitale quanto nessun altro, aveva creato la sua corte, la sua Accademia, dispensando la sua principesca liberalità agli uomini virtuosi.

Antica tradizione vuole che proprio qui, nella seconda metà degli anni ’30 del cinquecento Giangiorgio Trissino abbia conosciuto il giovane scalpellino Andrea di Pietro impegnato nel cantiere della villa e ne abbia intuite le potenzialità e il genio, determinando quella svolta nella sua vita che lo avrebbe portato a diventare uno dei vertici del Rinascimento.

La villa dei Trissino ospitò nel 1576 per qualche tempo il cardinale Giambattista Castagna, arcivescovo di Rossano, legato papale al Concilio di Trento, nunzio dapprima del Papa a Venezia, e successivamente Papa egli stesso col nome di Urbano VII, oltre ad una folta schiera di amici letterati; per questo Zanella nel sonetto definisce la villa “di pontefici asilo e di poeti”.

Oltre al degrado materiale della villa “tacciono gli ingegni”, quelli dei poeti, dei letterati, degli artisti di un tempo. Giacomo Zanella, poeta e letterato, che aveva fabbricato la sua villa sulla sponda opposta a Cricoli a distanza di forse tre chilometri, nel guardare il degrado di villa Trissino avrà di sicuro pensato a Giangiorgio, letterato famoso e celebrato nei secoli addietro e ormai caduto nella polvere dell’oblio.

«Pochi, per non dire nessuno, leggono le opere di Giangiorgio Trissino, eppure qual v’ha storico delle lettere italiane che non ne faccia parola? Chi non sentì discorrere, almeno sui banchi della scuola, delle innovazioni dell’alfabeto, delle questioni intorno alla lingua, dell’Italia liberata o della Sofonisba?».

L’unico segnale di vita che avverte Zanella è lo scorrere placido dell’acqua del fiume Astichello che lambisce i terreni della villa, un moto che si perpetua sempre uguale e che sfida il tempo, quasi un simbolo di eternità, insegnando come in questo mondo tutto passa; quell’ “L’Astico rubesto dove le ripe si coprono di nocciolo e di verdeggianti boschetti”. Sic transit gloria mundi.

Il “povero” Astichello è ciò che sopravvive, il semplice corso d’acqua, mentre la gloria, la grandezza, la ricchezza, la fama, riferite all’uomo sono destinate a scomparire. Questo fiumiciattolo è molto caro a Zanella e dà il titolo a una sua raccolta di splendidi sonetti in cui sono la natura, il paesaggio, gli animali, il lavoro della campagna, che vengono celebrati. Ogni sonetto è un quadro di classica bellezza in cui il poeta osserva e medita, traendo insegnamento e morale, trascendendo la natura stessa.

Rif.:

Giacomo Zanella – Astichello e altre poesie, Ulrico Hoepli 1884 Bernardo Morsolin – Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato del XVI secolo, Burato 1878.

Ottavio Bertotti Scamozzi, Il forestiere istruito delle cose più rare di architettura,Vicenza, 1761

Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


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Enrico Dindo dirige l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza

Enrico Dindo dirigerà l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza lunedì 6 marzo 2023 al Teatro Comunale per un nuovo appuntamento della stagione sinfonica.

Enrico Dindo, impegnato anche nel ruolo di solista al violoncello, e la OTO esploreranno le suadenti melodie dell’Est con Dvořák e Čajkovskij, per poi immergersi nella vitale energia della seconda Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Assente da qualche tempo dalle scene vicentine, lunedì 6 marzo Enrico Dindo torna al Teatro Comunale di Vicenza con il suo splendido violoncello – un Pietro Giacomo Rogeri del 1717 – per un concerto inserito nella stagione sinfonica della OTO. Nato nel 1965 a Torino in una famiglia di musicisti, Dindo ha seguito gli insegnamenti di Antonio Janigro e nel 1997 si è imposto all’attenzione internazionale vincendo il Concorso Rostropovich di Parigi con la giuria presieduta dal mitico violoncellista russo.

Da allora il suo nome compare nei cartelloni dei più importanti teatri e festival del mondo sia in recital, sia come solista a fianco di prestigiose compagini orchestrali come la Leipziger Gewandhaus Orchester e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia con la quale si è instaurato un rapporto di strettissima collaborazione. Con la fondazione dell’ensemble I Solisti di Pavia, nel 2001, il violoncellista piemontese ha iniziato un percorso di avvicinamento alla direzione d’orchestra che lo ha portato a lavorare con l’Orchestra Giovanile Italiana, l’Orchestra della Svizzera Italiana, la Filarmonica della Scala e con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Dal 2012 al 2020 ha ricoperto il ruolo di direttore musicale e principale dell’Orchestra Sinfonica della Radio di Zagabria.

Enrico Dindo
Enrico Dindo

Dindo è anche uno stimato docente. Accademico di Santa Cecilia dal 2012, insegna al Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano, alla Pavia Cello Academy e ai corsi dell’Accademia Tibor Varga di Sion.

Per il suo esordio con la OTO nel doppio ruolo di solista e direttore Enrico Dindo ha scelto un impaginato pieno di energia che metterà alla prova le sue riconosciute doti di virtuoso.

Il concerto inizia sulle note del Rondò in Sol minore che Antonín Dvořák compose nella versione originale per violoncello e pianoforte in soli due giorni nel dicembre del 1891, l’anno del suo cinquantesimo genetliaco. Considerato una gloria nazionale nella natia Boemia e forte di una solida fama internazionale, di lì a poco Dvořák accetterà l’invito a dirigere il Conservatorio di New York. Nasce appunto negli Stati Uniti, nel 1893, la trascrizione per violoncello e orchestra del Rondò, splendido esempio di brano d’intrattenimento che strizza l’occhio ai temi della musica popolare boema.

Enrico Dindo sarà di nuovo impegnato come solista nel secondo brano in programma: le Variazioni su un tema rococò che Čajkovskij compose nel 1877 ispirandosi alla poetica del Settecento e avvalendosi della collaborazione di Wilhelm Fitzenhagen, uno dei più osannati violoncellisti e docenti della scena moscovita dell’epoca.

In chiusura, messo da parte il violoncello, Dindo salirà sul podio della OTO per dirigere la seconda Sinfonia di Beethoven, quella in Re maggiore che esordì al Theater an der Wien nella primavera del 1803. Capolavoro imbevuto di vitale energia, nonostante venuto alla luce in uno dei frangenti più drammatici della vita di Beethoven, la cangiante Sinfonia n. 2 si pone al confine fra le opere giovanili – che in qualche modo risentono degli influssi della tradizione di Haydn e Mozart – e quelle della raggiunta maturità nelle quali emergerà l’inconfondibile marchio di fabbrica beethoveniano.

Deglaciazione e ambiente alpino: alle serate culturali del Cai Vicenza l’esperto Anselmo Cagnati

La deglaciazione e le trasformazioni dell’alta montagna al tempo dei cambiamenti climatici saranno al centro dell’incontro promosso dal Cai sezione di Vicenza con Anselmo Cagnati, uno dei massimi esperti italiani della criosfera.

L’appuntamento è per martedì 7 marzo alle 21 nella sala consiliare della circoscrizione 4, in via Turra 69 a Vicenza.

Anselmo Cagnati, per quasi 40 anni in servizio al Centro Valanghe di Arabba dove si è occupato principalmente della prevenzione valanghe e dei cambiamenti climatici nelle aree montane, parlerà dei disequilibri che il processo di deglaciazione provoca nel già delicato sistema dolomitico. L’intervento metterà in evidenza le conseguenze del riscaldamento globale in alta montagna. Saranno descritti gli effetti sui ghiacciai, sul manto nevoso, sul permafrost e sulle valanghe. Si parlerà anche dei cambiamenti nel paesaggio e nella percezione del rischio. Saranno ripercorsi alcuni fenomeni estremi, come l’evento del 3 luglio scorso in Marmolada, e si traccerà, infine, una possibile transizione verso un nuovo equilibrio.

Nato Falcade nel 1956, laureato in scienze forestali, Anselmo Cagnati per quasi 40 anni ha lavorato al Centro Valanghe di Arabba, occupandosi di previsione valanghe, cambiamenti climatici in area alpina e degli aspetti legati all’attività alpinistica e scialpinistica in ambiente innevato. Ha partecipato a numerose spedizioni scientifiche in zone polari e sub-polari nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide. E’ stato rappresentante dell’Associazione interregionale neve e valanghe (AINEVA) nell’ EAWS (European Avalanche Warnig Services Group) e direttore responsabile della rivista Neve e Valanghe. Autore di oltre 140 pubblicazioni scientifiche e divulgative sulle tematiche inerenti la neve, le valanghe e la climatologia alpina e coautore di guide sci alpinistiche della Marmolada e delle Pale di San Martino. Ha effettuato oltre 500 salite alpinistiche in Dolomiti, tra cui 20 vie nuove. Ha praticato sci alpinismo e sci ripido, effettuando numerose prime discese alcune delle quali ripetute in snowboard. Ha partecipato a spedizioni esplorative con i cani da slitta nell’Artico Canadese e alle isole Svalbard e a gare di lunga distanza in Scandinavia. Vincitore del premio speciale Dolomiti Unesco nell’ambito del Pelmo d’Oro 2022, dal 2023 fa parte del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna).

La serata, a ingresso libero, è organizzata dalla commissione naturalistica Tam B. Peruffo del Cai sezione di Vicenza in collaborazione con l’assessorato alla partecipazione del Comune di Vicenza.

Loggia Zeno, Palazzo vescovile di Vicenza (1494)

Il Vescovo Giovanni Battista Zeno, conosciuto come “il Cardinale di Vicenza”, fece costruire nel 1494 un lato del palazzo vescovile e, nel cortile interno, una splendida loggia di quattro arcate al livello terreno portate da piedritti ottagoni. Sopra questi insiste un parapetto di otto comparti con fregi ad intaglio ed alternati da altrettanti piedistalli, questi sorreggono un secondo ordine di pilastrini, i quali abbracciano pari numero di aperture a rettangolo protette da una cornice superiore che corona tutto l’alzato. Il tutto in pietra di Nanto finemente lavorata.

Solo nel tardo Ottocento l’abate Magrini venne a scoprire chi ne fu l’artefice. In difetto di documenti per attribuire l’invenzione della Loggia Zeno, si feceva appello alla presunzione indicando Tomaso Formenton, appoggiandosi per analogia all’essere egli ritenuto autore della loggia di Brescia, eretta in quello stesso turno di tempo. Primo a pubblicare tale annunzio era l’architetto Gio. Battista Berti, in un prospetto topografico di Vicenza stampato nell’anno 1823, replicandone l’osservazione nella seconda sua Guida di Vicenza del 1830.

Tale giudizio venne accolto senza disamina da parecchie opere descrittive uscite più tardi: tra queste la Guida di Vicenza pubblicata nel 1871 dal dottor Antonio Ciscato, il quale dopo addotte varie date di tempo di parziali erezioni del palazzo vescovile, così continua: «La vaghissima loggia interna fu costrutta nel 1495 dall’architetto vicentino Tomaso Formenton, autore di quella bellissima del palazzo comunale di Brescia, che è l’ammirazione di tutti gli artisti, e che per tre secoli fu attribuita erroneamente al Bramante».

Senonché, oltre al fatto che la morte del Formenton avvenne nel 1492, cioè circa due anni prima della completa esecuzione della Loggia, qualsiasi discussione sul suo artefice riuscì superflua a fronte del documento che ne accertava il vero autore in maestro Bernardino da Milano (o da Como) lapicida, che lavorò ad altre opere in città.

Scrive il Magrini: «Io trassi la notizia di tale artefice fin qui sconosciuto da un atto del 16 febbraio 1495 del notaio Bartolomeo Alviani, nel quale egli dichiara di ricevere dal cardinale Zeno ducati tre per compimento di ducati settantacinque, mercede del lavoro della loggia da sè fatta secondo le stabilite convenzioni, ed altri ducati quattro per facitura della porta che metteva nella loggia»; l’atto si chiude con l’attestazione di non rimanere creditore di altro denaro fino a quel giorno. La data notarile del pagamento di tali fatture si accorda colla iscrizione scolpita in un fregio del prospetto, la quale dice: BAPTISTA ZENUS VENETUS CARDINALIS SANCTAE MARIAE IN PORTICU A FUNDAMENTIS EREXIT ANNO DOMINI MCCCCLXXXXIIII.”

“Intorno a Tomaso Formenton ingegnere vicentino del secolo XV – dell’Abate Antonio Magrini” 1871

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“Anima Mundi”, il nuovo spettacolo di Lucilla Giagnoni al ridotto del Teatro Comunale di Vicenza

“Anima Mundi”, nuovo ed emozionante spettacolo di Lucilla Giagnoni dedicato a Giacomo Leopardi arriva al Ridotto del Teatro Comunale di Vicenza, venerdì 3 marzo 2023 alle 20 e 45.

Dopo gli spettacoli della Trilogia della Spiritualità e della Trilogia dell’Umanità, alcuni dei quali passati sul palco del Ridotto del Tcvi (“Vergine Madre” nel 2017 e “Furiosa Mente” nel 2018), e lo strepitoso successo del dj set dedicato a Dante, “Disco Inferno” in scena nell’ambito del 74° Ciclo dei Classici all’Olimpico, Lucilla Giagnoni torna a Vicenza con il suo nuovo lavoro “Anima Mundi” prodotto da Centro Teatrale Bresciano e da Teatro Piemonte Europa; lo spettacolo rappresenta un’ulteriore tappa nel percorso di scoperta e riflessione sui grandi temi del presente, che l’eclettica artista affronta in questa nuova avventura, con i versi del grande poeta che più di ogni altro ha sofferto il rapporto con la Natura e insieme partecipato, all’Anima del Mondo.

“Anima Mundi” inaugura la Trilogia della Generatività e rappresenta l’ennesimo punto di partenza nella ricerca di significati che da sempre permea l’attività teatrale di Lucilla Giagnoni, una delle massime rappresentanti del teatro di narrazione, in grado di incantare le platee con la potenza della sua affabulazione. Il monologo – di e con Lucilla Giagnoni (testi realizzati in collaborazione con Maria Rosa Pantè), musiche di Paolo Pizzimenti, luci e video di Massimo Violato, abito di scena di Elisa De Console Baldino – è stato definito un “inno alla necessità sovversiva della poesia che, in quest’epoca di fondamentalismo economico in cui si insegna solo a far di conto e non a leggere e scrivere, è un salva-vita”. 

La narrazione in scena parte dal giovane Giacomo Leopardi, intento a ragionare sul destino della ginestra, un destino simile a quello dell’uomo succube dello strapotere della Natura. Ma in realtà non è così: con collegamenti arditi e inaspettati, citazioni coltissime e paragoni di spiazzante concretezza, Lucilla Giagnoni “racconta”, nel suo modo unico, che la Natura non è matrigna, ma un ciclo armonico di cui l’uomo fa parte a pieno titolo, non è un “soggetto contro” e anche la citazione finale dell’”Infinito” diventa un invito a consegnare all’eternità la pienezza della nostra vita terrena, condivisa con gli altri esseri animati, nel rispetto dell’armonia dei cicli vitali. 

Non c’è più tempo da perdere: il mondo è soggetto di un’immensa sofferenza e mostra sintomi acuti e clamorosi con i quali si difende dal collasso. Poiché ne siamo in larga misura responsabili, dobbiamo darci da fare per rimetterci in equilibrio col meccanismo che nutre la Vita: donne, uomini, animali, piante, batteri, virus e minerali, aria, acqua, terra e fuoco uniti dalla cura reciproca, ci dice Lucilla Giagnoni.

Tra i numerosi riferimenti su cui l’attrice costruisce la trama della narrazione, è particolarmente interessante quello al filosofo e psicanalista americano James Hillman, tra i più innovativi esponenti della psicologia junghiana nella seconda metà del Novecento: attratto dai miti e dai simboli, riporta al centro della psicologia e del pensiero contemporaneo l’idea antica e universale di anima, intorno alla quale costruisce un sistema di pensiero per la cura collettiva dei mali che affliggono l’umanità: l’ingiustizia sociale e politica, il declino della religione in quanto legame dell’anima con il mondo, la distruzione ecologica. E Lucilla Giagnoni riprende queste tesi, ovviamente nel suo modo accattivante e  originalissimo. Ancora una volta, anche in “Anima Mundi”, l’artista riesce a coniugare filosofia, scienza e poesia, sotto il segno dell’umanità e a lanciare messaggi di grande potenza. E conclude, nelle sue note allo spettacolo: non usciremo dal labirinto con i nostri ormai sviluppatissimi saperi settoriali, ma con la capacità quotidiana di allargare lo sguardo, partecipando consapevolmente a fare anima nel mondo.

Anima Mundi

Lucilla Giagnoni
è interprete, narratrice, autrice per il teatro, la radio, la televisione. Si è formata con Vittorio Gassman, Jean Moreau, Paolo Giuranna; il suo lavoro di autrice e ricercatrice si concentra sul dialogo tra i linguaggi delle diverse discipline, in particolare tra la ricerca scientifica e la poesia. Tra i suoi ultimi lavori “Big Bang”, “Apocalisse”, “Ecce Homo”, “Furiosa Mente”, “Magnificat”, “Anima Mundi”, “Vergine Madre” Premio Persefone nel 2007 come migliore spettacolo teatrale in televisione.

Dal Teatro Faraggiana di Novara, teatro che ha contribuito a far riaprire dopo 20 anni di chiusura e di cui è direttrice artistica, ha realizzato in streaming, durante il primo lockdown nel 2020, l’interpretazione integrale dei Canti della “Divina Commedia”, in onda su Rai5, ora disponibili su Rai Play.

Fortificazione degli Altipiani vicentini: un excursus storico

A partire dal 1907, in previsione di uno scontro militare con l’Italia sui confini meridionali dell’Impero, il comando austriaco diede inizio, su idea del Generale Franz Conrad von Hötzendorf,  ad una massiccia fortificazione degli Altipiani di Folgaria Lavarone e Luserna allo scopo di garantirsi uno spazio di manovra per le truppe destinate all’offensiva verso la pianura veneta.

Tra la Cima Vezzena ad est e il Dosso delle Somme a sud-ovest, vennero costruite sette imponenti fortezze: Forte Vezzena, “Spitz Verle”, detto “l’occhio degli altipiani” per la sua funzione di osservatorio grazie alla sua posizione strategica, iniziato a costruire nel 1910 all’inizio delle ostilità non era ancora terminato, controllava tutta la zona di Asiago a sud e la Valsugana a Nord; Forte Busa Verle, costruito tra il 1907 e il 1914, fungeva da appoggio e da difesa al dominante Forte Vezzena e sbarrava la strada ad eventuali attacchi dalla Val d’Assa.

Poteva ospitare una guarnigione di oltre 200 soldati e 9 ufficiali; Forte Luserna, “Werk Lusern”, soprannominato dagli Italiani “il Padreterno” per la sua mole, venne ultimato nel 1912 su progetto dell’ingegnere Eduard Lakom.

Il suo compito principale era presidiare ed appoggiare l’avanzata dei soldati asburgici verso sud, in direzione del Monte Cimone; Forte Sommo Alto, “Zwischenwerk”, progettato dal Capitano Schönherr, fu costruito tra il 1911 e il 1914 con ruolo di collegamento tra il Forte Cherle e il Forte Dosso delle Somme.

fortificazione
Forte Cherle sugli altipiani di Folgaria (Foto di Gherardo Ghirardini)

Il suo scopo principale era controllare il vicino Passo Coe. In tutto poteva ospitare 162 soldati e 6 ufficiali; Forte Dosso delle Somme, “Werk Serrada”, progettato dal Capitano Ing. Rudolf Mayer, fu realizzato tre il 1911 e il 1914. Era in grado di controllare il versante settentrionale del Pasubio (in particolare del Col Santo) e di bloccare assieme al vicino Forte Sommo Alto un’eventuale risalita dalla Valle di Terragnolo. Forte Cherle, “Werk Sebastiano”, costruito tra il 1909 ed il 1913 su progetto dell’ingegnere del Genio tenente Eugen Luschincki. Poteva ospitare, oltre agli ufficiali, 180 artiglieri e 50 “Landschutzen”; Forte Belvedere, il Gschwent, fu realizzato tra il 1909 e il 1912 su progetto del tenente ingegnere Rudolf Schneider e controllava l’alta Val d’Astico.

Questa possente linea difensiva si opponeva ai forti italiani: Forte Verena, Forte Campolongo, Forte Casa Ratti e Forte Campomolon e tra il maggio e l’agosto 1915 impedì di fatto i tentativi di sfondamento italiani e nel maggio dell’anno successivo permisero l’offensiva che fece arretrare la linea di difesa italiana fin sulle alture di Asiago. Forte Cherle (1445 m), a soli 2 km dalla prima linea, era il più vicino alle posizioni italiane e assieme a Forte Sommo alto (1614 m) che teneva sotto controllo gli accessi da Val Orsara – Passo Coe e Forte Dosso delle Somme (1670 m) che controllava l’accesso dal Passo della Borcola, costituiva uno dei principali punti di forza dello schieramento fortificato dell’altopiano di Folgaria. In combinazione con Forte Gschwent Belvedere dominava il solco dell’alta Val d’Astico e in concerto con Forte Sommo alto sbarrava l’accesso dal Passo della Vena e dall’altopiano dei Fiorentini. Il progetto prevedeva tre strutture che andavano a formare una sorta di triangolo isoscele, con la base formata dal corpo della casematte (80 metri di lunghezza) e da due corpi di fabbrica, più lunghi, dove erano posizionati i 4 obici da 100 mm con cupole girevoli. Le casematte erano formate da due piani che, alla fine, diventavano di un solo piano seguendo l’andamento irregolare del terreno. Questo lato del forte terminava con due osservatori blindati che potevano essere anche armati con delle mitragliatrici. Le cupole degli obici si trovano invece a circa 80 metri di distanza ed erano collegate con dei tunnel scavati nella roccia. Sotto ogni cupola si trovavano delle riservette che fornivano le munizioni grazie a dei montacarichi. L’intero complesso aveva una copertura di 5 metri di calcestruzzo ed era indipendente dal punto di vista energetico e del rifornimento idrico. Forte Cherle era difeso anche da un grande fossato, tre linee di reticolati e da una batteria “traditor”, ovvero una postazione con un cannone e alcune mitragliatrici posizionate poco distante (in questo caso ad est, a quota 1446) collegata con dei camminamenti. Era anche dotato di un tunnel sotterraneo lungo 100 metri che proseguiva in seguito come camminamento coperto verso il bosco.

ARMAMENTO

4 obici da 100 mm Mod 9, su torrette girevoli

2 obici da 100 mm Mod 12

1 osservatorio blindato

2 cannoni da 60 mm Mod 10 18 postazioni di mitragliatrice

Era comandato dal capitano Edmund Proksch e data la sua posizione avanzata, era tenuto sotto tiro dalla vicina fortificazione italiana del Forte Campomolon, posto in posizione dominante (1850 m) e con obici dotati di maggior calibro (anche 280 mm), quasi il doppio di quelli austriaci, che effettivamente bombardarono in modo massiccio il forte austriaco tra il 25 e il 26 aprile 1915.

Pesantemente bombardato e parzialmente danneggiato, la sua funzione venne rivista dopo l’avanzata del maggio 1916. Come altri forti austro-ungarici, venne trasformato in deposito armi ed alloggio per le truppe non trovandosi più in prossimità del fronte. Una volta che questo fu abbandonato dagli austriaci, il forte fu quindi occupato dai soldati italiani nel novembre 1918. Dopo la guerra, e precisamente con il Regio Decreto 1882 del 12 agosto 1927, il forte fu radiato dalle opere militari, dandolo in affitto al Comune di Folgaria per 29 anni a partire dal 1º gennaio 1931, assieme al Forte Sommo Alto e Forte Dosso delle Somme. Dal 18 maggio 1935 il forte appartiene al comune di Folgaria. Dopo che il forte passò in mano al comune, si iniziò a depredarlo del metallo che poteva ancora essere utile da parte dei “recuperanti”, utilizzando addirittura della dinamite e riducendolo nello stato in cui lo si vede oggi. Dalla sua cima si possono vedere, verso Nord, i forti Luserna, Belvedere Busa Verle e Vezzena. Proseguendo con lo sguardo verso Nord Est si vedranno i risalti di Cima Manderiolo, l’incavo di Porta Manazzo, Cima XII e il Portule; an- cora più a Est il Forte Verena e volgendo a sud in direzione Tonezza del Cimone, si potrà vedere la quota 1850 del Forte Campomolon.

Come arrivarci: Arrivati a Passo Sommo provenendo da Carbonare si gira a sinistra in direzione Fiorentini. Dall’ampio parcheggio dell’Albergo Cherle il forte dista solo 500 metri. Nelle vicinanze si possono visitare anche un cimitero di guerra austriaco, i resti di un ospedale e la scala dell’Imperatore, una scalinata di circa duecento scalini fatta costruire in onore di Carlo I che vi-itò i forti nel 1917.

Di Gherardo Ghirardini da Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021


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I Nobili Chiericati di Vicenza e il loro storico Palazzo

I nobili conti Chiericati, erano a Vicenza sin dal 1440, inseriti nel Consiglio Cittadino e Collegio dei Giudici. Nel 1549 l’Imperatore Federico concesse il titolo di conte. La Serenissima Repubblica, confermò il conte Gerolamo del titolo comitale per lui e figli maschi ed ebbe in concessione il feudo di Friola nel 1791.

I conti Giovanni e Lionello di Francesco per eredità del nobile Gianfilippo Salvioni aggiunsero al proprio nome quest’ultimo cognome. I rappresentanti della Famiglia si chiamarono Chiericati Salvioni.

Riconosciuto con Regio Decreto nell’anno 1915. Imparentati con i Da Porto durante le lotte tra nobili, fecero una politica di alleanze attraverso i matrimoni. Il nome della casata si lega ad Andrea Palladio quando, nel’ 500 Girolamo Chiericati ordinò all’architetto il Palazzo di Città che da loro prende il nome.

Uno dei personaggi più celebri fu Lodovico Chiericati la cui attività, commercio di tessuti in Francia rendeva molto, oltre alle ricchezze di famiglia poteva contare sulla dote della moglie Faustina Godi figlia di Pietro. Da documenti sappiamo che il conte Lodovico il 3 giugno 1578, nella sua proprietà di 70 ettari fece erigere un muro come recinto da destinarsi alle battute di caccia.

Nel 1590, Lodovico fece costruire a Longa di Schiavon la sua Villa di campagna, rendendo i terreni più fertili, migliorando le strutture murarie e pagando il quartese (la 40a parte del raccolto) alla chiesa di Longa sino al 1840. Lodovico morì nel 1602, il figlio Nicolò un anno dopo nel 1603, i tre figli si divisero il patrimonio costituito da case, terreni per 130 ettari.

Una figura particolare della famiglia Chiericati fu l’ultimo ge- nito Pietro, nato nel 1587 morto 16 aprile 1629, si fece frate cappuccino, costruì nella Villa di Longa una cappella per l’Assunta Maria Vergine.

Alla sua morte la proprietà passò ai figli di Nicola, Lelio e Lodovico. Le successioni proseguono passando a Pietro e Scipione figli di Marcantonio. Nel 1735, morì l’unico maschio Lodovico figlio di Scipione, la proprietà andò ad un ramo collaterale della famiglia discendente da Girolamo. Ma la famiglia aveva perso il suo antico prestigio e gran parte del patrimonio di Longa. Le ultime eredi discendenti furono le figlie di Camillo, Paola e Lavinia che il 2 agosto 1850, vendettero la proprietà al poeta e patriota Jacopo Cabianca. 

nobili chiericati
Palazzo Chiericati

PALAZZO CHIERICATI

Progettato nel 1550 come residenza nobiliare per i conti Chiericati dall’architetto Andrea Palladio e costruito a partire dal 1551, fu completato solo alla fine del Seicento. Nel 1456 Girolamo aveva ottenuto in eredità alcune vecchie case prospicienti la cosiddetta “piazza dell’Isola” (oggi Piazza Matteotti), uno spazio aperto all’estremità est della città, che doveva il proprio nome al corso del Retrone e dal Bacchiglione, che confluivano l’uno nell’altro al porto fluviale cittadino, l’Isola era sede del mercato di legname e bestiame.

L’eredità spinse Girolamo a chiedere al Consiglio cittadino di poter utilizzare una fascia di circa quattro metri e mezzo di suolo comunale antistante le sue proprietà per realizzarvi il porticato della propria abitazione, garantendone disponibilità pubblica All’accoglimento dell’istanza seguì nel 1551 l’apertura del cantiere, che si arrestò nel 1557 alla morte di Girolamo, il cui figlio Valerio si limitò a decorare gli ambienti interni.

Il Comune di Vicenza acquistò il palazzo nel 1839 dalla famiglia Chiericati, con l’intenzione di raccogliervi le civiche collezioni d’arte. Restaurato dagli architetti Berti e Giovanni Miglioranza, il museo civico fu inaugurato il 18 agosto 1855. Il corpo occidentale del cortile fu realizzato nell’ Ottocento. Miglioranza inoltre demolì la casa confinante che segnava il passaggio della piazza dell’Isola nel Corso Palladio, mutando il contesto originario. Il palazzo è inserito dal 1994 nella lista del Patrimonio della umanità dell’UNESCO assieme alle altre architetture palladiane della città.

Lo Stemma: rosso fino alla fascia d’oro, caricata di un’aquila bicipi- te di nero, coronata di rosso, ed accompagnata da tre teste d’uomo, due nel capo ed una in punta, d’argento con capelli d’oro in forma di chierica.

Di Luciano Parolin da Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021


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Ilario Vignato, seconda generazione di vignaioli in Gambellara con il giusto grado di innovazione

Dopo aver raccolto l’eredità dell’azienda agricola di papà Virgilio, il giovane vignaiolo Ilario Vignato ha intrapreso nel 2017 la strada del biologico assecondando la natura delle sue vigne.

Ha saggiamente voluto conservare la dimensione di una cantina familiare e nei suoi prodotti ha raccolto l’anima identitaria del suo territorio.

Ilario, sei “figlio d’arte” e ti porti dietro l’eredità di papà Virgilio e mamma Mariucia: cosa hai cambiato in cantina e nei tuoi vini da quando nel 2017 sei alla guida della cantina?

Fondamentalmente non ho cambiato procedure né pratiche in cantina, ho solo deciso di allungare i tempi prima di tutto in vigna portando la vendemmia a fine ottobre/primi di novembre, e lo stesso allungamento dei tempi è stato adottato anche in cantina, dando la possibilità al vino di maturare e quindi esprimere tutto il suo potenziale. A fine 2017, poi, ho deciso anche di intraprendere la strada del biologico.

Ilario Vignato
Ilario Vignato

In cantina ti occupi tu di tutto o deleghi mansioni? possiamo definirti un vignaiolo non di penna ma che si sporca le mani?

La nostra è un’azienda familiare e in tutti si fa tutto: dalla potatura ai trattamenti, dalla raccolta fino all’imbottigliamento, l’etichettatura e la consegna seguo tutto io, dividendomi tra vigneto, cantina e rapporto con i clienti. L’unica mansione che delego è la gestione dell’ufficio, che la segue mia moglie: si sa che anche nelle piccole realtà la burocrazia è presente, dall’aspetto fiscale a quello amministrativo fino alla tenuta dei registri vitivinicoli e adempimenti da porre in essere per le certificazioni biologiche.

Definisci i tuoi vini naturali da terreno vulcanico. Non c’è troppa polemica sulla definizione “naturali”? Che futuro vedi?

Il termine “vini naturali” mi ha sempre turbato. Il termine che uso per i miei vini è “vini del territorio” perché cerco di fare vini che rappresentano l’essenza della terra di Gambellara: secondo me più trattamenti effettuo sui vigneti, siano essi meccanici o chimici, più mi allontano dal mio obiettivo. Quindi sto lavorando per poter non annullare, ma quasi, le pratiche agronomiche invasive, lavoro che necessita di equilibrio, tempo e pazienza.

Quale ritieni che sia il vino simbolo della tua cantina?

I vini che, secondo me, rappresentano la mia cantina sono due: il Capitel Vicenzi Gambellara Doc Classico, che racchiude l’anima di Gambellara, con i suoi sentori di pietra focaia, mandorla amara, che rimandano alle nostre colline vulcaniche. Poi il Gambellara Recioto Spumante Metodo Classico Docg: è doveroso sottolineare l’intuizione dei miei genitori, all’inizio degli anni ’90, di proporre il Recioto Spumante non con il metodo Martinotti, ma con il più ardito e laborioso Metodo Classico, trovando un equilibrio tra acidità, zuccheri e alcool. Questo spumante non particolarmente stucchevole si abbina benissimo con dolci lievitati o accostamenti più arditi come antipasti salati.

La vigna ai tempi del Coronavirus non si è fermata: ma tutte le altre attività al di fuori delle vigne come vi siete organizzati?

Verissimo! La vigna non si è fermata di fronte a questa pandemia e quindi il mio lavoro ha sempre  continuato. Per quanto riguarda invece l’aspetto commerciale, lavorando principalmente con il settore horeca, è palese che anche la nostra realtà ne sta risentendo. Nonostante questo, ho deciso di non intraprendere altre strade per ovviare a questa lacuna: non ho aperto canali di e-commerce e/o Gdo, perché innanzitutto io sono un vignaiolo e faccio vino, pertanto voglio rispettare e tutelare il lavoro dei miei partner commerciali. Presto questa situazione finirà, e conto di tornare a “correre” tutti insieme.

Come si sta presentando la vendemmia?

Per come si sta prospettando e da come ho impostato il vigneto sarà un buona annata; poi il tempo in cantina ci dirà se siamo stati bravi e fortunati.

Ci sarà un nuovo vino?
Se ci sono le condizioni ideali ho in mente un “orange wine” da uve Garganega con fermentazione sulle vinacce per qualche mese. Raccoglieremo le uve da vigneti storici: 3000 ceppi per ettaro impiantati da mio nonno Vincenzo 50 anni fa a circa 270 metri nella zona dei Monti di Mezzo: incrociamo le dita!!!

Il punto di vista di Dario Loison

Ilario Vignato è un giovane vignaiolo che sta portando avanti la cantina di famiglia tutto da solo: è un ragazzo infaticabile con un grande senso di responsabilità e con il giusto grado di innovazione che è un elemento imprescindibile nelle nuove generazioni. Lui crede molto in quello che fa, è supportato da papà Virgilio e mamma Mariucia, che conosco molto bene, e da sua moglie che fa la sua parte dietro le quinte della cantina.

Nei suoi prodotti ha raccolto l’anima del suo territorio regalando vini eleganti e fortemente identitari, grazie alle terre di origine vulcanica, come il Gambellara Classico Doc il Recioto di Gambellara Docg che utilizziamo in Loison per conciare le uve o per impreziosire i panettoni.

Cantina Vignato

Azienda agricola Virgilio Vignato
Via Guizza 8
36053 Gambellara (vi)

  1. +39 0444 444262

https://www.virgiliovignato.com/

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Castello di Arzignano o rocca scaligera, una meta romantica con una storia che ancora stupisce

La Rocca scaligera o Castello di Arzignano domina la città dal colle San Matteo. E’ un luogo magico, incantevole da cui si gode anche di un bel panorama sulla valle del Chiampo. Dai conti agli scaligeri fino all’assedio di Pippo Spano, la storia del castello è molto particolare. Ed è legato da un antico voto alla chiesa di Sant’Agata di Tezze. Oggi il piccolo borgo è meta di passeggiate e cene romantiche.

I conti Maltraversi

Il castello venne edificato per difendere la Pieve di Santa Maria, che nel frattempo era diventata la chiesa madre di tutta la zona circostante. Tra il X e l’XI secolo il territorio di Arzignano era controllato dai signori feudali. Il territorio vicentino era conteso tra i due poteri allora predominanti, il conte e il vescovo, che erano spesso in lotta tra loro. Ad Arzignano ebbero la meglio i conti Maltraversi che fecero costruire il castello. Egano da Arzignano insieme al fratello Singofredo, sembra derivare da un certo “Gerardus Magnus” che, per la sua appartenenza alla famiglia dei Maltraversi, venne investito del feudo di Montebello. Notizie di ciò le ritroviamo nella cronaca di Ezzelino del 1213.

pieve santa maria
La pieve di Santa Maria nei pressi del Castello. Foto: Marta Cardini

Egano fu colui che si stabilì ad Arzignano, assumendo il controllo del castello, mentre Singofredo dimorò nella Città di Vicenza. I due furono in perenne contrasto per le loro idee politiche, in quanto Egano era “ghibellino”, sostenitore dell’Impero, e Singofredo era un “guelfo”, che appoggiava la Chiesa. Lo scontro tra Arzignano e Vicenza fu tale che alla morte di Egano, caduto per mano di un proprio nipote, i Vicentini decisero di distruggere il castello per bloccare ogni eventuale rivolta dei ghibellini arzignanesi nel 1266.

L’arrivo degli Scaligeri

Nel XIV secolo l’avanzata degli Scaligeri sul territorio vicentino fu così importante che portò più volte gli Arzignanesi a partecipare direttamente alla lotta contro i Veronesi. Fra gli oppositori più attivi e intraprendenti vi fu Singofredo da Arzignano, figlio di quel Rosso che aveva ucciso lo zio, il conte Egano. Egli, insieme ai guelfi vicentini e ai padovani, nel 1312 organizzò una conferenza che radunò a Padova tutte le forze anti scaligere.

porta cisalpina
Porta Cisalpina vista dall’esterno. Foto: Marta Cardini

Successivamente un altro componente della famiglia dei “da Arzignano”, Giacomino, figlio di Singofredo, appoggiato da tutti gli uomini della Valle del Chiampo, fu un capo delle forze che combattevano contro gli Scaligeri: la guerra terminò nel 1339 con la vittoria degli Scaligeri, guidati da Mastino della Scala. La paura di incursioni esterne e le lotte interne alla famiglia, portarono gli Scaligeri ad edificare castelli e fortificazioni in tutto il territorio conquistato.

L’assedio di Pippo Spano

Dopo un periodo Visconteo e uno veneziano, nel 1410 arrivò Sigismondo di Lussemburgo, re d’Ungheria, che aspirava al trono imperiale. Volendo recarsi a Roma per essere incoronato dalle mani del Papa, trovò una notevole resistenza al suo passaggio nello Stato della repubblica Serenissima. Inasprito, assoldò lo spietato condottiero e uomo d’armi Pippo Spano. Quest’ultimo, su comando di re Sigismondo, nel 1413 prese d’assalto la Città di Vicenza, che si difese strenuamente. Fu quindi costretto ad abbandonarla, rivolgendosi invece alle fortezze e ai castelli del territorio. Con la parte migliore delle sue truppe, attaccò Marostica, ma senza esito per l’energica resistenza trovata. Battendo la via pedemontana giunse ai castelli di Brendola e di Montebello Vicentino, rapinando ed esigendo viveri. Poi passò alla valle del Chiampo e cercò di assediare il Castello.

porta entrata
La porta di entrata del Castello. Foto: Marta Cardini

Il voto a Sant’Agata

Gli Arzignanesi formularono voto a Sant’Agata, patrona del paese. Se per intercessione della venerata martire di Catania fossero riusciti a liberarsi dagli Ungari, avrebbero eretto una chiesa in suo onore. Il giorno seguente di buon mattino dalle alte mura del castello vennero gettate ceste di pane e otri colmi di vino, grandi quantità di fieno e di avena. Pippo Spano rimase interdetto. Convinto che gli assediati avessero ancora ingenti riserve di provviste, calcolando che troppo lunga sarebbe stata l’attesa, impartì subito l’ordine di levare le tende. Era il giorno 5 febbraio del 1413, festa di Sant’Agata: una grazia speciale della santa invocata.

castello arzignano
Uno scorcio dall’alto su porta Cisalpina. Foto: Marta Cardini

La chiesa, eretta a Sant’Agata a saldo del voto, è quella vecchia di Tezze e ogni anno, nel giorno della santa patrona, una rappresentanza del comune di Arzignano, con il sindaco in testa, scende da Castello a Tezze e presenta al sacerdote di quel luogo l’offerta di “quattro libbre di cera e quattro ducati d’argento”, cioè la somma corrispondente a quanto fu allora promesso. Al passaggio della processione, lungo l’antichissima via Calpeda, ancora oggi i castellani usano far sparare fucili a salve in ricordo dell’assedio del feroce Pippo Spano.

panorama arziganno
Il panorama su Arzignano visto dalla rocca. Foto: Marta Cardini

Il Castello oggi

Oggi dentro le mura del Castello si può passeggiare come in un piccolo borghetto. Dentro le mura ci sono anche due ristoranti che rispecchiano l’atmosfera medioevale e l’antica appartenenza ai Conti. Passeggiare all’interno del piazzale è come vivere in un’atmosfera magica e senza tempo.

porta calavena
Porta Calavena vista dall’interno. Foto: Marta Cardini