Quella “Cavazza” è una cantina che da 92 anni rappresenta la genuinità di due territori, la zona classica del Gambellara e i Colli Berici e una famiglia che ha capito l’importanza di conservare la dimensione di azienda artigiana e imbottigliare solo il vino prodotto dalle proprie vigne
Cavazza è una famiglia che dal 1928 è legata al proprio territorio: Stefano, cosa vuol dire vivere tra le vigne?
Mai come in questo periodo mi sono reso conto della fortuna che ho avuto di nascere tra le vigne e i boschi. Durante i mesi del “lockdown” mi sono accorto di vivere in un paradiso. Io faccio un lavoro che mi porta spesso in giro per l’Italia e nel mondo, in un vortice di continui contatti con il pubblico e in quelle settimane mi sono sentito rinascere: camminare al mattino in mezzo ai boschi o tra le vigne, avvolti dai profumi delle acacie e dei fiori di sambuco, mi ha riportato indietro nel tempo, a quando ero bambino e giravo in vigna con la mia piccola bicicletta.
Le settimane che sono stato “confinato” a Selva di Montebello, piccolo centro di poche centinaia di abitanti, mi hanno rievocato bei momenti perché ho ritrovato tante persone che non vedevo da anni, riscoprendo i valori che ci hanno insegnato i nostri vecchi.
Speriamo di trovare il giusto equilibrio tra la vita che tornerà con i suoi ritmi e quello che ci ha insegnato questo periodo di riflessione.
Il 2020 ha visto annullare appuntamenti di caratura internazionale come ad esempio ProWwein e Vinitaly: come avete affrontato il confronto con il pubblico dei Buyers e dei consumer?
Questa situazione ha preso in contropiede anche noi, nessuno se l’aspettava. Per fortuna che siamo riusciti a relazionarci comunque con i nostri buyers e consumer con le nuove tecnologie digitali che ci hanno permesso un costante contatto in tutto il mondo. Siamo sempre riusciti a garantire le nostre consegne e il momento più buio ce lo stiamo lasciando alle spalle.
E l’attività in cantina?
Non ci siamo mai fermati né in cantina né tra le vigne: con tutte le dovute precauzioni e tutelando sia la nostra salute che quella dei nostri collaboratori, abbiamo continuato la nostra attività perché in campagna la vita continua e le vigne necessitano di attenzioni continue. Le premesse per una buona annata ci sono tutte ma è ancora prematuro ed è meglio non far previsioni.
Cantina Cavazza ci tiene a rimanere in una dimensione di “Azienda agricola” in due 2 territori: quali sono le caratteristiche distintive?
La cantina di Selva è immersa nel verde dei nostri vigneti, piccoli e storici appezzamenti acquisiti dal secondo dopoguerra, che costituiscono oggi una quarantina di ettari nella zona classica di Gambellara (Creari, Bocara, Capitel e Selva) di origine vulcanica ricchissima di minerali come basalto, ferro, magnesio e potassio che fanno da nutrimento per le nostre viti di uva Garganega, autoctona per eccellenza.
A fianco la Tenuta Cicogna, nel cuore dei Colli Berici, un tempo di proprietà della nobile famiglia dei conti Cicogna, e che identifica oggi la nostra collezione di rossi di grande evoluzione. In questo territorio, convivono vitigni storici dei Colli Berici come Cabernet, Tai Rosso e Merlot, e varietà poco comuni come Syrah e Solaris, ciascuna vinificata singolarmente.
Un punto fondamentale del vostro manifesto riguarda la “viticolura sostenibile”: ci può spiegare qualcosa al riguardo?
E’ responsabilità di tutti noi tutelare il paesaggio e salvaguardarne la straordinaria bellezza, comportamento che si riflette nella gestione delle nostre vigne. Ecco che per noi questo si traduce nelle buona pratiche di coltivazione come l’inerbimento a basso impatto ambientale, la diversificazione di colture con salvaguardia della biodiversità, coltivazione non intensiva con vigneti intervallati da oliveti boschi e alberi da frutto autoctoni, uso sostenibile degli agrofarmaci, sovescio, potatura manuale per tenere sotto controllo l’equilibrio vegeto-produttivo di ogni pianta, micro-irrigazione per una minore dispersione d’acqua, e ultimo, ma non meno importante, la salvaguardia di vigne storiche come il Tai rosso Cicogna.
Dal 2019 i vostri vini si fregiano del certificato Sqnpi (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata) cosa vuol dire?
Dalla vendemmia 2019 siamo certificati Sqnpi (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata) e ogni bottiglia Cavazza riporta il marchio della certificazione riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole per l’agricoltura integrata. E’ un’ulteriore garanzia che i nostri vini contribuiscono alla sostenibilità dell’ambiente, alla biodiversità del territorio e che sono il risultato di diversi passaggi e controlli lungo tutta la filiera di produzione, dal vigneto fino all’imbottigliamento.
C’è un vostro motto che dice “C’è un vino Cavazza per accompagnare ogni momento, ogni sapore e ogni stagione”. Come è possibile coprire una dimensione così ampia di richieste? E’ “solo” il saper fare di 92 anni di esperienza o anche il saper fare analisi di mercato?
Questa frase riporta l’evoluzione della nostra storia che è sintomatica di quasi un secolo di miglioramento continuo portato avanti da padri, figli e nipoti: siamo passati dal vendere il vino al barile, dalla damigiana alla bottiglia e noi imbottigliamo solo il vino prodotto dalle nostre vigne con tracciabilità garantita. Dai rossi autoctoni della Tenuta Cicogna (due Doc, Mertlot e Cabernet) alle Selezioni di prestigiosi Cru delle denominazioni di Gambellara, passando per spumanti come il Prosecco Doc e la Durella Doc e i passiti pluripremiati come il Gambellara Vin Santo Classico Doc.
In verità se riusciamo a coprire l’ampio spettro di richieste non abbiamo fatto altro che utilizzare al meglio quello che ci offre il nostro territorio, niente di più: il resto lo fa la credibilità di una famiglia con quasi un secolo di esperienza e l’affidabilità dei propri prodotti.
Quando sento parlare della Cantina Cavazza emerge immediatamente il legame tra famiglia e territorio. Una famiglia fatta da nonni, padri, figli e nipoti tutti sinceramente dedicati e legati con amore alle proprie vigne per realizzare vini veri e genuini che sono la loro espressione storica. Una famiglia, è il caso di dirlo, con i piedi per terra, nella loro terra, che produce vino fatto esclusivamente dalle proprie vigne.
Con Stefano ho condiviso memorabili momenti dove i nostri prodotti, panettoni e vini, hanno intrecciato una grande complicità gustativa e sensoriale e sono stati testimoni di manifestazioni con le associazioni del nostro territorio già dagli anni ‘90 come le indimenticabili serate SlowFood. Impossibile non citare l’evento della Pigiatura del Recioto: all’inizio ci trovavamo tra pochi amici e poi come tutte le cose che funzionano bene è diventata un’occasione più grandiosa per omaggiare un antico rituale di famiglia.
Lettore di “Arte culi ‘n aria”, ricette e biografia di Umberto Riva
“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (la precedente pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 6 aprile 2021, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon)
“Ciuciare i osi” é un’arte.
Peccato che i polli abbiano due sole zampe, e non sempre due.
Il macellaio e pollivendolo, “el sior Francesco”, distribuiva equamente le estremità dei volatili da cortile a chi acquistava solo il quartino, fosse passo o volo. I quarti erano quattro, le zampe due così venivano cedute di volta in volta a questo od a quell’acquirente, normalmente in coppia, ma anche separatamente. Così, quand’eri l’eletto, era meraviglioso.
Le zampe ben lavate, scottate per levare la parte squamosa, venivano cotte lessate con il lesso, od in umido con l’umido. Cotte conquistavano il tuo piatto. Si rosicchiava per quanto c’era da rosicchiare, e poi…… si dava il via al ciucciare. Tutti quegli ossicini del piede, ché il piede era della zampa la parte più sostanziosa e gustosa. Si ciucciavano quelle pellicine che circondavano l’osso. Attaccavano.
Si attaccavano alle dita, e ciucciarsi le dita era buono. Ti rimproveravano “no ‘a xe creansa” ma era un rito. Un rito per chi rimproverava, un rito per te che imperterrito continuavi a a succhiarti le dita condite dal “tacaiso” delle ossa.
Nel rito del ciucciare entravano anche altre ossa anche se non così guastose. Se ti capitava un ginocchio di manzo l’operazione si estendeva assai nel tempo, durava fino a tanto che le ossa non fossero lucide come per una permanenza di mesi nel deserto esposte alla deflazione ed al sole.
I nervi erano pura libidine.
Umberto Riva06
L’attacco si svolgeva con una operazione concentrica. Si cominciava dai nervetti più piccoli, quelli periferici e poi i bocconi più grandi e poi la parte dura ed alla fine si intaccava quelle parti ove un osso si muove dentro ad un altro e che con la bollitura si scagliava.
Romantiche erano le ciucciate quando in tavola capitava un ossobuco. Due cose ti esaltavano: la “megola” ed il periostio. Se la fetta d’osso era ricavata all’estremità dell’arto, non c’era il buco. L’interno era spugnoso, ed il piacere era succhiare a mò di aspiratore per almeno quindici minuti.
Le ossa degli arrosti? Chi se ne ricorda! Gli arrosti erano talmente rari che ogni volta dovevi inventarti un sistema di “ciucciare”.
Delle bracciole non se ne parla, anzi se ne parla solamente. Chi le aveva mai viste.
“Dame i osi pa ‘l can”. Allora non si diceva, che se ne poteva fare di quelle ossa il cane! Se l’amico dell’uomo avesse potuto esprimersi avrebbe detto ‘ma mi prendi in giro?’.
“Ciucciare i osi” é un’arte?
É assai di più.
“Ciucciare i osi” é cultura.
Il ponte Ponte di San Michele a Vicenza è stato definito più elegante della città con la sua unica arcata slanciata e audace, così come siamo abituati ad ammirarlo specie nella prospettiva da ponte San Paolo in tutta la sua armoniosa bellezza.
È una costruzione che risale a quattro secoli fa, ma la storia di questo ponte va ancora più indietro fino a circa otto secoli. Le prime notizie risalgono al 1260 circa quando gli statuti comunali decisero di avviare i lavori per costruire un attraversamento sul Retrone, che fosse accessibile con carri e cavalli, per collegare il centro della città a quella zona dall’altra parte del fiume dove l’ordine degli Eremitani di Sant’Agostino stava costruendo la sua nuova chiesa.
Ponte di San Michele a Vicenza
Questo primo ponte era in legno e prese il nome appunto dalla vicina chiesa di San Michele, che oggi non esiste più. Lo storico Battista Pagliarino nelle sue “Croniche di Vicenza” (1663) riporta che “nel 1422 fu cominciato a fondare il ponte in pietra di San Michele” e inoltre afferma che “li Nobili de Ferramosca haueuano case, molini , & molti altri edifici nel fiume dal volgo chiamato Retrone, ove al presente è il ponte di pietra da San Michele, nel qual luogo hora sono le sue case, le quali benchè per alquanto spatio di tempo siano state possedute dalli nobili Boni finalmente tornarono alli suoi primi possessori.”
Questo ponte del 1422, più robusto, in pietra di Montecchio, era ad unica grande arcata, ispirandosi in qualche modo al modello del ponte di Rialto già famoso e ammirato. I cronisti del tempo lo descrivono come “opera bellissima e da meraviglia”, la sua immagine è giunta fino a noi in un disegno del Marzari contenuto nella “Historia di Vicenza” del 1604.
Fu danneggiato da disastrose piene e restaurato nel corso degli anni, dal 1500 in poi, ma finì col crollare rovinosamente nel 1619. La prima pietra del nuovo ponte, quello che vediamo oggi, veniva posta nel 1621 e la costruzione fu completata solo nel 1636 con la posa delle balaustre.
Secondo lo storico Francesco Formenton i vicentini decretarono di erigere una chiesa per commemorare la liberazione di Vicenza dal tiranno Ezzelino III da Romano, che fu sconfitto definitivamente il 27 settembre 1259 e alla fine di quel mese morì (il 29 settembre è il giorno in cui si commemora l’Arcangelo Michele, che è considerato protettore e difensore nelle battaglie).
All’epoca nella città di Vicenza ognuno dei tre ordini ecclesiastici aveva la sua chiesa: Santa C rona ai Domenicani, San Lorenzo ai Francescani e San Michele agli Eremitani di Sant’Agostino. Lo storico Barbarano, vissuto nel 1600, riferisce che quel tempio misurava circa 4900 piedi quadrati e ne ha tramandato qualche descrizione: aveva la facciata a capanna con un portale adorno di intagli e colonne sostenute da leoni (simile a San Lorenzo).
Era una chiesa oltremodo ricca di opere d’arte con dipinti di Lorenzo Veneziano, Maffei, Carpioni, Tintoretto, Montagna, Buon- consiglio, Cittadella e altri. Quasi tutte queste opere sono andate disperse. Una pala del Montagna con la Madonna in trono tra i santi Onofrio e Giovanni Battista è ora presso la pinacoteca di palazzo Chiericati. L’opera, una delle più significative del Montagna, è firmata su un cartiglio alla base del trono della Vergine, era originariamente collocata sul terzo altare, alla sinistra dell’ingresso.
La chiesa, dopo l’abbandono degli agostiniani a fine settecento, divenne semplice parrocchiale ma, essendo soggetta a frequenti inondazioni, fu conglobata con la vicina Santa Maria in Foro detta “dei Servi” e, purtroppo, fu demolita nel 1812. Nulla rimane dell’antico annesso convento.
Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021
Cesare Feltrin, dopo molti anni di ricerca sul territorio dei nostri amati colli, finalmente ha pubblicato, con l’aiuto dell’Associazione Difesa Natura 2000 Colli Berici e la collaborazione del Dottor Carmelo Rigobello , questo libro, illustrando con schede botaniche e foto, ben 15 generi di orchidee spontanee suddivise in 35 specie con le loro relative varietà. Lo scopo di questo volume è far conoscere la bellezza di questi straordinari fiori che ci offre madre natura e nel contempo che serva al rispetto e alla loro salvaguardia, nei luoghi dove crescono. L’illustratrice Lisa Conte nel riprodurre fedelmente gli apparati radicali ha prestato particolare attenzione alle caratteristiche che distinguono le diverse specie (tuberi più o meno arrotondati, rizomi, rizotuberi di forma diversa oppure anche di radici). Le illustrazioni sono state realizzate ad inchiostro. Il lavoro di ricerca scientifica è stato integrato con la fedele rappresentazione grafica degli apparati radicali e delle parti che compongono l’orchidea spontanea. Il disegno scientifico diventa supporto ai contenuti naturalistici e strumento di riflessione, apprendimento e comunicazione. Il disegno naturalistico è un mezzo essenziale di documentazione e un insostituibile metodo con cui riprodurre nella maniera più fedele possibile ogni partico- lare del mondo naturale.
Il libro di Cesare Feltrin
LA FLORA DEI COLLI BERICI
La flora dei Colli Berici è caratterizzata da un meraviglioso miscuglio floreale di diverse specie, importantissimo fattore di interesse apistico. Si trovano facilmente il tarassaco, l’aglio orsino, la polmonaria e molte altre specie vegetali autoctone, tra cui le meravigliose orchidee spontanee dalle molteplici forme e pigmentazioni, ad oggi sono state censite 35 specie diverse suddivise in 15 generi con diverse varietà. L’Ophrys Apifera ad esempio, il cui nome richiama quello dell’insetto, ha un particolare aspetto che attrae le api e assume così, inconsapevolmente, un ruolo essenziale per la salvaguardia della biodiversità e per la conservazione della natura stessa. Tra la flora dei nostri colli spicca in particolar modo la Sassifraga Berica che risulta essere l’unica specie endemica della provincia di Vicenza. Facendo particolare attenzione si può notare che uno dei suoi cinque petali è più lungo degli altri. Il periodo di fioritura è di norma tra aprile e maggio, ma a seconda dell’andamento climatico se ne possono avvistare anche già da febbraio. È possibile inoltre individuare l’Adonis Annua specie delicata e rara a causa del progressivo avanzamento della vegetazione per abbandono, oltre all’utilizzo di attrezzature moderne per gli sfalci, fiorisce ad aprile, la si può trovare a Sossano su prati aridi . Uno degli scopi dell’Associazione Difesa Natura 2000 Colli Berici è proprio la salvaguardia della flora purtroppo minacciata dalla presenza sempre più massiccia del cinghiale. I troppi esemplari presenti, oltre a cibarsi di rizotuberi, diventano protagonisti di azioni che arrecano danni enormi al manto erboso, facendo così scomparire ogni possibilità di crescita floreale. Altro elemento che minaccia in modo particolare la flora nei prati aridi è l’avanzare dello scotano, arbusto strisciante invasivo, in grado di chiudere gli areali delle fioriture. L’Associazione si sta impegnando a contrastare questi due eventi in modo metodico e scientifico, cercando di tutelare e preservare i siti da un progressivo depauperamento per la salvaguardia di tutte le biodiversità.
Lisa Conte – Bertillo Conte
Di Lisa Conte da Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021
Nel mondo antico il concetto di ospitalità pubblica e privata spesso coincideva così pure le funzioni di osteria (templum diaboli) e locanda, in questo modo talora la casa personale diventava anche albergo, e l’oste non disdegnava di offrire ai viaggiatori oltre al vino, cibo e stallatico, pure una dolce compagnia femminile.
Luogo di sosta di viaggiatori e pellegrini, a partire dal secolo tredicesimo l’osteria divenne topos letterario quale spazio di incontri, sotterfugi e raggiri, dove spesso a farne le spese erano proprio gli osti sprovveduti che venivano beffati, come nel Decameron (IX giornata, sesta novella) quando un buon uomo della piana del Mugnone, oste in caso di necessità, ospitò gli occasionali avventori nella sua stessa camera, in letti accostati, ma alla moglie toccò la disavventura di scambiare il letto del marito con quello dell’ospite.
Elementi grotteschi e farseschi sono parte integrante anche dei racconti del Novellino di Masuccio Salernitano dove l’oste amalfitano Trofone, reo di troppa gelosia nei confronti della moglie viene gabbato dall’amante travestito da donna (novella XII) o l’oste di Iovenazzo, dal nome parlante di Tonto de Leo, al quale un giovane mercante raguseo sottrae la moglie con la stessa collaborazione del marito, per mezzo di uno stratagemma ingegnoso (novella XXXIV).
La taverna, locale fumoso, talvolta torbido, è un luogo che appartiene all’immaginario di molti scrittori, dalle osterie di medioevale memoria (Carmina Burana, sec. XIII) a quella manzoniana di Gorgonzola (Promessi Sposi), dove il povero Renzo Tramaglino, in quelle stanze un po’ sordide, con l’aria pesante e il frastuono che si spande attorno, spinto dal buon vino, si lascia andare a affermazioni che lo costringeranno alla fuga: «Due lumi a mano, pendenti da due pertiche attaccate alla trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta, non però in ozio, su due panche, di qua e di là d’una tavola stretta e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli, tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto … Il chiasso era grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l’oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui».
Tutti i quartieri della città e tutti i paesi del territorio erano pieni di taverne e bettole. A Vicenza gli osti si erano riuniti in una fraglia, una corporazione di mestiere, fin dal 17 luglio 1458 come attestato da un manoscritto in pergamena conservato alla Biblioteca civica Bertoliana (ms.185). Si tratta di un codice contenente una matricola, il registro, con i nomi di coloro che appartenevano alla fraglia, e in aggiunta gli statuti, ossia le regole fondamentali relative all’organizzazione e all’ordinamento giuridico dell’associazione. Il capitolo, l’organo direttivo, della fraglia si riuniva una volta all’anno, il 25 aprile, giorno di San Marco, per eleggere il gastaldo che aveva la funzione di governare la corporazione e far rispettare gli statuti. Per esercitare l’arte del «tavernare» ci si doveva iscrivere alla fraglia e pagare una tassa di adesione, cifra che doveva essere corrisposta anche per partecipare alle fiere che si svolgevano in Campo Marzio o in altri luoghi della città e dei borghi.
Chi voleva vendere in piazza o in città «carne, pesse, torte o altre cosse cote da magnare» doveva pagare alla fraglia 15 soldi di denari oppure entrare nella fraglia stessa. Nella Matricola degli Osti è inserita anche una rubrica degli statuti del Comune di Vicenza: Rubrica de falsitate statere ponderum et mensurarum, concernente i giusti pesi e le giuste misure che gli osti della fraglia dovevano osservare scrupolosamente nell’esercizio del loro mestiere.
In particolare, dovevano misurare e vendere il vino, sia al minuto che in quantità, secondo due giuste misure, di mezza e di bozza («due mensure medie seu bozole»), fatte di metallo o di bronzo, solide, che non si potessero rompere e piegarsi («bone et solide quae rumpi et flecti non possint»), uguali nella forma e misura al modello scolpito nel quadro di pietra collocato nel peronio o piazza della città di Vicenza.
Per misura giusta e corretta s’intendeva il colmo fino all’orlo, ma se il recipiente fosse arrivato al tavolo del cliente con una quantità di vino inferiore, l’oste o l’ostessa sarebbero stati sanzionati con una multa. Nel caso in cui, però, durante il tragitto fino al cliente, ne avessero versato o bevuto, non sarebbero stati penalizzati se avessero giurato che all’origine la misura era colma fino all’orlo.
Pur essendo un lavoro umile, il mestiere dell’oste era tenuto in grande considerazione: la sua rimuneratività faceva dimenticare una certa fama equivoca che aleggiava attorno alla figura di chi svolgeva tale attività. La fraglia, infatti, godeva di una configurazione sociale dotata di un certo rilievo: aveva un suo posto assegnato nel corteo delle processioni cittadine (Corpus Domini, Santa Corona e San Vincenzo, il patrono della città), dove i suoi membri dovevano sfilare dietro al proprio stendardo.
L’osteria è lo spazio della gioia e del non lavoro, il territorio sacro del tempo libero e del gioco, dove spesso fra denaro, vino e carte, finivano per ritrovarsi, presenti nella stessa stanza, o anche seduti allo stesso tavolo, borghesi e ambulanti, artigiani e girovaghi, contadini e nobili.
Definita il «tempio dell’Anticristo», «templum diaboli», la «navata della controchiesa», l’osteria diventa il luogo privilegiato del vivere trasgressivo alle gerarchie e ai valori costituiti, mondo rovesciato rispetto alle regole della società ufficiale.
In questa sospensione del presente scompaiono le differenze sociali fra gli individui e la taverna è avvertita come un rifugio dove tutti sono uguali e possono interagire tra di loro senza alcuna barriera o distinzione sociale. Naturalmente i membri dell’aristocrazia che frequentano le taverne e che finiscono nelle risse come i popolani, non sono quelli più in vista della città: si tratta, in genere, di famiglie con una lunga e importante tradizione, ma dotate di scarso potere politico all’interno del consiglio cittadino.
L’8 settembre 1791, Nicola Velo, figlio del conte Giobatta, era stato tutto il giorno a «uccellare» con il nobile Antonio Monti ed un certo Angelo Curti. Alla sera tutti e tre si erano recati all’osteria detta la Loggetta, situata in borgo San Felice, dove avevano bevuto del vino. Tutti e tre ubriachi cominciarono a litigare cercando di coinvolgere estranei e conoscenti, spintonando, insultando, picchiando, puntando le armi. Un paio di mesi prima Antonio Longo e il conte Ugolino Sesso, figlio del conte Scipione, stavano giocando nell’osteria di Domenico Brunello al Tormeno quando scoppiò un furibondo litigio. Anche in questo caso gli esiti della lite finirono davanti ai giudici poiché, una volta usciti dal locale, cominciarono a bastonarsi a vicenda e a ferirsi con armi da taglio. La Matricola degli Osti del 1458 riporta al
suo interno i nomi dei 12 tavernieri che facevano parte della fraglia. Ogni nome era accompagnato dal nome fantasioso dell’insegna, posta solitamente all’ingresso della bottega, scolpita in legno o incisa in metallo: a la Crose, a l’Orso, al Sole, a l’Agnolo, e così via. I locali della taverna si trovavano sovente nella casa stessa dell’oste che aveva, naturalmente, una cantina, la «cella vinaria», una cucina che comunicava o, più spesso, si trovava nello spazio riservato agli avventori, fornito di focolare, tavoli e panche. Accanto alla porta d’entrata vi era quasi sempre la «restrelliera» dove i clienti deponevano i fucili. Talora, oltre all’ambiente principale, vi erano altre stanze disposte in parte al piano terra e in parte su quello superiore, nelle quali, volendo, si poteva anche dormire alla notte in una delle camere oppure organizzare una festa danzante al suono di qualche violino durante il carnevale. All’osteria si stava seduti per ore intere mangiando trippe, pollastro o castagne, e bevendo vino. Si chiacchierava e si discuteva, ma soprattutto si giocava alla «mora», a carte, il «tressette», al gioco del «tibusco» o dell’«amore», al «trionfo degli uccelli», al
«tornello della bianca e della rossa». Si giocava anche al tiro a segno, «a trare al segno»: si appendeva un «coppo» ad un filo e vinceva colui che sparando riusciva a perforarlo da parte a parte, senza romperlo. In ogni gioco, pur non essendo d’azzardo, c’era una posta: una piccola somma di denaro oppure un boccale di vino. Il gioco era segno di allegria e di svago, e chi non trascorreva il tempo partecipando non era degno di far parte di una buona compagnia, per cui, attorno ad esso, vi erano sempre concentrati gruppi di uomini.
Paolo Rampon detto Smiderle e Giuseppe Talin stavano giocando a carte, mentre Giuseppe Pozzer detto Palesa si mise a guardare. Questi ad un certo punto invitò il Rampon, che accettò prontamente, a scommettere cinque soldi sulla partita. Nonostante le proteste di Palesa che a torto dichiarava di essere lui il vero vincitore, il Rampon si prese i soldi della scommessa avendo vinto. Allora il Pozzer tirò fuori la pistola che aveva nascosto dietro la schiena durante il gioco e sparò contro l’avversario che con uno scatto si rifugiò dietro un tino posto vicino all’entrata, raccattando un grosso pezzo di legno.
L’osteria si svuotò degli avventori che se ne andarono temendo ognuno per la propria vita. Rimasti soli Palesa, sempre armato, sfidò l’avversario ad uscire dal nascondiglio e, infatti, il Rampon uscì con un balzo e con il bastone gli diede in testa un «sì gagliardo» colpo che il Pozzer cadde a terra tramortito«gridando ajuto».
Le occasioni di maggiore affluenza erano i giorni festivi e le ore serali, ed erano anche i momenti in cui si verificava il maggior numero di delitti: gli uomini mangiavano e bevevano di più, alterando il normale comportamento, trasgredendo le regole della vita quotidiana, che scandivano i ritmi di una sottoalimentazione cronica. Nonostante le reiterate istanze dei rettori, i governanti cercarono sempre di intervenire con moderazione sui momenti e sui luoghi di festa, ben sapendo che la festa forniva una valvola di sfogo per le tensioni sociali.
Jan Steen: Giocatori d’azzardo litigano
Le risse si sprecavano, così come i gesti inconsulti dovuti ai fumi del vino tanto che per ammazzare qualcuno non occorreva avere a portata di mano un’arma. Nel febbraio del 1789 alcuni avventori si divertivano ballando al suono di un violino in una delle camere superiori dell’osteria.
Zuanne aveva pagato 15 soldi al musicista affinché lo seguisse per suonare in un altro luogo, suscitando così le proteste dei presenti, soprattutto di Francesco e in breve ne era nata una rissa. I partecipanti alla festa scesero frettolosamente nella cucina. Zuanne prese dal focolare un «supioto» di ferro e si mise a inseguire Francesco attraverso la corte, ma questi, più veloce, raccolse un sasso e glielo scagliò contro colpendolo alla testa e uccidendolo sul colpo.
Le motivazioni che portano all’aggressione e al delitto denotano chiaramente l’impu sività e l’immediatezza di quel genere di violenza: le festa catalizza umori ed euforie che sfociano nelle liti, ma vede anche i devastanti effetti dei fumi dell’alcool. I fratelli Gaiga, Domenico e Francesco, avevano suonato, tutta la sera della domenica 22 luglio 1759, in un’osteria di Valdagno, l’uno il violino, l’altro il violoncello, dilettando le persone presenti, che avevano ballato fino alle quattro di notte, allorché, stanchi di suonare, decisero di uscire dal locale seguiti da diverse persone. Passati sulla piazza contigua all’osteria per incamminarsi verso casa, i due fratelli s’invitavano l’un l’altro a riprendere a suonare.
Avendo udito ciò, Francesco Nissaro cominciò a deriderli perché, essendo ubriachi, non potevano suonare. Alle risentite risposte di Francesco Gaiga, un compagno del Nissaro, Domenico Tomba, cominciò a percuoterlo con il fucile, finchè dall’arma stessa uscì un colpo che uccise, quasi istantaneamente, il Gaiga.
L’osteria, «luogo laico della mensa fraterna», della convivialità popolare, del mangiare e del bere in compagnia, svolgeva un ruolo particolare nella vita degli emarginati, di coloro che senza fissa dimora non possedevano una casa e per i quali l’osteria, in particolar modo quella urbana, era una specie di focolare domestico, un luogo, comunque, dove passare il tempo, soprattutto in inverno.
Qui vagabondi e “falsi bordoni” scialacquavano le elemosine ricevute, i ladri sperperavano il denaro proveniente dalle refurtive, malviventi e meretrici si incontravano. A Vicenza la banda di Geffe Beccaro, detto Enea, durante l’estate del 1764 aveva assaltato notte tempo alcune case private, nelle campagne contigue alla città, rubando denaro e oggetti in oro. Del gruppo facevano parte, oltre a Geffe originario di Arzignano, Agostino Manetto, «stroppio» d’un braccio, di mestiere scarparo nel borgo di Porta Castello; Zuanne detto Anzolon, figlio di Angelo Tremeschin che aveva osteria al Duomo; Bortolo Pedana e Giuseppe Occhioni di professione samitari (tessitori di seta). Nel giugno del 1764 essi alloggiavano tutti a Vicenza, alla locanda di Zuanne Rossi, soprannominata la Casa del diavolo.
Secondo l’interrogatorio di Giulia, una testimone, questi uomini erano tutti di «carattere tristo dati ai vizj ed ai rubamenti, con abbandono dei propri respetivi impieghi», anzi il Manetto ed il Beccaro erano usciti da poco tempo dalla prigione, dopo aver scontato una condanna per furto. Questa compagnia di «scavezzoni», secondo un’altra testimone, frequentava pure l’osteria di Perotin al Monte e talvolta «aveano seco loro delle donne […] di mala vita». L’osteria/locanda aveva la funzione di offrire ristoro e riposo per il viandante, in particolare per il pellegrino, colui che si recava in pellegrinaggio a piedi in un luogo santo, da solo o in gruppo.
In realtà, le sentenze criminali raccontano come spesso le taverne fossero punti di ritrovo per i componenti delle bande, dove si stipulavano patti criminali e si architettavano azioni delittuose, al punto da diventare un luogo di insidie e pericoli per gli sprovveduti, una vera e propria trappola per i viaggiatori. Anzolo Pasqualin, detto Panzale, da Lonigo, i fratelli Antonio e Domenico Lavezzo, Zuanne Caichiolo, da Lonigo e Gregorio Panzoldo da Noventa Vicentina, Bastian de Grandi, ferrarese, si ritrovarono la mattina del 23 agosto 1700 nell’osteria dei Ponteseli, tra Barbarano e Noventa, e stettero tutto il giorno a bere e a giocare. Verso sera arrivarono dalla parte di Noventa, Alessandro Nievo e Domenico Gobbato insieme con Francesco dalla Rizza e Zuanne Negroti, i quali, in «habito di pellegrini» stavano tornando da Roma dove si erano recati, «per puro istinto di pietà e divotione per l’anno Santo», insieme ai confratelli della compagnia del Santissimo Crocefisso. Poco lontano dall’osteria, li incontrò Domenico Lavezzo, che attaccò discorso unendosi a loro per la strada.
Scorgendo l’osteria i pellegrini mostrarono desiderio di fermarsi, perché l’aria cominciava ad oscurarsi, ma l’«empio» Lavezzo li convinse a proseguire il viaggio, come fecero, tenendo il cammino verso Barbarano. Intanto il Lavezzo, entrato nell’osteria, raccontò ai suoi compagni del passaggio dei pellegrini e subito decisero di inseguirli per derubarli. Armati tutti di un fucile, rincorsero i viandanti e raggiuntili all’altezza della fornace dei Rosa, li assalirono per rapinarli. Ne uccisero barbaramente tre, quindi, spogliati i morti e fattisi consegnare gli averi dai vivi, tornarono all’osteria dei Ponteseli, dove fecero un resoconto del misfatto a Bastian de Grandi, capo della banda, e ad Antonio de Mori, suo servitore, che s’incaricarono poi di vendere la refurtiva ad un ricettatore dl la zona di Cologna Veneta.
Di Sonia Residori da Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021
Vi proponiamo La storia delle famiglie nobili vicentine presenti nella toponomastica vicentina, Tratto dal libro “Storie di Strade”.
Gli storici moderni, hanno ormai definito i tratti culturali della famiglia di nobile lignaggio, concepita oggi, come un’entità del passato. Per lignaggio si intende un’ unità famigliare estesa alle relazioni di parentela avendo come gruppo, un antenato comune. Questo aspetto non è da ritenersi solo in riferimento a titoli, onorificenze che sicuramente distinguevano certi gruppi famigliari da altri, ma è anche una dimensione di valori diversi come l’onore, il diritto di precedenza, l’esclusione di altri ceti sociali. Il lignaggio aristocratico fu anche la conoscenza della propria antichità storica, le imprese gloriose degli avi, la consapevolezza di appartenere ad un gruppo cui spettava l’onore e l’onere di guidare le sorti della città di origine. L’emergere della nobiltà in tutti i paesi europei fu un fenomeno significativo in particolare nelle città e nei comuni minori italiani. La gestione della res publicae era inscindibile dal ruolo svolto dalle famiglie aristocratiche, il lignaggio aveva la sua preminenza economica per la capacità dei nobili di interagire con altri nelle complesse reti di amicizia. L’eguaglianza di tutti i cittadini nei doveri e nei diritti era del tutto compatibile con l’esistenza di forti differenze nel peso politico, nelle ricchezze, perché la partecipazione alla vita politica non era individuale, ma Comune come associazione giurata, importante il ruolo di pacificatori svolto dagli aristocratici nei confronti delle beghe che animavano i sudditi.
L’Onore distingueva tutti i rapporti sociali e sanciva la gerarchia nella società.
Lo status di nobile aveva affermato alcuni privilegi come il diritto di precedenza e la distinzione tra tutti gli altri.
La dimensione dell’onore non era una posizione economico sociale ma era anche un pericoloso terreno di conflitti. Il rapimento di giovani ereditiere era frequente e ridefiniva la dimensione dell’onore. La Repubblica Serenissima per i rapimenti, emanò nel 1574 una legge contro questi crimini particolarmente odiosi. L’ideologia nobiliare aveva una cultura intrisa di valori mitici e religiosi. Per le famiglie nobili era comunque necessario trovare alleanze soddisfacenti magari attraverso i matrimoni per cui si concedevano alle figlie doti matrimoniali cospicue purché si maritassero convenientemente. Il matrimonio era una strategia elaborata e ponderata che mirava a creare alleanze famigliari. I nobili celebravano i loro riti con scambi sociali e relazioni affettive ma anche scegliendo edifici sacri come chiese, cappelle, oratori, i grandiosi sepolcri di famiglia come nel Cimitero Monumentale della città dove la dimensione sacrale del lignaggio era massima. Un’ altra voce che dava il grado del prestigio raggiunto da una famiglia era il Palazzo cittadino che misurava il valore della famiglia destinata a governare la città. La storia di una città è la storia delle famiglie che avevano un ruolo di prestigio, per molti secoli gli aristocratici Vicentini svolsero questo ruolo con onore.
Di Luciano Parolin da Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021
Il viandante è appena entrato nel bosco abbandonando la strada dei Berici dopo Perarolo. Conosce bene la deviazione che lo condurrà alla meta, ma gli piace fermarsi davanti al grande cippo viario in pietra e leggere le indicazioni incise per Sant’Agostino, Vicenza, Perarolo, San Gottardo.
La stradina è sterrata in ripida discesa. Quando spiana, il bosco si apre sulla valle delle Casare. Nel vicino orizzonte a oriente si disegnano contro il cielo la cupola e il campanile della Basilica di Monte Berico, sulla sinistra Valmarana segna la collina col campanile dell’antica chiesa di San Biagio.
La ragazza col berretto rosso, che accompagna il viandante, correndo è già davanti all’oratorio. Al mattino di buon’ora, erano entrati nella cappella del convento di clausura delle Carmelitane a Monte Berico. Di là della grata protetta da una tenda verde si alzò il canto della Salve Regina. Pareva che le suo- re donassero un augurio per il cammino li aspettava. Prima dell’oratorio si scorgono i cipressi e le acacie che incalzano il pendio ai lati della strada. Sull’arco dell’ingresso è scritto SALVE REGINA, nell’inferriata che chiude l’ogiva, sopra la porta di ferro, è ritagliato un cuore. “Sacello della Beata Maria Vergine Addolorata”: così lo chiama Papa Pio X in una sua lettera spedita da Roma il 30 luglio 1904 per la concessione di indulgenze.
E’ la chiesa più vicina al cielo sul territorio di Altavilla, solo il nucleo centrale, quello originario, poi le estensioni successive ricadono anche nel territorio del Comune di Arcugnano. Mi hanno raccontato che il cippo di confine tra i due Comuni sia proprio sotto l’altare. I Papi scrivono in latino. Sacellum: recinto all’aperto con un’area consacrata si legge nel vocabolario. Qui la sacralità la percepisci anche attorno, come se il bosco fosse una cattedrale vivente e prende anche un senso di serenità nell’essere lì, immobile e non parlare, non dire niente a chi ti sta vicino, neanche che sei felice. Luogo di grande riconciliazione spirituale con il cielo. Così pensava il viandante mentre lo sguardo scendeva dalle cime dei cipressi e si calava dall’azzurro del cielo al rosso dei coppi che coprono il tetto dell’ottagono originario. Già ci si accorge di come la chiesetta si inserisca nel paesaggio a somiglianza di chiaro elemento geometrico e diventi oggetto di contemplazione. Non ha nulla o quasi delle apparenze della natura, ma con questa entra in armonia senza quindi insidiarla o contrastarla. Prima che il sacello fosse costruito, un segnale religioso distingueva questo luogo: era un’immagine della Madonna affissa a una quercia. Il bosco diventava tempio senza confini. La prima segnalazione rintracciata della costruzione risale al 1893 in un verbale dell’Amministrazione Catastale per la delimitazione delle proprietà nel comune censuraio di Valmarana dove si legge: “Questo giorno 25 ottobre 1893 … onde determinare in modo certo e stabile i confini del fondo denominato Salve Regina posseduto da Bianchini Giuseppe fu Vincenzo, posto nella frazione suddetta, sono stati invitati oltre al possessore del fondo anche i possessori finitimi. Percorrendo le fronti di detta possidenza si è trovato che: A levante confina con Bianchini Giuseppe e che il confine è costituito da una linea retta individuata da un termine comunale e da un muro compreso dalla chiesetta di Salve Regina. Detta chiesa segna il confine fra il Comune di Arcugnano ed il Comune di Valmarana. A mezzogiorno e ponente confina con la strada vicinale detta di Malpasso e il confine è costituito da una linea curva.
individuata dallo spigolo della chiesetta di Salve Regina e da un picchetto provvisorio. A settentrione confina con Caneva Antonio e il confine è costituito da linea spezzata in tre tratti determinata da due picchetti uno già descritto da una croce in sasso e da un termine comunale pure descritto.” I lavori di costruzione del sacello terminarono nel 1903, dopo essersi protratti per anni sotto la cura di padre Giovanni Maria Bianchini dei Servi di Maria. Chissà cosa pensavano i boscaioli nel veder sorgere quegli archi gotici uniti nella forma dell’ottagono. Nel 1904 il sacello era benedetto e l’otto del mese di maggio vi si celebrava la prima messa. Cinque anni dopo, un altro ottagono, più ampio, coronava il primo completando la costruzione.
E’ inaugurato solennemente solo il 12 settembre del 1910. Costruttore e forse progettista fu nonno Ettore che allora aveva ventinove anni. L’ottagono è simbolo della resurrezione ed evocatore della vita eterna. Le antiche fonti battesimali sono ottagonali o si innalzano su otto pilastri. L’otto è il numero dell’equilibrio cosmico e delle direzioni dei punti cardinali unite alle direzioni intermedie. Sul pinnacolo in pietra, al centro del tetto di coppi rossi, il viandante osserva una croce di ferro a quattro braccia. E` orientata secondo i punti cardinali.
Coincidenze? Continua a pensare che anche i raggi delle antiche ruote di legno erano, di solito, otto e che l’otto è legato alla Ruota e all’Ottuplice Sentiero buddista, ai petali del fiore di loto. Da un fiore ad otto petali escono le piccole croci di ferro, sempre a quattro braccia orientate, che concludono le due torrette sul tetto basso in pietra tenera finemente disegnata e bugnata, sormontate da una cupola vagamente orientale. Sulla cupola un fiore in pietra a otto petali si apre a contenere le croci. Sotto le croci le banderuole segnavento, bloccate dalla ruggine in direzioni di venti antichi. L’ottagono e il numero otto, si rincorrono continuamente, non come qualcosa di disperso, ma come un non numerabile mirato a costruire un’unica identità. Il viandante si rende conto che se continua a pensare entrerà in acque molto agitate.
Allora cerca una spiaggia cui approdare. Gira attorno alla chiesetta per scoprire a nord la facciata del romitaggio di fra Giovanni Maria con le finestre a bifora sovrapposta. Sopra la bifora superiore pende una campanella. Chissà quando suona, chissà come sarà questo suono libero sulla valle aperta e come voleranno via gli uccelli del bosco. Gli uccelli! Negli anni in cui celebrava padre Pietro Maria Contessa dei Servi di Maria, vi fu una domenica di primavera che la santa messa si celebrò con le porte spalancate. C’era nell’aria un profumo mai dimenticato e gli uccelli non smisero di accompagnare la celebrazione con i loro canti. Ad un certo momento il frate chiese a tutti, anche a se stesso, di stare in silenzio, di lasciar entrare nel sacello quel canto perché ci fosse solo quel suono negli ottagoni consacrati. La Beata Vergine sull’altare non pareva più Addolorata. Erano gli “uccelli dell’aria” di suo Figlio. Il romitaggio è impostato su due piani.
La porta d’ingresso verso mattina è ad arco gotico come la finestra che la sovrasta, quattro aperture a ogiva si aprono sulla parete verso il tramonto. Il viandante sorride vedendo ai lati delle porte i ‘feri par netàre le scarpe dal paltàn’. Pensa ai villici che arrivavano traversando i prati o per sentieri e mulattiere, le scarpe già pesanti, più pesanti ancora per il fango. Li vede fermarsi davanti a quel ‘fero’ poi entrare con tutta la loro fede addosso per recitare la Via Matris Dolorosae: Simeone davanti al gran Tempio, l’Angelo che invita Giuseppe a fuggire, Gesù che si smarrisce nel tempio, l’incontro sulla strada del Calvario, Gesù che muore, il Figlio deposto, il Figlio nel sepolcro. E la giovane madre sempre lì con il suo presente affanno e il suo dolore.
Il viandante non crede che la giovane Myriam abbia pianto, perché se le sue lacrime avessero profumato la terra, adesso il mondo sarebbe diverso. La statua della Madonna Addolorata ha conosciuto la strada per Ortisei quando nel 1955 vi fu portata per ricavarne una copia che sarebbe stata collocata nel santuario dei Servi di Maria di San Carlo a Milano. La nuova statua riesce male e così i Padri di Milano si trattengono l’originale che fanno benedire dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini il 7 dicembre 1955. Intanto il Priore di Monte Berico si vede ritornare la copia mal riuscita della Beata Vergine. Recita un paio di giaculatorie non previste dal breviario e rispedisce la statua a Milano. Il religioso trafugamento non dura molto. Il 22 aprile dell’anno dopo una folla acclamante assiste al solenne trasporto dell’originale nella chiesetta della Salve Regina.
Il parroco di Valmarana era allora don Mario Frangipane. Questo cognome dolcissimo insidia da sempre l’anima del viandante. Gli ricorda i viandanti del Vangelo nella casa di campagna di Emmaus, la cena, lo spezzare del pane, il riconoscimento. Adesso la statua è sull’altare, con le mani giunte, col capo rivolto verso il basso, verso di noi, gli occhi chiusi, una corona di stelle sul capo, il Figlio nel tabernacolo ai suoi piedi. Ai lati i sette Santi Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria. Padre Pietro Maria Contessa e don Mario Frangipane non ci sono più. Anche tanti altri sono partiti per quell’altrove che ci aspetta. Di loro due il viandante non ricorda le parole, ricorda solo la figura sacerdotale. Ma un altro Servo di Maria insegue il viandante, in questi tempi, con le sue parole: Padre Ermes Maria Ronchi. Lui racconta che è necessario molto silenzio per ascoltare lo stupefatto silenzio di Dio. Insegna che Dio non lo trovi negli abbagli delle grandi visioni, nello splendore di un grande tempio, ma nella vita che è un’anfora di ombre. Nel buio di un grembo sta la luce
della vita. Racconta ancora di Maria e di tutte le madri che attendono non per una mancanza o per un’assenza da colmare, ma per una pienezza, per una sovrabbondanza di vita, per generare. Poi ci chiede di partire in pellegrinaggio verso il luogo del cuore, per decifrare le radici delle nostre azioni. Ci guarda negli occhi e ci dice che non siamo fragili o poveri, quanto piuttosto creature incompiute in cammino verso forme più alte.
Il muro della chiesa è caldo nel sole di mezzogiorno. Qualcuno ha piantato rami fioriti nei due vasi al lato della porta. Il viandante si siede. La ragazza col berretto rosso che lo accompagna si è allontanata nei prati di sotto. Nel silenzio intatto basta un leggero richiamo. La ragazza si gira, fa un cenno alzando il berretto. Sarà qui subito. Intanto il viandante recita sottovoce una Salve Regina.
Di Giorgio Costantino Rigottoda Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021
Festeggia nel 2023 il mezzo secolo a Vicenza, ma l’accento fiorentino è rimasto quello di quando Alessandro Belluscio è arrivato in città per un impegno di lavoro che doveva durare poco e, invece, è stato l’occasione di un trasferimento definitivo. “Ero ispettore della Fondiaria – ricorda –. Mi mandano a Vicenza per risollevare una piccola agenzia che non andava bene. Pochi giorni dopo, il 15 maggio 1973, mi chiama l’amministratore delegato della compagnia e mi propone di rilevare l’agenzia. La risposta? La mattina dopo! Ho detto sì e sono ancora qua.”
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Cinquanta e più sono anche gli anni della collaborazione con Fondiaria di Alessandro Belluscio, titolare con il fratello della Belluscio Assicurazioni che ha sede nel Palazzo della Dogana, nel Centro Storico della città, e controlla una rete di dieci agenzie in provincia. “La nostra – sottolinea con palese orgoglio – è la prima agenzia di Vicenza e una delle più grosse d’Italia.”
Imprenditore sì, ma sportivo da sempre. “Sono di Borgo san Lorenzo, comune della Città Metropolitana, e i miei primi sport sono legati a Firenze. Facevo atletica leggera, correvo gli 800 metri, e giocavo a tennis, che ho dovuto lasciare per un infortunio. Andavo a vedere le partite della Fiorentina in Curva Fiesole. Non dimenticherò mai un gol di testa di Hamrin, che non era propriamente alto. Ricordo il debutto di Antognoni nel ’72. Dal Lanerossi vennero a Firenze Speggiorin, Vitali, dei bidoni…”
Handicap post Covid di 17 buche per assicuratore vicentino di… Firenze. Belluscio: migliorerò!
A Vicenza il colpo di fulmine: scopre il golf, che diventa una parte importante della sua vita e lo è ancora. I primi swing li prova sul campo pratica di Sant’Agostino perché a Vicenza non c’è ancora un campo, poi lezioni sulle 18 buche del Meltar di Asiago e si accasa, infine, al Club Colli Berici di Brendola. “Oggi ho un handicap 17 perché, a causa del Covid, ho giocato poco ma posso migliorarlo. Gioco tutte le domeniche e, d’estate, anche il sabato. Partecipo ai tornei sociali e anche a quelli ufficiali. Sono stato all’estero per giocare, in Scozia Spagna Portogallo…”
Le sfide non ufficiali sono sempre con gli amici del gruppo “Golf e Torcolato”, una ventina di golfisti che – come si deduce dal nome della compagnia – coinvolgono sport e buona cucina. “Siamo una ventina. Fa parte del gruppo anche il cardiochirurgo Sandro Frigiola, a cui sono molto legato. Dopo la partita, chi ha perso paga il pranzo agli altri. Mentre si gioca sono ammessi gli sfottò e le battute per deconcentrare chi deve tirare. Si può perfino gufare.”
Belluscio e il Luxury Golf Trophy a Brendola nel 2021
La passione per il golf non si limita al green ma si è estesa da tempo alla scrivania: “sono vicepresidente del Club Colli Berici da quindici anni, sempre in tandem con il presidente Alberto Ferrari e sono anche presidente del cda dell’Immobiliare. Abbiamo fatto crescere il club, che oggi conta seicento soci. Abbiamo assunto dal 1° gennaio un nuovo direttore, Luigino Conti, molto noto nel nostro mondo e, con lui, puntiamo al ringiovanimento degli iscritti.”
Iscrizione, quindi, a 10 euro per i giovani per convincerli che il golf non è uno sport d’élite: “il maestro costa come quello di tennis, sacca e mazze un migliaio di euro ma durano dieci anni, il campo è un ambiente sano e curato dove si possono passare molte ore. Qui i ragazzi imparano l’autocontrollo, il rispetto delle regole e per la natura.”
A Vicenza Alessandro Belluscio, pur senza rinunciare al tifo per i Viola, s’appassiona al Lanerossi. “Erano gli anni del Real Vicenza, di G.B. Fabbri, di Paolo Rossi. Ho conosciuto alcuni di quei giocatori perché frequentavano come me il ristorante Sergio e Ciacio. Da allora sono rimasto sempre vicino al Vicenza, continuo ad andare a vedere tutte le partite al Menti. Sono anche sponsor, come lo sono dell’Arzignano.”
Non ha mai voluto entrare in società ma è stato uno dei fondatori di Vicenza Futura, il gruppo di imprenditori che voleva costruire a Vicenza est una Cittadella dello sport con nuovo stadio e nuovo palasport. “Era un grande progetto, volevamo dare qualcosa d’importante alla città ma abbiamo trovato ostilità dappertutto, dai politici ai tifosi ai gruppi economici.”
Alessandro Belluscio e il golf
Un’altra avventura sportiva è stata il progetto dei Mondiali di ciclismo 2020 a Vicenza. “Abbiamo portato due arrivi del Giro in città e ci è venuta l’idea di portare il Mondiale. Nell’agosto del 2014 con Claudio Pasqualin, Moreno Nicoletti e Gabriele Viale abbiamo costituito il Comitato promotore. Nel congresso dell’UCI del 2017, in occasione del Mondiale di Bergen, abbiamo avuto l’aggiudicazione ufficiale. Abbiamo lavorato per due anni per preparare il progetto, investendo 100.000 euro, tutti a nostro carico. Ci siamo fatti vedere in tutti i Mondiali per promuovere Vicenza. All’ultimo sono mancate le fidejussioni, che doveva dare il Governo. Prima avevamo l’ostilità del ministro Lotti, che non voleva far fare bella figura a Zaia e alla Lega, poi, quand’è cambiato il Governo, era troppo tardi perché il sottosegretario Giorgetti non aveva le risorse in Finanziaria. Inoltre, il presidente della Federazione Di Rocco non ci ha sostenuto. Peccato, è stata un’altra grande occasione persa da Vicenza.”
Le sedici statue in pietra di Vicenza che abbelliscono le aiuole del giardino del Teatro Olimpico saranno restaurate dai giovani studenti di Engim Veneto, fondazione che si occupa di orientamento e formazione professionale e che ha sede a Vicenza.
Saranno i quattordici allievi del secondo anno del Corso Tecnico del restauro di beni culturali, seguiti da un team di professionisti e formatori, a occuparsi dell’intervento di manutenzione e ripristino. Dopo una prima fase di documentazione e rilievo dei manufatti è prevista una fase diagnostica seguita dall’intervento di restauro seguito dai restauratori e formatori Elena Gironda e Piero Ciampi con la supervisione della Soprintendenza.
L’annuncio è stato dato in una conferenza stampa convocata nel giardino del teatro palladiano ed a cui hanno preso parte il vicesindaco Matteo Celebron, l’assessore alla Cultura Simona Siotto e il direttore dei Musei civici Mauro Passarin. Engim era rappresentato da Ugo Pasquale, componente del comitato direzionale, da Barbara D’Incau, responsabile della sede vicentina, e da una dozzina di studenti. All’incontro ha partecipato anche Grazia Giordani Cielo, presidente del Lions Club Vicenza Host, che sovvenziona il lavoro.
Le statue hanno una origine molto varia. Ci sono quelle del Quattrocento, un rosone che probabilmente viene dalla Chiesa di Santa Maria degli Angeli, che sorgeva lungo il Bacchiglione all’imbocco di Largo Goethe e che è stata demolita nell’Ottocento. Le sculture di figure in piedi che scandiscono il viale interno erano decorazioni del Teatro Verdi, dalla cui distruzione bellica sono state recuperate. La statua accosciata proviene da Palazzo Repeta in piazza San Lorenzo.
Non si conoscono con precisione gli autori di gran parte delle opere. Il fauno con le zampe caprine e il cerbero con le tre teste di cane e il corpo umano risalgono al XVI secolo e sono da attribuire alla cerchia di Camillo Mariani. Quattro busti, due figure distese e una acefala sono state scolpite nel XVIII secolo e appartengono alla cerchia dei Marinali. Sette statue scolpite tra il 1920 e il 1924 dagli scultori vicentini Pozza, Morseletto e Caldana (quelle che si trovavano sulla balaustra superiore del Teatro Verdi) sono del secolo scorso e sono attribuite a Giuseppe Giordani.
Fra quelle che saranno restaurate, non ci sono opere di grande valore ma fanno parte a buon titolo del patrimonio artistico comunale e contribuisco ad abbellire e arredare il piccolo parco retrostante il teatro.
Maria Elisa Avagnina, storica dell’arte, già direttrice dei Musei civici e segretaria dell’Accademia Olimpica ha sottolineato la necessità e l’urgenza di provvedere al recupero e al restauro delle statue che, essendo collocate all’aperto e scolpite in pietra di Vicenza e quindi in un materiale facile da lavorare ma molto delicato e poco duraturo e resistente, presentano segni di degrado e hanno le superfici ingrigite.
“Il restauro – ha spiegato Avagnina – sarà l’occasione per vedere quando e come è nato questo progetto di riuso antiquario all’aperto, che ha reso il giardino del Teatro Olimpico un luogo di raccolta delle sculture erratiche. E, come ogni buon restauro dovrà essere anche l’occasione per un risarcimento non solo materiale delle opere ma anche critico. Non è facile questa ricerca, avevamo già cercato in passato, ma bisognerà tornare negli archivi, approfondire e vedere.”
Giandomenico, figlio di Giambattista Tiepolo, entrò giovanissimo a far parte della bottega del padre e con lui collaborò in numerose opere, acquisendo però ben presto una sua particolare autonomia espressiva, moderna e libera.
Nel 1757 lavorò nella Villa Valmarana “Ai Nani”, in cui realizzò questi celeberrimi affreschi insieme al padre. Eppure una data in essi dipinta, interpretata come “1737”, sembrava escludere un intervento del figlio che all’epoca aveva solo 10 anni.
In realtà, in seguito a più attenti esami, venne appurato che quella cifra era un cinque e non un tre. Ecco quindi giustificato l’intervento del figlio trentenne e questo viene considerato il lavoro più famoso da parte di Giandomenico.
In particolare si dedicò alla Foresteria, dove si scostò dallo stile paterno, più classico, per assumerne uno più moderno, ispirato all’illuminismo. Alcune delle scene qui dipinte furono decisamente precorritrici per i gusti dell’epoca (nella Sala dei Contadini li dipinge durante il loro duro lavoro quotidiano, e nella sala delle Cineserie segue una moda del tempo).
Giandomenico Tiepolo -Pranzo all’aperto di una famiglia di contadini
La scena del pranzo all’aperto della famiglia di contadini è di un realismo spettacolare. La donna, nonostante il fardello della gravidanza, resta in piedi a osservare e pronta a servire, mangiando con il piatto sopra la pancia. Alcune suppellettili già svuotate sono posate a terra ai suoi piedi.
Il contadino è ripreso di spalle su uno sgabello, senza alcun riguardo per l’osservatore, bada solo al suo pasto e imboccando il figlio più piccolo trova quel poco di tempo per trastullarlo sulle ginocchia.
L’altro figlio è seduto per terra mentre si rifocilla con appetito vorace, sembra guardare incuriosito e seccato l’inopportuno osservatore. Un cane alza il capo a fiutare e seguire con lo sguardo dove vanno i bocconi migliori.
Un’altra familiare di sghembo mentre esce infagottata, di spalle e a ridosso della moglie, forma con lei un’unica massa corporea che controbilancia la pancia enorme. Alcune zucche pendono dalla staccionata per finire, una volta maturate, sulla tavola dei signori. A pochi metri di distanza, dentro la villa, un servitore moresco scende una splendida scala di marmo per servire cioccolata in tazza ai suoi padroni e la tecnica illusoria del “trompe-l’oeil” è così realistica da staccarsi alla vista dalla parete su cui è dipinto.
Il realismo naturalistico di Giandomenico è di una qualità narrativa sorprendente, un passo più avanti rispetto alla pittura paterna. La sua pittura è il contraltare alle stucchevoli scene epiche, eroiche, mitologiche e sentimentalistiche del padre. Nella sua espressione usa volutamente un tono minore, quasi dimesso ma spontaneo, e lui così dipinge il “mondo nuovo” e descrive appieno la percezione di crisi del “mondo vecchio”.
Di Luciano Cestonaroda Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021