sabato, Marzo 2, 2024
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Villa Trissino a Cricoli in un sonetto di Giacomo Zanella

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Ai giorni nostri le amorevoli cure dei proprietari hanno recuperato tutta la bellezza di Villa Trissino a Cricoli. Ma quella che poteva vedere Zanella negli ultimi decenni dell’ottocento era una villa caduta in un penoso stato di abbandono.

Sicuramente tante volte, nel tragitto da Vienza a Cavazzale e viceversa, Giacomo Zanella si trovò a percorrere quel tratto di strada che attraversava la campagna a nord della città: una zona di amena bellezza chiamata Cricoli, con lo sfondo dei colli in lontananza, il fiumiciattolo Astichello che scorre placido e solitario fino a confluire nel Bacchiglione, e dall’altra parte un’architettura che si alza superba in mezzo alla pianura la villa-castello dei Trissino.

Era un paesaggio agreste incontaminato quello che ci viene descritto in quegli anni: «L’immensa pianura che si protende uniforme dalla parte del mare, il prospetto della città fiancheggiata dalla sinuosa distesa dei Berici e signoreggiata dalla torre che s’innalza e svetta leggera al di sopra dei più alti edifizi e via via la cerchia dei Colli che seminata di campanili e di villaggi corre, a foggia di anfiteatro, da Creazzo a Sant’Orso, a Breganze, a Bassano, ad Asolo, e più lontane, quasi cavalloni di un mare in tempesta, le creste azzurre e ineguali delle Alpi non potrebbero rendere più incantevole il sito, né porgere più varia e pittoresca la scena».

Con il suo espandersi la città si è estesa con i suoi quartieri fino a lambire quel sito, dove un tempo ristagnavano le acque: «Se, tolto l’occhio da quello stupendo panorama, ti raccogli a guardare le adiacenze del luogo, non duri fatica ad ravvisare come il rialto su cui sorge la villa di Cricoli declini maggiormente della parte dell’Astichello. L’acquitrinoso di quei prati, che si protendono ubertosi sino alla riva del fiume, accenna ancora ad un luogo in cui l’acqua doveva un tempo stagnare. Il naturale abbassamento del terreno e la denominazione di “Laghetto” che si dà tutt’ora a quel sito dove le acque del fiume si raccolgono a volgere le ruote di una sega e di parecchi mulini fanno congetturare che l’Astichello, non contenuto ancora da ar2gini, porgesse ivi e nei dintorni aspetto di lago e del Lago si chiamò anticamente la contrada. Nel secolo decimosettimo ricordava ancora, con la scorta forse di antiche tradizioni, che nelle bassure dell’ Astichello dove era vietata ogni escavazione, aprivasi un lago entro il quale i Vicentini esercitavano in battaglie navali».

Villa Trissino
Villa Trissino

Ai giorni nostri le amorevoli cure dei proprietari hanno recuperato tutta la bellezza del monumento. Ma quella che poteva vedere Zanella negli ultimi decenni dell’ottocento era una villa caduta in un penoso stato di abbandono: non più abitata da nobili colti e ricchi ma divenuta un ricovero per gli attrezzi dei contadini, con l’erba che avanzava fino ad aggredire gli ingressi, con le pareti un tempo coperte da pregevoli affreschi annerite dal fumo delle rozze lanterne. Nelle splendide sale avevano trovato ricovero i rastrelli, le reti, gli imbuti – dice Zanella – gli attrezzi della campagna .

Bernardo Morsolin nel 1878 lamentava anch’egli lo stato di abbandono in cui si trovava la villa: «La voracità del tempo e l’incuria degli uomini vi hanno esercitato sopra il lavoro lento, ma certo, della distruzione. Lo scrostamento dei pavimenti, l’affumicamento degli intonaci, gli sgorbi molteplici che ne deteriorano i dipinti e le sentenze, ora greche e ora latine, segnate con rara sapienza sugli architravi degli usci e sulle pareti delle stanze, fanno soverchio contrasto con la moderna civiltà perché l’animo del riguardante non ne abbia a uscire con un senso di sdegno disgusto». Una incisione di fine ottocento ci offre l’immagine di come appariva villa Trissino al suo esterno: un cortile rustico adibito ai lavori agresti, con un carro che avanza trainato dai buoi e cumuli di materiali – forse fieno, legna o letame – in disordine ovunque. Mentre un tempo quegli stessi spazi intorno alla villa erano un contesto di splendidi giardini adorni di rose, di statue e fontane. «A tramontana del palazzo, là dove il terreno si abbassa in una ubertosa pianura, frondeggia un boschetto. A maggiore ornamento della villa aveva il Trissino fatto piantare un giardino e un orto di diverse piante e tra le altre un ordine assai bello di bossi; non seppe a chi di meglio rivolgersi che al giardiniere di Porto, luogo delizioso della Marchesana di Mantova».

Eppure quelle mura che nonostante il decadimento “torreggiano” ancora a fine ottocento (cioè dimostrano l’aspetto delle possenti e vetuste torri che erano state un giorno e sembrano rammentare ancora la loro storia di prestigio e potenza) potevano veramente raccontare un passato spettacolare e glorioso. L’antica proprietà dei Valmarana passò ai veneziani Badoer e quindi nella seconda metà del quattrocento ai Trissino.

Era un castello con torri, una dimora dell’epoca gotica che fu rinnovata in forme rinascimentali con grande gusto ed equilibrio secondo Ottavio Bertotti Scamozzi: «Chiunque però ne sia stato l’architetto questa casa merita di essere ammirata per la difficoltà che egli avrà dovuto superare cioè di veder ridurre un’abitazione costruita alla maniera Gotica, come rilevasi da alcune parti interne, ad un nobile gusto Romano antico armandola di un grazioso prospetto di squisitissima eleganza».

I Trissino si adoperarono molto per abbellire la loro dimora di Cricoli, com’era costume delle famiglie principesche nelle corti italiane: chiamarono artisti quali Francesco Albanese ad eseguire gli stucchi per il piano terreno, Girolamo Pisano e Alessandro Maganza per i dipinti della sala e delle altre stanze.

Fu la dimora molto cara a Giovan Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, uno dei massimi eruditi italiani del XVI secolo. Secondo i biografi “aveva un’anima avvezza alla vita delle grandi città”, prediligeva “il contatto con gli uomini amanti degli studi e delle Arti, il culto delle Muse e delle Grazie”. Ospitale quanto nessun altro, aveva creato la sua corte, la sua Accademia, dispensando la sua principesca liberalità agli uomini virtuosi.

Antica tradizione vuole che proprio qui, nella seconda metà degli anni ’30 del cinquecento Giangiorgio Trissino abbia conosciuto il giovane scalpellino Andrea di Pietro impegnato nel cantiere della villa e ne abbia intuite le potenzialità e il genio, determinando quella svolta nella sua vita che lo avrebbe portato a diventare uno dei vertici del Rinascimento.

La villa dei Trissino ospitò nel 1576 per qualche tempo il cardinale Giambattista Castagna, arcivescovo di Rossano, legato papale al Concilio di Trento, nunzio dapprima del Papa a Venezia, e successivamente Papa egli stesso col nome di Urbano VII, oltre ad una folta schiera di amici letterati; per questo Zanella nel sonetto definisce la villa “di pontefici asilo e di poeti”.

Oltre al degrado materiale della villa “tacciono gli ingegni”, quelli dei poeti, dei letterati, degli artisti di un tempo. Giacomo Zanella, poeta e letterato, che aveva fabbricato la sua villa sulla sponda opposta a Cricoli a distanza di forse tre chilometri, nel guardare il degrado di villa Trissino avrà di sicuro pensato a Giangiorgio, letterato famoso e celebrato nei secoli addietro e ormai caduto nella polvere dell’oblio.

«Pochi, per non dire nessuno, leggono le opere di Giangiorgio Trissino, eppure qual v’ha storico delle lettere italiane che non ne faccia parola? Chi non sentì discorrere, almeno sui banchi della scuola, delle innovazioni dell’alfabeto, delle questioni intorno alla lingua, dell’Italia liberata o della Sofonisba?».

L’unico segnale di vita che avverte Zanella è lo scorrere placido dell’acqua del fiume Astichello che lambisce i terreni della villa, un moto che si perpetua sempre uguale e che sfida il tempo, quasi un simbolo di eternità, insegnando come in questo mondo tutto passa; quell’ “L’Astico rubesto dove le ripe si coprono di nocciolo e di verdeggianti boschetti”. Sic transit gloria mundi.

Il “povero” Astichello è ciò che sopravvive, il semplice corso d’acqua, mentre la gloria, la grandezza, la ricchezza, la fama, riferite all’uomo sono destinate a scomparire. Questo fiumiciattolo è molto caro a Zanella e dà il titolo a una sua raccolta di splendidi sonetti in cui sono la natura, il paesaggio, gli animali, il lavoro della campagna, che vengono celebrati. Ogni sonetto è un quadro di classica bellezza in cui il poeta osserva e medita, traendo insegnamento e morale, trascendendo la natura stessa.

Rif.:

Giacomo Zanella – Astichello e altre poesie, Ulrico Hoepli 1884 Bernardo Morsolin – Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato del XVI secolo, Burato 1878.

Ottavio Bertotti Scamozzi, Il forestiere istruito delle cose più rare di architettura,Vicenza, 1761

Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


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