venerdì, Aprile 19, 2024
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La Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571: il tributo di Vicenza

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Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega Santa vinse la battaglia di Lepanto sotto le insegne di Papa Pio V. La Lega Santa, composta dalla Repubblica di Venezia, dall’Impero Spagnolo – che al tempo conglobava il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia – , la Repubblica di Genova, lo Stato Pontificio, i Cavalieri di Malta, il Ducato di Savoia, il Granducato di Toscana, il Ducato di Urbino, la Repubblica di Lucca e i Ducati di Ferrara e Mantova, riportò una schiacciante vittoria sulla flotta dell’Impero Ottomano al largo di Lepanto e più precisamente nello specchio di mare delle isole Echinadi.

L’antefatto: l’eccidio di Famagosta

Prima di narrare i fatti è opportuno chiarire alcuni aspetti dell’antefatto.Lepanto fu la conseguenza diretta di un’altra battaglia, quella di Famagosta, oggi città de facto sulla parte turca dell’isola di Cipro e dominio della Serenissima Repubblica di Venezia fin dal 1489 che ne rinverdirono i fasti fortificandola e rendendola uno dei crocevia privilegiati del Mediterraneo. Nelle intenzioni di Papa Pio V, secondo la versione ufficiale, c’era quella di vendicare la carneficina di Famagosta e Nicosia ma, secondo molti storici, la vera ragione che portò alla battaglia di Lepanto fu il timore di un allargamento dei domini ottomani e la conseguente islamizzazione dei popoli conquistati. Nel 1570 i Turchi, avendo appreso che all’Arsenale di Venezia erano stati danneggiati da un’esplosione i magazzini del legname e delle polveri, c’è il fondato sospetto che a provocarla siano state spie infiltrate del sultano turco Selim II, e che il grave danno aveva rallentato l’attività costruttiva ed i rifornimenti ai possedimenti veneziani del Levante, assediarono l’isola di Cipro. Dopo aver conquistato con una certa facilità Nicosia, governata al tempo dal veneziano Nicolò Dandolo, e aver ucciso oltre cinquecento tra veneziani e greci, rivolsero la loro attenzione su Famagosta che a differenza di Nicosia si dimostrò subito un osso ben più duro. Marcantonio Bragadin, senatore e governatore dell’isola, coadiuvato al comando da Astorre Baglioni, ufficiale perugino al servizio della Serenissima, da lungimirante uomo d’armi qual’era aveva messo in buon conto una sortita dei Turchi e aveva accumulato viveri, acqua dolce e munizioni per resistere ad un eventuale assedio, è opportuno precisare che il bastione Martinengo di Famagosta, opera di Michele Sammicheli (lo stesso che in laguna progettò e realizzò il forte di Sant’Andrea ndr) citato in molti testi come splendido esempio di fortificazione alla moderna, fu fondamentale per consentire ai veneziani la difesa ad oltranza durante un assedio durato quasi un anno. Alla fine i turchi riuscirono a far breccia nel muro fortificato

nei pressi dell’Arsenale e, anche se i veneziani respinsero con coraggio i ripetuti attacchi, la situazione si era fatta insostenibile per la scarsità di cibo, acqua e polvere da sparo della quale ne erano rimasti solo sette fusti. Il primo agosto 1751, nell’impossibilità di protrarre oltre la difesa della città, il Bragadin concordò la resa, chiedendo che tutte le persone ancora in vita fossero risparmiate, condizione accettata da Lala Mustafà. L’epilogo fu ben diverso perché Lala Mustafà non tenne fede a nessuno degli accordi presi, Astorre Baglioni venne impiccato ben tre volte a scopo dimostrativo ed il suo cadavere fu lasciato al ludibrio dei soldati turchi che ne fecero scempio, mentre Marcantonio Bragadin, dopo aver subito il taglio delle orecchie, venne rinchiuso in una piccola gabbia messa al sole e seviziato e torturato per sedici giorni per dover poi subire l’umiliazione di dover trasportare a spalle pesanti sacchi di terra verso le batterie d’artiglieria, dovendo baciare la terra ogni volta che passava davanti davanti alla tenda del mustafà per essere poi scuoiato vivo nella piazza principale di Famagosta di fronte ai superstiti delle milizie veneziane. Famagosta fu lasciata in balia delle milizie turche che si resero colpevoli di violenze inaudite trucidando veneziani e greci, di stupri di massa e di altri odiosi atti di violenza ai danni della città. La pelle del Bragadin fu trionfalmente inviata a Costantinopoli sull’ammiraglia della flotta turca e riposta in una cassa nell’arsenale di quella città ma il trofeo non rimase lì per molto perché nel 1580, la pelle, venne trafugata da Gerolamo Polidoro, un soldato veneto di Verona fatto schiavo dai turchi, che, corrompendo le guardie, in un barile di pesce salato riuscì, tramite il bailo della città Antonio Tiepolo, a farla rientrare a Venezia.

La battaglia navale di Lepanto

Da Famagosta e da Costantinopoli, spostiamoci di molte miglia marine e ritorniamo nello specchio di mare delle isole Echinadi (o Curzolari come le chiamavano i veneziani ndr) dove le 208 galee sottili e le 6 galeazze della Lega Santa armate con 1.815 pezzi di artiglieria oltre ad altre 25 navi di appoggio la cui propulsione era affidata alle possenti braccia di 43.500 rematori disposti ai banchi incrociavano in attesa di poter ingaggiare la flotta turca. Del totale della flotta cristiana il contributo veneziano è il più consistente con ben 109 galee, delle quali più della metà giunte da Candia (l’attuale Iraklio sull’isola di Creta, ai tempi possedimento veneziano ndr), e sei galeazze giunte direttamente da Venezia, intenzionata a vendicare nel sangue l’affronto di Famagosta e Nicosia e la morte di Marcantonio Bragadin che a Venezia aveva destato un enorme scalpore e molta rabbia, anche se, come abbiamo già detto, lo scopo principale era quello di mettere un freno all’espansione ottomana. Le centoquindici navi veneziane erano agli ordini di Sebastiano Venier, Capitano Generale Da Mar della Repubblica di Venezia, e di Agostino Barbarigo, prima diplomatico e poi anch’egli Capitano Generale Da Mar (fu il Barbarigo a trasmettere la carica di Capitano Generale Da mar al Venier il 10 aprile 1571 ndr) ed imbarcavano, oltre ai rematori, i fanti da mar della Repubblica di Venezia, mentre la flotta ottomana era comandata da Müezzinzade Alì Pascià ed era composta da ben 344 navi tra galee, galeotte e fuste che però erano armate nella loro totalità con soltanto 750 pezzi di artiglieria ed imbarcavano 41.000 rematori ed un totale di ben 118.000 uomini.

Sebastiano Venier era un uomo pragmatico, schivo, di quello che fu definito un “pronto ingegno” anche se a Venezia aveva fama di essere abbastanza iracondo e manesco. Fin da giovane si dimostra un abile giurista e ricopre per la Repubblica di Venezia molte cariche importanti tra le quali, nel 1548, quella di governatore di Candia. Nel 1562 viene eletto Savio Grande della Repubblica e nel 1570 Procuratore di San Marco, come vedremo più avanti arriverà al soglio dogale nel 1577. Ai tempi di Lepanto Sebastiano Venier aveva settantaquattro anni e dal ponte della Capitana, posta al centro dello schieramento aveva il compito di comandare la flotta che era schierata in formazione con al corno destro al comando Andrea Doria della Repubblica di Genova, al centro la Repubblica di Venezia con Sebastiano Venier, lo Stato Pontificio con Marcantonio Colonna e l’Impero Spagnolo con Giovanni D’Austria, al corno sinistro ancora la Repubblica di Venezia con Agostino Barbarigo, al tempo cinquantacinquenne, mentre le riserve erano comandate da Alvaro De Bazàn Marchese di Santa Cruz, al servizio dell’imperatore di Spagna. Il compito di fare da esca fu assegnato alle sei galeazze veneziane che erano le meglio armate e, per la loro altezza e la disposizione dell’artiglieria di bordo le più adatte allo scopo, sulle quali gli spadaccini erano stati sostituiti con altrettanti archibugieri allo scopo evidente di aumentare la potenza di fuoco già garantita dall’artiglieria. Le imponenti galeazze veneziane godevano di una sinistra fama tra le marinerie del tempo erano infatti ottimamente armate con cannoni di bordata, a prua e a poppa e nonostante la stazza erano veloci in manovra e quasi impossibili da abbordare, tanto da essere definite: “castelli in mare da non essere da umana forza vinti”. Fedeli al loro ruolo le sei esche veneziane aprono per prime il fuoco con il devastante effetto di affondare o danneggiare molto gravemente circa una settantina delle navi turche e di procurare danni e gravi perdite all’avanguardia dello schieramento navale ottomano, destabilizzando immediatamente il nemico. Alì Pascià vista la malaparata evita l’abbordaggio delle sei galea ze concentrando la sua attenzione sulla galea comandata da Giovanni D’Austria con l’intenzione di ucciderlo per demoralizzare gli altri comandanti della Lega Santa, con una manovra accerchiante convenzionale tenta di avvicinare la galea comandata da Giovanni D’Austria e le altre del centro dello schieramento cristiano ma quando è a tiro di artiglieria tutte le galee ammainano gli stendardi per issare lo Stendardo di Lepanto rappresentante il Redentore Crocefisso e lo stesso Giovanni D’Austria ordinò di dare fiato alle trombe mentre lui sul ponte principale della sua galea si produsse in una concitata danza che gli spagnoli chiamano la Gagliarda; in quello stesso momento avvenne il disimpegno della galea genovese comandata da Andrea Doria che rifiutò l’ingaggio, cosa che invece accettò Giovanni D’Austria mentre la galea di Alì Pascià, evitando le bordate delle galeazze, faceva prua verso la sua e quando fu a tiro venne abbordata dai fanti sardi (al servizio dell’impero spagnolo ndr) che da prua combattevano furiosamente per aver ragione dei turchi ammassati a poppa. Il disimpegno della galea di Andrea Doria aprì però un consistente varco nel corno destro dello schieramento della Lega Santa nel quale riuscì ad insinuarsi il comandante turco Uluč Alì attaccando un gruppo di galee dalmate in forza allo schieramento veneziano, trovando però la strenua resistenza della galea San Trifone di Cattaro e del suo comandante Girolamo Bisanti che fecero desistere i turchi dal continuare l’attacco. Uluč Alì dopo aver desistito per la resistenza della San Trifone si dirige su un altro gruppo di galee sottili e riesce ad avere il meglio, con un attacco da poppa, dell’ammiraglia dei Cavalieri di Malta, della Piemontesa del ducato sabaudo, della Fiorenza e della San Giovanni del Granducato di Toscana, causando lo scompiglio nella formazione del corno destro della formazione cristiana. Lasciamo il corno destro dello schieramento e portiamoci sul corno sinistro dove le cose stanno prendendo una brutta piega per il Capitano Generale Da Mar e nobile veneziano Agostino Barbarigo intento a respingere i continui e feroci attacchi del comandante turco Scirocco, al secolo Mehmet Shoraq, che tentava di insinuarsi tra le navi e la terraferma nel tentativo di accerchiare la parte sinistra dello schieramento cristiano, sulla galea del Barbarigo lo scontro è feroce e serratissimo e il ponte è ricoperto di sangue e corpi, lo stesso Barbarigo per impartire meglio gli ordini si alza la celata dell’elmo e viene quasi subito colpito da una freccia ad un occhio, morirà due giorni dopo il 9 ottobre. A scongiurare il peggio arriva in soccorso il Marchese di Santa Cruz con le galee della riserva che attaccate le navi di Scirocco riesce a catturarlo e lo fa decapitare immediatamente, riportando l’equilibrio in quella parte dello schieramento, nel frattempo al centro le galee del Granducato di Toscana abbordano la galea di Alì Pascià che muore combattendo durante lo scontro, il suo cadavere, nonostante il veto assoluto di Don Giovanni D’Austria, verrà decapitato e la testa verrà esposta sull’albero maestro dell’ammiraglia dell’impero spagnolo. I numeri della sconfitta turca sono, a dir poco, impressionanti: 107 tra galee e galeotte affondate e 130 catturate, trentamila pe dite tra morti e feriti, oltre quindicimila schiavi cristiani liberati. Il contributo dato dalla Repubblica di Venezia fu determinante ai fini della schiacciante vittoria che affievolì la potenza navale turca nel mediterraneo garantendo un periodo di pace. Nel combattimento morirono 7.500 icristiani dei quali ben 4.700 veneti.

Di Giovanni Veronese da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


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