lunedì, Luglio 15, 2024
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Il professor Lino Zio: insegnante e amministratore di Vicenza

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Lino Zio ( 24 gennaio 1922-22 maggio 2011) è stato insegnante di lettere nelle scuole medie e superiori e contemporaneamente è stato per trent’anni amministratore della città: dal 1951, come consigliere con sindaco Zampieri, poi come assessore (anche ai Lavori pubblici) e vicesindaco nelle Amministrazioni Dal Sasso, Sala (la stagione più felice, dal 1962 al 1975) e Chiesa (fino al 1980).

Il suo percorso politico è integerrimo e specchiato, mai macchiato neanche dalla più piccola ombra: perfetto galantuomo al servizio delle istituzioni, autentico democratico. Nel triennio 1959/62 sono stato suo alunno alla scuola media Scamozzi.

Il mio rapporto con lui è durato esattamente 52 anni: dal primo ottobre 1959 a giovedì 19 maggio 2011, a tre giorni dalla sua scomparsa, ultima volta che lo andai a trovare. A Lino Zio devo la conoscenza, meglio, l’iniziazione, al latino, visto che la materia è diventata base della mia professione; dell’Iliade e dell’Odissea di cui si capiva quanto fosse appassionato e che ci ha fatto conoscere ed apprezzare: poemi eterni che, se ora non sono caduti nel dimenticatoio, poco ci manca. La grammatica mica l’ho imparata alle elementari (Sergio Pastorello, mio grandissimo maestro per cinque anni, glissava…) né al liceo, tanto meno all’università: se la conosco, è perché il prof me l’ha insegnata.

Lino Zio è stato un insegnante colto ed illuminato Aveva la mania dei 5/6, 6 meno meno, della media matematica dei voti. Non era un rivoluzionario: così andava in quella scuola e in quel tempo. Era però la chiarezza in persona: le sue spiegazioni erano esaurienti e meticolose.

Professore, che voto ho preso?

I voti non si prendono, si meritano.

Ho fatto la versione.

Ho tradotto la versione.

Faccio i compiti.

Eseguo i compiti.

Facciamo la Scamozzi.

Frequentiamo la Scamozzi.

Ma bensì.

Inutile ripetizione.

Allora, adesso (insopportabile ancor oggi).

No, o allora o adesso.

La cartellina apposita per gli appunti.

La cartellina per gli appunti, apposita è in più.

Volevo dire.

Voglio, vorrei dire …volevo era ieri

Sterili pedanterie di un antiquato professore? Macchè! Certo, l’uso del linguaggio fa regola; esistono le metafore e i modi di dire, ma allora, che eravamo davvero pulcini ignoranti, con la dovizia dei sinonimi, la precisione del lessico, lui arricchiva il nostro modesto bagaglio espressivo e ci faceva crescere.

La sua esemplare grafia, davvero il caso di chiamarla calligrafia, era lo specchio  della sua anima: chiarezza espressiva, pulizia interiore. Zio, con il suo carisma, emanava autorevolezza, sprizzava rigore morale, spronava al senso del dovere e di responsabilità, formava coscienza civica: era l’onestà in persona; e nel contempo di una semplicità e sobrietà disarmanti. E

noi tutto ciò lo respiravamo. Per questo Lino è diventato il prof. per eccellenza, educatore e insegnante indimenticabile, punto di riferimento di vita. Quando andai in Comune a comunicargli le mie intenzioni sulla scelta universitaria e per un consiglio, mi diede del matto, ma si vedeva che era compiaciuto.

Per andare sul pratico ecco due episodi accaduti in prima media. Allora la domenica era scandita da tre imperativi categorici: messa-dottrina-stadio. Ma se sui primi due riti non c’è nulla da dire, sul terzo un problema esisteva. Mio padre, che era un baskettaro da cima a fondo, mai avrebbe potuto sovvenzionare il figlio appassionato, anzi perso, dietro a uno sport plebeo come il calcio.

Così il figlio si doveva ingegnare. Avevo trovato modo di fare il cameriere durante le partite: le vedevo gratis, ci guadagnavo qualcosa; non male. Con una cassetta a tracolla piena di bibite e caramelle ero stato destinato alla gradinata. Una domenica mi spedirono però in tribuna. Durante l’intervallo mi imbattei nel prof, pure lui patito del Lanerossi (ne fu anche vicepresidente). Diventai di pietra, rosso rosso: mi vergognavo da morire. Lino se ne accorse immediatamente, capì tutto, mi fece cenno di avanzare e mi disse: “Guarda che mio padre faceva il ferroviere”.

Nell’estate il garzone del panificio vicino a casa mia in Porton del Luzzo andò in ferie ed io lo sostituii. Tutti, chissà perché, si facevano portare il pane, che non pesava niente, a domicilio. In bici, con una gerla colma di pane più alta di me sopra il portapacchi davanti, nei pressi del crocevia di S. Chiara all’altezza dell’edicola su chi vado a sbattere, ancora una volta fortemente imbarazzato?

Proprio sul professor Zio in bici che quasi lo faccio cadere e: “Bravo! Anch’io alla tua età mi davo da fare per tirar su qualche soldarello!” Dimostrazione di modestia e di signorilità da parte sua, di soggezione da parte mia. Sì, il prof mi metteva soggezione e c’è voluto tempo per superarla. Una volta in un tema scrissi che lui era una figura paterna, me la sottolineò in rosso: lo ribadisco ora. Col tempo ho superato il problema scoprendo la sua affabilità, la sua fine ironia e il suo lato spiritoso. Tra di noi nacque la massima confidenza. Al liceo gli telefonai per gli auguri di Natale. “Prof, come regalo non potrebbe far mettere il riscaldamento in Basilica?” Io ci giocavo a pallacanestro in Basilica Palladiana, e in inverno era un supplizio: si batteva i denti anche correndo! Rise: la cosa logicamente era impossibile, ma lui, che in quel momento era sia vicesindaco che presidente della Pallacanestro Araceli, mi preannunciò: “Vi facciamo il Palasport”.

Nel 1972 la promessa fu mantenuta. Per i casi strani della vita, proprio in quello che sarebbe stato il suo ulimo anno di vita, lo frequentai con assiduità. Stavo scrivendo un libro sulla Resistenza e sui Piccoli Maestri quando scoprii durante le mie ricerche la figura del partigiano Lino Zio, veste che mi era totalmente sconosciuta.

Scriveva su un giornaletto clandestino del 1944: “La nostra voce (si esce quando si può)” assieme a “S.Tomaso” Riccardo Vicari, “Flagellum” Lorenzo Romanato, Igino Fanton, Guido Revoloni, Carlo Beltrame. Ne avevo trovato gli originali e gli portai le fotocopie. Al vederle si illuminò di ammirazione e orgoglio. “Vedi? Ecco la mia firma: L. Facevo il partigiano scrivendo: che pretendere di meglio?” Studente al Patronato e poi in Seminario, passò al Pigafetta per il triennio dove nel 1941 si diplomò. Ebbe come insegnanti Renato Treu, Gino Giaretta, Dal Pozzo, Roberto Poli, Andrea Volpato e soprattutto i docenti in filosofia Mario Dal Pra e Giuseppe Faggin che gli instillarono i germi dell’antifascismo.

Contribuì in questo senso anche don Antonio Frigo, insegnante di Scienze e Chimica al Seminario, autore di “Ricordi”, 1991, libro nel quale il sacerdote confessa tutta la sua avversione al fascismo, attestata dall’arresto nel carcere di S. Michele e dalle conseguenti torture a cui lì fu sottoposto. Militare in aeronautica, Lino l’8 settembre del 1943 si dette alla latitanza, facendo gruppo con i compagni sopracitati.

“Discutevamo di libertà, di democrazia, di repubblica, della nuova scuola, di programmi, di costituzione: temi non scontati dopo 20 anni di dittatura”. Si laureò nell’autunno del 1945 e cominciò la sua feconda carriera con una supplenza proprio al Pigafetta. Poi alla scuola delle Dami Inglesi, Rossi, Scamozzi, Muttoni e Quadri. Esiste a suo ricordo una rubrica speciale, di cui sono in possesso per dono della famiglia.

In questa rubrica il prof ci faceva trascrivere i temi nostri che lui riteneva migliori: una perla deliziosa che conservo come una reliquia sopra la scrivania nello studio. Presso sua figlia Cristiana c’è un quaderno che riporta i nomi di tutte le sue scolaresche: così si esprimeva la sua passione maniacale per la scuola e per i suoi ragazzi. Caro prof, i nostri vincoli sono di quelli che non si spezzano. Honeste vivere, neminem laedere, unicuique suum tribuere: vivere onestamente, non far danno a nessuno, dare a ciascuno quello che merita. Con questa frase, estrapolata da una intervista del prof alla Nuova Vicenza del 15 gennaio 1989, Lino Zio riassume la sua vita. Il prof l’attribuisce a Seneca, erroneamente (suvvia, errare humanum est, anche i grandi possono sbagliare); l’affermazione, conosciuta anche perché è stampata sopra l’entrata del Palazzo di Giustizia di Milano, è di Domizio Ulpiano, retore romano di un secolo successivo a Seneca: non fa niente chi l’abbia scritto perché è la sostanza che conta. Leggendo Plutarco, l’autore delle celeberrime Vite parallele, si incontra un’opera cosiddetta minore: “L’arte di ascoltare”.

Verso la fine si trova scritto: la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la verità. Il grande Montaigne, 1500 anni dopo negli “Essais”, riprendendo lo scrittore greco, sintetizza: insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco. Lino Zio certamente di fuochi ne ha accesi molti.

Su uno degli ultimi biglietti natalizi il prof mi scrisse: «Sto bene, anche se senectus ipsa morbus est – Tempus ruit!». Se sul ruit – scorrere – del tempo non c’è nulla da fare, per una volta non sono d’accordo con lui: sul fatto che la vecchiaia sia di per se stessa una malattia, affermo che vorrei tanto invecchiare come te, Lino, dispensatore di saggezza fino all’ultimo.

Di Roberto Pellizzaro da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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