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Giuseppe Roi: protagonista di spicco nella vita pubblica di Vicenza a cavallo dei due secoli

I Roi, come i Rossi e i Marzotto, furono una dinastia di imprenditori vicentini che contribuirono a segnare profondamente la storia del territorio tra Ottocento e Novecento. Giuseppe Roi Junior (1863-1926) fu un protagonista di spicco nella vita pubblica dell’epoca: operoso cittadino, illuminato industriale, benemerito amministratore e munifico benefattore, egli seppe coniugare con successo lo spirito d’impresa con l’impegno sociale.

La storia della famiglia vicentina Roi è legata al commercio e alla lavorazione della canapa. Tale attività viene fatta risalire ad un antenato di nome Pietro che, proveniente da Bassano si trasferì a Vicenza nei primi decenni dell’Ottocento dove installò i suoi telai nell’area degli antichi mulini in Borgo Pusterla. Alla sua morte il figlio Giuseppe (nome che è ricorrente nei primogeniti maschi della famiglia) nato nel 1828, diede impulso all’attività con l’impiego di telai e macchinari sempre più efficaci. In Italia la lavorazione della canapa ebbe uno sviluppo crescente durante tutta la seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. La coltivazione era localizzata nelle province emiliano-romagnole orientali, soprattutto tra Bologna e Ferrara. Anche il Veneto fu interessato a tale coltura ma in maniera più limitata nelle aree della bassa padovana e del rodigino. Tra gli anni ’40 e ’50 del Novecento si raggiunse il vertice della produzione: secondo Coldiretti erano ben 100.000 gli ettari coltivati, un dato che portò il nostro Paese al secondo posto al mondo, dopo le sterminate coltivazioni dell’Unione Sovietica. Il prodotto italiano era di ottima qualità e offriva un diversificato impiego sul mercato nazionale e internazionale soprattutto per il settore tessile e per il cordame. L’Italia diventò il primo fornitore della Marina britannica. La crescita esponenziale della produzione di canapa indusse i Roi, nella seconda metà dell’ottocento, a rimodernare gli impianti produttivi di Vicenza e a costruire nuovi opifici: nel 1871 in località Vivaro, un secondo a Cavazzale a partire dal 1875 e nel 1883 un grande impianto di filatura a Debba. Il numero dei dipendenti subì un continuo aumento: dai 270 operai del 1890 si passò ai 1200 del 1940. Dopo la seconda guerra mondiale il processo di industrializzazione elaborò prodotti sempre più innovativi, vennero introdotte sul mercato nuove fibre artificiali, dapprima semisintetiche e in seguito totalmente sintetiche realizzate da materie prime come il petrolio e il carbone tra cui, per citare la più celebre, il nylon. I nuovi materiali si imposero sempre più velocemente e massicciamente nei gusti dei consumatori e nelle filiere produttive; il loro processo di lavorazione, pur richiedendo cospicui investimenti iniziali, risultava più economico e in poco tempo produsse un cambiamento nei consumi e una diffusione sempre più larga nelle masse soppiantando l’utilizzo della canapa che, dopo aver dominato il mercato per lunghi decenni, si ridusse drasticamente fino a divenire pressoché abbandonato. L’attività industriale vicentina entrò in una crisi irreversibile e i Roi cedettero a terzi i loro stabilimenti fino alla chiusura definitiva che avvenne negli anni 50. 

Giuseppe Roi junior nacque a Vicenza, in via San Marco 9, il 16 novembre 1863 da Giuseppe e Francesca Corato. Cominciò presto l’attività lavorativa: a 14 anni sospese gli studi superiori pubblici per affiancare il padre nella direzione dei canapifici fino ad essere nominato a 17 anni procuratore generale. Nel 1885 assumeva da solo la direzione della vasta azienda raggruppante i tre canapifici con l’impiego di circa 1000 operai. Il 1 settembre 1888 Giuseppe sposò Teresa, detta Gina, la figlia primogenita dello scrittore Antonio Fogazzaro e della contessa Margherita Valmarana. Gina aveva diciannove anni, era attaccatissima al padre. Il cugino Giustino Valmarana così descrive il loro rapporto: “Fogazzaro alla Gina voleva un gran bene e lei lo meritava perché più buona creatura io non ho mai conosciuto” e ancora “aveva nel campo dello spirito delle finezze che la avvicinavano a suo padre” (1). I genitori di Gina nutrivano una grande considerazione per lo sposo che oltre a essere all’epoca uno dei migliori partiti di Vicenza per censo, era un grande lavoratore e integerrima persona, “un giovanotto di 24 anni pieno di cuore, d’ intelligenza e d’energia, colto, piacente della persona e dei modi, di condizioni economiche molto superiori alle apparenze e fermi principi religiosi” così lo descrive Antonio Fogazzaro nelle sue lettere e inoltre “educato severamente e religiosamente, egli professa gli stessi principii di mia figlia e questa è una rara, inestimabile fortuna, perché Gina non avrebbe potuto essere felice senza di ciò” (2). Dal loro matrimonio, seppur con gravidanze difficili alcune delle quali non andate a buon fine, nacquero cinque figli: Irene (nata nel 1889 che sposò nel 1919 il nobile Geri de’ Pazzi); Margherita (nata nel 1890 che sposò nel 1911 lo scrittore e drammaturgo ferrarese Domenico Tumiati); Giuseppe Gino (nato nel 1894 che sposò nel 1921 la contessa Antonia Lonigo di San Martino, morì nel 1947, dal loro matrimonio nacquero due figli Maria Teresa detta Mina (1922-2011) e Giuseppe detto Boso (1924-2009) gli ultimi eredi della famiglia; Bianca (nata nel 1897 che sposò nel 1924 il conte Giovanni Marcello Grimani; Antonio (nato nel 1906 e morto nel 1960). Alla morte di Giuseppe senior, avvenuta nel 1889, rimasero quattro figli, tre maschi e una femmina, fra i quali solo Giuseppe junior e Gaetano decisero di seguire le orme del padre nella conduzione degli opifici. Tuttavia dieci anni più tardi, nel 1899, i fratelli Roi decisero di dividere la proprietà degli stabilimenti: a Giuseppe restarono quelli di Cavazzale e Vivaro, al fratello Gaetano quello di Debba che era arrivato a impiegare 500 operai (ceduto nel 1906 alla società Filature e Tessiture Riunite Carugati). Agli inizi del 1900 Giuseppe acquistò importanti possedimenti terrieri nel ferrarese per la produzione diretta delle fibre tessili; terreni in parte improduttivi e malarici che in pochi anni trasformò con bonifica in coltivazioni intensive, portando l’acquedotto in tenuta. Nel maggio 1915 abbandonò la sua industria per mettersi a disposizione dell’autorità militare per la grande guerra, ma a ottobre dello stesso anno fu richiamato a Roma per adempiere ai suoi doveri di deputato del Parlamento. 

Giuseppe Roi
Giuseppe Roi con la moglie e il suocero Antonio Fogazzaro

CARICHE PUBBLICHE

A partire dall’anno del matrimonio Giuseppe Roi assunse numerose e importanti cariche pubbliche sia a livello locale che nazionale: Nel Comune di Isola Vicentina fu eletto nel 1888 Consigliere comunale, carica che ricoprì ininterrottamente fino al 1921 anno in cui rassegnò le proprie dimissioni. Fu Sindaco dal 1901 al 1905, nel 1920 assessore alle finanze. Nel Comune di Monticello Conte Otto fu consigliere dal 1899 fino al 1920 e assessore comunale dal 1905 al 1914. Fu vice presidente della Camera di commercio e industria della provincia di Vicenza nel biennio 1903-1904. Dal 1905 fu consigliere provinciale di Ferrara ininterrottamente per 6 anni. Nel Comune di Vicenza Giuseppe Roi venne eletto consigliere nel luglio 1906 e nello stesso mese fu proclamato sindaco; rieletto sindaco nel 1907 fino al 1908 anno in cui si dimise, rieletto consigliere negli anni 1909 – 1911 e 1914. Nel 1914 venne nominato assessore effettivo nell’amministrazione Muzani e rimase in carica fino al 1919. Ricoprì l’incarico di revisore dei conti comunali negli anni 1912- 1913 e 1918-1919. Nel 1923 venne eletto consigliere comunale della prima amministrazione fascista di Vicenza e assessore alle finanze. Mentre fu sindaco di Vicenza Giuseppe Roi dedicò particolare attenzione alle case popolari, alla costituzione dell’apposita azienda e alla costruzione del primo gruppo di case del Comune nel rione di San Felice. Al marchese Roi si deve pure l’acquisto dei terreni a San Bortolo per le case popolari. Nel marzo del 1909 Roi presentò la propria candidatura nel collegio di Vicenza in occasione delle elezioni politiche nazionali per il Parlamento; tale fatto innescò un’accesa diatriba all’interno delle famiglie Fogazzaro-Roi in quanto il suocero, che godeva di ampia autorità e prestigio, non volle mai appoggiare la vecchia linea politica di clericale conservatore del genero, assumendo lo scrittore un atteggiamento di ferma astensione nel dibattito politico; la candidatura del marchese non passò. Nel Settembre 1913 Roi venne nominato primo presidente effettivo della banca Popolare di Vicenza carica che mantiene fino a febbraio 1915. Sempre nel 1913 venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Thiene-Asiago. Durante tale incarico sostenne per l’Altipiano il progetto per l’acquedotto fra i comuni di Roana, Asiago e Rotzo di cui fu il primo presidente dal 1914 al 1919. Si interessò ai profughi dell’Altipiano e si prodigò per la legge che riconobbe il risarcimento dei danni di guerra. Nel 1914 Giuseppe Roi divenne consigliere comunale a Montegalda e ne fu rieletto nel 1920 fino alla nomina del podestà. Sempre nel 1914 venne eletto consigliere provinciale di Vicenza. Nel gennaio 1921 il Roi venne nominato consigliere della Colonia agricola Vittorio Emanuele III di Lonigo, importante istituzione benefica di cui ricoprì la carica di presidente istituendo le scuole elementari all’interno della stessa. La Colonia era un istituto che intendeva provvedere all’istruzione professionale degli orfani di contadini morti in guerra che non potevano godere dell’assistenza familiare e non avevano modo di essere avviati nella loro stessa famiglia all’arte paterna. Inaugurato nel 1918 e situato in una grande villa con un podere di ben 125 campi vicentini l’ente morale era sovvenzionato da elargizioni offerte da privati e da società; all’inizio del 1921 ospitava 100 orfani. Il 26 settembre 1924 Giuseppe Roi ricevette alla colonia agricola di Lonigo la visita del capo del Governo Benito Mussolini. Nel 1924 fu nominato presidente della Commissione Reale straordinaria per l’amministrazione della provincia di Vicenza. Nel novembre 1924 venne eletto consigliere comunale del Comune di Tonezza e fu Presidente della Colonia alpina di Tonezza. Nel 1925 venne eletto consigliere di amministrazione della società Bonifiche Pontine, fu nominato presidente del consorzio provinciale antitubercolare e il Consiglio comunale di Vicenza lo nominò presidente onorario del patronato scolastico. Giuseppe Roi militò nel partito fascista fin dal 1923 e nel 1924 ricevette ad honorem la tessera del partito. Nel 1926 fu nominato vice presidente dell’unione industriale Fascista della Provincia di Vicenza (organismo che interveniva nella contrattazione collettiva dei contratti di lavoro di categoria).

ONORIFICENZE E PREMI

Nel 1901 il Papa Leone XIII gli conferì con breve pontificio il titolo nobiliare di marchese, con diritto di trasmissione per linea diretta ai figli primogeniti maschi. La Civiltà Cattolica nel riportare la notizia ritrasse Giuseppe Roi imprenditore come “un padre sollecito e amoroso, anziché padrone, tanto verso i suoi operai vicentini quanto verso i coloni nel ferrarese dove possedeva vastissime tenute”. L’enciclica Rerum Novarum del 1891 aveva cominciato a delineare la dottrina sociale della Chiesa con particolare attenzione alle questioni sociali. In un’epoca di aspri scontri tra padroni e classe operaia, la figura di Roi costituiva un’eccezione tanto che il giornale commentava la notizia dell’onorificenza a Roi con un plauso: “Per lui il programma sociale cristiano nei suoi stabilimenti fiorisce in tutto il suo splendore” (3). Re Vittorio Emanuele III con decreto del 24 dicembre 1925 riconobbe il titolo e glielo confermo’. L’Esposizione Universale di Saint Louis in Luisiana in USA gli assegnò nel 1904 il premio per le Case Operaie e la medaglia d’argento per i suoi prodotti di pura canapa italiana, prodotti che vennero premiati con il Gran Premio all’Esposizione internazionale di Milano del 1906 e successivamente nel 1911 all’Esposizione internazionale dell’Industria e del Lavoro di Torino. Nel 1904 venne promosso al grado di Capitano di Cavalleria nella Riserva. Nel 1914 il Re lo nominò commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia. Il Re conferì a Giuseppe Roi ripetuti gradi di onorificenza dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (era un riconoscimento cavalleresco, conosciuto anche come Ordine Mauriziano, che la Real Casa elargiva a carriere civili e militari con particolari meriti); fu nominato Cavaliere e in seguito Ufficiale e nel 1926 Grande Ufficiale dello stesso Ordine. Nel 1917 venne nominato delegato comunale del Consiglio di amministrazione dell’Istituto industriale Alessandro Rossi (nel 1933 con una donazione dei suoi cinque figli venne costituita la Fondazione Giuseppe Roi per erogare tre borse di studio a giovani vicentini bisognosi che frequentassero i corsi superiori dello stesso istituto). Nel 1918 il Re gli conferì l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia e nel 1919 quella di Cavaliere al Merito del Lavoro.

LIBERALITA’

Nel 1881 i Roi costruirono a Cavazzale la prima casa operaia seguendo l’esempio degli industriali Rossi a Schio e dei Marzotto a Valdagno, a cui seguirono negli anni successivi fino a novembre 1925 altre 7 case che potevano ospitare una cinquantina di famiglie. Nel 1899 Giuseppe Roi istituì le prime “grazie dotali” per le sue operaie a Cavazzale. All’epoca avere a disposizione una dote costituiva per le giovani donne in povertà un elemento fondamentale per la scelta del compagno e un sussidio importante per permettere l’avvio di una nuova famiglia con una iniziale disponibilità economica. I figli Giuseppe e Antonio Roi continuarono ad elargire tale liberalità e costituirono nel 1939 la fondazione “Margherita Fogazzaro di Valmarana” (in memoria della nonna materna) che erogava ogni anno due grazie dotali a favore di “due ragazze nubili dai 20 ai 35 anni di illibati costumi e bisognose”. Nell’Ottobre 1901 iscriveva tutti i suoi operai alla Cassa Previdenza versando per ognuno la quota annua. Nel 1911 fondò la Cassa Pensione interna per gli operai di Cavazzale. La previdenza e assistenza sociale, che nacque in Italia negli ultimi anni dell’800 e divenne obbligatoria nel 1919, era inizialmente costituita da una base assicurativa volontaria con i contributi pagati dai dipendenti e integrata con un contributo libero degli imprenditori. Nel 1904 inaugurò l’asilo per i figli dei suoi dipendenti a Cavazzale. Erano organizzati anche soggiorni marittimi e montani per i figli dei dipendenti. Roi istituì inoltre una cassa maternità per le operaie puerpere che potevano usufruire di una stanza di allattamento in azienda. Nel 1908 fondò la “Cucina economica”, la mensa per dipendenti che nei tempi di massima espansione distribuiva fino a 800 razioni giornaliere di pasti. Nel dicembre 1910 inaugurò la Scuola di lavoro per le figlie degli operai dove si insegnava cucito, ricamo e la cucitura a macchina della canapa. Nel 1918 il Marchese Roi e la cognata Maria Fogazzaro acquistarono a Longara la villa dei conti Squarzi che durante la grande guerra era stata adibita ad ospedale militare da campo. L’opera, che fu denominata Casa Materna, aveva la funzione di orfanotrofio e brefotrofio; il marchese finanziò a più riprese la ristrutturazione degli ambienti; dal 1918 l’opera funzionò per circa cinquant’anni e arrivò a gestire fino ad oltre 120 piccoli ospiti. Nel 1922 giugno aprì in Tonezza dopo averla ricostruita e ingrandita la villa Alpina per signore signorine sole. Il 9 maggio 1926 a Cavazzale pose la prima pietra di un grandioso fabbricato destinato a dopolavoro degli operai, a laboratorio femminile e scuola per l’infanzia. Realizzato in stile Liberty a partire dal 1926 e terminato nel 1929, il fabbricato era destinato ad offrire nella versione finale di Teatro ore di svago ai dipendenti dell’omonimo canapificio. Giuseppe Roi morì a Roma il 3 dicembre 1926 dopo breve malattia. Le esequie furono celebrate a Roma nella basilica di Santa Maria in Traspontina alla presenza di numerosissime autorità e personalità della capitale; quindi il feretro partì dalla stazione Termini alla volta di Vicenza. Il giorno seguente, 7 dicembre, l’intera città accolse la salma e gli tributò solenni onori. La cronaca dell’epoca descrive l’imponente funerale riportando l’elenco delle rappresentanze intervenute, il Campo Marzio era popolato di gente di ogni classe e condizione: ricchi e poveri, giovani e vecchi, i bambini particolarmente ai quali egli aveva con tanto amore pensato e provveduto, le Autorità, gli Uffici, le Associazioni, l’Esercito e la Milizia. Il direttorio del Fascio di Vicenza aveva disposto con un proprio comunicato: “Tutti i fascisti liberi da impegni urgenti sono comandati ad intervenire alle esequie”. L’imponente corteo, accompagnato dalle marce funebri, dalla stazione ferroviaria si diresse verso porta Castello e transitò lungo il Corso fino alla Cattedrale. La vedova e i figli per onorare la memoria del congiunto devolsero l’ingente somma di un milione di lire a favore di numerosi istituti, enti ed opere di beneficenza. L’elogio funebre pronunciato dall’assessore anziano del Comune di Vicenza comm. Ettore dott. Nordera così descriveva la sua figura: “Uomo di doti intellettuali veramente superiori ed eccelse, per straordinaria prontezza d’intuito, per rapida e chiara percezione dello stato reale delle cose, per la felice precisa visione della giusta e pratica soluzione dei problemi, per l’illuminato ardimento, per la ferrea volontà che si esplicava in sapiente energia che superando ogni ostacolo riusciva sempre realizzatrice.” Fra i molteplici necrologi il quotidiano cittadino La Provincia di Vicenza scrisse di lui: “Seppe elevarsi da sé e crearsi una fama ed imporsi con una volontà di ferro, ispirata dall’amore del bene e da una fiducia sincera di raggiungere la meta migliore”. Il marchese Giuseppe Roi aveva adottato come motto araldico: “Labore et probitate”, che rispecchia fedelmente tutta la sua vita. Fu un grande ed appassionato lavoratore, dotato di intraprendenza e capacità imprenditoriali, lungimirante nella gestione pubblica, una delle personalità più in vista all’epoca nel vicentino. Per quasi cinquant’anni diresse l’importante attività industriale familiare accompagnandola con una vigile attenzione alle condizioni dei suoi operai ai quali seppe elargire servizi e strutture atti a migliorarne le condizioni di vita. Fu un generoso benefattore per i deboli e i bisognosi, in special modo per gli orfani. Giuseppe Roi rappresenta bene la classe imprenditoriale della seconda rivoluzione industriale basata sull’impiego di nuove forme di energia che dettero impulso a un prodigioso sviluppo che si protrasse fino alla fine dell’800 e ai primi anni del ‘900; seppe avvalersi con profitto delle innovazioni tecnologiche. Come imprenditore egli agì anche fuori dei cancelli della fabbrica; dotato di una visione sociologica fu attento alla salute e ai bisogni dei suoi operai. Giuseppe Roi rientra in quella schiera di imprenditori illuminati che hanno coniugato lo spirito d’impresa con l’impegno sociale, segnando profondamente la storia del nostro territorio. Insieme ad Alessandro Rossi ed a Gaetano Marzotto senior è stato uno dei protagonisti del processo di irreversibile trasformazione del nostro Paese da agricolo a industriale.

NOTE

(1) Ieri, di Giustino Valmarana – Edizioni del Ruzzante 1978
(2) Lettere scelte di Antonio Fogazzaro, a cura di Tommaso Galla- rati Scotti – Mondadori 1940
(3) La Civiltà Cattolica, articolo del 26 marzo 1901- fasc. 1219

Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 8 giugno-luglio 2022


In uscita il numero di Maggio 2023
distribuito nelle edicole del centro e prima periferia e agli Abbonati
Prezzo di copertina euro 5
Abbonamento 5 numeri euro 20
Over 65 euro 20 (due abbonamenti)

“Il penultimo viaggio”, nuovo libro per il vicentino Paolo M. Stella

È in tutte le librerie d’Italia il romanzo “Il penultimo viaggio”, opera seconda di Paolo M. Stella (anno 2023, ed. Del Faro, Trento). L’autore vive e lavora a Vicenza come architetto “giocoso”, il suo primo romanzo si intitola “Incursioni di Enigmistica Botanica”. 

“Il penultimo viaggio” racconta di un viaggio rocambolesco che il signor M. compie alla ricerca della Morte, perché vuol conoscerla meglio, convinto com’è che evitare di confrontarsi con Lei non sia una buona strategia di vita. 

Lo accompagnano nel viaggio la “danzatrice”, una trentenne che trasformerà questa esperienza in un gioco investigativo condito di colpi di scena e l’eccentrica novantenne ex-professoressa Elsa Romano, brillante nei dialoghi e sbrigativa nei modi.  Le due donne lo aiuteranno a sciogliere alcuni intricati nodi del suo passato e a centrare l’obiettivo del suo cercare.

Moi Gea live nel Giardino del Teatro Astra di Vicenza per New Conversations

Il quartetto Moi Gea si esibirà nell’ambito del festival New Conversations – Vicenza Jazz venerdì 12 maggio 2023, alle 22 e 14 nel Giardino del Teatro Astra. Si tratta di una delle sezioni di maggior rilievo del suo stratificato cartellone: il Jazz Café Trivellato.

Rita Brancato e Simone Buttarello alla batteria, Lorenzo Cucco al sax tenore e Fabio Pavan al sax baritono compongono Il quartetto Moi Gea, fautori di un sound metropolitano londinese dagli accenti libertari.

Da qualche parte tra la Sun Ra Arkestra e le band di Carlo Actis Dato si colloca l’originale organico del quartetto Moi Gea: due sax e due batterie lanciati in libere improvvisazioni che maturano da una performance all’altra. Ma sotto una musica dall’aspetto tanto libertario, che surfa tra jazz, etnica e avanguardia, si trovano solide basi compositive e di arrangiamento.

La poesia ispira invece l’Elogio dei sogni, con la recitazione di Michele Silvestrin e Marica Rampazzo, oltre a Carlo Morena al pianoforte: un tributo a Wisława Szymborska che si terrà alle Gallerie d’Italia, Palazzo Leoni Montanari (ore 18).

L’appuntamento di prima serata sarà al Teatro Astra (ore 20:15) con la pièce Jitney di August Wilson (in anteprima): si tratta della prima messa in scena italiana dell’opera del drammaturgo afroamericano, due volte vincitore del Premio Pulitzer. Lo spettacolo è prodotto da La Piccionaia con il sostegno del Consolato Generale USA di Milano nell’ambito di The Wilson Project.

August Wilson è il più importante drammaturgo afroamericano del XX secolo: due volte vincitore del Premio Pulitzer, è una figura gigantesca nel panorama del teatro americano. Scomparso nel 2005, ha lasciato un’eredità straordinaria, soprattutto con il suo American Century Cycle: una serie di dieci opere teatrali che offrono uno sguardo completo, decennio per decennio, sull’eredità e l’esperienza degli afroamericani nel corso del XX secolo, tra cui lo sfruttamento, le relazioni razziali, l’identità, la migrazione, la discriminazione. Nonostante la sua straordinaria rilevanza all’interno della letteratura, del teatro e della cultura afroamericana e statunitense, in Italia August Wilson è ancora poco conosciuto dal grande pubblico.

Nei quartieri a maggioranza afroamericana di molte città degli Stati Uniti, a partire dagli anni Cinquanta si sviluppa un servizio di trasporto alternativo all’autobus e ai taxi regolari, troppo costosi, poco disposti a servire certe zone e soprattutto a far salire i neri. Si tratta dei jitney, o gipsy cab, che operano al di fuori della legge ma danno opportunità di lavoro e rendono un servizio importante alle comunità. Per certi versi sono anche i precursori del moderno Uber.

August Wilson ambienta la sua opera all’interno di una stazione di jitney nell’anno 1977 a ‘The Hills’, il quartiere della sua città natale, Pittsburgh, abitato da neri, ebrei e italiani. I racconti degli autisti si alternano al ritmo sincopato del jazz e del linguaggio di strada: sono storie, fatte di conflitti, sconfitte e piccole vittorie, di chi, nonostante le conquiste del movimento per i diritti civili, continua a essere escluso dal cosiddetto “sogno americano”.

Maggio dei Libri: oltre 300 iniziative nelle biblioteche vicentine. Il “Biliardino letterario” mette in palio libri e amicizia

Il Maggio dei Libri 2023 propone una pioggia di iniziative. Oltre 300, tra presentazioni di libri, laboratori di tutti i tipi, letture animate, corsi, mostre, visite guidate in biblioteca, tornei, premiazioni dei lettori forti. Eventi che interessano tutte le oltre 90 biblioteche della Rete delle Biblioteche Vicentine coordinate dalla Provincia di Vicenza.

“Il tema conduttore di quest’anno è la forza – spiega il consigliere provinciale con delega alla cultura Marco Guzzonato la lettura come strumento di forza e consapevolezza, capace di rendere autenticamente liberi. Al grido di “Se leggi sei forte!” portiamo i libri e la lettura anche in contesti diversi da quelli tradizionali, per intercettare coloro che solitamente non leggono ma che possono essere incuriositi se stimolati nel modo giusto. E uniamo la lettura ad un’altra grande passione dei vicentini e degli italiani: il calcio”.

Il Maggio dei Libri si è infatti aperto con l’iniziativa “Bibliotecario per un giorno” che ha visto protagonisti i presidenti delle società sportive di calcio locali impegnati nelle biblioteche a consegnare e registrare libri, dialogare con gli utenti, dispensare consigli di lettura.

Sempre a proposito di calcio, le biblioteche vicentine stanno organizzando il torneo di calcetto “Biliardino letterario”. Le regole sono semplici: si gioca in due per squadra, ogni giocatore porta con sé un libro nuovo o usato in buone condizioni (questa è la quota di iscrizione!), il titolo di uno dei due libri dà il nome alla squadra. Prima di gareggiare ogni giocatore presenta il libro che ha portato spiegando perché gli è piaciuto e perché lo consiglia agli altri. Il torneo è ad eliminazione diretta e chi vince porta a casa tutti i libri portati dai partecipanti: se il torneo è a 8 squadre, i libri vinti sono 16, se il torneo è a 16 squadre 32 libri e così via.

La sezione junior è aperta a bambini e ragazzi da 8 a 14 anni, la versione senior da 15 anni in su.

“Sono tante le biblioteche che stanno organizzando il Biliardino letterario -afferma la coordinatrice della Rete delle Biblioteche Lidia Zocche – e sono tanti anche gli utenti che si stanno iscrivendo, con molteplici effetti positivi: si gioca, si consiglia una lettura, si conoscono persone nuove, si scambiano libri. A riprova che le biblioteche sono ambienti vivi che promuovono la socialità.”

Oltre al biliardino ci sono molte altre iniziative in corso nelle biblioteche vicentine. Più di 300, come si diceva, oltre a 20 mila segnalibri che richiamano il tema della forza dei lettori e 10.000 metrolibri da regalare ai bambini, con consigli di lettura a seconda dell’età.

Per i bambini e i ragazzi ci sono, in particolare, letture animate, laboratori di musica d’insieme e di graphic novel, letture con Kamishibai. Per gli adulti ci sono incontri con gli autori, gruppi di lettura, serate dedicate alla cittadinanza attiva con dono della Costituzione Italiana e serate sulla parità di genere, lettura espressiva. E poi corsi di scrittura creativa e di costruzione di un libro.

“L’invito è ad informarsi sulle proposte delle biblioteche per scegliere quella che più piace -conclude Guzzonato- ma anche a sperimentare nuove modalità di approccio ai libri, perché è proprio questo lo stimolo che ci offre il Maggio dei Libri. Non c’è un modo giusto o uno sbagliato di leggere, nel silenzio o nel chiasso del confronto, da soli o in compagnia, per capire la realtà o per viaggiare con la fantasia: ci sono semplicemente i libri, elemento chiave della crescita personale, culturale e civile. Libri che ci rendono più forti, perché chi legge è più al sicuro, più difeso e armato di idee contro ingiustizie, sofferenze e ostacoli, sa come prendersi cura di sé stesso e reagire di fronte alle avversità.” E allora viva i libri, tutti i libri.

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Fonte: Provincia di Vicenza

Musei, anche a Vicenza celebrata la Giornata Internazionale

Vicenza festeggia la Giornata Internazionale dei Musei (International Museum Day) che ricorre il 18 maggio. Dal 1977 la manifestazione, patrocinata dal Ministero della Cultura, è promossa e organizzata da Icom (International Council of Museum) a livello mondiale ed è dedicata quest’anno al tema “Musei, Sostenibilità e Benessere”. I musei possono contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile con diverse modalità, dalla lotta contro il cambiamento climatico alla promozione dell’inclusività, dalla lotta contro l’isolamento sociale al miglioramento della salute mentale.

Come evidenziato nella Risoluzione ICOM “Sulla sostenibilità e l’attuazione dell’Agenda 2030, trasformare il nostro mondo” (Kyoto, 2019), “tutti i musei svolgono un ruolo nel modellare e realizzare futuri sostenibili e possono farlo tramite programmi educativi, mostre, sensibilizzazione della comunità e ricerca”.

I Musei civici di Vicenza giovedì 18 maggio promuovono una serie di iniziative.

Nell’area davanti al Museo civico di Palazzo Chiericati, con eventuale spostamento anche nel vicino giardino del Teatro Olimpico, dalle 15.30 alle 17.30 si potrà partecipare liberamente ad una lezione aperta del gruppo di danza “I dance the way I feel” con il ballerino Thierry Parmentier (abbigliamento comodo e scarpe da ginnastica; in caso di pioggia l’iniziativa si svolgerà all’interno di Palazzo Chiericati). L’iniziativa rientra nel progetto promosso dagli Amici del 5° Piano, nato per donare benessere, gioia, forza e voglia di esprimersi a chi affronta e convive con la malattia oncologica attraverso. Gli incontri di danza contemporanea, rivolti a pazienti ed ex pazienti oncologici e loro familiari, sono programmati all’interno dei Musei civici.

Alle 17.30 al Museo civico di Palazzo Chiericati si potrà partecipare a “Bartolomeo Montagna e i pittori del Rinascimento vicentino. La chiesa di San Bartolomeo”, passeggiata con il conservatore del Museo Civico di Palazzo Chiericati e delle Gallerie di Palazzo Thiene, Alessandro Martoni. Il percorso, che durerà un’ora e 30 circa per un massimo di 30 partecipanti, dopo l’introduzione alle collezioni permanenti e al museo, prevede la passeggiata nell’ala del Novecento e nella sezione del Rinascimento, con focus sui capolavori di Bartolomeo Montagna e degli artisti più importanti che hanno caratterizzato la stagione del Rinascimento. Infine un approfondimento sarà dedicato alle pale d’altare della distrutta chiesa di San Bartolomeo e ora esposte nel museo. La partecipazione e l’ingresso al museo sono gratuiti. E’ necessaria la prenotazione contattando l’Ufficio informazioni e accoglienza turistica in piazza Matteotti rimarrà, 0444320854, [email protected].

Nei sotterranei delle Gallerie di Palazzo Thiene alle 18 si terrà il concerto “Rite” con Zoe Pia (clarinetto, launeddas) e Mats-Olof Gustaffson (flauto, sassofoni, elettronica), che fa parte del festival Vicenza Jazz e della sezione “Proxima: giovani stelle a palazzo” dedicata ai giovani musicisti jazz realizzata in collaborazione con l’associazione culturale Bacàn. Biglietti a 3 euro (https://bit.ly/biglietti_Rite).

In serata, alle 20.30, al Museo Naturalistico Archeologico, nella sala dei Chiostri di Santa Corona, verrà presentato l’ultimo numero di Natura Vicentina – Quaderni del Museo Naturalistico Archeologico. Ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti disponibili.Sono previsti gli interventi degli autori della rivista.

Silvano Biondi e Giulio Montanaro apriranno la serata con “Note su alcune specie di Meloidae (Insecta, Coleoptera) trovate nel Vicentino”. Seguiranno Silvia Bollettin con “Avvio della digitalizzazione della collezione entomologica Faustino Cussigh e studio della biodiversità dei coleotteri dei Colli Berici”, Francesco Mezzalira con “L’illustrazione botanica al tempo di Prospero Alpini”.

Gli ultimi due interventi saranno entrambi di Silvio Scortegagna: “Rinvenimento di Buxbaumia viridis (Moug. ex Lam. & Dc.) Brid. ex Moug. & Nestl. (Buxbaumiaceae, Bryophyta) sull’Altopiano di Asiago (Provincia di Vicenza, Veneto, Italia nordorientale)” e “La distribuzione delle specie del genere Leucobryum (Bryophyta, Leucobryaceae) nel Veneto (Italia nord-orientale)”.

Ogni anno, dal 1997, il museo pubblica la rivista scientifica Natura Vicentina-Quaderni del Museo Naturalistico-Archeologico di Vicenza che raccoglie contributi di natura mineralogica, paleontologica, faunistica, floristica riguardanti principalmente il Veneto ed in particolare il Vicentino. La rivista, giunta al n.23, testimonia la vivace attività di ricerca che viene svolta in collaborazione con il museo. Questa importante attività di ricerca, spesso svolta “dietro le quinte”, concorre a migliorare la conoscenza del territorio, della biodiversità locale e contribuisce alla sua valorizzazione.

La rivista si può consultare dal sito dei musei civici al link https://www.museicivicivicenza.it/file/doc1-13452.pdf
Informazioni: 0444222815 [email protected].

Per approfondimenti sulla Giornata Internazionale dei Musei:  https://www.icom-italia.org/international-museum-day-2023-musei-sostenibilita-e-benessere/

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Fonte: Comune di Vicenza

“L’amore dall’altra parte del mondo”, a Vicenza presentazione del libro di Laura Primon e Angelo Baron

“L’amore dall’altra parte del mondo”, libro di Laura Primon e Angelo Baron (Attilio Fraccaro Editore) sarà presentato giovedì 18 maggio 2023, alle 17 e 30 nella sede di Palazzo Cordellina della Biblioteca civica Bertoliana. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.

Proposto dall’associazione Vicentini nel mondo, con la collaborazione della biblioteca civica di Vicenza, l’appuntamento vedrà la partecipazione, oltre che degli autori, anche del presidente dell’associazione Vicentini nel mondo, e di Roberto Luca, studioso del pensiero antico.

Il libro, partendo da una lunga lettera d’amore del 1909, quando Maria Gnoato di Camazzole rientra in Italia dal Brasile, tratta di un viaggio personale e spirituale dall’Italia al Brasile e ritorno, trattando temi come il dolore del distacco, la paura, l’ignoto e il valore della famiglia, che tante famiglie vicentine e venete hanno conosciuto a cavallo tra Otto e Novecento, attraverso strade contorte e sotterranee del destino, su cui spesso l’amore viaggia.

Il disegno in copertina, del maestro Toni Zarpellon, sta ad indicare come in queste migrazioni le donne abbiano pagato spesso il prezzo più alto rimanendo sospese tra due mondi. Quello che avevano lasciato, dove i legami famigliari erano profondi, e quello nuovo, dove si trovavano sole ad affrontare gravidanze, parti, aborti e lavori quasi disumani. Le donne sono quelle che in mezzo a tante difficoltà hanno saputo tessere, attraverso le lettere, un lungo filo, che ha tenuto insieme questi mondi lacerati. La storia narrata è nata proprio grazie alle lettere di una donna.

Roberto Luca studioso del pensiero antico, ha pubblicato per i tipi de La Nuova Italia le edizioni commentate del Simposio (14 ristampe) e del Fedro di Platone. Del 2001 è il libro “Eros e Epos. Il lessico d’amore nei poemi omerici”. Nel 2014 ha pubblicato per Marsilio “Platone e la sapienza antica. Matematica, filosofia e armonia” (2014). Ha al suo attivo saggi di filosofia apparsi nelle principali riviste universitarie del settore.

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Fonte: Comune di Vicenza

Teatro e Vicenza: i palchi luoghi di fervori patriottici dei vicentini

l teatro Eretenio era considerato la Fenice di Vicenza ed era stato inaugurato nel 1784. Venne colpito da un’incursione aerea notturna il 2 aprile 1944 durante l’ultimo conflitto mondiale e venne definitivamente abbattuto dopo la fine della guerra.

teatro
Teatro Eretenio di Vicenza

Lo spirito ribelle e battagliero dei patrioti vicentini perdurò vivo e impaziente per tutto il periodo della dominazione austriaca, anche se inizialmente, dall’autunno 1813 e per alcuni anni, gli austriaci erano visti benevolmente. A seguito dei moti a Vicenza del 1848 fino alla fine della dominazione straniera nel 1866, in vari modi veniva espressa una sempre maggiore insofferenza nei confronti della corona d’Austria.

Per esempio, tratto dalla mia Tesi: “L’opposizione al governo austriaco si manifestava pubblicamente durante gli spettacoli teatrali, come avvenne il 5 gennaio del 1857, in occasione della visita in città dell’imperatore Francesco Giuseppe e della consorte Elisabetta di Baviera (Sissi), invitati ad assistere ad uno spettacolo al Teatro Eretenio appositamente organizzato per loro. Nel teatro veniva eseguita l’opera I Lombardi alla prima crociata del patriota Giuseppe Verdi. Nel momento in cui il coro intonava ‘O Signore dal tetto natìo…’, esplose un interminabile applauso con insistenti richieste di bis da parte dei vicentini. Nel palco dell’imperatore e tra le autorità austriache si notò una certa agitazione, placatasi solo quando l’opera riprese il suo tranquillo andamento”.

Per evitare il ripetersi di queste situazioni, le autorità austriache censuravano spesso le proposte di rappresentazioni teatrali che potessero evocare un sentimento nazionale. Le autorità austriache controllavano anche gli stessi attori teatrali. Ad esempio successivamente ad uno spettacolo tenutosi al Teatro Olimpico, in occasione dell’ Edipo re di Sofocle, il celebre artista Gustavo Modena, veniva allontanato in quanto temuto dai dominatori quale pericoloso patriota e agitatore.

Spesso gli austriaci facevano modificare anche il testo delle opere teatrali come nel caso dell’opera-tragedia Parisina di Antonio Somma dove la famosa frase “Addio sole d’Italia” veniva di fatto sostituita con “Addio sole cocente”. Anche l’opera – tragedia di Vittorio Alfieri il Bruto IIC venne scartata dalle autorità in quanto evocatrice di gesta eroiche e di fiero sentimento nazionale.

Di Loris Liotto da Storie Vicentine n. 8 giugno-luglio 2022


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Chiesa e convento di San Bartolomeo nel borgo di Pusterla

Anno 1217, 26 giugno: alcuni frati e monache dell’ordine di San Marco di Mantova fondarono la chiesa e il convento di San Bartolomeo nel borgo di Pusterla. A questa famiglia religiosa subentrarono, nel 1446, i Canonici Regolari di Sant’Agostino, che l’anno successivo rinnovarono il sito. Nel 1771 la comunità fu soppressa per l’esiguo numero di religiosi.

Sfortuna volle che il 10 ottobre 1772 la Serenissima emanasse un provvedimento in forza del quale dovevano essere concentrate in un unico luogo tutte le quattro strutture sanitarie sparse per la città: più precisamente, i «pii luoghi» di Sant’Antonio Abate e di San Lazzaro, la Pia opera di Carità e l’ospedale di San Pietro e Paolo. Si pensò subito a San Bortolo, rimasto vuoto l’anno prima: e così il complesso, con terminazione della Serenissima in data 26 novembre successivo, fu trasformato nell’Ospital Grande degli Infermi, e Poveri della Città di Vicenza, oggi Ospedale Civile, chiamato dai vicentini san Bortolo. La riconversione seguì due fasi.

Prima toccò al convento, e poi, dimostratosi insufficiente, nel 1833 anche la chiesa e parte del chiostro furono sacrificati a tale servizio, tra lo sconcerto e lo sdegno di quanti amavano l’arte e che invano si opposero allo scempio. Progettista dell’improvvido intervento fu l’architetto Bartolomeo Malacarne, una sorta di archistar dell’epoca. Poche sono le immagini della chiesa pervenuteci. Una delle più note è quella riprodotta nella pianta della città, eseguita da Giandomenico Dall’Acqua nel 1711.

Vi si scorge una tipica facciata gotica, caratterizzata da due lunghe finestre laterali, dagli archetti pensili, dal rosone centrale, dall’archiacuto portale d’ingresso con sovrastante oculo e dai pinnacoli a conclusione della parte superiore. L’intervento del Malacarne consistette, anzitutto, nell’abbattere il campanile e nel dividere orizzontalmente la chiesa in due livelli, per ricavare, in quello superiore, delle grandi camerate e, in quello inferiore, dei vani di servizio e una piccola cappella: a questa si accede attraverso la porta che si apre sul fronte nord dell’attuale chiostro dorico. Non  tutto  è  andato,  fortunatamente, perduto. Anzitutto è ricoverata presso la Pinacoteca di palazzo Chiericati buona parte dei dipinti quattro-cinquecenteschi che adornavano la chiesa, fra i quali spiccano lavori di Bartolomeo Montagna, di Cima da Conegliano, di Giovanni Speranza, del Buonconsiglio e di Marcello Fogolino.

San Bortolomeo
Acquerello di Bartolomeo Bongiovanni – interno della Chiesa

Il nuovo allestimento del Museo Civico offre una rievocazione dell’interno della chiesa di San Bortolo, sulla scorta dell’acquarello di Bartolomeo Bongiovanni, che lo riprendeva nel 1834, poco prima dello smantellamento. Esso servì anche da modello all’architetto viennese Friedrich von Schmidt nel rifare – tra il 1862 e il 1867 – la chiesa dei Carmini, al cui interno sono stati provvidamente impiegati molti dei raffinatissimi apparati lapidei provenienti dalla chiesa di san Bortolo, che si erano salvati dalla distruzione. Ma qualche cosa si è salvata anche della struttura muraria della chiesa di San Bortolo.

È infatti esternamente visibile l’abside, ricostruita nel 1484 per l’intervento finanziario della famiglia Trento, forse con la collaborazione progettuale di Lorenzo da Bologna (Barbieri 1981). All’interno si trovano ancora malconci lacerti di affreschi che decoravano l’abside e il presbiterio, eseguiti da ignoto autore nel 1678 subito dopo l’intervento del 1677 sulla struttura da parte di «magistro Cristoforo Verde murar» (De Cal 1999).

Sussistono pure interessanti elementi lapidei. non apprezzabili in tutta la loro raffinatezza perché ricoperti da pesante vernice. Si tratta di manufatti usciti probabilmente dalla bottega o dalla cerchia di Tommaso da Lugano e Bernardino da Como nel corso della ristrutturazione della chiesa, seguita all’ingresso, a metà Quattrocento, dei Canonici Regolari Lateranensi, come già ricordato.

Spesso ricorre la protome leonina, a ricordo del fatto che, inizialmente, il sito era stato officiato dai Canonici Regolari di San Marco di Mantova, protome richiamata anche in capitelli di colonne, ora all’interno di una sala adibita a biblioteca dell’Ospedale e di altra affiancata a nord, e databili anch’essi al XV sec.

Sono pure pervenuti, manomessi, alcuni stalli del coro di San Bortolo che «dal 1833 [furono] trasferiti a Monte Berico [per rimpiazzare] nel nuovo coro sotto il campanile i precedenti di Pierantonio dell’Abbate, dispersi e in buona parte perduti quando, nel 1824, il coro di Lorenzo da Bologna venne abbattuto» (Dani 1965) per costruire, su progetto di Antonio Piovene, l’attuale campanile, terminato nel 1853. Del chiostro, che vien datato al 1486 e per il quale «risulterebbe ormai accettata, per le crociere e i porticati annessi ad un edificio di poco precedente, la paternità di Lorenzo da Bologna…» (Barbieri 1981), si sono salvati, ancorché oppressi da un’infelice costruzione soprastante, i bracci a sud e a est: «la sopravvivenza … non è dovuta ad una precisa volontà del Malacarne, ma solo ad una sopravvenuta [provvidenziale] mancanza di fondi…». (De Cal 1999).

Di Giorgio Ceraso da Storie Vicentine n. 8 giugno-luglio 2022


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Anni Cinquanta a Vicenza, i luoghi della memoria

Infanzia e giovinezza di una vicentina negli Anni Cinquanta e nei luoghi che sembrano oggi appartenere a un’ altra epoca, ma che sono ancora vivi nei ricordi come teatro di esperienze e conoscenze.

Il cinema Patronato

Da bambina, al cinema Patronato, cinema parrocchiale, andavo con la mia amichetta Giusi, da adolescente con la mia compagnia di amici. Ci eravamo iscritti tutti al Cineforum, che si teneva il sabato pomeriggio. Era tenuto da un sacerdote, mi pare si chiamasse don Mario, un tipo moderno, molto aperto di idee. Prima del film, ce lo presentava, alla fine gestiva il dibattito. Ammiravo molto chi interveniva, sempre i maschi a dire il vero, noi ragazze insicure ascoltavano analisi complicate. Il Cineforum era seguito soprattutto da ragazzi di sinistra proprio per le scelte che faceva don Mario. Spesso interveniva Alberto Gallo, figlio del Presidente della Corte costituzionale. Non era ancora il segretario della Fgci. Quando anch’io, qualche anno più tardi, mi iscrissi alla Fgci, presi una cotta per lui, ricambiata. Così avemmo una storia, malvista dalla madre di lui che aspirava a ben altro per suo figlio primogenito, una storia che durò quasi un anno e che troncai io, perchè Alberto parlava di matrimonio, di figli, e io mi sentivo soffocare Quando lo lasciai, lui rimase malissimo. La lettera che mi scrisse, e che ho conservato, a rileggerla e` raggelante, ma a me, allora, non importò. Ogni anno, don Mario proponeva una tematica diversa, il Terzo mondo, le lotte anticolonialiste, i problemi esistenziali e religiosi. Conobbi, così, Glauber Rocha Bergman, Pasolini, Tarkoskji, Bellicchio… e vidi film bellissimi, Il Vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, La guerra di Ivan, Quando volano le cicogne, Il settimo sigillo, La Cina e` vicina, I pugni in tasca e anche il famoso La corazzata Potiomkin. Troppo progressista per la bigotta Vicenza, a don Mario il Cineforum fu tolto. Se ne aprì un altro, al cinema Odeon. Provai un anno, ma non mi piacque perchè c’era solo la visione del film, senza presentazione ne` dibattito, la differenza tra consumare e guardare un film in modo consapevole. A scuola ogni anno io organizzavo il Cineforum, molto amato dagli alunni. Si dovrebbe riprendere a aprire cineforum e a far dibattere i giovani E` un modo eccellente per educarli al gusto e allo spirito critico. Mi viene in mente la scena di “Amarcord” di Fellini in cui i ragazzi guardano un film tutti in un lettone. Una meravigliosa rappresentazione del piacere di condividere.

anni cinquanta vicenza
Celeste che vende camei in Piazza dei Signori e il Cinema Patronato

La scuola media Scamozzi

Negli anni cinquanta la scuola era classista e operava una rigida selezione sociale. Per i figli dei benestanti c’era la scuola media, cui si accedeva con l’esame di ammissione dopo gli esami di quinta, la scuola commerciale per chi pensava di fare l’impiegata, e l’avviamento professionale per chi doveva dopo tre anni, andare a svolgere un lavoro più umile. Superato l’esame di ammissione, mi ero iscritta alla media Scamozzi, anche se lontana da casa, perche “lì andava la mia amica Adriana.” Sezione E, una insegnante di Lettere, figlia di Scipio Slataper, che andava per la maggiore, ma che in me non suscitò entusiasmi. Le medie non mi entusiasmarono. Dopo cinque anni di scuola partecipata, la mia maestra faceva lezioni di tirocinio alle future maestre una volta alla settimana, le medie mi apparvero terribilmente noiose. Grandissima noia l’Epica e i lunghi esercizi di versione in prosa, terribili le lezioni di matematica, con una insegnante rossa di capelli e fredda come il ghiaccio, ridicole le lezioni di Economia domestica, nelle quali avremmo dovuto imparare a lavorare a maglia!.

Ciononostante, i miei voti erano buoni. Gli unici momenti piacevoli erano quelli dei temi e delle ore di disegno, due attività che amavo e che mi facevano andare in una sorta di trance. I miei temi alle elementari, prendevano quasi sempre dieci, erano letti a tutta la classe e alle altre sezioni e venivo anche mandata alle Magistrali, come esempio. Alle medie erano piu`”tirati” nei voti e il massimo era otto. Io ero, però, anche un po’ cialtrona. Quando ci dettero come tema ‘Un libro che mi e`piaciuto”, io inventai di sana pianta, solo per il sentito dire perche` non lo avevo letto, “Il diario di Anna Frank” e meritai un voto molto alto. Alla Scamozzi le migliori allieve, a fine anno, venivano premiate con libri dalla preside, un’algida e elegante signora dai capelli bianchi.. Io li conservo ancora, libri di Geografia, Veneto e Lombardia, e, inoltre, venivano citate sul diario scolastico della scuola. La rivalità tra me e Adriana continuava, nonostante l’amicizia e, agli esami, grazie all’italiano, io la superai. All’uscita della scuola ci aspettavano le delizie di Celeste dei caramei, frutta secca caramellata, noci, fichi, uvetta, prugne. Riuscivo a comprarmene due. C’era poi il gioco del sorteggio, se ti andava bene, Celeste te ne regalava un altro. Il giorno degli esami orali di terza media nel ricordo mi vedo in piedi davanti al comò nella camera dei miei genitori, con il libro di latino posato sul ripiano, che ripasso la favola di Fedro “Lupus et agnus”, “Il lupo e l’agnello”. “Superior stabat lupus…” . La mamma quel giorno era nervosa, probabilmente aveva litigato con il nonno Michele. Quando uscii di casa per recarmi a scuola, non mi dette un bacio e neppure mi fece gli auguri per l’esame. Ci rimasi male. Sostenni l’esame, mi chiesero della volpe e l’ uva, mi imbrogliai un pò con il verbo videor, mi fecero i complimenti per il tema che, come altre volte, avevo inventato di sana pianta. Quando uscii, pensierosa, ebbi la bella sorpresa di vedere, ad attendermi, la mamma e la mia bellissima sorella bionda, la Maurizia, in un abitino blu molto elegante che le donava moltissimo. Fui accolta con un bacio e premiata con un bel cono gelato. Uscii dalle medie con una media molto alta e tutte le insegnanti consigliarono i miei genitori di mandarmi al Liceo classico. Non si usava, a quei tempi, chiedere cosa volessero i figli, decidevano i genitori e basta. Io, infatti, avrei voluto andare al Liceo artistico ma, sfortunatamente c’era solo a Padova e, con quella scusa, i miei mi mandarono al Classico, condannandomi a cinque anni di dissociazione perchè troppo lontani erano i due mondi sociali, quello dei miei compagni tutti benestanti, c’era perfino un conte, il nipote di Guido Piovere, e il mio, figlia di un operaio magazziniere e di una casalinga. Anche l’’amicizia con Adriana al Liceo sarebbe finita, lasciandomi con l’amaro in bocca. Delle medie non mi sono rimasti ricordi particolari. Come dicevo, molta noia e la sensazione di non imparare nulla di interessante, come, invece, era avvenuto alle elementari. Solo in prima Liceo ritrovai il piacere di studiare, soprattutto grazie alla Filosofia e alla Storia dell’arte.

Di Emanuela Mariotto da Storie Vicentine n. 8 giugno-luglio 2022


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La Chiesa romanica di San Giorgio a Vicenza: una storia millenaria poco studiata

La chiesa romanica di San Giorgio costituisce uno dei più importanti luoghi di culto del medioevo vicentino giunti fino a noi. A dispetto della sua storia millenaria, tuttavia, essa non è mai stata oggetto di specifici studi storici, soffre di scarsissime citazioni bibliografiche e di una ancor più difficile reperibilità di documentazione iconografica d’epoca, e ciò probabilmente a causa delle vicende storiche a cui fu soggetta.

L’edificio sorge in una località immediatamente a sud-ovest del centro cittadino di Vicenza, in una strettoia tra il fiume Retrone e il colle di Monte Berico denominata “Gogna”. Il termine venne dagli studiosi variamente interpretato, anche riferendolo a prigioni ivi presenti in passato, ma l’etimologia sembra piuttosto portare al latino cuneus, cioè cuneo, strettoia, in relazione appunto al restringimento del percorso, limitato dal colle a sud, e dal fiume a nord. Per Gogna passava infatti, ad avvalorare l’importanza della località, una strada romana che nell’epoca classica ospitava anche, in questa zona, parte della necropoli cittadina: le murature stesse della chiesa inglobano cippi e lapidi funerarie romane, una delle quali venne acquistata, alla fine del Settecento, dal Conte Arnaldo Tornieri, erudito collezionista di antichità, che ne murò in loco una copia (oggi deturpata a causa dei bombardamenti bellici; l’originale è tuttavia conservato ai chiostri del Museo di S. Corona); un altro cippo, emerso probabilmente durante i lavori di costruzione della Casa Parrocchiale, negli anni ’60, è osservabile nell’area verde all’esterno della chiesa.

Inoltre numerosi, benché microscopici reperti fittili, vitrei e ossei sono rinvenibili, anche superficialmente, lungo il pendio tra la chiesa e la strada e nell’antistante campo sportivo. Secondo gli studi, due percorsi stradali si volgevano a meridione congiungendosi all’attuale Piazzola dei Gualdi in Vicenza. Il primo di questi si dirigeva a Lonigo per le località di Gogna e S. Agostino (il percorso sarebbe comprovato da alcuni ritrovamenti presso il Porton del Luzzo). Il secondo proveniva invece da Costozza e Longare. L’ipotesi che sul luogo di San Giorgio, posto quindi sull’importante asse romano che conduceva da Vicenza a Lonigo, fosse presente nell’antichità un tempio dedicato a Diana, è una notizia tramandata solamente da qualche scrittore vicentino, ma non è da escludersi, in quanto è comunque noto come il primo Cristianesimo impiegasse insediamenti pagani per l’erezione dei propri luoghi di culto.

Chiesa di San Giorgio
Chiesa di San Giorgio, fronte

Le prime testimonianze riferibili ad un edificio religioso cristiano in questo luogo sono costituite da alcuni elementi architettonici (in seguito reimpiegati e in parte ancora presenti nelle murature perimetrali e all’interno), e in particolare da una serie di frammenti decorativi lapidei con intagli a intrecci e matasse, tipicamente riconducibili al VII-VIII secolo, che, insieme alla dedicazione della Chiesa a San Giorgio, lasciano ipotizzare una manodopera longobarda per un primo sacello, poi parzialmente demolito per la costruzione di un edificio di maggiori dimensioni. Anche la forma stessa dell’abside, per la sua parte esterna, ha indotto alcuni studiosi a compararlo con le architetture ravennati (di cui riprenderebbe anche il coronamento laterizio con il doppio fregio a denti di sega), e a datarlo al VII secolo. Va tuttavia ricordato che la figura poligonale dell’abside richiama direttamente anche quella del sacello di S. Maria Mater Domini della vicina Basilica dei SS. Felice e Fortunato, costruzione attribuita al VI secolo, che può quindi avere influenzato i costruttori della Chiesa di San Giorgio anche oltre il secolo successivo.

Il più antico documento conosciuto che si riferisce a questa chiesa è databile invece, secondo gli studi del Mantese (Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa Vicentina, vol. II – Dal Mille al Milletrecento, Istituto S. Gaetano, Vicenza 1954), al 983, ed è costituito da un atto di privilegio con cui il Vescovo vicentino Rodolfo, nel riconoscere ai Benedettini del Monastero dei SS. Felice e Fortunato la proprietà di estesi territori nella Diocesi, restituiva loro il «vantium sancti Georgii cum capella» («… cum ecclesia», secondo altre fonti), ovverosia un terreno paludoso (vantium) con la Cappella dedicata a San Giorgio, distante appena alcune centinaia di metri dal Monastero stesso. A questo atto seguì l’insediamento di una comunità di Benedettini, probabili artefici della definitiva bonifica della zona tra il Retrone e Monte Berico. Secondo gli studi del Barbarano (Francesco Barbarano, Historia ecclesiastica di Vicenza – Libri I, II e III, Rosio, Vicenza 1649/1652), già nel 1259 presso la chiesa sarebbe stato edificato il Lazzaretto per gli appestati, ma si tratta di una datazione che non trova riscontro né nei testamenti dell’epoca, né nella documentazione relativa alle pestilenze, che non riportano il susseguirsi di eventi calamitosi di questo genere nel corso del XIII secolo. Appare più probabile che, tra il Due e il Trecento, il luogo fosse piuttosto destinato ad ospitare campi di raccolta provvisori (forse delle semplici costruzioni in legno) per fare fronte alle epidemie, e che la costruzione di un vero e proprio edificio in muratura con finalità ospedaliere risalga ai decenni intermedi del XV secolo: da un testamento del 1456 si rileva infatti come fosse desiderio del testatore lasciare una parte dei suoi beni per contribuire all’erezione dell’«hospitali Nazareth” (o come si disse in seguito, del Lazzaretto), fuori Borgo Berga, e una nota del De Mori (Giuseppe De Mori, Chiese e chiostri di Vicenza, Galla, Vicenza 1928) fa risalire, pur senza citare alcuna fonte, la costruzione del complesso al 1454.

Si ritiene tuttavia, da parte di chi scrive, che la prima vera importante ristrutturazione dell’edificio, che trasformò il sacello longobardo nel fabbricato delle dimensioni attuali, sia ascrivibile al periodo dell’insediamento (o reinsediamento) benedettino a cavallo del Millennio: ne farebbero fede le tessiture murarie presenti nella parte sinistra del prospetto settentrionale e alla base della controfacciata, dove si leggono superfici miste in pietrame e mattoni posati a spina di pesce, con una tecnica tipicamente riferibile al X-XI secolo, nonché il reimpiego di elementi decorativi longobardi, quali semplici elementi lapidei da costruzione, distribuiti in diversi punti lungo le attuali murature perimetrali: uno di essi (un frammento di ambone finemente decorato con una cornice a motivi vegetali e la porzione di una coda di pavone), casualmente rinvenuto, nel corso dei recenti lavori di restauro della chiesa, nel paramento interno della facciata a circa due metri d’altezza, è attualmente esposto in chiesa.

Risulterebbero invece da  ricondurre alla ristrutturazione Quattrocentesca le porzioni murarie in cui si riscontra un “opus incertum” alternato a tre liste sovrapposte di mattoni a intervalli regolari, secondo uno schema che richiama le murature di tipo difensivo caratteristiche di quell’epoca, tanto da far pensare che intorno alla metà del XV secolo si fosse provveduto non ad un ampliamento, bensì ad una ristrutturazione dell’edificio, forse a causa di cedimenti dovuti alla sua posizione, parzialmente in pendio ai piedi del colle.

Già alla fine del Trecento sembra comunque che la chiesa di San Giorgio fosse stata abbandonata dai Benedettini, forse proprio per lasciare spazio al nascente Lazzaretto gestito dalle autorità cittadine: una funzione che sarebbe stata svolta anche per i secoli successivi, tanto che il luogo viene rappresentato come “Lazzaretto” (costituito da due fabbricati, uno dei quali – probabilmente la chiesa – identificato come “S. Lazaro”, ai lati di una corte cintata) nella Pianta di Vicenza detta “Angelica” del 1580 (la più antica raffigurazione completa della città di Vicenza) e nelle successive mappe cittadine del Seicento e Settecento, nelle quali tuttavia non si riconoscono per nulla gli elementi architettonici della chiesa, limitandosi le incisioni, che spesso si esaurivano nella rielaborazione di edizioni precedenti, a riprodurre due semplici fabbricati accostati a “L”, con porte e finestre vagamente distribuite: chiaramente l’utilizzo del sito non rendeva necessari all’epoca particolari approfondimenti grafici.

Solo nelle mappe catastali che si sviluppano all’inizio dell’Ottocento la struttura del complesso (sempre identificato come “Lazzaretto”) trova una corretta rappresentazione, con la chiesa affiancata dal chiostro nella sua parte meridionale, e accompagnata da un edificio stretto e lungo posto dietro all’abside, perpendicolarmente alla strada (probabilmente le camerate dell’ospedale), di cui rimane oggi, unica preziosa testimonianza, il tratto inferiore della facciata verso Viale Fusinato.

Chiesa di San Giorgio
Chiesa di San Giorgio, interno

Quando non in uso con finalità sanitarie, il Lazzaretto, evidentemente per la sua disponibilità di fabbricati coperti con ampie stanza ad uso dormitorio, poteva secondo le cronache essere impiegato per gestire diverse situazioni di emergenza; ne dà testimonianza il Castellini quando riporta come nella primavera del 1616, in occasione del conflitto che oppose la Repubblica Veneta all’Austria, giunsero a Vicenza, di passaggio verso il Friuli, «700 Grigioni [truppe mercenarie svizzere] guidati dal Capitano Giacomo de Bergai, ai quali dai Vicentini fu provveduto l’alloggiamento a San Giorgio fuori delle mura, dov’è concorsa gran moltitudine di popolo, non tanto per osservare la non più veduta milizia in questi paesi, quanto per ammirare il lor vestito, e le semplici loro maniere. Stettero essi in Vicenza per tutto il mese di giugno» (Silvestro Castellini, Storia della citta di Vicenza […], Libro XVIII, p. 174).

Non è dato sapere con precisione quando il Lazzaretto, secolarizzato nel 1810, cessò questa destinazione d’uso (che nei decenni del dominio austriaco si affiancò a quella di luogo per le esecuzioni capitali), per divenire deposito comunale (ospitando, tra le altre cose, anche la “Rua”) e, infine, assumere una funzione ancora più svilente: negli anni Trenta del ’900 il complesso era infatti indicato come sede del Canile Municipale. Negli anni della seconda guerra mondiale la chiesa fu prossima, in diverse occasioni, alla completa distruzione: con una sua delibera del 19 ottobre 1941 infatti, nell’ambito di un piano di espansione residenziale in atto già da qualche anno, il Comune di Vicenza stabilì l’alienazione di alcuni immobili di proprietà pubblica, tra i quali «il vecchio lazzaretto di Gogna, con annessa chiesetta», destinato alla demolizione per la realizzazione di nuove case d’abitazione.

La vicenda che ne seguì appare quasi paradossale: richiesto dal Comune di un proprio parere e relativo nulla osta all’operazione, il Soprintendente dell’epoca, l’architetto Ferdinando Forlati, dalla sua sede di Venezia chiese a sua volta una nota informativa all’ispettore onorario competente per la città di Vicenza, il quale, consultato un libricino dell’epoca, confermò lo scarso valore del complesso, raccomandando solamente, all’atto dell’abbattimento, la conservazione di «qualche elemento decorativo». La Soprintendenza ai Monumenti dava quindi sollecitamente al Comune, già l’8 novembre, la sua autorizzazione alla demolizione della chiesetta in quanto «cosa di nessun interesse artistico». Si poteva chiudere così, con quelle poche righe, la storia millenaria di San Giorgio; senonché, per buona sorte, nella stessa giornata dell’8 novembre un’altra lettera partiva da Vicenza diretta all’ufficio dell’architetto Forlati: la firmava il sacerdote Giuseppe Lorenzon, appassionato medievalista e, all’epoca, parroco dei SS. Felice e Fortunato (incarico che mantenne per quasi mezzo secolo, dal 1920 al 1968).

Con parole piuttosto dure («Mi giunge ora notizia d’una minaccia di demolizione…»), il sacerdote rimarcava l’importanza del sito elencandone le particolarità, e suggerendone al contempo un possibile futuro impiego pastorale per la comunità di Gogna, allora in rapida espansione demografica. A padre Lorenzon va senz’altro riconosciuta la salvezza di San Giorgio. Nel trascorrere di pochi giorni, infatti, seguì un frenetico scambio di corrispondenza tra la Soprintendenza, il suo soprintendente onorario, la parrocchia di S. Felice e il Comune di Vicenza (che pur avendo ricevuto il nulla osta alla demolizione non aveva ancora, fortunatamente, provveduto alla vendita degli immobili), conclusasi per una volta con un “lieto fine”: «Riconosciamo l’involontario errore incorso a proposito della Chiesetta di San Giorgio – scriveva l’architetto Forlati al Podestà di Vicenza il 5 dicembre – e siamo lieti di quanto ci scrivete in merito alla sua conservazione per la quale la Soprintendenza interverrà a suo tempo anche con opportuni contributi».

Forlati non avrebbe però mai immaginato, nell’avanzare questo proposito, in che circostanza sarebbero stati necessari qualche anno dopo i suoi contributi. La notte del 18 marzo 1945 infatti, durante uno degli ultimi bombardamenti aerei alleati che colpirono duramente la città, il complesso, a causa della sua vicinanza alla Stazione Ferroviaria, fu ripetutamente centrato e subì la distruzione del chiostro, della copertura dell’aula e di ampie porzioni di muratura. Le poche fotografie dell’immediato dopoguerra conservate presso l’archivio della Soprintendenza di Verona sono sconfortanti: ad eccezione dell’area absidale, pressoché integra, la struttura era ridotta ad alcuni precari brandelli di murature, ampiamente lesionati, che si elevavano da un mare di macerie. Un’immensa opera di ricostruzione postbellica attendeva l’intera città, e la chiesa di S. Giorgio, perdipiù in tali condizioni, non poteva rappresentare una priorità.

Eppure già nel marzo 1946 lo stesso architetto Forlati, riprendendo le istanze di cinque anni prima, ne proponeva il completo recupero, mediante la ricostruzione delle murature e della copertura, per una spesa che venne preventivata in 2.500.000 Lire (divenute poi, al termine dei lavori, quasi 4 milioni, interamente a carico del Ministero della Pubblica Istruzione). Nell’opera di recupero, avviata nel 1947/48 e conclusa nell’arco di un biennio, era intenzione della Soprintendenza rifare il tetto con legname «vecchio», reimpiegando in particolare le travature della copertura del Duomo, in via di rifacimento nello stesso periodo; senonché esse erano già state riutilizzate in quel cantiere per la realizzazione di centine e ponteggi, tanto che a S. Giorgio si dovette porre in opera materiale nuovo, nemmeno opportunamente stagionato. Dalla Cattedrale vennero bensì recuperate le lastre in marmo bianco e rosso che attualmente costituiscono la pavimentazione della chiesa di Gogna.

Da una lettera del Forlati al Comune di Vicenza dell’ottobre 1948 si rileva altresì che la chiesa era «attorniata da altri edifici medievali che è bene non abbiano a perdere il loro carattere. Così esiste lungo la strada un muro medievale avente vecchie aperture, muro che deve venire conservato e diligentemente restaurato. Anche la casa vicina ha elementi medievali che bisogna siano pure conservati: abbiamo però constatato che parte di essa è stata ricostruita e anche innalzata. Prima di proseguire in quest’opera è bene che vengano presi accordi precisi, per evitare stonature o perdite di parti importanti della vecchia costruzione».

Tali propositi rimasero però, di fatto, vanificati dalle successive necessità. All’inizio degli anni Cinquanta la chiesa era stata finalmente, dopo centoquaranta anni, riaperta al culto, anche se solamente ad uso dei ragazzi del quartiere, per le attività della dottrina; nel 1961 la chiesa venne messa a disposizione della Parrocchia di S. Caterina, cui il Comune di Vicenza la donò insieme al fabbricato adiacente, e nel 1963 ebbe riconosciuta la dignità di chiesa parrocchiale autonoma.

Entro pochi anni, in luogo dei fabbricati preesistenti intorno alla chiesa, ormai fatiscenti ma, come si è visto, forse ancora degni di conservazione e restauro, venne eretto il nuovo edificio delle opere parrocchiali, in stile moderno. Delle antiche strutture si salvò solamente la breve cortina muraria verso Viale Fusinato, tuttora quanto mai bisognosa di interventi di consolidamento e restauro (non è tuttavia chiaro quando, e per quali ragioni, quell’edificio sia stato demolito, giacché compare, ancora apparentemente integro, nelle fotografie aeree dell’aprile 1945, mentre alla fine del 1948, come si ricava dalla lettera del Forlati, era evidentemente già scomparso). Nel 2011, a sessant’anni dai lavori di ricostruzione postbellica, diverse necessità di carattere statico e conservativo hanno imposto l’esecuzione di un nuovo cantiere di restauro che, nella valorizzazione degli elementi originali del monumento, ha restituito alla comunità un edificio di primaria importanza per la storia del medioevo vicentino.

Di Angela Blandini e Gabriele Zorzetto da Storie Vicentine n. 8 giugno-luglio 2022


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