giovedì, Febbraio 22, 2024
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Giuseppe Roi: protagonista di spicco nella vita pubblica di Vicenza a cavallo dei due secoli

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I Roi, come i Rossi e i Marzotto, furono una dinastia di imprenditori vicentini che contribuirono a segnare profondamente la storia del territorio tra Ottocento e Novecento. Giuseppe Roi Junior (1863-1926) fu un protagonista di spicco nella vita pubblica dell’epoca: operoso cittadino, illuminato industriale, benemerito amministratore e munifico benefattore, egli seppe coniugare con successo lo spirito d’impresa con l’impegno sociale.

La storia della famiglia vicentina Roi è legata al commercio e alla lavorazione della canapa. Tale attività viene fatta risalire ad un antenato di nome Pietro che, proveniente da Bassano si trasferì a Vicenza nei primi decenni dell’Ottocento dove installò i suoi telai nell’area degli antichi mulini in Borgo Pusterla. Alla sua morte il figlio Giuseppe (nome che è ricorrente nei primogeniti maschi della famiglia) nato nel 1828, diede impulso all’attività con l’impiego di telai e macchinari sempre più efficaci. In Italia la lavorazione della canapa ebbe uno sviluppo crescente durante tutta la seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. La coltivazione era localizzata nelle province emiliano-romagnole orientali, soprattutto tra Bologna e Ferrara. Anche il Veneto fu interessato a tale coltura ma in maniera più limitata nelle aree della bassa padovana e del rodigino. Tra gli anni ’40 e ’50 del Novecento si raggiunse il vertice della produzione: secondo Coldiretti erano ben 100.000 gli ettari coltivati, un dato che portò il nostro Paese al secondo posto al mondo, dopo le sterminate coltivazioni dell’Unione Sovietica. Il prodotto italiano era di ottima qualità e offriva un diversificato impiego sul mercato nazionale e internazionale soprattutto per il settore tessile e per il cordame. L’Italia diventò il primo fornitore della Marina britannica. La crescita esponenziale della produzione di canapa indusse i Roi, nella seconda metà dell’ottocento, a rimodernare gli impianti produttivi di Vicenza e a costruire nuovi opifici: nel 1871 in località Vivaro, un secondo a Cavazzale a partire dal 1875 e nel 1883 un grande impianto di filatura a Debba. Il numero dei dipendenti subì un continuo aumento: dai 270 operai del 1890 si passò ai 1200 del 1940. Dopo la seconda guerra mondiale il processo di industrializzazione elaborò prodotti sempre più innovativi, vennero introdotte sul mercato nuove fibre artificiali, dapprima semisintetiche e in seguito totalmente sintetiche realizzate da materie prime come il petrolio e il carbone tra cui, per citare la più celebre, il nylon. I nuovi materiali si imposero sempre più velocemente e massicciamente nei gusti dei consumatori e nelle filiere produttive; il loro processo di lavorazione, pur richiedendo cospicui investimenti iniziali, risultava più economico e in poco tempo produsse un cambiamento nei consumi e una diffusione sempre più larga nelle masse soppiantando l’utilizzo della canapa che, dopo aver dominato il mercato per lunghi decenni, si ridusse drasticamente fino a divenire pressoché abbandonato. L’attività industriale vicentina entrò in una crisi irreversibile e i Roi cedettero a terzi i loro stabilimenti fino alla chiusura definitiva che avvenne negli anni 50. 

Giuseppe Roi junior nacque a Vicenza, in via San Marco 9, il 16 novembre 1863 da Giuseppe e Francesca Corato. Cominciò presto l’attività lavorativa: a 14 anni sospese gli studi superiori pubblici per affiancare il padre nella direzione dei canapifici fino ad essere nominato a 17 anni procuratore generale. Nel 1885 assumeva da solo la direzione della vasta azienda raggruppante i tre canapifici con l’impiego di circa 1000 operai. Il 1 settembre 1888 Giuseppe sposò Teresa, detta Gina, la figlia primogenita dello scrittore Antonio Fogazzaro e della contessa Margherita Valmarana. Gina aveva diciannove anni, era attaccatissima al padre. Il cugino Giustino Valmarana così descrive il loro rapporto: “Fogazzaro alla Gina voleva un gran bene e lei lo meritava perché più buona creatura io non ho mai conosciuto” e ancora “aveva nel campo dello spirito delle finezze che la avvicinavano a suo padre” (1). I genitori di Gina nutrivano una grande considerazione per lo sposo che oltre a essere all’epoca uno dei migliori partiti di Vicenza per censo, era un grande lavoratore e integerrima persona, “un giovanotto di 24 anni pieno di cuore, d’ intelligenza e d’energia, colto, piacente della persona e dei modi, di condizioni economiche molto superiori alle apparenze e fermi principi religiosi” così lo descrive Antonio Fogazzaro nelle sue lettere e inoltre “educato severamente e religiosamente, egli professa gli stessi principii di mia figlia e questa è una rara, inestimabile fortuna, perché Gina non avrebbe potuto essere felice senza di ciò” (2). Dal loro matrimonio, seppur con gravidanze difficili alcune delle quali non andate a buon fine, nacquero cinque figli: Irene (nata nel 1889 che sposò nel 1919 il nobile Geri de’ Pazzi); Margherita (nata nel 1890 che sposò nel 1911 lo scrittore e drammaturgo ferrarese Domenico Tumiati); Giuseppe Gino (nato nel 1894 che sposò nel 1921 la contessa Antonia Lonigo di San Martino, morì nel 1947, dal loro matrimonio nacquero due figli Maria Teresa detta Mina (1922-2011) e Giuseppe detto Boso (1924-2009) gli ultimi eredi della famiglia; Bianca (nata nel 1897 che sposò nel 1924 il conte Giovanni Marcello Grimani; Antonio (nato nel 1906 e morto nel 1960). Alla morte di Giuseppe senior, avvenuta nel 1889, rimasero quattro figli, tre maschi e una femmina, fra i quali solo Giuseppe junior e Gaetano decisero di seguire le orme del padre nella conduzione degli opifici. Tuttavia dieci anni più tardi, nel 1899, i fratelli Roi decisero di dividere la proprietà degli stabilimenti: a Giuseppe restarono quelli di Cavazzale e Vivaro, al fratello Gaetano quello di Debba che era arrivato a impiegare 500 operai (ceduto nel 1906 alla società Filature e Tessiture Riunite Carugati). Agli inizi del 1900 Giuseppe acquistò importanti possedimenti terrieri nel ferrarese per la produzione diretta delle fibre tessili; terreni in parte improduttivi e malarici che in pochi anni trasformò con bonifica in coltivazioni intensive, portando l’acquedotto in tenuta. Nel maggio 1915 abbandonò la sua industria per mettersi a disposizione dell’autorità militare per la grande guerra, ma a ottobre dello stesso anno fu richiamato a Roma per adempiere ai suoi doveri di deputato del Parlamento. 

Giuseppe Roi
Giuseppe Roi con la moglie e il suocero Antonio Fogazzaro

CARICHE PUBBLICHE

A partire dall’anno del matrimonio Giuseppe Roi assunse numerose e importanti cariche pubbliche sia a livello locale che nazionale: Nel Comune di Isola Vicentina fu eletto nel 1888 Consigliere comunale, carica che ricoprì ininterrottamente fino al 1921 anno in cui rassegnò le proprie dimissioni. Fu Sindaco dal 1901 al 1905, nel 1920 assessore alle finanze. Nel Comune di Monticello Conte Otto fu consigliere dal 1899 fino al 1920 e assessore comunale dal 1905 al 1914. Fu vice presidente della Camera di commercio e industria della provincia di Vicenza nel biennio 1903-1904. Dal 1905 fu consigliere provinciale di Ferrara ininterrottamente per 6 anni. Nel Comune di Vicenza Giuseppe Roi venne eletto consigliere nel luglio 1906 e nello stesso mese fu proclamato sindaco; rieletto sindaco nel 1907 fino al 1908 anno in cui si dimise, rieletto consigliere negli anni 1909 – 1911 e 1914. Nel 1914 venne nominato assessore effettivo nell’amministrazione Muzani e rimase in carica fino al 1919. Ricoprì l’incarico di revisore dei conti comunali negli anni 1912- 1913 e 1918-1919. Nel 1923 venne eletto consigliere comunale della prima amministrazione fascista di Vicenza e assessore alle finanze. Mentre fu sindaco di Vicenza Giuseppe Roi dedicò particolare attenzione alle case popolari, alla costituzione dell’apposita azienda e alla costruzione del primo gruppo di case del Comune nel rione di San Felice. Al marchese Roi si deve pure l’acquisto dei terreni a San Bortolo per le case popolari. Nel marzo del 1909 Roi presentò la propria candidatura nel collegio di Vicenza in occasione delle elezioni politiche nazionali per il Parlamento; tale fatto innescò un’accesa diatriba all’interno delle famiglie Fogazzaro-Roi in quanto il suocero, che godeva di ampia autorità e prestigio, non volle mai appoggiare la vecchia linea politica di clericale conservatore del genero, assumendo lo scrittore un atteggiamento di ferma astensione nel dibattito politico; la candidatura del marchese non passò. Nel Settembre 1913 Roi venne nominato primo presidente effettivo della banca Popolare di Vicenza carica che mantiene fino a febbraio 1915. Sempre nel 1913 venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Thiene-Asiago. Durante tale incarico sostenne per l’Altipiano il progetto per l’acquedotto fra i comuni di Roana, Asiago e Rotzo di cui fu il primo presidente dal 1914 al 1919. Si interessò ai profughi dell’Altipiano e si prodigò per la legge che riconobbe il risarcimento dei danni di guerra. Nel 1914 Giuseppe Roi divenne consigliere comunale a Montegalda e ne fu rieletto nel 1920 fino alla nomina del podestà. Sempre nel 1914 venne eletto consigliere provinciale di Vicenza. Nel gennaio 1921 il Roi venne nominato consigliere della Colonia agricola Vittorio Emanuele III di Lonigo, importante istituzione benefica di cui ricoprì la carica di presidente istituendo le scuole elementari all’interno della stessa. La Colonia era un istituto che intendeva provvedere all’istruzione professionale degli orfani di contadini morti in guerra che non potevano godere dell’assistenza familiare e non avevano modo di essere avviati nella loro stessa famiglia all’arte paterna. Inaugurato nel 1918 e situato in una grande villa con un podere di ben 125 campi vicentini l’ente morale era sovvenzionato da elargizioni offerte da privati e da società; all’inizio del 1921 ospitava 100 orfani. Il 26 settembre 1924 Giuseppe Roi ricevette alla colonia agricola di Lonigo la visita del capo del Governo Benito Mussolini. Nel 1924 fu nominato presidente della Commissione Reale straordinaria per l’amministrazione della provincia di Vicenza. Nel novembre 1924 venne eletto consigliere comunale del Comune di Tonezza e fu Presidente della Colonia alpina di Tonezza. Nel 1925 venne eletto consigliere di amministrazione della società Bonifiche Pontine, fu nominato presidente del consorzio provinciale antitubercolare e il Consiglio comunale di Vicenza lo nominò presidente onorario del patronato scolastico. Giuseppe Roi militò nel partito fascista fin dal 1923 e nel 1924 ricevette ad honorem la tessera del partito. Nel 1926 fu nominato vice presidente dell’unione industriale Fascista della Provincia di Vicenza (organismo che interveniva nella contrattazione collettiva dei contratti di lavoro di categoria).

ONORIFICENZE E PREMI

Nel 1901 il Papa Leone XIII gli conferì con breve pontificio il titolo nobiliare di marchese, con diritto di trasmissione per linea diretta ai figli primogeniti maschi. La Civiltà Cattolica nel riportare la notizia ritrasse Giuseppe Roi imprenditore come “un padre sollecito e amoroso, anziché padrone, tanto verso i suoi operai vicentini quanto verso i coloni nel ferrarese dove possedeva vastissime tenute”. L’enciclica Rerum Novarum del 1891 aveva cominciato a delineare la dottrina sociale della Chiesa con particolare attenzione alle questioni sociali. In un’epoca di aspri scontri tra padroni e classe operaia, la figura di Roi costituiva un’eccezione tanto che il giornale commentava la notizia dell’onorificenza a Roi con un plauso: “Per lui il programma sociale cristiano nei suoi stabilimenti fiorisce in tutto il suo splendore” (3). Re Vittorio Emanuele III con decreto del 24 dicembre 1925 riconobbe il titolo e glielo confermo’. L’Esposizione Universale di Saint Louis in Luisiana in USA gli assegnò nel 1904 il premio per le Case Operaie e la medaglia d’argento per i suoi prodotti di pura canapa italiana, prodotti che vennero premiati con il Gran Premio all’Esposizione internazionale di Milano del 1906 e successivamente nel 1911 all’Esposizione internazionale dell’Industria e del Lavoro di Torino. Nel 1904 venne promosso al grado di Capitano di Cavalleria nella Riserva. Nel 1914 il Re lo nominò commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia. Il Re conferì a Giuseppe Roi ripetuti gradi di onorificenza dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (era un riconoscimento cavalleresco, conosciuto anche come Ordine Mauriziano, che la Real Casa elargiva a carriere civili e militari con particolari meriti); fu nominato Cavaliere e in seguito Ufficiale e nel 1926 Grande Ufficiale dello stesso Ordine. Nel 1917 venne nominato delegato comunale del Consiglio di amministrazione dell’Istituto industriale Alessandro Rossi (nel 1933 con una donazione dei suoi cinque figli venne costituita la Fondazione Giuseppe Roi per erogare tre borse di studio a giovani vicentini bisognosi che frequentassero i corsi superiori dello stesso istituto). Nel 1918 il Re gli conferì l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia e nel 1919 quella di Cavaliere al Merito del Lavoro.

LIBERALITA’

Nel 1881 i Roi costruirono a Cavazzale la prima casa operaia seguendo l’esempio degli industriali Rossi a Schio e dei Marzotto a Valdagno, a cui seguirono negli anni successivi fino a novembre 1925 altre 7 case che potevano ospitare una cinquantina di famiglie. Nel 1899 Giuseppe Roi istituì le prime “grazie dotali” per le sue operaie a Cavazzale. All’epoca avere a disposizione una dote costituiva per le giovani donne in povertà un elemento fondamentale per la scelta del compagno e un sussidio importante per permettere l’avvio di una nuova famiglia con una iniziale disponibilità economica. I figli Giuseppe e Antonio Roi continuarono ad elargire tale liberalità e costituirono nel 1939 la fondazione “Margherita Fogazzaro di Valmarana” (in memoria della nonna materna) che erogava ogni anno due grazie dotali a favore di “due ragazze nubili dai 20 ai 35 anni di illibati costumi e bisognose”. Nell’Ottobre 1901 iscriveva tutti i suoi operai alla Cassa Previdenza versando per ognuno la quota annua. Nel 1911 fondò la Cassa Pensione interna per gli operai di Cavazzale. La previdenza e assistenza sociale, che nacque in Italia negli ultimi anni dell’800 e divenne obbligatoria nel 1919, era inizialmente costituita da una base assicurativa volontaria con i contributi pagati dai dipendenti e integrata con un contributo libero degli imprenditori. Nel 1904 inaugurò l’asilo per i figli dei suoi dipendenti a Cavazzale. Erano organizzati anche soggiorni marittimi e montani per i figli dei dipendenti. Roi istituì inoltre una cassa maternità per le operaie puerpere che potevano usufruire di una stanza di allattamento in azienda. Nel 1908 fondò la “Cucina economica”, la mensa per dipendenti che nei tempi di massima espansione distribuiva fino a 800 razioni giornaliere di pasti. Nel dicembre 1910 inaugurò la Scuola di lavoro per le figlie degli operai dove si insegnava cucito, ricamo e la cucitura a macchina della canapa. Nel 1918 il Marchese Roi e la cognata Maria Fogazzaro acquistarono a Longara la villa dei conti Squarzi che durante la grande guerra era stata adibita ad ospedale militare da campo. L’opera, che fu denominata Casa Materna, aveva la funzione di orfanotrofio e brefotrofio; il marchese finanziò a più riprese la ristrutturazione degli ambienti; dal 1918 l’opera funzionò per circa cinquant’anni e arrivò a gestire fino ad oltre 120 piccoli ospiti. Nel 1922 giugno aprì in Tonezza dopo averla ricostruita e ingrandita la villa Alpina per signore signorine sole. Il 9 maggio 1926 a Cavazzale pose la prima pietra di un grandioso fabbricato destinato a dopolavoro degli operai, a laboratorio femminile e scuola per l’infanzia. Realizzato in stile Liberty a partire dal 1926 e terminato nel 1929, il fabbricato era destinato ad offrire nella versione finale di Teatro ore di svago ai dipendenti dell’omonimo canapificio. Giuseppe Roi morì a Roma il 3 dicembre 1926 dopo breve malattia. Le esequie furono celebrate a Roma nella basilica di Santa Maria in Traspontina alla presenza di numerosissime autorità e personalità della capitale; quindi il feretro partì dalla stazione Termini alla volta di Vicenza. Il giorno seguente, 7 dicembre, l’intera città accolse la salma e gli tributò solenni onori. La cronaca dell’epoca descrive l’imponente funerale riportando l’elenco delle rappresentanze intervenute, il Campo Marzio era popolato di gente di ogni classe e condizione: ricchi e poveri, giovani e vecchi, i bambini particolarmente ai quali egli aveva con tanto amore pensato e provveduto, le Autorità, gli Uffici, le Associazioni, l’Esercito e la Milizia. Il direttorio del Fascio di Vicenza aveva disposto con un proprio comunicato: “Tutti i fascisti liberi da impegni urgenti sono comandati ad intervenire alle esequie”. L’imponente corteo, accompagnato dalle marce funebri, dalla stazione ferroviaria si diresse verso porta Castello e transitò lungo il Corso fino alla Cattedrale. La vedova e i figli per onorare la memoria del congiunto devolsero l’ingente somma di un milione di lire a favore di numerosi istituti, enti ed opere di beneficenza. L’elogio funebre pronunciato dall’assessore anziano del Comune di Vicenza comm. Ettore dott. Nordera così descriveva la sua figura: “Uomo di doti intellettuali veramente superiori ed eccelse, per straordinaria prontezza d’intuito, per rapida e chiara percezione dello stato reale delle cose, per la felice precisa visione della giusta e pratica soluzione dei problemi, per l’illuminato ardimento, per la ferrea volontà che si esplicava in sapiente energia che superando ogni ostacolo riusciva sempre realizzatrice.” Fra i molteplici necrologi il quotidiano cittadino La Provincia di Vicenza scrisse di lui: “Seppe elevarsi da sé e crearsi una fama ed imporsi con una volontà di ferro, ispirata dall’amore del bene e da una fiducia sincera di raggiungere la meta migliore”. Il marchese Giuseppe Roi aveva adottato come motto araldico: “Labore et probitate”, che rispecchia fedelmente tutta la sua vita. Fu un grande ed appassionato lavoratore, dotato di intraprendenza e capacità imprenditoriali, lungimirante nella gestione pubblica, una delle personalità più in vista all’epoca nel vicentino. Per quasi cinquant’anni diresse l’importante attività industriale familiare accompagnandola con una vigile attenzione alle condizioni dei suoi operai ai quali seppe elargire servizi e strutture atti a migliorarne le condizioni di vita. Fu un generoso benefattore per i deboli e i bisognosi, in special modo per gli orfani. Giuseppe Roi rappresenta bene la classe imprenditoriale della seconda rivoluzione industriale basata sull’impiego di nuove forme di energia che dettero impulso a un prodigioso sviluppo che si protrasse fino alla fine dell’800 e ai primi anni del ‘900; seppe avvalersi con profitto delle innovazioni tecnologiche. Come imprenditore egli agì anche fuori dei cancelli della fabbrica; dotato di una visione sociologica fu attento alla salute e ai bisogni dei suoi operai. Giuseppe Roi rientra in quella schiera di imprenditori illuminati che hanno coniugato lo spirito d’impresa con l’impegno sociale, segnando profondamente la storia del nostro territorio. Insieme ad Alessandro Rossi ed a Gaetano Marzotto senior è stato uno dei protagonisti del processo di irreversibile trasformazione del nostro Paese da agricolo a industriale.

NOTE

(1) Ieri, di Giustino Valmarana – Edizioni del Ruzzante 1978
(2) Lettere scelte di Antonio Fogazzaro, a cura di Tommaso Galla- rati Scotti – Mondadori 1940
(3) La Civiltà Cattolica, articolo del 26 marzo 1901- fasc. 1219

Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 8 giugno-luglio 2022


In uscita il numero di Maggio 2023
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