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Cantina Piovene Porto Godi: è il lato… nobile dei vini Berici

La Cantina Piovene Porto Godi affonda le proprie radici nel proprio territorio, a Toara, uno dei territori più vocati dei Colli Berici, la cui famiglia indigena di viticoltori è un patrimonio di sapienza generata in decenni di lavoro in vigna e non solo.

Cantina Piovene Porto Godi
Cantina Piovene Porto Godi

La famiglia Piovene si descrive come una famiglia indigena. Cosa vuol dire?

La nostra storia inizia nel profondo del tempo ed è segnata con una pianta del 1584 che testimonia,  allora come oggi, la solida impronta di una villa veneta circondata da un’ampia corte, campi viti e brolo.

Possiamo immaginare la nostra famiglia come le radici un vitigno che con il passare delle stagioni vanno sempre più in profondità alla ricerca dell’acqua. Per noi rappresentano il senso di appartenenza al nostro territorio.

Qual è il vino che più vi rappresenta e a cui vi sentite più legati?

Diversi sono i nostri vini apprezzati e premiati dalle riviste/guide di settore come il Pozzare (Cabernet), il Frà i broli (Merlot), il Campigie (Sauvignon) . Questo ci fa molto piacere perché forse non tutti sanno che i tagli bordolesi sono giunti in Italia per prima sui colli berici ed euganei e poi nelle altre regioni.

Noi comunque ci sentiamo particolarmente legati al nostro Tai rosso, un vino prodotto da varietà autoctona per eccellenza dei Colli Berici, su cui abbiamo scommesso per creare un vino-emblema di questo territorio e con cui amiamo sperimentare: il Tai Rosso, dai  profumi floreali e marcato sentore di ciliegia, fragola e nota di pepe, di pronta beva ma corredato di buona struttura e concentrazione; il Lola, rosato ottenuto dalla macerazione di poche ore delle bucce, e affinato in acciaio; infine il Thovara Tai Rosso Riserva, ottenuto dai vitigni più alti esposti a sud, vendemmiato un mese dopo il Tai Rosso per ottenere una maggiore concentrazione di zuccheri e tannini e maggior corpo, e maturato in tonneau francesi per un anno.

Dal 2018 avete avviato la conversione da convenzionale a biologico. Moda o necessità?

Siamo sempre stati rispettosi della natura e la conversione totale al biologico dei nostri vigneti e uliveti, è una strada che abbiamo intrapreso in maniera spontanea per convinzioni interne non per moda o necessità.

La conversione certificata biologica è estesa non solo ai vigneti ma anche ai boschi, uliveti, tanto in cantina quanto nei campi. Come azienda agricola coltiviamo infatti soia, frumento e girasoli biologici. Anche il nostro olio Dop è Biologico, prodotto da cultivar Rasara, Leccino, Frantoio, il cui sapore è tipico di questo territorio: delicato e fruttato, leggermente amarognolo.

Pensi che nel nostro uliveto abbiamo alcuni ulivi secolari di cui non si riesce a identificare la cultivar, neanche dopo attenti esami alle foglie e olivi da parte dell’Università di Padova

La nostra essenza è l’ospitalità. Può spiegare meglio?

Le porte della cantina sono sempre aperte e ci piace far vivere tutta la nostra essenza con degustazioni non limitate al prodotto, ma a far vivere l’identità del nostro territorio e della nostra famiglia.  La gente del luogo è sempre passata di qui non solo per acquistare il nostro vino ma anche per fare due chiacchiere con noi, qui dove vite e storia raccontano la stessa trama.

La nostra è una classica villa veneta dove convivono vita di rappresentanza e vita agricola che trova il suo cuore pulsante nella grande cucina, proprio come quelli di una volta: è il nostro centro di gravità, dove viviamo, ci scaldiamo e cuciniamo ancora con un’antica cucina a legna.

La chiave dei vostri vini è dunque il tempo?

Tutti i nostri vini invecchiano molto bene. Anche se li vendiamo giovani per esigenze di mercato esprimono al meglio dopo qualche anno. Ci è capitato che qualche ristoratore ci ha fatto assaggiare nostre bottiglie dimenticate per motivarci a immetterle sul mercato non immediatamente, ma noi preferiamo lasciare l’opzione al consumatore se gustarle subito o dimenticare la bottiglia in cantina finale. In fondo la vera libertà sta nella possibilità di scegliere.

Il punto di vista di Dario Loison

Le qualità della famiglia Piovene Porto Godi che da sempre ammiro sono l’onestà, la semplicità, la trasparenza di persone per bene che non sanno mentire, valori che si rispecchiano pienamente nei loro vini: semplici ed eleganti con un grandissimo rapporto qualità prezzo e che rappresentano in pieno la forza, la dedizione e la franchezza del “vignaiolo” berico.

Queste caratteristiche si affiancano ad una intensa cultura di una famiglia nobile rappresentata anche loro marchio “Porto Godi”, etichetta di una storica famiglia del Vicentino che da generazioni testimonia la fedeltà al proprio territorio.

 

Info

Cantina Piovene Porto Godi

Via Villa, 14,

36021 Villaga VI

Telefono: 0444 885142

http://www.piovene.com/

L’articolo Cantina Piovene Porto Godi: il lato nobile di un vino berico proviene da L’altra Vicenza.

Arte culi ‘n aria, l’undicesima ricetta vicentina di Umberto Riva: “i sparasi de Bassan co i ovi”, le punte della vita

“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (l’ultima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 25 dicembre 2019, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon.

Prima di “gustarti” la nuova ricetta fuori dal normale di Umberto Riva rileggi la Prefazione e il glossario di “arte culi ‘n aria“, una nuova serie di.. articuli così come li ha scritti il “nostro” Umberto per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più.


Un uomo può vivere con un uovo al giorno. Lo diceva lo zio Ivo detto Cerina perché aveva una privativa, sali tabacchi e valori bollati, compresi i cerini. O forse la ragione era un’altra!Prima di “gustarti” la nuova ricetta fuori dal normale di Umberto Riva (i sparasi dde Bassan) rileggi la Prefazione e il glossario di arte culi ‘n ariauna nuova serie di.. articuli così come li ha scritti il “nostro” Umberto per te che nel piacere della tavola vedi qualcosa di più

Un uovo con gli asparagi di Bassano è meglio. No! È supremo.

Bisognava scottarsi le dita. Sì. Perché l’uovo “sudà”, deve essere pelato bollente così come bollente deve essere messo sul piatto. Una volta tagliato a metà, deve rilasciare il tuorlo leggermente denso, liquoroso, “co ‘a giosa”. Il tuorlo si mischierà con olio, con l’aceto, con il sale ed il pepe. Tutto pronto per intingere “i sparasi” rigorosamente bollenti.

Per essere pronti a degustare “i sparasi co i ovi” non dimenticare.

Primo: mettere sotto al piatto da una parte un boccone di pane, ciò permetterà al condimento di concentrarsi dalla parte opposta ed occupare solo uno spazio ridotto, creando un guazzetto dove intingere gli asparagi.

Secondo: gli asparagi, previa scottoni, dovranno essere presi per la base, tra il pollice l’indice ed il medio della mano sinistra (diversamente per i mancini).

Terzo: la punta dell’asparago verrà immersa nell’olio, aceto, pepe e sale, torlo d’uovo e schiacciata con i denti della forchetta in modo da spiaccicarla. Così operando, quella squisitezza composta da uovo, olio, aceto e pepe ed il torlo d’uovo, potrà inzuppare, penetrare, impregnare, insaporire le fibre dell’asparago. Non è regola, ma si può lasciare le punte disfatte nella bagna, mangiare il resto dell’asparago, ed alla fine gustare, senza più doverci mettere mani e dita, la deliziosa crema. Quella crema che li ti guarda dal piatto e sembra dire “magname”.

Quattro: l’asparago, privato dell’apice secondo quanto descritto al punto tre, deve essere infilato in bocca quindi tirato per la base che tieni tra le tre dita della mano destra (sinistra per i mancini) e riestratto facendolo scivolare premuto tra i denti semichiusi e le labbra, resterà così tra le famose tre dita solo la parte filamentosa che è tanto più piccola quanto di maggiore qualità e freschezza sono gli asparagi. Il massimo? “I xera cosi boni che se ga magna tuto, anca ‘l manego”.

Quinto: quale atto finale ed irrinunciabile; il piatto dovrà essere pulito, anzi, lucidato, col pane, usufruendo anche di quel boccone che dall’inizio si trovava sotto il piatto.

Sesto: non fa parte delle regole, ma del “goloseso”, la “poenta freda”. Non va servita sul piatto degli asparagi, ma su uno a parte; usare delle fette di polenta fredda da mangiare, a bocconi durante la degustazione dei “sparasi co i ovi”, ed alla fine, prima di ricorrere al pane, intingerne in quella sublime crema, meglio usando le mani “pociando la feta intiera”; ciò sarà attuabile solo se si è ricorsi alla ‘non regola del punto tre.

Alla fine? In cucina, dove si è cotto e dove si è mangiato, rimarrà un profumo diverso, un profumo da buono, da sano. Nessun odore di unto. Solo  una traccia, flebile e piacevole, “da freschin”. Un odore gustoso, proprio un “odore da bon”.

Viva i sparasi. Viva Bassan.

L’articolo Arte culi ‘n aria, la ricetta n. 11 di Umberto Riva: “i sparasi co i ovi”, le punte della vita proviene da L’altra Vicenza.

Vicentino sotterraneo: un gruppo di avventurieri valdagnesi va alla scoperta di grotte e miniere

Finora abbiamo esplorato le principali perle di terra vicentine, ma abbiamo scoperto che esiste tutto un mondo sotterraneo fatto di rocce, di grotte e di…miniere. Ci racconta un po’ di Vicentino sotterraneo Giuliano Benetti, un 42enne valdagnese, che si dedica, assieme ad altri 4 amici esploratori alla visita del sottosuolo vicentino e non.

Giuliano, come è nata l’dea di esplorare il sottosuolo?

E’ nata da una mia passione di ricercare e visitare paesaggi sotterranei. Dapprima esploravo luoghi ed edifici abbandonati, poi grotte e ora miniere. Anche dei miei amici si sono appassionati a fare questo. Naturalmente ci vuole un po’ di preparazione. Non siamo esperti speleologi, ma abbiamo comunque fatto dei corsi base di speleologia. Le miniere, ad esempio, vanno visitate con estremo rispetto per la natura e con molta attenzione perchè possono essere pericolose e avere delle trappole. 

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Lo spettacolo dei colori dei minerali sotterranei affascina chi li guarda. Foto: Giuliano Benetti

Cosa avete esplorato finora?

E’ stato molto interessante visitare la miniera Cimani- Monte Pulli di Valdagno, dove è ancora presente molto carbone. Abbiamo poi visitato la Galleria principale Papadopoli di Valdagno. Molto suggestive sono le vecchie miniere del Monte Trisa di Torrebelvicino. Ci piace molto osservare le vene dei minerali. Qui si trovano delle porfiriti triassiche. Durante il dominio della Serenissima, le antiche miniere venivano sfruttate per estrarre argento, piombo e rame. Una delle ultime gallerie coltivate dai Veneziani è appunto la Galleria Veneziana, che si trova sul versante della Val dei Mercanti, alla base del Monte Trisa. Qui i colori dei minerali sono affascinanti.

amici giuliano
Gli amici di Giuliano osservano una grotta.

Oltre ad osservare, ci piace scattare delle foto e farne dei video, che metto rigorosamente nel mio canale you tube @GiulianoBenetti

Avete fatto anche delle scoperte interessanti?

Credo di sì, se si può definire una scoperta. Abbiamo trovato i basalti colonnari a Piana di Valdagno, che ci hanno affascinato tantissimo. Un tempo questa zona era vulcanica. Questa esplorazione non è pericolosa e ci è venuto anche mio figlio Massimo che ha 12 anni. I basalti colonnari si formano quando la lava di un vulcano si raffredda così velocemente da iniziare a contrarsi, a ritirarsi in maniera molto significativa fratturandosi in lunghe colonne che possono disporsi, a seconda dei casi, orizzontalmente o verticalmente raggiungendo anche altezze considerevoli.

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Gli amici di Giuliano esplorano anche le grotte con l’acqua al suo interno.

Inoltre con un più rapido raffreddamento della lava pare si formino colonne con un diametro minore. Si va infatti dai 3 metri a colonne con pochi centimetri di diametro !
Tra i vari tipi di lava il basalto è una roccia effusiva di origine vulcanica caratterizzata da un basso contenuto di silice. Queste particolari formazioni rocciose non sono realizzate a mano dall’uomo ma sono semplicemente il risultato di particolari processi fisici.

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I Basalti Colonnari di Piana di Valdagno. Foto: Giuliano Benetti

Il libro di Trivelli e Fabris

Giuliano ci segnala anche che i professori Giorgio Trivelli e Antonio Fabris hanno raccontato in un libro la storia della miniera Pulli di Valdagno. Si tratta della storia della miniera e delle ricerche di combustibili fra Ottocento e Novecento a Valdagno, Cornedo e Muzzolon. Il libro verrà presentato venerdì 31 marzo alle 20.30 presso il Salone delle Feste di Muzzolon. Introduce la serata Luigi Borgo, da noi recentemente intervistato.

vicentino sotterraneo
La locandina di presentazione del libro di Fabris e Trivelli

 

Lella Costa e Elia Schilton in “Le nostre anime di notte” al Teatro Comunale di Vicenza

Un’ultima doppia data nella stagione di prosa del Teatro Comunale di Vicenza; lo spettacolo è “Le nostre anime di notte”, un toccante incontro di solitudini, per un sogno romantico senza età, portato in scena da Lella Costa e Elia Schilton, regia di Serena Sinigaglia, in programma martedì 28 e mercoledì 29 marzo alle 20.45 in Sala Maggiore. 

“Le nostre anime di notte”, una produzione 2022 del Teatro Carcano, Milano, in collaborazione con Mismaonda, scene di Andrea Belli, costumi di Emanuela Dall’Aglio, disegno luci di Roberta Faiolo, è tratto dall’omonimo romanzo di Kent Haruf, scrittore statunitense scomparso nel 2014, pubblicato in Italia da NN editore; l’adattamento teatrale è firmato da Emanuele Aldrovrandi.

Prima dello spettacolo, come sempre per gli appuntamenti in doppia data della stagione di prosa, si svolgerà al Ridotto l’Incontro a Teatro; per questo spettacolo la presentazione sarà curata da Caterina Barone, critico teatrale del Corriere del Veneto e docente di storia del teatro antico greco e latino all’Università di Padova, che incontrerà il pubblico – martedì 28 e mercoledì 29 marzo alle 20.00 – per  introdurre i temi dello spettacolo, gli stessi del romanzo di Haruf e la delicata poesia che avvolge tutta la messa in scena con il messaggio positivo che trasmette.

La trama: Addie e Louis, entrambi vedovi ultrasettantenni, vivono da soli a pochi metri di distanza l’uno dall’altra. Si conoscono da anni, perché Addie era buona amica di Diane, la moglie scomparsa di Louis, ma in realtà non si frequentano, almeno fino al giorno in cui Addie fa al vicino una proposta piuttosto spiazzante. Dal momento che, dopo la scomparsa del marito, ha delle difficoltà ad addormentarsi da sola, invita Louis a recarsi da lei per dormire insieme. Non si tratta di una proposta erotica, ma del desiderio di condividere ancora con qualcuno quell’intimità notturna fatta soprattutto di chiacchierate nel buio prima di cedere al sonno. Ma la società non è ancora pronta a concedere un sogno romantico a chi entra nel terzo tempo della vita.

“Lo spettacolo è tratto da un romanzo straordinario, di quelli che si incidono nell’anima e le regalano sollievo e fiducia – spiega la regista Serena Sinigaglia -. Una storia lieve, sussurrata nella notte. Niente urla, niente violenza, niente arroganza. Non si sgomita qui per affermare il proprio diritto ad esistere, tutto qui è in punta di piedi, delicato, mite. Un vero balsamo per chi si sente stritolato da questo mondo strillone e brutale. Addie e Louis sono avanti negli anni. Le loro vite in qualche modo si sono compiute. Eppure decidono di vivere una storia d’amore. Si incontrano, notte dopo notte, in casa di lei e parlano…parlano…parlano. Le loro parole diventano confessioni, le loro confessioni sono conforto e assoluzione. Il loro amore è una nuova speranza di vita. Perché si può ‘rinascere’ a qualsiasi età. Lella Costa è Addie, Elia Schilton Louis: due attori magnifici che possono incarnare la dolcezza, la poesia di questa storia con la luce e il garbo che richiede. Noi spettatori saremo con loro, ascolteremo le loro conversazioni, avremo il privilegio di vedere compiersi di fronte ai nostri occhi l’unione delle loro anime”.

La storia, pudica e delicata, è la prima versione del besteller di Kent Haruf; uscito postumo, il romanzo ha già visto una trasposizione cinematografica nel 2017 nel film interpretato da Robert Redford e Jane Fonda. L’adattamento teatrale mantiene la struttura narrativa del testo di Haruf: i dialoghi di Addie e Louis, infatti, si alterneranno alle maldicenze e ai pettegolezzi degli abitanti di Holt, la cittadina immaginaria in cui la vicenda si svolge, riportati sempre dai due attori. Quella raccontata da Haruf è infatti la provincia americana che si ritrova anche nei quadri del “realismo americano” di Edward Hopper. E, come nelle atmosfere rappresentate nelle opere del pittore statunitense, il letto è l’unico posto per quelle anime che possono esistere solo di notte.

Lella Costa ed Elia Schilton incarnano in scena la tenera storia che unisce due anime tormentate, refrattarie alla solitudine, in uno spettacolo lieve, che regala fiducia nel prossimo e speranza. “La meraviglia di una storia vera, in un testo che parla di gentilezza, ironia e relazioni” come l’ha definita Lella Costa. Per “Le nostre anime di notte” a Vicenza restano ancora dei biglietti.

Info: www.tcvi.it

Villa Valmarana, “Alla scuola del Tiepolo, il mito rinato nella grazia” 

Dal 31 marzo al 7 aprile gli affreschi di Giambattista Tiepolo in Palazzina di Villa Valmarana si uniscono all’arte contemporanea per valorizzare il patrimonio artistico italiano,  reinterpretando i parametri classici. 

La mostra, dal titolo “Il Mito rinato nella Grazia”, sarà curata dalle galleriste Daniela Accorsi  e Serena Caleca, che presenteranno rispettivamente la personale di Johann Stockner e una selezione di 18 opere di 16 artisti contemporanei. 

La mostra punta a valorizzare il patrimonio artistico italiano con la partecipazione e la  reinterpretazione dei parametri classici che ci appartengono riletti alla luce del linguaggio  artistico contemporaneo, riscoprendo anche l’originalità e la modernità degli stessi tesori  museali donati ai posteri dal Tiepolo, sullo sfondo del loro periodo storico.  

“Possiamo osservare infatti che il ciclo Epico dipinto da Giambattista Tiepolo insieme al figlio  Giandomenico nel 1757 per la famiglia Valmarana, affronta i grandi miti dell’Iliade,  dell’Eneide e ancora poi della Gerusalemme Liberata e dell’Orlando Furioso, con estrema  modernità e libera interpretazione ispirandosi alla lunga esperienza di soggetti sacri eseguiti  su commissione in Italia dall’artista.  

Nel Tiepolo maturo ed esattamente in Villa Valmarana la trasmissione epica della Mitologia  classica solitamente riportata nella sua ieratica rappresentazione appare visibilmente  addolcita e narrata con grande pathos e compassione, i volti quasi rivolti in preghiera verso i  cieli, la solitudine e il dolore che attanagliano l’uomo, il dramma del peccato e delle avversità  cui la vita non si può sottrarre, diventano in quegli affreschi manifesto di introspezione e  messaggio di conversione del cuore nella concezione rivoluzionaria di pensiero innescato  dall’avvento della “Pietas” cristiana.  

Il Mito nella sua veste eroica e sprezzante, narrazione autocelebrativa delle culture dei  popoli viene quindi riletto e riproposto dalla mano del Tiepolo e della sua scuola , alla luce  della Grazia, dove quest’ultima traspare visibilmente dai volti e dalle scene degli affreschi, ed  esplode con sublime impatto visivo interrogando il cuore dell’umanità in un messaggio  serrato e inequivocabile sulla trasformazione del suo destino, risorto alla pietà e  compassionevole coralità, nell’adozione a figli dell’unico Padre”. 

La mostra si svolgerà nelle cinque sale della Palazzina e nelle due terrazze e sarà visitabile in orario di apertura, dalle 10.00 alle 18.00. L’ingresso è compreso nel biglietto della Villa. Per informazioni, clicca qui.

Una notte a Venezia, torna l’operetta con musica dal vivo al Teatro Comunale di Vicenza

Domenica 26 marzo alle 16 è in programma al Teatro Comunale di Vicenza “Una notte a Venezia” di Johann Strauss su libretto di Franz Zell (pseudonimo di Camillo Walzel) e Richard Genée, presentata dalla Compagnia Teatro Musica Novecento.

L’operetta in due atti andrà in scena al TCVI accompagnata dal corpo di ballo della Compagnia e dalla musica dal vivo eseguita dall’Orchestra “Cantieri d’Arte” diretta dal maestro Stefano Giaroli; la regia è di Alessandro Brachetti, le scene e costumi di Artemio Cabassi sono realizzati da ArteScenica.

Arriva per la prima volta sul palco del Comunale il celebre titolo dell’operetta viennese, molto rappresentato all’estero (cantato anche da soprani e tenori celebri), molto meno in Italia, nonostante la contagiosa gioia di vivere che riesce a trasmettere.

In “Una notte a Venezia” già il titolo porta con sé molti aspetti curiosi, tutti legati alla vita privata di Johann Strauss: l’operetta fu infatti scritta nel 1883, nel periodo tra il secondo e il terzo matrimonio del famoso compositore austriaco, situazione che ne influenzò pesantemente la stesura, interrotta più volte. Ma questa fu probabilmente anche la sua fortuna perché quando si riavvicinò al lavoro per completarlo, Strauss si ritrovò pieno di energie e di entusiasmo: il creatore de “Il Pipistrello” e “Sul bel Danubio blu” seppe regalare al suo pubblico un’operetta allegra e spensierata, ambientata durante il Carnevale di Venezia, con un ballo in maschera a fare da scenario agli equivoci amorosi degli esuberanti protagonisti. Nella versione della Compagnia Teatro Musica Novecento che sarà in scena al Comunale i ruoli principali sono affidati ad Antonio Colamorea (Duca di Urbino), Alessandro Brachetti (Caramello, il barbiere del Duca), Susie Georgiadis (Annina, la figlia dei pescatori), Fulvio Massa (il senatore Bartolomeo Delacqua), Silvia Felisetti (Barbara, sua moglie), Elena Rapita (Ciboletta, la cameriera di Barbara), Marco Falsetti (il cuoco Pappacoda), Alessandro Garuti (l’ufficiale di marina Enrico Piselli).
“Una notte a Venezia” è un’operetta che si caratterizza per raccontarci il nostro paese con gli occhi dello straniero: vi si ritrovano stereotipi a profusione ma soprattutto una straordinaria allegria che si riverbera nella splendida musica del re del valzer, che qui alterna arie dolcissime a polke e mazurke passate alla storia della musica. La Compagnia Teatro Musica Novecento, che da sempre ha fatto di questo genere musicale il suo cavallo di battaglia, ha saputo adattare il lavoro alle sue caratteristiche rendendolo, con il consueto garbo e rispetto, ancora più attuale.

La trama: è la vigilia di Carnevale a Venezia e la piazza pullula di signori venuti a divertirsi. Ad accoglierli c’è Pappacoda, un buffo cuoco napoletano che fatica a vendere i suoi maccheroni, ma si consola con il suo amore, ricambiato, per la deliziosa Ciboletta, cameriera in casa del Senator Delaqua. Il Duca di Urbino, donnaiolo impenitente, passerà la notte di Carnevale nel suo sontuoso palazzo sul Canal Grande dove si svolgerà una festa da ballo, naturalmente in maschera. Tra gli invitati c’è anche il Senator Delaqua, al quale il Duca ha fatto intendere che gli concederà il titolo di amministratore dei suoi cospicui beni, in cambio dei favori della bella Barbara, sua moglie. Il senatore cercherà così di salvare capra e cavoli, con la complicità delle maschere e del suo barbiere Caramello che, a sua volta, vorrebbe tanto cambiare il suo status sociale e quello della sua amata Annina, pescivendola a Chioggia. Dal canto suo anche Barbara non ha nessuna intenzione di concedersi al Duca, non tanto per scrupoli morali, ma perché gli preferisce il giovane ed aitante ufficiale di marina Enrico Piselli, nipote di suo marito. Tutti organizzano dunque i loro intrighi, pronti a passare una notte indimenticabile.
E la festa sarà davvero memorabile: in un modo o nell’altro nobili e popolani si ritroveranno tutti a palazzo, ma ben poco di quanto speravano si avvererà. Le maschere celeranno le identità in un groviglio fittissimo in cui a dominare saranno gli scambi di persona e gli equivoci amorosi. Ma, come sempre accade nell’operetta, dopo tanta confusione, finalmente le coppie si riappacificheranno e si riuniranno in un immancabile lieto fine che lascerà tutti contenti… o quasi.

Ma oltre alla sontuosa e originale ambientazione, ai personaggi tratteggiati con ironia quasi macchiettistica, sarà la splendida musica del grande Johann Strauss a rendere questa operetta uno spettacolo indimenticabile per il pubblico.

Rock a Vicenza: tornano Riviera Folk Festival, Jamrock, Ferrock e Weekender Platz

Sono state presentate oggi, 22 marzo 2023, a Palazzo Trissino di Vicenza le feste rock che nel 2022 hanno attirato dalle 5 alle 10000 persone ciascuna, dopo la loro ripartenza in seguito alle difficoltà legate al Covid.

Erano presenti in Sala Stucchi l’assessore Marco Zocca, Nicola Tonello per il Riviera Folk Festival, Marco Bari per il Jamrock Festival, Mattia Rigodanzo e Matilde Bolla per il Ferrock e Massimiliano Trevisan e Tabata Berton di From disco to disco.

L’assessore Zocca ha riferito che le scorse edizioni delle feste rock di Vicenza sono andate bene e non ci sono state lamentele neppure per gli orari, per cui quest’anno il comune di Vicenza conferma la richiesta di contributo e lo alza a 3.000 euro (nelle scorse edizioni era di 2.500 euro, ndr). Il contributo serve a coprire i costi della corrente, dei rifiuti, dei plateatici.

Feste Rock Vicenza

La programmazione di queste feste estive è realizzata dal coordinamento Feste Rock di Vicenza, in rappresentanza delle associazioni Uorra Uorra, Jamrock e Ferrock, che da svariati anni collaborano con l’amministrazione comunale.

Nicola Tonello conferma l’assenza di lamentele nonostante l’inserimento del festival, quest’anno alla sua ventiduesima edizione, in un’area parrocchiale e residenziale quale il quartiere di Santa Croce Bigolina, nel parco di via Turati.

Il Riviera Folk Festival si terrà dall’8 all’11 giugno 2023, impegnerà un folto gruppo di volontari e si esibiranno gruppi musicali vicentini, ma anche artisti internazionali. Non ci sarà solo musica, ma anche proposte gastronomiche.

Marco Bari del Jamrock, unico festival che non ha mai saltato un’edizione, ha riferito che quando è nata l’associazione c’era l’intenzione di fermarsi una volta arrivati alla decima edizione. Tuttavia, visto il successo, si va avanti anche quest’anno dal 12 al 16 luglio 2023 al parco Fornaci, dove saranno ospitati mercatini di artigianato, si potrà mangiare pasta a chilometro Zero e saranno soddisfatte le esigenze vegetariane e vegane del pubblico.

Matilde Bolla e Mattia Rigodanzo del Ferrock Festival confermano la dodicesima edizione dal 26 al 30 luglio 2023 a parco Retrone e hanno anticipato la presenza sul palco di una band australiana, The Rumjacks.

In concomitanza ci saranno spettacoli di magia e la possibilità di fare sport, a conferma della natura inclusiva di tutte queste manifestazioni, che accolgono giovani e non solo.

Tabata Berton e Massimiliano Trevisan di From disco to disco hanno voluto portare l’attenzione sulla scelta del luogo, la corte dei Bissari.

La rassegna, che prevede concerti e dj set, si terrà dal 31 agosto al 3 settembre e chiuderà l’estate rock vicentina, in un anno di transizione in attesa di nuove generazioni a portare avanti questa tradizione rock in città.

Teatro Comunale di Vicenza: dal Mago di Oz a Pirandello

Sabato 25 marzo 2023 il teatro comunale di Vicenza propone due spettacoli: “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello e Il Mago di OZ.

Si torna ai classici del teatro, per l’ultimo appuntamento della Prosa al Ridotto al Comunale di Vicenza, con un grande testo di Luigi Pirandello, rappresentato per la prima volta poco più di 100 anni fa, ma ancora attualissimo per i suoi temi: è “L’uomo dal fiore in bocca” in programma sabato 25 marzo 2023 alle 20.45, pièce in atto unico, adattamento teatrale e regia di Francesco Zecca con Lucrezia Lante della Rovere nei panni della Donna vestita di nero (la moglie del protagonista della novella). Lo spettacolo, una produzione Argot, realizzata in collaborazione con Pierfrancesco Pisani per Infinito Teatro, musiche di Diego Buongiorno, disegno luci di Alberto Tizzone, è attualmente in tournée nei teatri italiani.

Teatro Comunale di Vicenza,

“L’uomo dal fiore in bocca”, rappresentato per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano, nella versione originale di Pirandello è un colloquio che avviene in una stazione dei treni tra un uomo che sa di essere condannato a morire, e per questo medita sulla vita con urgenza appassionata, e uno come tanti, che è lì perché ha perso il treno (un pacifico avventore), che vive un’esistenza normale, senza porsi il problema della fine. L’autore, come in altri casi, ricavò il testo teatrale da una novella scritta anni prima e intitolata “La morte addosso”. Diventato un caposaldo della drammaturgia pirandelliana, portato in scena dai più importanti interpreti del teatro nazionale (tra tutti Vittorio Gassman e Gabriele Lavia), “L’uomo dal fiore in bocca” è un tipico esempio di dramma borghese nel quale convergono le grandi tematiche del maestro agrigentino: il relativismo della realtà, per cui il quotidiano, tanto banale per alcuni, acquista una valenza completamente differente per chi si avvicina alla morte, e l’incomunicabilità tra le gli esseri umani.

Nella versione teatrale di Francesco Zecca, invece, quella donna che Pirandello ha fatto solo intravedere nella sua drammaturgia (un’ombra di donna che non entra in scena e non parla), a cui dà voce e corpo Lucrezia Lante della Rovere, prende il sopravvento, una donna il cui unico bene rimasto è “attaccarsi con l’immaginazione all’esistenza”, cercando di non far morire, attraverso il ricordo, il marito colpito da epitelioma (la malattia del “fiore in bocca” nel linguaggio popolare, da cui il titolo). La Donna vestita di nero, moglie del protagonista (in questa versione già morto e sepolto), si proietta alla ribalta, parla, sa osare con decisione e misura, rovesciando la prospettiva narrativa in un racconto che diventa quasi tutto al femminile. Le indicazioni di scena di una figura femminile che appare all’ombra di un cantuccio “vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti” sono rispettate, ma solo quelle: qui è lei a dominare la scena. E Lucrezia Lante della Rovere presta voce appassionata e commovente a questa figura dolente, che si piega su stessa, in cui le parole, la gestualità, gli abiti del lutto amplificano la forza della sua interpretazione, creando dei momenti di profonda commozione.

L’altro appuntamento è uno spettacolo musicale nel cartellone dei fuori abbonamento al Teatro Comunale di Vicenza: sabato 25 marzo 2023 alle 18 è in programma “Il mago di Oz”, un family show di grande successo presentato dalla Romanov Arena, la casa di produzione di “Alice in Wonderland”. La geniale fiaba de “Il Mago di Oz”, tratta dal libro di L. Frank Baum, viene proposta in questo spettacolo pieno di effetti speciali dedicato particolarmente ai più piccoli, in una chiave scenica del tutto originale: il linguaggio del musical e del circo contemporaneo si fondono in una nuova e particolarissima dimensione. Per la tappa di Vicenza al Comunale (lo spettacolo è in tour nei teatri del Nord Italia, prima di passare a Firenze e a Roma) di sabato 25 marzo, i biglietti sono tutti esauriti.
Lo spettacolo, diretto da Maxin Romanov, si avvale di un cast di 25 artisti, composto da cantanti, danzatori e alcuni tra i maggiori acrobati di circo contemporaneo a livello mondiale. La mirabolante messa in scena è esaltata dall’originale animazione, dalle grafiche in 3D, dagli effetti speciali e dai costumi fantasmagorici realizzati dal team di creativi della prestigiosa produzione.

Teatro Comunale di Vicenza,

Gli artisti circensi, acrobati sui flyboard (le tavole volanti sull’acqua) che saranno in scena sono i vincitori del Premio del Festival Internazionale del Circo di Montecarlo, mentre sono usciti da celebri talent i cantanti del gruppo Grace; hanno vinto premi prestigiosi le ginnaste aeree su tela e gli acrobati su pattini. La musica originale è scritta e diretta dal giovane compositore Andrei Zubets; nel ruolo di Dorothy ci sarà Anastasiia Diatlova, la più giovane partecipante a Voice Children e The Blue Bird, mentre in quello del Mago di Oz ci sarà l’attore (e acrobata) Andrei Gelver.

Anche il musical presentato dalla Romanov Arena è tratto dal romanzo “il meraviglioso mago di Oz” scritto nel 1900 da L. Frank Baum, il primo dei quattordici libri che lo scrittore ha dedicato al luogo incantato di Oz; nel 1939 venne realizzato un film musicale, diretto da Victor Fleming (il regista di Via col vento) interpretato da Judy Garland, un film diventato un super classico nella storia del cinema. La canzone “Over the Rainbow” interpretata dalla protagonista, è stata reinterpretata da molti celebri artisti (tra cui Eric Clapton, Ray Charles, Keith Jarrett) diventando un vero e proprio cult.

La trama è quella nota: la piccola orfanella Dorothy, che vive con gli zii nel Kansas, si ritroverà risucchiata insieme alla sua casa da un tornado, nel magico paese di Oz. Qui, dopo aver ucciso inavvertitamente la malvagia strega dell’Est schiacciandola con la sua abitazione, vagherà alla ricerca del potente mago di Oz, l’unico in grado di riportarla a casa. Grazie alle indicazioni della buona strega del Nord, che le dona un paio di meravigliose scarpette di cristallo e la guida di tre improbabili compagni di viaggio – uno spaventapasseri, un boscaiolo di latta e un leone – riuscirà a superare gli ostacoli e a giungere al cospetto del potente mago. Questi però, a causa di un incidente non riuscirà nel suo intento. Solo raggiunta la strega del Sud, che le svelerà il magico potere delle sue scarpette, riuscirà finalmente a riabbracciare gli zii.

La storia avvincente e la spettacolarità dello show, con numeri acrobatici, piroette, volteggi in aria o sui pattini, pratiche circensi e splendide canzoni, lasceranno il pubblico, di tutte le età, senza fiato, per due ore di spettacolo davvero godibili. I dialoghi dello spettacolo saranno in lingua inglese con sottotitoli in italiano.

Animali in gigantografia: dove trovarli nel Vicentino? Dall’Ape Vaia allo scoiattolo di Staro…

Animali (finti) in formato gigante sono uno spettacolo da vedere. Ce ne sono anche nel Vicentino. Dall’Ape Vaia di San Pietro Mussolino, allo scoiattolo di Staro (Valli del Pasubio) passando per la lumaca di Marana di Crespadoro, meritano tutti una visita…

L’Ape Vaia

E’ stata costruita con i legni raccolti dalla tempesta vaia dall’artista Marco Martalar e posizionata lungo la pista ciclabile di San Pietro Mussolino, paese delle api. Il sentiero si chiama appunto “sentiero dell’ape regina”.

La sera del 29 ottobre 2018 la devastante tempesta Vaia, accompagnata da forti raffiche di vento, si abbatté su tutto il territorio montano del nord est d’Italia e oltre 20 milioni di alberi furono sradicati in poche ore.

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Il sentiero dell’ape regina a San Pietro Mussolino. Foto: Marta Cardini

Marco Martalar, (nome d’arte per Martello) scultore e artista veneto, montanaro e amante della natura, rimase profondamente colpito dall’evento calamitoso, tanto da sperimentare una nuova tecnica per recuperare gli alberi abbattuti dandogli nuova vita attraverso le sue creazioni. Su una collina di Lavarone, in Trentino, lo scultore ha posizionato un famoso drago, costruito con pezzi di radici divelte. Ha inoltre costruito un gallo che presidia l’ingresso nel Comune di Gallio e un leone che è stato consegnato in Finlandia.

Lo scoiattolo di Staro

A Staro, frazione di Valli del Pasubio, si trova un enorme scoiattolo di pezza. Nato nel 2008 come carro di Carnevale costruito da un gruppo di volontari di Staro, al termine delle sfilate è stato posizionato all’ingresso del paese dove è ammirato e fotografato durante tutto l’anno dalle persone di passaggio. E’ stato ristrutturato pochi anni fa grazie ad una raccolta fondi. Nel 2020 è stato riposizionato, dopo che era stato cucito nuovo di zecca da alcune volontarie. Lo scoiattolo è l’animale simbolo della frazione di Staro.

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Lo scoiattolo di Staro. Foto: Marta Cardini

La lumaca di Marana di Crespadoro

Sembra costruita in plastica o in gomma, l’enorme lumaca situata in piazza a Marana di Crespadoro. I “corgnoi” ovvero le lumache sono il simbolo di questo territorio. A Crespadoro si tiene infatti ogni anno intorno all’8 dicembre la “festa della lumaca” con la mostra mercato e la degustazione dei “corgnoi” provenienti dal boschi dell’Alta Valle del Chiampo.

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La lumaca di Marana di Crespadoro. Foto: Marta Cardini

Se in questo nostro giro tra gli animali giganti ne avessimo dimenticato qualcuno non esitate a comunicarcelo. Grazie

Arte culi ‘n aria, la decima ricetta vicentina di Umberto Riva: piselli, la donna dei cesti a “scaolare i bisi”

Arte culi 'n aria
Arte culi ‘n aria

“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (l’ultima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è dell’11 dicembre 2019, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon.

Prima di “gustarti” la nuova ricetta fuori dal normale di Umberto Riva rileggi la Prefazione e il glossario di “arte culi ‘n aria“, una nuova serie di.. articuli così come li ha scritti il “nostro” Umberto per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più.


Quel grosso cesto appeso al braccio era pieno di verdure. Aveva due fianchi che tenevano larga una gonna ampia, drappeggiata che arrivava ai piedi costretti in scarpe nere con cinturino, sformate dalle nocche dei piedi. Dalla vita in giù sembrava il paramento dietro l’altar maggiore, quello attaccato alla corona, durante le feste grandi. Dalla parte esterna del cesto, appesa col gancio al manico di legno, una stadera, bilancia per le verdure a peso.

Era l’epoca dei piselli.

Il rientro da scuola aveva un titolo, “scaolare i bisi”.

Un lettore che si "gusta" Arte culi 'n aria
Un lettore che si “gusta” Arte culi ‘n aria

I piselli, quelli rotondi, lisci profumati, finivano in una terina, le scorze in una vaschetta con acqua. Anche i baccelli erano importanti. Venivano ben lavati e lessati a lungo, molto cotti. Venivano passati nel passaverdure che l’acqua di cottura slavava affinché niente rimanesse. L’acqua, con quanto rilasciato dai baccelli, era buona per il minestrone di verdura. Era usata anche come acqua di governo per il risotto. Era deliziosa anche da bere, leggermente verdina, leggermente dolciastra, leggermente densa, leggermente lassativa.

I piselli, piccoli, tutti uguali, dolci, erano buonissimi anche crudi. “No magnarli crui che te vien ‘l mal de panza”, non era vero, ma il timore riduceva i danni.

Quel profumo che le finestre aperte diffondeva fino in istrada era dei “bisi in antian”. Scalogno tagliato fino, rosolato con pancetta ridotta a dadini era l’antefatto dell’immane opera. Quando lo scalogno era trasparente e così la pancetta, allora e solo allora venivano versati i piselli che cominciavano a cuocere con piccole correzioni d’acqua, col coperchio fino a che facevano le fossette. Solo allora il coperchio veniva tolto fino a far evaporare il liquido superfluo.

Il profumo era trionfante.

Il risotto veniva governato col brodo di gallina, se n’era avanzato dalla domenica prima, oppure con acqua. A cinque minuti dalla fine cottura “da ‘a tecia de i bisi in antian” venivano tolte alcune cucchiaiate, una ogni due commensali, destinate andavano ad arricchire il risotto. Si cominciava a vedere quella specie di succo denso, amido con liquido di piselli, legare il riso. Se alla fine poi, una noce di burro trovava ospitalità, si matecava. “Mai meterge formaio, se perde la delicatesa dei bisi” e dopo “lecare anca ‘l piato”.

Secondo piatto, “bisi in tecia o in antian, che xe la stesa roba” con un pezzo di formaggio tipo “calcagno de frate” di quello che sa gusto da niente “tanto par dire che go magnà formaio”.

Meraviglia!

Piccoli, teneri, dolci “bisi de Lumignan”.

Ma questa é un’altra storia, una storia nella storia. Un “toco de storia de Lumignan” una parte molto importante che rinasce nella “sagra dei bisi”. Una tradizione. “Lumignan, un toco de mondo”.

Annotazione. Parlando dei “bisi in tecia”, qualcuno dice di mettere ad inizio cottura, anche pomodori freschi “de pianta”. Mai! “I bisi xe bisi, i pomodori xe pomodori”.

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