Risalendo di 10 km la città di Valdagno, si arriva a un piccolo paradiso su un piccolo altopiano di colline e alture. E’ la frazione di Castelvecchio, dove l’aria pulita e il bel panorama, fanno godere appieno della natura circostante. Castelvecchio divide l’alta valle dell’Agno dalla valle del Chiampo. Dalla chiesa, proseguendo per la strada adiacente, si arriva a Marana di Crespadoro.
La natura
Qui ci sono molti sentieri percorribili a piedi e in bicicletta. Il territorio è disseminato di pini e ciclamini, tant’è che, il giorno di ferragosto nel periodo della Sagra dell’Assunta, viene organizzata la tradizionale marcia “Tra Pini e Ciclamini”. Durante la sagra dell’Assunta c’è anche la Festa del Pane, o meglio della famosa “ciopa” fatta in casa. La vista dalla chiesa di Castelvecchio è spettacolare. E’ possibile vedere Cima Marana, tutte le colline circostanti e una parte dell’anello delle Piccole Dolomiti.
La vista da dietro la chiesa di Castelvecchio. Foto: Marta Cardini
La leggenda
Il nome Castelvecchio secondo la leggenda potrebbe derivare da un castello che nella prima metà del XIII secolo, l’allora tiranno Ezzelino da Romano aveva fatto costruire proprio al posto dell’attuale chiesa per controllare le valli dell’Agno e del Chiampo. Alla sua morte nel 1259, per l’odio che le popolazioni avevano verso di lui tutti i suoi castelli furono completamente rasi al suolo lasciando soltanto il nome alla frazione che ricordasse quell’antica fortezza.
Cima Marana vista da Castelvecchio. Foto: Marta Cardini
L’arte e il Simposio di scultura
Da tradizione a Castelvecchio, solitamente in luglio, si svolge il “Simposio di scultura del legno“. Scultori professionisti provenienti da diverse zone d’Italia si ritrovano per realizzare le loro sculture all’aperto, nella piazza e nelle vie di Castelvecchio. Vengono loro messi a disposizione tronchi di pino cembro, detto cirmolo, un legno dalla pasta morbida che ben si presta ad essere scolpito. Moltissimi sono i visitatori che, curiosi, ammirano l’affinamento delle opere da parte degli artisti.
Per gli amanti dell’arte è consigliata la visita dell’esposizione permanente di sculture del parroco Adriano Campiello, il quale da materiali bellici della prima guerra mondiale rinvenuti sul Pasubio, crea sculture raffiguranti alcuni episodi del Vangelo.
Un alto pino di Castelvecchio. Foto: Marta Cardini
In occasione della Giornata Nazionale della Cura della vita delle persone e del pianeta, il Comune di Sovizzo propone la lettura teatrale intitolata “Di questo nostro Mondo”.
L’evento si terrà giovedì 2 marzo 2023 alle ore 20:45 nella Sala Conferenze del Municipio di Sovizzo, in Via Cavalieri di Vittorio Veneto, 21.
La lettura, a cura di Luca Toschi e Cristina Falci, sarà tratta dai libri “Il Calamaro Gigante” di Fabio Genovesi e da “Lo Specchio nello Specchio” di Michael Ende. Il reading sarà successivamente accompagnato da una profonda riflessione sull’imparare a prendersi cura degli altri come di noi stessi, del pianeta come della nostra vita.
La Giornata Nazionale della Cura è promossa dal Coordinamento nazionale degli Enti Locali per la Pace ed i Diritti Umani, e vuole essere un giorno dedicato alla valorizzazione della solidarietà contro le disuguaglianze, le discriminazioni e la cultura dello scarto.
È inoltre patrocinata da: Rete Nazionale delle Scuole di Pace, Comitato promotore Marcia PerugiAssisi, Rete Salute Welfare Territorio, Articolo 21, Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova, Cattedra Unesco “Diritti Umani, Democrazia e Pace” dell’Università di Padova, EIS – Scuola di Alta Formazione “Educare all’Incontro e alla Solidarietà” della LUMSA di Roma, Tavola della Pace in collaborazione con la rete tedesca “Equal Care Day”.
“Questa iniziativa vuole essere un momento di condivisione contro l’individualismo, l’indifferenza e l’avidità”, dichiara Paolo Garbin, Sindaco di Sovizzo. E prosegue: “Si tratta di un’occasione per opporsi congiuntamente alle guerre e alla devastazione dell’ambiente, con una mentalità che possa promuovere l’unione e la cura”.
Che la pandemia abbia ristretto gli orizzonti quotidiani di ciascuno di noi e per molti mesi è un’affermazione più che ovvia. Ma come ha reagito il nostro immaginario, rimasto a lungo a digiuno di quelle piacevoli escursioni visive di cui era costellata l’esistenza precedente?
Qualcuno ha tentato di focalizzare lo sguardo sul volto interiore di persone, cose e ambienti che hanno continuato a circondarci malgrado le restrizioni. Attivando in diversi modi quella sensibilità di toccare il “noumeno”, ossia la realtà profonda e invisibile che sta alla base dell’espressione creativa capace di aprirsi alla dimensione spirituale.
Ecco allora che per diversi artisti, tra cui fra Giovan Battista Pesci, questo tempo di prova è diventato un’occasione per esplorare in modo ancora più intenso il paesaggio fuori porta. Abile ritrattista di volti del mondo, memore di grandi esperienze di viaggio nei paesi latinoamericani, negli ultimi anni si è dedicato con particolare impegno a cogliere “istantanee” attraversando con passione il territorio vicentino. Istantanee perché realizzate nel desiderio di “fermare” l’istante nel suo mutevole e sempre rapido transito.
Di certo non in modo fotografico, ma attraverso il vibrato interiore del ductus pittorico, capace di svelare il sentimento dell’artista, il suo continuo meravigliarsi di fronte allo spettacolo del mondo.
Dipingendo ad olio su tavole di vario formato, fra Giovan Battista ha trovato modo di immortalare tanti angoli panoramici della provincia, più o meno noti, soffermandosi sovente nei pressi del lago di Fimon e nei colli circostanti, col desiderio di raccontare il ciclo delle stagioni e il variare continuo delle ore, segnato da giochi imprevedibili di luce e ombra.
“Laudato sì, mi’ Signore, per frate ventoetperaereetnubiloetserenoetonnetempo,perloqualeale tue creature dài sustentamento”, sembrano acclamare le opere di questo frate Servo di Maria, entusiasta della pittura “en plein air” e pronto ad armarsi di pennelli, della tavolozza e di un ombrello parasole nel tentativo di ghermire rapidamente l’attimo fuggente.
I versi del Cantico delle creature rimangono nella filigrana di tutta la produzione grafico-pittorica, assai feconda, del frate artista legato al convento di Monte Berico, dove sono custodite molte sue opere e dove periodicamente vengono esposte. Animate da un forte temperamento cromatico, queste “impressioni d’artista” diventano sentinelle di un sentimento religioso e civico da cui prende slancio il concetto di ecologia integrale, in grado di ricercare accordi e interazioni tra natura, cultura ed economia dell’uomo, nella prospettiva del suo dialogo ininterrotto con Dio.
Ritornando al tema della pandemia, la suggestiva serie dei paesaggi vicentini – concepita come lode quotidiana alla creazione – si ricollega idealmente ai versi di un caposaldo della tradizione biblica, ossia dell’antico cantico di Daniele, pronunciato in origine da tre giovani gettati dal re Nabucodònosor nella fornace ardente: “Benedite,monti ecolline,ilSignore,lodateloedesaltatelo nei secoli. Benedite, creature tutte che germinatesullaterra,ilSignore,lodatelo edesaltateloneisecoli” (Dn 3, 75-76).
Le parole del cantico, intrise di gratitudine verso il Signore della vita, il cui riflesso si mostra attraverso la bellezza della natura, svelano la potenzialità dell’espressione umana di farsi ponte tra il cielo e la terra, di diventare il punto di congiunzione tra il visibile e l’invisibile.
Torri di Arcugnano, 2019
Fra Giovan Battista Pesci nasce a Rovato, in Lombardia, nel 1952. Nella città natale frequenta la scuola di decorazione, ornato e figura “Francesco Ricchino”, sotto la guida dei maestri Marte Morselli e Silvio Meisso. Si perfeziona ai corsi di disegno presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e poi a Roma. Missionario per vent’anni in Bolivia, si appassiona alla cultura popolare andina e inizia a sviluppare una personale poetica visiva che pone al centro la figura umana inserita nel suo contesto sociale e ambientale. Nasce così uno straordinario ciclo di dipinti dedicato alle persone del luogo, ritratte spesso nei momenti conviviali e di comunità. Dopo il ritorno in Italia, nel convento di Monte Berico, pur continuando a dipingere i ritratti, la sua attenzione si concentra in particolare verso il paesaggio. Fondatore e membro attivo del “Cenacolo Artisti Monte Berico”, nel corso degli anni ha realizzato molteplici esposizioni personali e collettive, dando anche un suo contributo alla realizzazione di mostre di carattere storico-artistico ospitate nel santuario mariano.
Di Agata Keranda Storie Vicentine n. 3 Luglio-Agosto 2021
Le colline della provincia di Vicenza offrono spesso percorsi storico-naturalistici inaspettati. Ad esempio, risalendo da Cornedo Vicentino nella frazione di Muzzolon, verso Faedo di Monte di Malo, oltre a trovare dei sentieri boschivi interessanti per qualche escursione, si arriva al monolite noto come Omo della Roccia. Poi si sale più su, fino alla cima della collina e, partendo a piedi dai pressi del ristorante “Rocolo Rossato”, ci si inoltra in un bosco in salita che fa raggiungere la croce di vetta del Monte Stomita.
L’Omo della Roccia
E’ un monolite a 450 m.s.l.m. che ha il profilo di un uomo. La leggenda narra che in questa contrada molti abitanti avevano comportamenti peccaminosi e che qui ballavano nudi. Finchè una sera si presentò un personaggio misterioso, forse un demone, che fece crollare una parte della montagna e sparire il luogo del peccato.
L’Omo della Roccia è un monolite dall’aspetto di un uomo. Foto: Marta Cardini
L’Omo della Roccia è anche un importante sito archeologico del Paleolitico. Dal 2013 al 2019 è stato oggetto di scavi da parte dei ricercatori dell’Università di Verona. Qui sono stati ritrovato oggetti in pietra, punte di frecce, forse di 7 mila anni fa. E’ stato inoltre ritrovato un reperto in rame proveniente da una cava tra Serbia e Bulgaria.
Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso in questa zona si praticava il motocross.
Il Monte Stomita
Si raggiunge da un sentiero nel bosco, inizialmente impervio, poi abbastanza facile che parte dal ristorante “Rocolo Rossato”. Si attraversa il bosco magnifico e dalla natura incontaminata. E’ un itinerario che va fatto meglio in primavera per non rischiare di scivolare in caso di neve o ghiaccio. La fatica della risalita viene ripagata dalla conquista: quando si raggiunge la croce di vetta del Monte Stomita la soddisfazione è impagabile. Qui il panorama sulla Valle dell’Agno è incantevole.
La croce del Monte Stomita. Foto: Marta Cardini
Il percorso delle 5 croci
Per chi è allenato, può fare anche il percorso delle 5 croci: Stomita, Massignani,Soio, Trinca, Madegona a Muzzolon, Monte di Malo, Faedo. Dopo lo Stomita si prosegue, sempre nel bosco, verso la croce dei Massignani con anche sosta al vicino punto trigonometrico, dove si ha la bella vista su Valdagno, San Quirico.
Si torna indietro fino al secondo cancello in ferro dove si deve girare a sinistra: è uno dei punti critici perché non ci sono indicazioni e il sentiero è poco visibile per i primi 50 metri, poi migliora. Da lì si scende verso la croce del Soio con vista su Schio e Vicenza.
Il capitello sulla Croce del Monte Stomita. Foto: Marta Cardini
Si prosegue poi in mezzo al bosco, e qui serve assolutamente seguire la traccia elettronica in quanto non ci sono indicazioni specifiche per raggiungere il paese di Faedo. Dal paese, si sale sempre in mezzo al bosco per la croce della Trinca. Eventualmente da Faedo, avendo tempo, è possibile anche raggiungere prima la croce di Monte Verlaldo sopra Cornedo per poi tornare indietro alla Trinca. Dalla Trinca, sempre seguendo i sentieri nel bosco, si prosegue per la Croce della Madegona e , continuando, si ritorna al parcheggio di partenza. Dallo Stomita in poi il percorso è consigliato solo per escursionisti esperti.
La natura vi regalerà emozioni indimenticabili.
Un panorama visibile da Muzzolon. Foto: Marta Cardini
Anche Pinton, la storica azienda artigiana di Vicenza, che nacque 65 anni fa con una “sfida” al tortellino di Bologna, ha sofferto per la mancata richiesta da parte di ristorazione e mense a causa del Coronavirus. Oltre alla pasta all’uovo, oggi Pinton vanta produzioni di nicchia come i tortelli farciti col broccolo Fiolaro di Creazzo e la linea di pasta biologica certificata.
La vostra azienda è stata fondata nel 1955: è una storia di 3 generazioni…
L’azienda nacque 65 anni da nel cuore di Vicenza, a San Rocco, da papà Carlo nel 1955. Allora era un semplice negozio con dietro un piccolo laboratorio artigiano. Io, Daniele, e mio fratello Ernesto siamo la seconda generazione con le mani in pasta, e ora in azienda ci sono anche i nipoti a cui stiamo tramandando il nostro saper fare.
Daniele ed Ernesto Pinton
E’ vero che tutto iniziò con una sfida al tortellino di Bologna?
Mio padre era un rappresentante di prodotti caseari quindi conosceva molto bene il settore dell’alimentazione. Un giorno un suo cliente gli parlò talmente bene dei tortellini bolognesi che lo sfidò ad assaggiare quelli fatti in casa da mia madre Milena: in una notte fecero i tortellini così buoni che il cliente in seguito ne ordinò molti chili. Ma farli a mano richiedeva molto tempo, così alla Fiera di Milano vide un macchinario per tortellini che acquistò firmando una montagna di cambiali. Da lì iniziò poi anche la produzione dei tradizionali bigoli richiestissimi a Vicenza e poi in tutto il Triveneto.
Quando avvenne il boom della pasta fresca?
Negli anni ’80 con l’espansione della Gdo, ci fu un costante aumento di richiesta del prodotto fresco; pertanto decidemmo di fare il grande passo e trasferirci nell’attuale sede di Costabissara: un laboratorio di 2.000 mq su un terreno di 3.000. In quegli anni abbiamo fatto molti studi per la shelf life del prodotto fresco e garantire un prodotto sano, ben fatto e stabile.
Come selezionate le materie prime?
Per fare una buona pasta servono pochi ma ottimi ingredienti; nel nostro caso farina e uova, ingredienti da noi selezionati con estremo rigore e di alta qualità. Allo stesso tempo ci avvaliamo di tecnologia sempre più innovativa e di sistemi produttivi che assicurano al prodotto la perfezione dell’esecuzione e la massima igiene. Inoltre non utilizziamo semilavorati ma realizziamo quotidianamente, in tempi rapidi e con ingredienti freschissimi, i ripieni delle nostre paste ripiene.
Realizzate anche produzioni di nicchia?
La nostra è un’azienda artigianale alla ricerca continua della qualità. Oltre agli stagionali Tortelli farciti col broccolo Fiolaro, verdura De.Co. del comune di Creazzo, (disponibili solo a gennaio e febbraio, ndr) realizziamo con grande successo di pubblico pasta fresca biologica, anche farcita. Da sempre utilizziamo solo ingredienti controllati e la nostra produzione vanta certificazioni IQNet, CSQA, ICEA Biologico e Agricoltura Biologica.
Parliamo di numeri, produzione e fatturato
In tempi di ordinaria amministrazione produciamo circa 60/70 quintali di pasta, quasi tutti destinati al mercato del Triveneto, per un fatturato annuo di 3 milioni di euro con una quindicina di dipendenti. E’ chiaro che in queste settimane, in tempi di Coronavirus, le cose sono differenti poiché è venuta a mancare la richiesta da parte della ristorazione e delle mense. Come tutti i piccoli imprenditori stiamo soffrendo per questa situazione.
Come avete affrontato questa situazione d’emergenza?
Si fa presto a fare i conti: in aprile abbiamo avuto una riduzione di 60.000 euro di fatturato. Non è facile fare stime per il prossimo futuro, affrontiamo la situazione settimana per settimana, perché tutta la nostra produzione si basa sulla freschezza di un prodotto con una shelf life ridotta.
Avete pensato a strategie per il prossimo futuro?
Noi facciamo pasta da 65 anni e tre generazioni. Il nostro saper fare è artigianale, la nostra pasta è un prodotto franco e genuino che rispecchia l’indole di una famiglia che ha dedicato la propria vita all’azienda. Vogliamo solamente continuare a farlo nel migliore dei modi.
Le famiglie Loison e Pinton si conoscono da oltre 40 anni. Ricordo con affetto Carlo Pinton molto legato a mio padre che insieme condividevano serate con amici a base di spiedo.
Io poi sono particolarmente affezionato a Daniele (Lele) ed Ernesto (Tito). A casa mia non manca mai un buon piatto di pasta Pinton, come a casa Pinton non manca una colomba o un panettone Loison.
E’ una famiglia che da tre generazioni continua a trasmettere il saper fare artigiano, realizzando una pasta che porta a tavola i buoni sapori di un tempo.
Spesso Daniele mi chiama per sperimentare nuovi piatti o abbinamenti e ci troviamo al Ristorante Qubò di Costabissara dove chef Nicola Donadello raccoglie i nostri suggerimenti e li elabora in nuovi e gustosi piatti, ma sempre legati al territorio perché Pinton rappresenta oggi la vera tradizione della pasta veneta.
“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (la prima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 30 giugno 2019, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon)
“Ge go brusa? i penoti”.
Quel puzzo che aleggiava per la casa ed anche fuori, quel puzzo che mi ricordava il maniscalco quando piazzava il ferro rovente sullo zoccolo dei cavalli, proprio quello stesso puzzo indicava il menu del giorno: “polastro in umido co ‘e patatine novee e poenta servia co ‘l sculiero”. Non poteva essere gallina lessa ché ben pochi erano i “penoti” in una vecchia fattrice d’uova. Solo un pollo giovane ed aitante poteva creare una simile puzza.
Arte culi ‘n aria
“Tanta poentina, tante patatine, tanto poceto, e un toketo de poastreo che ‘l tacava da tute le parte”. Da mangiare anche con le mani, e le dita che si appiccicavano alle succose ossa ed i polpastrelli che restavano impregnati tant’e? che a fine pasto se li sfregavi tra loro ne ricavavi palline di unto e per lavarti le mani dovevi usare tanto sapone e fregare energicamente, “anca co ‘l spasolin da ongie, se no te onsi da par tuto”.
Non si chiamavano polli ruspanti, ché erano tutti cosi? “boni”. La pelle era addirittura dolce e si scioglieva in bocca, la carne era talmente appiccicata all’osso che la dovevi strappare coi denti, gli ossetti, anche i piu? piccoli, erano consistenti e e si rosicchiavano e succhiavano a lungo.
Le patatine. Erano novelle e rotonde, impregnate di quella preziosita? creata da cipolla, sedano, carota, un po’ di salvia e concentrato di pomodoro, la conserva che ti vendevano accartocciata nella “carta oleata”. Il tutto sciolto nel grasso naturale rilasciato dal pollo.
Estasi.
La polentina che nuotava nel sugo tra pollo e patatine.
Il religioso silenzio della degustazione, regnava in tutta la casa. Anche il papa? che in fatto di gusto era zero (potevi servirli baccala? con le prugne e dirgli che era buono e lui annuiva) anche il papa? mangiava ad occhi religiosamente semichiusi (che lo facesse per emulazione?). La mamma doppiamente soddisfatta e per orgoglio di cuoca e perche? il buono era buono, in silenzio “ciuciava”. Noi lustravamo gli ossi fino renderli piu? che puliti, luccicanti. Erano degni di una sala d’anatomia. Alla fine anche i piatti erano splendenti ed il gusto di mangiare aveva raggiunto il sublime tant’e? che i bicchieri con l’acqua erano intatti.
“Polastro in umido co ‘e patatine novee”, piatto primaverile. I pollastrelli avevano, una volta, la loro stagione, “coto in tecia de teracota, roba da siori”. Fornitore Tripoli.
Dopo più di 15 anni di esperienze e collaborazioni nel mondo del vino Davide Xodo ha realizzato il sogno di aprire una piccola azienda agricola per produrre vino “come piace a me” nelle colline vicino casa. Il progetto è iniziato nel 2018 con l’affitto, la sistemazione dei vigneti e della cantina di uno storico produttore della zona.
Davide Xodo, non sei figlio d’arte. Cosa ti lega al mondo del vino?
Ho sempre avuto una grande passione per il vino che mi ha spinto a studiare fino alla laurea in scienze vinicole ed enologiche
Poi ho cominciato a lavorare nel settore: dapprima in Toscana, nella zona del Chianti Classico, presso la tenuta Tolaini. Una grande sfida che ha portato a convertire una tenuta da convenzionale a biologica in 3 anni.
Dalla Toscana sei tornato a casa…
Ho cercato ci mantenere salde le mie radici nel Vicentino e enl 2018 ho finalmente aperto la mia piccola azienda agricola per produrre vino “come piace a me”: ho ristrutturato la cantina di uno storico produttore della zona, Ermido Piva, e con una adeguata selezione ho espiantatato viti compromesse per ripiantarne di nuove. In totale sono quasi 3 ettari suddivisi in cinque piccoli appezzamenti, 1 ettaro di bosco, olivi e alberi da frutto. I vitigni coltivati sono Tai Rosso, Merlot, Cabernet Franc e Sauvignon, Carmenére, Garganega, Pinot bianco, Tai Bianco e Malvasia Istriana
Come definisci il tuo modo di coltivare le vigne?
Io penso che la bontà del vino sia proporzionale a quanto bene si coltiva la propria terra. Ogni giorno sono presente nei miei vigneti, sono vicino alle viti. Coltivo il vigneti intervenendo il meno possibile, rispettando la vitalità del suolo, delle piante e delle persone che ci lavorano. Ho la fortuna di avere la cantina accanto ai vigneti pertanto riesco quotidianamente a procedere con le buone pratiche di un vignaiolo di terra e non di computer. Sono e rimango un artigiano del vino.
Non utilizziamo prodotti chimici, limitiamo i trattamenti e i passaggi con il trattore, la vendemmia avviene manualmente. In cantina operiamo un’accurata selezione delle uve, le fermentazioni avvengono con lieviti indigeni, senza controllo della temperatura. I solfiti sono utilizzati solo se necessario e in quantità minime. Mi definisco quindi un artigiano del vino
Che vini produci?
Per ora realizzo tre vini: Nina, dedicata a mia figlia, realizzato con uve 50% Garganega e 50% Pinot bianco in 2600 bottiglie; Sessantaquattro è una Doc Tai Rosso di 12.5% realizzato da vecchie vigne piantate nel 1964, con le bucce a contatto 21 giorni; Campetti, Colli Berici DOC Rosso di 13% è un Taglio bordolese realizzato con uve 60% Cabernet Sauvignon e Franc in uvaggio, 30% Merlot, 10% Tai rosso. E’ solo l’inizio di un progetto che spero acquisisca sempre più corpo, proprio come un buon vino identitario del nostro territorio.
Conosco Davide Xodo da diversi anni e ultimamente ci siamo rivisti in occasione di una manifestazione enologica dove ci siamo confrontati con un mio panettone e i suoi vini. Davide è un ragazzo combattivo che sin da giovane ha fortemente creduto in un obiettivo. Ricordo che una volta, presso un’enoteca dove entrambi siamo clienti, gli ho lasciato una bottiglia “sospesa” con un messaggio a perseguire nel suo scopo, incoraggiandolo a cercare una cantina dei miei sogni. E la sua perseveranza l’ha premiato realizzando finalmente il suo sogno.
Lettore di “Arte culi ‘n aria”, ricette e biografia di Umberto Riva
“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (la prima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 30 giugno 2019, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon)
“Onta e bisonta, soto tera sconta, bona da magnare, cativa da indovinare”
E’ fatta con “i sosoli”, per cui era “onta e bisonta”, viene cotta, meglio, portata a fine cottura sotto braci e cenere, per cui e’ “soto tera sconta”, “bona da magnare” e su questo alcun dubbio, “cativa da indovinare”, il suo nome è “Putana”.
Dolce autunnale ed invernale. Scoppia di calorie. Una bomba energetica. Catalogabile fra i prodotti dopanti.
Per gli ingredienti esistono più versioni. Sono dolci ottenuti anche con avanzi di cucina, così come la cottura non è da tutti perseguita in ugual modo. A me, piace cosi’: pane raffermo e farina gialla, fichi secchi (o che si sono seccati), noci, eventuale altra frutta secca, ma a tutta quella frutta si potrebbe rinunciare davanti a ” ‘na sbranca’ de grani de ua frambua pasia in granaro”. Irrinunciabile ” ‘na cuketa de graspa”.
Umberto Riva28
Come condimento “i sosoli” detti anche “cicioli” od altro, che sono i resti della colata dei grassi del maiale quando si produce lo strutto. Sono eccezionali se croccanti e sono buoni per fare mille altre cose, tipo i “radeci in tecia”. Buoni anche cosi’ al naturale, con un “bon goto de nero”.
Come si faceva? Un paiolo per la polenta. Si fa cuocere la polenta per il tempo necessario a che il pane raffermo messo in ammollo, assorbisse il latte, se disponibile, altrimenti acqua. Quanto la polenta sara’ quasi a cottura, si aggiunge il pane raffermo ammollato, la frutta, “i sosoli”, un po’ di sale, e qualche po’ di zucchero se la frutta secca e la “sultatina domestica” non fossero sufficienti per addolcire la torta, alla fine, solo alla fine, aggiungere la graspa.
A cottura ultimata il tutto verrà versato in un tegame munito di coperchio di ferro più largo del tegame. Sul focolare ci saranno le braci quasi spente dalla cenere, e sotto queste braci e questa cenere sarà sepolta “sconta”, la tortiera con il suo delizioso contenuto. Capito perché il coperchio dovrà essere piu’ largo del tegame?
Quando sarà cotta? Quando le braci saranno spente e cominceranno a raffreddarsi.
La puttana, fredda è buona, tepida è favolosa.
Torta “da puareti fata pai siori”.
La versione “pai siori” prevede: grappa prime uve e una nevicata di zucchero a velo.
N.d.r. In mancanza del focolare, si può usare il forno, è sempre buona anzi buonissima, ma non deliziosa.
Sarà dedicata alla Mongolia la serata culturale che il Club Alpino Italiano sezione di Vicenza propone insieme ad ARAI, Associazione Ricreativa Ancora Insieme, martedì 28 febbraio alle 21 nella sala consiliare della circoscrizione 4, in via Turra 69 a Vicenza.
A raccontare gli splendidi e immensi paesaggi mongoli sarà Alfredo Savino, milanese che dal 2007 vive ad Ulaanbaatar, una scelta maturata dopo anni di ricerca, studio e viaggi. Docente di lingua italiana all’Università Nazionale della Mongolia, primo Console onorario in Mongolia, fondatore della cooperativa Sain Sanaa (buona idea), con la quale organizza viaggi, Savino è stato testimone dei cambiamenti che quel Paese dalle immense risorse naturali ha vissuto, dall’abbandono del socialismo fino alla complessa transizione nel mondo moderno.
Proiettando immagini dei differenti territori, dalla taiga ai laghi, dalle foreste di conifere alla catena dei monti Altai, fino alle dune di sabbia del deserto del Gobi e delle gher, le tradizionali tende circolari dei nomadi, Savino racconterà la sua esperienza di vita e le esplorazioni nel Paese dell’eterno cielo azzurro, il nome con cui gli sciamani onorano il senso del divino. Illustrerà quindi i suoi prossimi progetti, sia di viaggio che di sostegno, alla scoperta dell’antica cultura mongola.
L’appuntamento, a ingresso libero, è per martedì 28 febbraio alle 21 nella sala consiliare della circoscrizione 4, in via Turra 69 a Vicenza.
“Arte culi ‘n aria“ è il titolo di una serie di.. articuli così come li ha scritti (la prima pubblicazione di quello che ripubblichiamo oggi è del 30 giugno 2019, ndr) Umberto Riva per te che nel piacere della tavola, vedi qualcosa di più: gli articoli sono raccolti insieme alla “biografia” tutta particolare del “maestro” vicentino Umberto Riva nel libro “Arte culi ‘n aria”, le cui ultime copie sono acquistabili anche comodamente nel nostro shop di e-commerce o su Amazon)
Nella famosa “botega” del signor Francesco, macellaio e pollivendolo, proprio di fronte alla chiesa di San Marco, niente si buttava. In una terrinetta in terra rossa smaltata bianca con fiorellini, finivano le interiora dei polli quando li “curava”.
Arte culi ‘n aria
Erano li’ per i clienti. Chissa’ se le vendeva o se le regalava. I destinatari erano sempre frutto di sue scelte e le scelte erano frutto di ragionamenti tutti suoi. Importante era che c’era sempre qualcuno che ne usufruiva. La misura era una presa fatta con la punta delle dita della mano sinistra, che ne definiva anche la quantita’. Le “inscartosava” in carta oleata e le infilava nel cartoccio della spesa fatto sempre di carta oleata e un foglio di carta paglia, quella ricavata dalla paglia del frumento, gialla.
Allora nei negozi alimentari esistevano varie carte: quella bianca detta fioretto come soprainvolto per i formaggi, quella grigio celeste per lo zucchero e le farine, quella azzurra per la pasta come quella che usava la Garofalo per confezionare gli spaghetti di Napoli. C’erano poi i giornali vecchi, particolarmente per la verdura (quando portavi i giornali vecchi alla fruttivendola, ti dava sempre qualcosa).
Le famose interiora, una volta a casa, venivano lavate una prima volta, poi aperte per il lungo e raschiate col dorso del coltello per eliminare ogni tipo di sporco, alla fine venivano messe a bagno e rilavate. Mischiate a volte con il fegato del pollo, quando ti capitava, tagliuzzate, finivano in un tegamino di ferro smaltato con cipolla trita ed un po’ di condimento, “profumo de bon”.
Si faceva il risotto “riso co ‘e regaje” oppure risotto con le ‘ratatuie’ per il francesismo di quelli dal linguaggio raffinato. Con quella spruzzatina di vino, “va da ‘a siora Catina se par piasere ‘a te da’ mezo bicere de vin bianco“, ne veniva un risotto gustoso e nutriente. Un piatto domenicale.
Le regalie andavano anche con le tagliatelle in brodo dove i fegativi erano d’obbligo, “le taiadee co i figadini“. Quel piatto, “’e tajadee co i figadini”, servito alle dodici e trenta proprio alla domenica al rientro dalla messa in San Lorenzo delle ore 11,30, dopo la predica del frate, novello fra Cristoforo, che dal pulpito tuonava spiegando quale fosse il mondo del buoni e quello dei cattivi, indicava la giusta via per la salvezza dell’anima, chiedeva pace e bonta’. E quando alla fine, l’organo, forte di tutte le sue canne, frantumava il silenzio, iniziava il rito del pasto domenicale.
“Tajadee in brodo co i figadini” o senza se non c’erano, “un quartin de gaina, un tocheto de manzo e tanti osi da rosegare” per quattro persone. Era domenica, il giorno della carne.
Erano quattro persone felici; felici per la messa, per la predica, per la suonata dell’organo e per il ricco pasto.
“No le xera robe da siori, ma gnanca da pori cani”.