Gramsci e il Jazz è lo spettacolo organizzato dall’associazione culturale Grazia Deledda di Vicenza e in programma domenica 17 maggio 2026, alle 19 presso l’Auditorium dei Carmini, in Corso Fogazzaro. L’ingresso all’evento è libero.
Si tratta di uno spettacolo di narrazione con musica dal vivo, tratto dall’omonimo libro di Roberto Franchini e strutturato su un monologo interpretato da Stefano Mereu che unisce riflessioni filosofiche alle sonorità jazz del musicista Federico Maugeri.
Gramsci e il Jazz è uno spettacolo di narrazione e musica che esplora il pensiero del grande intellettuale Antonio Gramsci, mettendo in luce alcune riflessioni sul jazz che scrisse in due Lettere dal carcere, e che l’autore Roberto Franchini analizza nel suo omonimo libro.
In poche righe Gramsci riflette in maniera profonda sull’impatto sociale e storico del Jazz in quegli anni e sulla prospettiva e previsione di una egemonia culturale americana. È un racconto che parte dalla Sardegna e giunge oltre oceano, che intreccia citazioni, pensieri, riflessioni e vicende umane del grande pensatore sardo, con aneddoti, fatti e resoconti storici sulla musica Jazz, il tutto accompagnato da una narrazione musicale che crea un’atmosfera evocativa e coinvolgente.
In occasione del trentennale di New Conversations – Vicenza Jazz “Dalle trombe di Gerico al divino Miles”, in programma dal 15 al 25 maggio a Vicenza, il Museo del Gioiello diventa palcoscenico d’eccezione per la musica dal vivo.
Sabato 16 maggio, alle ore 12, nell’ambito del programma Jazz in Basilica Palladiana, in collaborazione con Bacàn e con il sostegno di Fondazione Roi, gli spazi del museo accolgono un concerto gratuito che unisce l’intimità del duo sax-chitarra alla suggestione di un luogo dedicato alla bellezza, in coerenza con la sua vocazione culturale e di apertura al dialogo tra le arti.
Lorenzo Cucco, sax tenore, e Diego Ferrarin, chitarra, sono i protagonisti di un’esibizione coinvolgente inserita in un itinerario musicale che anima Vicenza tra teatri, piazze e architetture storiche. Un’esperienza in cui il dialogo tra note e opere preziose di valore storico amplifica le emozioni, invitando il pubblico a vivere il museo in modo inedito.
Il Museo del Gioiello di Vicenza
Primo museo in Italia e uno dei pochi al mondo dedicato esclusivamente all’arte gioielliera, il Museo del Gioiello di Vicenza è uno spazio espositivo permanente collocato all’interno della Basilica Palladiana, patrimonio Unesco, nel cuore del centro storico della città. Inaugurato nel 2014, è un progetto voluto da Italian Exhibition Group S.p.A., e che dal 2025 è gestito da Vicenza Holding S.p.A., la società che rappresenta Comune di Vicenza, Provincia di Vicenza e Camera di Commercio vicentina, nella società fieristica organizzatrice del salone internazionale della gioielleria Vicenzaoro.
(speciale Fine e voglia di Vita, articolo di Salvatore Borghese, da VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
C’è un tema che da anni attraversa il dibattito pubblico italiano senza mai trovare una risposta legislativa: il fine vita. Chi ha il diritto di scegliere come e quando morire, in presenza di una malattia incurabile e di sofferenze che non lasciano speranza? È una domanda che milioni di italiani si sono già posti e alla quale, come vedremo, molti hanno già trovato una risposta. Eppure, la politica non sembra accorgersene. Il governo considera l’argomento un tabù, e il vuoto normativo che ne risulta lascia pazienti, medici e famiglie in una condizione di incertezza che ha, purtroppo, conseguenze molto concrete.
Fonte: sondaggio Youtrend, novembre 2024
Cosa pensano gli italiani
Per essere un tema spesso identificato come “divisivo”, sul fine vita i sondaggi parlano con una chiarezza quasi sorprendente. Secondo due distinte rilevazioni effettuate da Youtrend e da Euromedia (a novembre 2024 e a luglio 2025 rispettivamente) una quota tra il 73 e il 75 per cento degli italiani è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia, intesa come la possibilità che le strutture sanitarie aiutino una persona a morire per alleviare sofferenze legate a malattie incurabili, su esplicita richiesta dell’interessato. Una maggioranza ampia e, soprattutto, trasversale, al punto da essere sostanzialmente indifferente all’appartenenza politica: per entrambi gli istituti, infatti, i favorevoli superano il 70% anche tra gli elettori dei partiti di centrodestra.
Un altro sondaggio, realizzato a febbraio 2025 dall’istituto IZI, ha rilevato che l’80% degli italiani è favorevole a una legge che regolamenti il suicidio medicalmente assistito, sul modello di quella adottata in via autonoma dalla Regione Toscana. Infine, l’istituto SWG ha registrato che il 60% degli italiani prenderebbe in considerazione l’ipotesi di ricorrervi in presenza di malattie incurabili o sofferenze intollerabili, persino nel caso in cui non fosse in grado di esprimere una scelta consapevole al momento decisivo (ad esempio perché in condizioni di incoscienza).
Il caso Veneto
Il Veneto offre su questo tema una prospettiva particolarmente interessante, perché mette in scena in forma plastica la frattura tra orientamento popolare e risposta istituzionale. L’osservatorio sul Nord Est dell’istituto Demos, in un’indagine del settembre 2023 effettuata sui residenti in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, ha rilevato un 82% di favorevoli alla possibilità che i medici aiutino a morire una persona affetta da malattia incurabile con gravi sofferenze fisiche. È una percentuale alta in assoluto, ma lo è ancora di più se letta in prospettiva storica: nel 2012, i favorevoli erano il 69%, nel 2002 erano “solo” il 56%. Una crescita costante, che in vent’anni ha trasformato una maggioranza ancora esigua in un’opinione largamente condivisa. Anche in questo caso, la rilevazione di Demos non registra grandi distinzioni tra elettori di centrodestra e di centrosinistra.
Eppure, in Veneto, una legge regionale sul fine vita non c’è. Non perché mancasse la volontà politica al vertice: Luca Zaia, presidente della Regione per tre mandati consecutivi, si era detto favorevole a legiferare in materia. Ma la sua stessa maggioranza in Consiglio regionale ha scelto di non percorrere quella strada. Il risultato è che la regione italiana forse più rappresentativa del voto di centrodestra, con un orientamento dell’opinione pubblica locale inequivocabilmente favorevole, è rimasta ferma. Un paradosso che, a ben guardare, rispecchia fedelmente quello che accade a livello nazionale.
Fonte: Demos, settembre 2023
Un vuoto da colmare
A livello nazionale, la situazione è quella di un vuoto normativo che dura da anni e che ha già prodotto conseguenze concrete. La Corte costituzionale, con la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato-Antoniani (il cosiddetto “caso DJ Fabo”), ha di fatto aperto uno spiraglio al suicidio medicalmente assistito, stabilendo che in determinate condizioni non è punibile chi aiuta qualcuno a morire. Ma ha anche esplicitamente invitato il Parlamento a intervenire con una legge organica, che definisca condizioni, procedure e garanzie in modo chiaro e uniforme su tutto il territorio nazionale.
In questo contesto, alcune regioni hanno cercato di muoversi in autonomia. La Toscana ha approvato a marzo 2025 una propria legge sul suicidio medicalmente assistito, con l’obiettivo dichiarato di dare attuazione ai principi già fissati dalla Corte, supplendo all’inerzia del legislatore nazionale. Ma il Governo Meloni ha impugnato la legge, e la Corte si è quindi pronunciata nuovamente il 29 dicembre 2025 con la sentenza 204/2025: l’impianto complessivo è stato ritenuto legittimo, ma diverse disposizioni sono state dichiarate incostituzionali perché invadevano competenze riservate allo Stato. Il sunto della sentenza è: le Regioni possono organizzare i servizi, ma non possono definire i presupposti sostanziali del diritto a morire. Una linea di confine che rimanda, ancora una volta, la parola definitiva al Parlamento nazionale.
Nel frattempo, a luglio del 2025 le Commissioni Giustizia e Sanità del Senato hanno approvato un testo base sulla morte medicalmente assistita, ma l’opposizione lo ha giudicato troppo restrittivo rispetto a quanto le sentenze della Corte avrebbero consentito, e l’iter si è rapidamente arenato. Ad oggi, non è chiaro se vi siano spiragli per un accordo, o se la maggioranza è intenzionata a portare comunque avanti la sua proposta.
Un copione già visto
C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui il dibattito sul fine vita si è sviluppato in Italia. L’opinione pubblica ha già elaborato una posizione chiara e stabile, costruita attraverso casi individuali diventati di dominio pubblico (Eluana Englaro, DJ Fabo, e altri) e attraverso il confronto con ciò che avviene in altri paesi europei (Olanda, Belgio, Svizzera, Spagna) che hanno già legiferato in materia. La classe politica, invece, continua a trattare l’argomento come se fosse ancora irrisolto, divisivo, prematuro. Ma il problema, come abbiamo visto, non è la mancanza di consenso popolare, bensì la difficoltà di affrontare temi che toccano valori profondi, senza contare l’innegabile e persistente influenza delle posizioni della Chiesa cattolica su una parte significativa della classe politica.
Resta da capire per quanto tempo ancora questo rinvio potrà reggere. Le domande che il fine vita pone non si dissolvono con il silenzio. Si accumulano, caso dopo caso, finché qualcuno è costretto a rispondere.
(Articolo di Federica Zanini su VicenzaPiù Viva n. 306, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Giorgio Sala allo sportello dell’anagrafe per la carta d’identità elettronica
Al di là del colore politico, ha lasciato tracce indelebili di un’epoca che lo ha visto lungimirante e visionario e che soprattutto va via via perdendo chi la può documentare. Ecco perché, arrivato a 98 anni vissuti intensamente, sta ultimando il suo dono alla città: un libro che racconti la Vicenza che ha vissuto.
Neanche lo ho ancora di persona davanti a me, che già mi strappa una risata. E tanta stima. Quando telefono a quello che è stato il primo cittadino di Vicenza tra gli anni Sessanta e Settanta per fissare un appuntamento, chiedo: “Parlo con il sindaco Sala?”. “Signora mia, è tanto tempo ormai che non sono più sindaco…”. E pensare che c’è chi a quel titolo si avvinghia tenacemente ad infinitum: invece che senatore, sindaco a vita… In quella risposta, spontanea e anche un po’ ironica, c’è già tutta l’essenza del personaggio che vado a intervistare.
È raro ormai, non solo nella politica, trovare consapevolezza e umiltà nella stessa persona e io già me ne innamoro al telefono. Poi l’incontro, nel suo studio, carico di quadri, foto e ricordi proprio come il resto della casa, per scovare ancora una volta l’uomo dietro il personaggio.
Cominciamo col dire che questo è un uomo che ha già celebrato -lucidissimo, pacato ma ancora entusiasta e sempre impegnato- il 98° compleanno. Si mette cortesemente e pazientemente a mia disposizione, seduto alla scrivania, padrone del suo spazio, del suo tempo e soprattutto di sé.
Questa volta più che mai non posso sprecare spazio con la sua biografia e con l’elenco di cariche e onorificenze reperibili online, perché riassume i quasi 100 anni e l’anima di Giorgio Sala è davvero ardua, ma splendida impresa.
Giorgio Sala, sindaco di Vicenza dal 1962 al 1975 (Wikipedia)
La sua è stata una vita non solo lunghissima, ma pienissima. Diciamo che il tempo non è stato a guardarlo passare, nemmeno ora. E che ha colto sempre l’attimo. Alla sua epoca non c’era ancora il limite dei mandati, come mai, dopo aver assunto la carica di Sindaco nel ’62, nel ’75 decide di lasciare?
Ho dato la mia anima alla politica, prima come consigliere comunale, poi come assessore e poi come sindaco ma a un certo punto ho capito che era ora di smettere. Il contorno non era più lo stesso. Io ero un moroteo, in una città fortemente rumoriana. E comunque altre sfide stavano per arrivare. Era giusto stare al passo coi venti nuovi. Per esempio, quello portato dalla costituzione della Regione in Italia, che richiedeva di costruire un apparato ad hoc.
Un’epoca densa, difficile da immaginare oggi. Uno scenario che rischia di andare dimenticato…
È proprio per questo che ho deciso di scrivere il mio libro, sui cui ultimi capitoli sto lavorando. Ho sentito il dovere civico di farlo, perché ormai siamo in pochi a poter testimoniare quei tempi e io voglio regalare ai vicentini il ricordo di come era Vicenza allora, quella che io ho vissuto. Si intitolerà “Una città” e confido di poterlo ultimare entro fine anno. Nei miei progetti doveva essere già finito, ma purtroppo da più di un anno non ci vedo praticamente più e questo, oltre a essere molto frustrante, mi ha costretto ad affidarmi a una rete di assistenti cui detto i miei pensieri. Con i quali comunque lavoro a ritmo serrato, quasi tutti i giorni.
In epoche successive, sembra che la priorità dei sindaci, non solo a Vicenza, sia stata quella, certamente lodevole, di regalare (e costruire) novità, mentre a me piace ricordare quello che lei ha recuperato e salvato del bello che in città già c’era. Penso per esempio al Parco Querini. Ci racconti come è andata.
Un po’ come tutti i vicentini, lo conoscevo poco, in quanto privato. Qualche sbirciatina dal muro dell’oggi via Rumor e via. Poi vengo invitato per un tè dai proprietari, Lillina Rezzara e il marito notaio Rinaldi, e dal balcone ne scopro tutta la straordinaria bellezza, estesa su 110 mila metri quadri. Scorgo la loro bambinaia con la carrozzina e apprendo che è l’unica a usufruire di quello spazio. E capisco che c’è un problema. Consultando il dossier in Comune scopro che i proprietari ipotizzano di donarne ¼ al Comune per ottenere la lottizzazione del resto e che nelle trattative è già coinvolto un immobiliarista di Tombolo, intenzionato a costruire delle villette nell’area del boschetto. Diventa una crociata, mia ma devo riconoscere anche dell’opposizione, che porterà a Roma la causa, in nome degli alberi secolari minacciati. E si arriva così nel 1968, in soli 6 anni, all’esproprio totale e a quell’oasi di cui i vicentini possono ora godere appieno.
Giorgio Sala riceve la Medaglia d’Oro durante la premiazione dei cittadini illustri
E vogliamo parlare della riqualificazione del quartiere Barche e del sistema che ha inventato per ridurre l’impatto e i disagi su chi lo abitava?
Le Barche le ho prese a cuore già quando ero assessore, sotto il mandato di Dal Sasso. Nell’ambito di una più ampia operazione per il risanamento del centro storico di Vicenza, prendo atto che il Palazzetto Gotico è sovraffollato di famiglie in evidente disagio e che il degrado interessa l’intero quartiere. Inizialmente sistemiamo le famiglie del palazzo in nuove case dell’Iacp ai Ferrovieri, ma non mi piace averli sfrattati dalle loro case e dal centro. In quel periodo la Gescal (Gestione case per i lavoratori) stava chiudendo i battenti. In quanto vicepresidente dell’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, conoscevo il presidente, che desiderava chiudere in bellezza. Con lui, supportati economicamente anche dalla neonata Regione, dal Comune e anche da qualche privato, inauguriamo il sistema della casa a rotazione. Un po’ alla volta, alloggiandovi temporaneamente i residenti, ristrutturiamo tutto il quartiere. Che, una volta riqualificato, da luogo di rassegnazione passa a essere un centro vitale, oggi sede di diverse associazioni culturali. E il sistema si estende, con il risanamento anche di altri quartieri dentro le mura. Fu una rinascita.
E che cosa pensa dei centri storici, quello di Vicenza in primis, che oggi stanno invece morendo?
Penso che sia una sofferenza comune a tutti i centri storici e che sia dovuta a tanti e diversi motivi, tra cui anche la mentalità di chi li vive e abita, e soprattutto che sia di difficilissima soluzione.
Le mancano quei giorni, le manca la politica? Come vive la carica di vicesindaco di sua figlia Isabella?
Per nulla, ho vissuto, intensamente, l’attimo e questo è ancora più vero alla mia età. Non penso, né tanto meno rimpiango, il passato. A 98 anni, con ogni giorno regalato, penso solo al presente e al futuro, quanto e quale che sarà. La politica è nelle mie vene, ma ogni cosa ha una sua era e, a parte la parentesi in cui mi ricandidai nel 1998, mi sono sempre chiamato fuori, dopo il ’75 non sono nemmeno più andato in Consiglio. Il sindaco Chiesa mi chiedeva suggerimenti, ma io lascio che ognuno viva le sue esperienze e trovi la sua strada. A partire da Isabella, di cui sono ovviamente molto orgoglioso, ma che non chiede nulla e a cui nulla impongo.
A proposito di futuro, mi posso quindi permettere di chiederle che cosa si aspetta per i suoi 100 anni, il 28 novembre 2027? Un festeggiamento intimo con la famiglia o non le dispiacerebbe anche l’abbraccio pubblico della sua città?
Diciamo che, se mi sarà concesso di arrivarci, per celebrare il secolo di uno che è stato sindaco tanto tempo fa, ma trova ancora tanti cittadini che lo amano e che lui ama, sarò costretto (ndr: ride) a subire dei festeggiamenti. Scherzi a parte, vorrei celebrare una storia che mi ha visto camminare al fianco di tanta gente.
Un tuffo, brevissimo, nel passato glielo chiedo. Nel 2024 lei ha tenuto a braccio uno straordinario discorso pubblico, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Se invitato, lo rifarebbe quest’anno?
No. Alla mia età le cose belle si vivono una volta sola…
Per chiudere con leggerezza, lei che di Resistenza con la R maiuscola sa molto, recentemente sul palco del Comunale, in occasione della cerimonia per Una vita insieme, ha scherzosamente dichiarato che il matrimonio è un fatto di resistenza Il suo con Ornella, che si è trqdotto in ben 5 figli e 11 nipoti, resiste da 64 anni…
(ndr: ridacchia con dolce malizia) Ornella è la mia colonna e lei si che è resistente e resiliente. Povera donna, ci siamo sposati il 4 giugno del 1962 con un progetto di vita insieme “normale” e a novembre vengo eletto Sindaco. Un delirio. Ciao vita normale. Tra le altre cose, allora non c’erano i cellulari e tutti potevano recuperare dalla Pagine Bianche il mio numero di telefono di casa. Un aneddoto dolce-amaro: una notte, mentre io dormivo e Ornella allattava Isabella, squilla il telefono. Mia moglie risponde e le chiedono di me, mi sveglia. Un pover’uomo, che scopriremo poi essere disperato perché senza una casa, mi chiede aiuto. Nel trambusto Isabella, privata del suo pasto, si mette a strillare e quest’uomo chiede “Signora, ghoi disturbà?”. Ora ci ridiamo, ma Ornella allora mi disse: “Giorgio, se avessi saputo…”. E invece eccoci ancora qua, sempre insieme.
Presso il prestigioso Palazzo Toaldi Capra di Schio, dal 15 al 31 maggio 2026, sarà ospitata una mostra dedicata all’opera grafica di Maria Chiara Toni. L’esposizione, inserita nella rassegna Semenze Matte, celebra una delle figure più rilevanti dell’arte contemporanea internazionale, proprio nel luogo dove l’artista ha vissuto e operato fino alla sua scomparsa nel 2025.
Il percorso espositivo, curato da Vladimiro Elvieri, propone una selezione di disegni recenti realizzati a grafite e matite colorate su carta. Le opere rivelano un immaginario onirico e originale, dove le visioni figurali diventano uno specchio della condizione esistenziale, invitando l’osservatore a una profonda scoperta interiore attraverso il dialogo tra io e realtà esterna.
La ricerca di Maria Chiara Toni non è mai stata separata da un forte impegno etico. Le sue immagini, spesso arricchite da un tocco di sarcasmo e ironia, mettono in luce le contraddizioni di una società massificante, cercando di liberare il pensiero critico dai condizionamenti sociali e dai pregiudizi che limitano l’individuo.
L’assessore alla cultura del Comune di Schio, Marco Gianesini, ha definito l’esposizione come una “restituzione” necessaria alla città, sottolineando il legame profondo tra l’artista e il territorio. Il progetto, sostenuto dal Bando Cultura 2026, vede la collaborazione dell’APS Centro Studi Internazionale Altre Origini S-CIAO e della Libreria Bortoloso.
L’artista, che nella sua carriera ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti come il “Golden Point” in Serbia nel 2024, ha esposto in musei e gallerie di tutto il mondo. La mostra a Schio di Maria Chiara Toni sarà visitabile ogni venerdì, sabato e domenica, con apertura mattutina dalle 10:00 alle 12:30 e pomeridiana dalle 16:00 alle 19:00.
Il Conservatorio di Musica di Vicenza “Arrigo Pedrollo” presenta la rassegna concertistica studentesca organizzata dalla Consulta studentesca, un ciclo di tre appuntamenti che valorizza il talento e la creatività dei giovani musicisti dell’istituto. L’iniziativa è interamente gestita dagli studenti e propone repertori che spaziano dalla musica contemporanea alla classica, con formazioni cameristiche innovative e prime esecuzioni di composizioni originali.
La rassegna si inaugura mercoledì 20 maggio 2026 alle ore 18:00 nella Sala Concerti del Conservatorio con “Fuori Programma”, un evento speciale che rappresenta l’occasione per la classe di composizione di vedere i propri progetti non istituzionali prender forma sul palco del conservatorio. Dedicato a compositori contemporanei, il concerto coinvolge flauto, percussioni, clarinetti, voci e altri strumenti in un mix affascinante di teatro, parola e suono, esplorando temi che vanno dal grottesco al lirico: in programma prime esecuzioni come “The Itch” di Ernesto Molin, “U Ritu Burziu” di Francesco Esposito e “Azul” di Nathan Daughtrey.
Si prosegue venerdì 22 maggio 2026 alle ore 18:00 nella Chiesa di San Domenico del Conservatorio con un intimo concerto per pianoforte, oboe e corno, che traccia un itinerario musicale ricco e vario: dal “Poema” per oboe e pianoforte di M. Dranishnikova, all’“Andante op. posth.” di R. Strauss, fino alla monumentale “Sonata n. 30 op. 109” di Beethoven e al “Trio op. 188” di C. Reinecke.
Si chiude in bellezza martedì 26 maggio 2026 alle ore 20:00 presso Villa Tacchi a Vicenza (zona San Pio X), dove si esibiscono il Quintetto di chitarre “Papier-mâché ensemble” con trascrizioni brillanti di opere di Llobet, Ravel e Debussy. Il Quartetto di flauti “Aereas quartet” propone, invece, un percorso attraverso atmosfere naturali, evocative e fluide, dove il timbro dei flauti richiama aria, movimento, spazio e vita. In programma: “Fioritura” di Satoshi Yagisawa, “Jour d’été à la montagne” di Eugène Bozza, “Il Cardellino” di Vivaldi e altri capolavori.
Il concerto presso villa London-Tacchi è in collaborazione con il festival èPrimavera a San Pio X.
Questi concerti gratuiti sono l’opportunità per scoprire le voci emergenti del Conservatorio, con programmi ricchi di contrasti timbrici e dialoghi strumentali accattivanti, perfetti per un pubblico appassionato di musica da camera contemporanea e classica. La rassegna si inserisce a pieno titolo nel vivace calendario di eventi del “Pedrollo”, che continua a promuovere i talenti studenteschi.
All’interno della XXXV edizione delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, torna domenica 17 maggio 2026 l’atteso appuntamento con Mu.Vi – Musica Vicenza, giunto alla sua XI edizione.
Nato nel 2016 con l’idea di trasformare il centro storico in un laboratorio musicale aperto, Mu.Vi rappresenta una giornata interamente dedicata alla musica tra la gente, nei cortili e nei palazzi storici della città, in un ideale abbraccio tra arte, cultura e cittadinanza.
A partire dalle 10 e 30, gli artisti daranno vita a una serie di eventi in quattro sedi storiche: il Colonnato di Palazzo Chiericati, i cortili di Gallerie d’Italia – Vicenza e di Palazzo Thiene e la Loggia del Capitaniato. Una domenica che intreccia jazz, musica brasiliana, teatro di parola e musica da camera, in uno spazio creativo, libero e aperto, dove l’integrazione tra le arti performative si avvicina ancora al pubblico.
Con la direzione artistica di Sonig Tchakerian, Mu.Vi si conferma un “festival nel festival”, capace di raccontare la pluralità dei linguaggi contemporanei e di valorizzare la giovane generazione di interpreti. “Lo immagino come una felice condivisione di bellezza: un invito a vivere la città come laboratorio culturale, dove la musica e le arti dialogano con le persone e trasformano ogni angolo urbano in un’esperienza viva e partecipata”, racconta la direttrice artistica.
Palazzo Chiericati: Jazz e dintorni
Palazzo Chiericati apre la giornata alle 11.00 con il progetto A tribute to Cole dell’IanCuPe Trio (Lorenzo Cucco sax tenore, Mattia Pellegrino contrabbasso, Damiano Ianese batteria). Il repertorio è quello di Cole Porter — da You Do Something to Me a Love for Sale — eseguito con una varietà stilistica che spazia dallo swing tradizionale a quello più moderno, dai ritmi latineggianti agli episodi di improvvisazione collettiva.
Alle 15.30 è la volta di Flor das Aguas: Margherita Cappellesso alla chitarra acustica e voce, Michele Passariello al basso e Damiano Ianese alla batteria portano a Vicenza un repertorio interamente brasiliano che esplora choro, samba e bossa nova. Accanto a brani di João Pernambuco, Antonio Carlos Jobim, Yamandu Costa e Marco Pereira, il progetto include composizioni originali nate dall’incontro tra le radici musicali sudamericane e il gusto personale dei musicisti.
Teatro di parola a Palazzo Thiene
Alle 16.00 il Gruppo teatrale La Trappola APS porta in scena Non vivere su questa terra come un inquilino, un assemblage di testi e poesie tratti da scritti di Giorgio Caproni, Erri De Luca, Emily Dickinson, Papa Francesco, San Francesco d’Assisi, Thich Nhat Hanh, Nazim Hikmet, Vittorino Mason, Jacques Prévert, Osho Rajaneesh, Anna Seward, William Shakespeare e Rabindranath Tagore, coordinato da Alberto Bozzo. Dialogherà con gli attori Teodora Piccolo al violoncello.
Uno spettacolo che prende forma prendendo spunto dal Poverello di Assisi, che definisce la poesia “amicizia con il Creato” e “specchio della bontá divina, dove sole, luna, acqua e terra sono fratelli e sorelle”, e dalle prime parole dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.
La musica è affidata a Johann Sebastian Bach (Suite in re minore BWV 1008 e Suite in sol maggiore BWV 1007), Pablo Casals (Canto degli uccelli) e Rudolf Matz (Suite in Do maggiore).
Loggia del Capitaniato: protagonista il pianoforte
La Loggia del Capitaniato ospita una ricca sequenza di appuntamenti pianistici. Alle 10.30 apre Muraad Layousse con i Preludi op. 28 di Frédéric Chopin, la Dumka op. 59 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Danse Macabre op. 40 di Camille Saint-Saëns nella trascrizione di Franz Liszt.
Alle 11.30 prende avvio l’Anteprima MiAmOr Music Festival 2026 (Milano, 4–13 giugno 2026) con Milano Amateurs & Orchestra, in collaborazione con PianoLink. Moreno Paoletti siede al pianoforte II in tutte le esecuzioni nella versione Hausmusik per due pianoforti, mentre i solisti — nella vita medici, impiegati, avvocati, imprenditori, magistrati, ingegneri — portano sul palco storie personali intrecciate alla musica di Bach, Rachmaninov, Mozart e Nino Rota. Alle 15.00 la sessione prosegue con solisti amatori da Italia, Spagna, Francia e Austria in un programma che abbraccia anche Haydn, Turina e Beethoven.
Gallerie d’Italia – Vicenza: Il pensiero della viola
Alle 16.00, con il Maestro Davide Zaltron, prosegue il progetto Il pensiero della viola con una lezione-concerto dal titolo Che storia è? dedicata alla germinazione di una “storia” che serve da guida e stimolo per il fraseggio, il suono e la coerenza di un brano musicale. Protagonista la viola di Francesco Sinibaldi, con la Suite per viola sola in mi minore op. 131d n. 3 di Max Reger.
Con la sua formula diffusa e multidisciplinare, Mu.Vi rinnova così anche quest’anno la scommessa originaria: che la città stessa — i suoi cortili, i suoi colonnati, i suoi palazzi — sia il luogo naturale della musica e dell’incontro.
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico, riconosciute dal Ministero della Cultura, godono del patrocinio della Regione del Veneto e del Comune di Vicenza e la collaborazione con Musei Civici Vicenza, Teatro Comunale Città di Vicenza, Conservatorio Arrigo Pedrollo, Gallerie d’Italia – Vicenza. Sono inoltre sostenute da Digitec, Infodati, Fondazione Roi, Banca delle Terre Venete, Veronica e Dominique Marzotto, Sanmarco Informatica, Famiglia Brunelli, Belluscio Assicurazioni, Funitek, Fondazione Musicale Omizzolo – Peruzzi, Casa del Blues, Iiriti, Yamaha, Bösendorfer, Forma, The Aries. Grand Boutique Hotel
Anche quest’anno le Settimane Musicali al Teatro Olimpico confermano la poliedrica vocazione del Festival e le molteplici collaborazioni con realtà istituzionali e associative. Proficue collaborazioni a livello artistico sono in atto con il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, con gli Amici della Musica di Firenze, gli Amici della Musica di Padova, con Asolo Musica, con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo e con diverse realtà territoriali, tra cui il Liceo Don Giuseppe Fogazzaro.
(Articolo di Francesco Borasco da Vicenza In Centro n. 5- maggio 2026).
Giovanni Maria Bertolo era un signore vicentino che visse nella seconda metà del Seicento e che in pratica si fece tutto da solo. Egli fu un personaggio straordinario per intelligenza, cultura e generosità. Nacque a Vicenza il 31 agosto del 1631 da Paolina Barbieri e Iseppo
BERTOLO, una famiglia modesta. Suo padre era un fabbro e aveva la sua bottega di fronte al Duomo di Vicenza. Egli riuscì a fare studiare il figlio presso gli Agostiniani e poi fino alla laurea a Padova e diventare avvocato. Il nuovo avvocato Giovanni Maria BERTOLO si trasferì subito a Venezia perchè Vicenza gli era sembrata fin da subito troppo piccola e povera per le sue ambizioni. Grazie al suo talento, riuscì ad emergere, imponendosi quale “insigne giureconsulto del suo tempo”. Nel 1660 sposa la ricca Serafina Barbieri la cui famiglia apparteneva al patriziato veneto e godeva di vaste proprietà a Venezia e nell’entroterra lagunare. Il matrimonio permise al giovane avvocato un consistente ritorno economico, un prestigio sociale notevole e l’inserimento nel mondo dei ricchi nobili della Serenissima. Egli seppe essere all’altezza della sua professione, di guadagnarsi la stima dei suoi colleghi e diventare così un celebre avvocato con una clientela d’alto rango. Nel frattempo, dal suo matrimonio nacquero solamente due femmine: Giulia Caterina e Candace (che si fecero entrambe suore) e poi rimase vedovo precocemente senza più risposarsi. Pote’ così dedicarsi interamente alla sua professione ed a importanti missioni diplomatiche per la Serenissima: a Parma, poi presso il Granducato di Toscana, in Liguria. Il 26 aprile 1680 venne insignito del titolo di ” Conte ” dall’Imperatore Leopoldo I°, titolo confermato poi dal senato veneziano nel 1683. Però alla sua città natale rimase sempre legato lasciando ad Essa in eredità tutta la sua “Libraria” composta da dodici mila libri e quasi quattrocento dipinti. A seguito di questa donazione il Comune diede il nome di “Bertoliana” alla sua giovane biblioteca. Non avendo figli maschi il Conte sopperì adottando un giovane ebreo, che allevò con amore e che fece studiare, però anch’ egli scelse la vita monastica. Il 7 novembre 1707 moriva commettendo il fatale errore di non lasciare alcun testamento per la sua vasta eredità, così i suoi eredi, veri o presunti, lottarono per decenni per la spartizione.
dott. Francesco Borasco
(Articolo di Fabio Gasparini da Vicenza In Centro n. 5-maggio 2026)
Quando la Madonna apparve alla beata Pasini nel 1428 la collina di monte Berico era una località poco abitata e periferica rispetto a Vicenza. Solo una chiesetta dedicata a S. Pietro sorgeva presso la cima, tra ampi prati e boschi.
Quando nel 1431 la nuova Basilica fu inaugurata ed i fedeli iniziarono i pellegrinaggi, essi non trovarono strade o percorsi adeguati. Il monte non era separato dalla città, solo il corso del fiume Retrone ne delimitava il pendio ovest.
Non esisteva il taglio netto costituito dalla ferrovia (costruzione di metà ‘800 sotto il governo austriaco) ed i fedeli salivano partendo soprattutto da porta Monte o da porta Lupia e percorrevano incerti sentieri. In breve, fu preferito il versante su cui furono quindi costruiti i gradini in pietra (le Scalette) affiancati nel 1614 da 15 cappelline (i Misteri del Rosario). Alla fine del ‘500 l’inizio delle scalette fu nobilitato dall’arco progettato da Palladio; il percorso proseguiva fino al Cristo, poi con tratto rettilineo arrivava al Santuario; lungo il finale di questo tratto, sul lato sinistro salendo, era sorto un porticato su colonne: era l’unico breve riparo contro la pioggia per i pellegrini.
All’inizio del ‘700 tutto questo percorso era usurato e disagevole e fu incaricato l’architetto Francesco Muttoni di studiarne uno nuovo. Muttoni progettò la successione di eleganti arcate che ancora oggi ammiriamo; realizzò in tre anni, dal 1746 al 1748, il tratto che va dal Santuario al Cristo; qui Muttoni dovette fermarsi perché nacquero in città dissidi e contestazioni: molti proponevano di costruire il secondo braccio di porticato rettilineo dal Cristo alle scalette. Il dibattito fu lungo, fu chiamato a consulto dalla Università di Padova il Prof. Poleni. Egli promosse il progetto originario: secondo braccio rettilineo dal Cristo a Villa Volpe giudicato più corto, economico e prestigioso.
I lavori ripresero e terminarono nel 1780, quando il Muttoni era già morto da alcuni anni. Il porticato completo ha 15 cappelline affrescate che intercalano in gruppi di 10 le 150 arcate; fu ripetuto così il richiamo alla liturgia del Rosario. Le cappelline precedenti, sovrastanti la Scalette erano ormai deteriorate e furono abbattute. Le processioni religiose, i devoti, i turisti salgono da allora numerosi al riparo degli eleganti portici. Quella di allora fu veramente una giusta scelta urbanistica per Vicenza.
ing. Fabio Gasparini
“Una domenica che non riposa” è il titolo del primo singolo del soprano Ilaria Gusella che si lancia con successo anche nella musica popolare e contemporanea, senza mai dimenticare, neanche per la breve frazione di un’intervista, il marito, avvocato e politico in gran spolvero, e le loro due figlie
Ilaria Gusella, l’artista vicentina tra famiglia, lavoro e solidarietà
Dopo aver conquistato una mezz’ora del tempo di Ilaria Gusella, che l’artista vicentina nata a Val Liona un anno dopo… Laura Pausini spende con uguale passione tra famiglia, lavoro e solidarietà, me la immagino arrivare trafelata. Nonostante le temperature rigide, il buio precoce e una giornata come sempre strapiena alle spalle, eccola invece comparire impeccabile, aggraziata e sorridente. Scoprirò subito che quella è “semplicemente” la sua natura. È eccitata sì per l’uscita del suo primo singolo e per gli ultimi ritocchi al secondo, eppure anche quello sembra semplicemente naturale: il risultato di dedizione a una nuova avventura. Mentre fisso sulla carta nozioni ma soprattutto emozioni, mi dice: “Che bello vedere ancora scrivere a penna sull’agenda”. C’è una punta di nostalgia, poi si affretta a chiarire che comunque alla tecnologia e ai social deve tantissimo.
Che Ilaria Gusella -noto soprano con un gran talento anche per la musica popolare e contemporanea (che ora è esploso, ma è in realtà un ritorno alle origini), divulgatrice di cultura, promotrice del territorio, direttrice di un coro e insegnante, paladina delle donne e dell’ambiente- sia (anche) la moglie di Francesco Rucco -prima sindaco di Vicenza e presidente della Provincia, ora vicepresidente del Consiglio regionale- non è un segreto e per lei è motivo di grande orgoglio, che fieramente non tiene nascosto. “Quando Francesco è stato eletto sindaco, ha avuto per noi un po’ la stessa valenza che avrebbe avuto per me un contratto a La Fenice”, afferma. E dichiara di avere sempre modulato la sua, comunque, intensa carriera in sinergia con la famiglia (lei e Francesco hanno due figlie, Margherita di 15 anni e Letizia di 18), evitando di rendersi disponibile per impegni che la portassero lontana. Partiamo proprio da qui, da Ilaria donna, dietro il personaggio.
Ilaria, come (s)corre la sua giornata tipo?
Domanda impegnativa. Ogni giorno è diverso dall’altro. Mi sveglio molto presto al mattino, mi aggiorno sull’attualità, preparo eventuali post sui social e programmo al pc un evento (bilancio preventivo/contatto artisti/locandina/scaletta/presentazione), oppure studio (sto portando avanti gli studi alla facoltà di Economia e gestione delle arti e attività culturali) e poi mi dedico alla musica studiando repertori dei concerti in programma. Faccio visita al mio papà per il pranzo, cucino per la mia famiglia, insegno canto e mi occupo delle mie figlie. La sera ritorno al pc o vado a provare con le formazioni musicali, se non sono impegnata in concerti o riunioni di vario genere.
Oltre la famiglia, la musica e la cultura in generale, quali sono le sue altre passioni?
Mi piace molto cucinare, da sempre. Quando vado al ristorante cerco di captare le ricette per riproporle ai miei commensali e, se non sono sicura di averle prefigurate bene nella mia mente, provo a corrompere con garbo i camerieri per arrivare allo chef. Pratico un po’ di sport, da ragazza giocavo a pallavolo e a calcio.
Tornando alla musica, a quanto pare anche lì ha appena elaborato una nuova leccornia per il suo pubblico… Come nasce “Una domenica che non riposa”, il suo primo singolo, appena uscito?
Per un meraviglioso caso. Il 1° ottobre 2025 ha rappresentato uno spartiacque nella mia carriera. Al concerto di Francesco Gabbani ebbi modo di conoscere il suo primo maestro di chitarra (Alessandro Di Dio), che ora è il mio produttore, e uno dei suoi parolieri (Claudio Gabelloni). Ascoltata su YouTube la mia interpretazione del brano Shallow, mi coinvolsero subito in questa nuova sfida.
E come è andata?
Speravo, sì, in un buon riscontro, ma non avevo idea che si sarebbe tradotto in una valanga di affetto, consensi e un inatteso interesse verso questa “deviazione stilistica” da parte di chi mi apprezza come soprano e per la solidità tecnica traslata sulla musica pop per chi non mi conosceva. Sono molto felice, è un risultato che va oltre le mie aspettative. Ascoltare per giudicare: https://www.youtube.com/watch?v=RzPXLe-GEEo
Libertà pura questo poter “deviare” a proprio piacimento. Gli artisti sono quelli che forse hanno vissuto peggio il lockdown dovuto al Covid. Ora che tutto è tornato apparentemente normale, nel suo ambiente le capita mai di subire altri tipi di restrizioni o riesce sempre a fare liberamente quello che ha nel cuore?
Ho scelto di indirizzare le mie energie solamente verso iniziative musicali e culturali in genere, che mi soddisfino nell’anima prima ancora che per altri aspetti. Le richieste di collaborazione che mi arrivano partono da chi già mi conosce o ha compreso il mio stile. Quando invece posso organizzare attività con In Arte Veneto, l’associazione culturale che ho il privilegio di presiedere dalla fondazione nel 2022, faccio in modo, insieme al direttivo, che rispondano sia al benessere culturale del pubblico che a finalità di sensibilizzazione sociale.
Tra le tante iniziative solidali che la vedono promotrice, molte sono dedicate alle donne. Lei come donna emancipata e realizzata, che cosa vorrebbe per tutte le donne e quale esempio è in questo senso per le sue figlie?
Soffro quando vedo lo sguardo spento in una giovane ragazza o in una donna di qualunque età.
Ritengo che la donna meriti di valorizzare se stessa pienamente e in tutte le sue qualità; tuttavia, conoscendo moltissime persone, le ascolto con attenzione per capirle in profondità e noto che, quando manca la luce negli occhi, le cause sono quasi sempre esterne. Il coraggio di reagire non è scontato e credo si presenti saldamente solo nel momento in cui una persona comprende il suo valore come essere umano e questo vale comunque per tutti. Vorrei tanto che le fragilità si trasformassero in forza d’animo: forse il primo passo sta proprio nel perseguire le proprie passioni e aspirazioni: “Se riesci ad immaginarlo, puoi farlo!”, a cui aggiungo: “Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro… perché non dovrei essere io?”. Questi sono i messaggi con i quali cresco Letizia e Margherita e, con mio marito, le aiuto a perseguire le loro attitudini.
A proposito di suo marito, è esemplare la passione con cui l’ha sempre sostenuto nelle campagne elettorali. Molti potrebbero domandarsi come si fa a sposare la poesia e la condivisione della musica con il pragmatismo e la competitività della politica. Che cosa risponde?
Francesco asseconda le sue predisposizioni da uomo politico come io ho sempre seguito la passione verso la musica e ci rispettiamo, aiutandoci vicendevolmente. Politica e musica sono il sole e la luna, due mondi apparentemente lontani, ma hanno in comune alcuni aspetti interessanti: la res pubblica riguarda noi tutti e il Civis vero è colui che non sta a guardare inerte, ma agisce generosamente con il fine di migliorare la vita della società. Il musicista è una persona che offre al prossimo le sue capacità, acquisite per donare benessere spirituale e dissetare chi ha sete di cultura. Il politico parla alle persone, il cantante canta alle persone. Sono entrambi lavori che si reggono e stanno bene a galla solamente se sostenuti da una fortissima e reale passione, se c’è il fuoco vivo dentro.
Un articolo della Costituzione Italiana che le sta particolarmente a cuore? Perché?
L’articolo 9 senza dubbio, perché sancisce l’impegno della Repubblica Italiana a promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica/tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico, estendendo la protezione ad ambiente, biodiversità, ecosistemi (anche per le generazioni future) e animali. Citerei San Francesco, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, il quale, nel Cantico delle Creature recita “Laudato sii, o mio Signore, per tutte le creature… per Frate Sole, per Sora Acqua, per nostra Madre Terra…”. Dolce Sentire è il brano che ha aperto e accompagna sempre il mio percorso musicale. Ebbene, è nostro compito osannare le bellezze del creato di cui beneficiamo, incluse le opere dell’uomo, quindi l’arte in generale e la musica stessa. Mi piace molto che sia un impegno serio, riportato anche nella Costituzione.
Infine, la nostra domanda di rito a Ilaria Gusella: qual è il suo rapporto con Vicenza e il suo territorio, ma soprattutto con i vicentini.
Amo e sceglierei ancora Vicenza come mia città per vivere e per insegnare canto: è a misura d’uomo, uno scrigno di bellezza artistica e paesaggistica abbastanza grande per dar modo di rispondere a tutte le mie necessità e abbastanza contenuta per potersi sentire parte di una comunità. Si può migliorare, nella mentalità a tratti individualista (preferisco di gran lunga le virtuose collaborazioni “in rete”) e disinteressata, ma dal giudizio facile. I vicentini che frequento sono, al contrario, persone molto creative, solidali, attive e piene di iniziative, di obiettivi, capaci di mettersi in discussione e cambiare, laboriose e ingegnose. Questa è la vicentinità di cui vado fiera nel mondo!