Un mondo in disfacimento, dove la realtà si deforma e la fantasia irrompe come atto di resistenza: venerdì 10 aprile 2026 alle ore 21.00, il Teatro Astra di Vicenza ospita METADIETRO di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, un connubio artistico premio Hystrio-Altre Muse (2013), Premio Ubu (2013) e Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia (2018).
La rappresentazione radicale e imprevedibile che mette in scena l’ammutinamento come fenomeno auspicabile in un organismo sano, si inserisce nella rassegna Terrestri 25.26, ideata e curata da La Piccionaia – Centro di Produzione Teatrale per il Comune di Vicenza, con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Regione Veneto e Comune di Vicenza.
Lo spettacolo Metadietro
Il vano tentativo di salvataggio, la scomparsa dell’eroe, l’ammutinamento come atto vitale: un ammiraglio blu elettrico tenta di portare in salvo la propria nave, mentre attorno a lui una frotta ossessiva lo stordisce con logiche di mercato e derive collettive. Tra visioni difformi si consuma un espatrio che non è migrazione di popoli ma allontanamento dalla propria volontà, un divario insanabile nello stare al mondo.
Come scrive Antonio Rezza: “L’ammut(in)amento è sempre auspicabile in un organismo sano. Un ammiraglio blu elettrico tenta di portare in salvo la sua nave spiaggiata da una frotta che lo stordisce con ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole, c’è solo un gran divario nello stare al mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio, che non è la migrazione di un popolo, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà. E vissero tutti relitti e potenti”.
Accanto a questa visione, Flavia Mastrella costruisce un universo scenico autonomo e materico: “Tornare alla dimensione naturale e selvaggia è impossibile. Viviamo una nuova preistoria; la mansione umana è mortificata, confusa e inadeguata. Nello spazio virtuale fatto materia, un ecopentagono provoca il vuoto, personaggi invisibili fiancheggiano l’egocentrico edificio: non sono fantasmi ma sollecitazioni induttive e, nonostante tutto, la realtà non è mai uniforme, scombina sempre i programmi prestabiliti e nutre in modo imprevedibile la funzione della fantasia. La crudeltà tecnologica preme l’essere vivente. È la scomparsa dell’eroe”.
E proprio dal connubio tra i due artisti nasce una delle esperienze più radicali della scena contemporanea: “Da questo connubio sono nati spettacoli assolutamente innovativi dal punto di vista del linguaggio teatrale”.
Antonio Rezza è l’artista che fonde totalmente attore e performer in un’unica presenza scenica, mentre Flavia Mastrella crea habitat e dispositivi che vengono abitati e trasformati fino a diventare drammaturgia viva. Costruendo un dispositivo scenico spiazzante, Antonio Rezza e Flavia Mastrella creano uno spazio virtuale che diventa materia, un ecopentagono che genera vuoto, presenze invisibili che non sono fantasmi ma sollecitazioni induttive. La crudeltà tecnologica permea l’essere vivente, l’eroe scompare, la mansione umana si fa confusa e inadeguata. Eppure la realtà, mai uniforme, continua a scombinare i piani e a nutrire l’imprevedibilità della fantasia.
Il linguaggio è tagliente e paradossale. Metadietro vive nell’urgenza del corpo e nella collisione tra parola, suono e materia scenica.
Lo spettacolo è una produzione La Fabbrica dell’Attore, Teatro Vascello, Rezza Mastrella e vede in scena Antonio Rezza, con Daniele Cavaioli, habitat di Flavia Mastrella, assistente alla creazione Massimo Camilli, luci e tecnica Alice Mollica.
Prosegue all’insegna del teatro di qualità “Mutazioni 06”, ventesima edizione della stagione di spettacolo del Teatro Spazio Bixio, promossa dal Comune di Vicenza e curata da Theama Teatro, in collaborazione con l’associazione For.The.
Sabato 11 aprile ore 21 sarà in scena “The Loman’s tragedy” di Sarah Biacchi, una produzione Compagnia Teatro Segreto per la regia di Sarah Biacchi.
Willy Loman (Antonio Toma), il self-made man per eccellenza, arriva in uno spazio “altro” e incontra ad accoglierlo La Custode del Tempo (Alessia Bartolomucci), una figura rarefatta che lo costringe a guardare nei motivi e nelle scene che hanno portato la sua anima a determinate scelte di vita. Insieme alla Custode del Tempo Willy dovrà fare fronte coi suoi demoni personali e con le motivazioni psicologiche profonde che lo hanno portato a ciò che ha fatto; i rapporti con i figli Biff (Simone Gallico) e Happy (Angelo De Damiani) e con la donna che frequenta fuori da casa (Paola Betteghella) non sono che lampi di un ricordo che si dipana davanti ai suoi occhi in tutto il terribile iter interiore che ha attraversato. Il rapporto con la moglie Linda (Sarah Biacchi) è il più doloroso, e solo accennato nel profondo senso di illusione che porta ancora con sé. Willy Loman agisce in un mondo nuovo dove la Custode del Tempo, tenendolo per mano, come in una immensa Gestalt, lo terrà stretto a sé sino alla fine, là dove il tempo non ha più tempo, ma solo perdono.
Per informazioni e prenotazioni (consigliate): [email protected] oppure 0444 322525, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18; nel giorni di spettacolo, dalle 10 alle 18, è attivo il numero 392 1670914. Informazioni aggiuntive su www.teatrospaziobixio.com. Il Teatro Spazio Bixio si trova in via Mameli, 4
Al Teatro Comunale di Lonigo, mercoledì 8 aprile, dalle 21, andrà in scena “L’assaggiatrice di Hitler”, testo di grande successo che ha ricevuto consensi anche nella sua trasposizione cinematografica. Il romanzo “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino, ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali, tra cui il Premio Campiello 2018 e il Prix Jean-Monnet 2019.
La versione teatrale, prodotto e diretto da Sandro Mabellini, nello sforzo di restare fedele allo spirito originale del romanzo – indaga la possibilità per ogni individuo di scivolare nella colpa senza averlo scelto, di colludere con il Male semplicemente per istinto di sopravvivenza. E indaga la condanna tutta umana a dover “assaggiare” il mondo per vivere, ma con il rischio costante e ineludibile di morire. Di tutto questo è metafora il nazismo, che con la sua violenza invade l’Europa e la vita di Rosa Sauer, la protagonista.
Rosa Sauer è un personaggio di invenzione, ma il suo lavoro è ispirato a quello di Margot Wölk, donna realmente esistita che poco prima di morire confessò di essere stata, da giovane, un’assaggiatrice di Hitler. La storia comincia nell’inverno del ’43, quando la ventiseienne Rosa – rimasta sola dopo che il marito Gregor è partito per il fronte russo – si rifugia dai suoceri a Gross Partsch, un villaggio di campagna della Prussia orientale, per sfuggire alle bombe sganciate su Berlino.
Il paese si trova in prossimità di quella che veniva chiamata Wolfsschanze, “Tana Del Lupo”, quartier generale di Hitler nascosto e mimetizzato nella foresta. Su segnalazione delle autorità locali, insieme ad altre nove giovani donne, Rosa viene forzosamente reclutata e stipendiata per assaggiare tre pasti al giorno e sventare così – a rischio della propria vita – un eventuale tentativo di avvelenamento del Führer.
Tra le assaggiatrici si intrecciano rapporti di amicizia e rivalità, fino a quando, nella primavera del ’44, non arriva in caserma un nuovo comandante, Albert Ziegler, che instaura un clima di terrore. Inaspettatamente tra lui e Rosa nasce una complicità ambigua, una relazione erotica, o forse sentimentale, che è soprattutto una primordiale forma di resistenza alla deumanizzazione che il nazismo infligge, non solo alle assaggiatrici-cavie, ma anche ai funzionari delle SS, loro carnefici.
“Da tempo mi trovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo e non mi ribellavo; continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via. La capacità di adattamento è la maggiore risorsa dell’essere umano, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana“, dice Rosa.
L’obiettivo drammaturgico e registico è costruire uno spettacolo evocativo in cui due sole attrici interpretano – suggerendoli – tutti i personaggi della storia. Lo spettacolo propone una sorta di film in assenza di cinema, perseguendo una sintesi fra tutti i linguaggi scenici: drammaturgia del suono e della luce, corpo e voce delle attrici, musiche registrate e suonate dal vivo da una fisarmonica. Gli spettatori sono coinvolti in modo attivo, perché devono riempire con l’immaginazione il vuoto di ciò che non è mostrato in scena.
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico tornano a Vicenza dal 17 aprile al 7 giugno 2026 con la XXXV edizione, raccolta sotto il titolo I canti della terra. Un festival che abbraccia concerti serali, matinée, progetti dedicati ai giovani e iniziative diffuse in città, con il Teatro Olimpico come fulcro simbolico e artistico di un percorso che intreccia tradizione e contemporaneità, interpreti affermati e nuove generazioni, musica e relazione con i luoghi. La direzione artistica è affidata a Sonig Tchakerian.
L’edizione 2026 conferma una linea di lavoro riconoscibile: attenzione al dialogo tra repertori e culture, valorizzazione dei giovani talenti, apertura alla città e un programma che mette in relazione la musica con gli spazi storici e civili di Vicenza. Accanto al Teatro Olimpico, il Festival attraversa infatti altri luoghi significativi del centro urbano, da Palazzo Chiericati a Palazzo Thiene, dalla Loggia del Capitaniato a Gallerie d’Italia Vicenza, fino alla Chiesa di San Vincenzo, al Teatro San Marco e al Teatro Comunale.
Ad aprire il Festival sarà il XV Concorso Pianistico Nazionale – Premio Lamberto Brunelli, in programma venerdì 17 aprile al Teatro San Marco per la semifinale e domenica 19 aprile al Teatro Olimpico per la finale con l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta diretta da Riccardo Lucadello.
Tra le novità rilevanti dell’edizione 2026 vi è la co-organizzazione del Premio con il Comune di Vicenza, che affianca le Settimane Musicali al Teatro Olimpico e il Conservatorio Arrigo Pedrollo, partner storico dell’iniziativa, rafforzando ulteriormente il legame del concorso con la città.
Nato nel 2011 per iniziativa delle Settimane Musicali e della famiglia Brunelli in memoria di Lamberto Brunelli, il Premio è oggi un punto fermo del festival e del panorama pianistico italiano. Il concorso è sostenuto ogni anno da una campagna di crowdfunding che lo accompagna fin dalle prime edizioni e offre ai giovani interpreti concrete opportunità di crescita artistica e professionale.
A valutare i candidati sarà una giuria composta da Andrea Lucchesini (presidente), Maria Grazia Bellocchio, Filippo Gorini, Stefano Lorenzetti e Orazio Sciortino. Al primo classificato andranno una borsa di studio e un calendario di concerti presso importanti istituzioni musicali italiane, tra cui le Settimane Musicali 2027, gli Amici della Musica di Firenze, Asolo Musica, gli Amici della Musica di Padova e la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo. Al secondo e al terzo classificato saranno assegnati un attestato di partecipazione e un concerto offerto dal Conservatorio Arrigo Pedrollo nell’ambito de “I martedì al Conservatorio”. Per tutti e tre i finalisti sono inoltre previsti un concerto offerto da Bösendorfer nell’ambito di “Cremona Musica”, due concerti offerti da Yamaha nell’ambito di “Musica Riva” e una masterclass al Musica Riva Festival 2026. Una borsa di studio della Fondazione Musicale Omizzolo Peruzzi sarà infine assegnata al candidato che avrà ottenuto il punteggio più alto nell’esecuzione di “Ein Altes Albumblatt” di Silvio Omizzolo, brano obbligatorio insieme a “Studio sulla compressione” (2025) di Mariano Russo, opera commissionata dal Festival alla scuola di composizione dei corsi di Alta Formazione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma appositamente per questa edizione del Premio.
Il programma della XXXV edizione si sviluppa poi nei progetti che negli anni hanno definito il profilo delle Settimane Musicali. L’Offerta Musicale proporrà due appuntamenti alla Chiesa di San Vincenzo, il 22 e il 29 aprile: il primo dedicato al dialogo tra repertori e linguaggi; il secondo, una lezione-concerto sulla storia del jazz attraverso la figura di Miles Davis, che nel 2026 avrebbe compiuto 100 anni. Un omaggio che troverà compimento il 20 maggio al Teatro Comunale con “New Sketches of Spain”, spettacolo di musica e danza con Israel Galvan e Michael Leonhart, in collaborazione con Vicenza Jazz.
Domenica 17 maggio tornerà Mu.Vi – Musica.Vicenza, la giornata di musica diffusa che coinvolgerà Palazzo Chiericati, Palazzo Thiene, Loggia del Capitaniato e Gallerie d’Italia – Vicenza, confermando la vocazione del Festival a costruire occasioni di incontro tra musica, spazi urbani e pubblico.
I concerti principali al Teatro Olimpico si apriranno domenica 24 maggio con Canti rocciosi, omaggio a Giovanni Sollima con l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta diretta da Danilo Rossi, Sonig Tchakerian e il coro maschile Coenobium vocale. Venerdì 29 maggio sarà la volta di “Musica in amicizia”, omaggio ai 90 anni di Bruno Canino con Bruno Canino, Alfredo Zamarra e Alessandro Carbonare. Domenica 31 maggio il Festival proporrà “Mappa Mundi”, intreccio tra tradizioni musicali e scrittura colta con Sonig Tchakerian, Giovanni Sollima, Stefania Redaelli, Maria Luisa Zaltron, Roberto Loreggian e Vito De Lorenzi.
Il programma comprende inoltre il Progetto Giovani a Palazzo Chiericati, con musicisti emergenti selezionati attraverso importanti riconoscimenti nazionali e internazionali, e due Matinée pensate come occasioni d’incontro tra musica, parola e patrimonio artistico: il 31 maggio “Bartolomeo Cristofori – La vera storia dell’invenzione del pianoforte”, melologo buffo ideato da Claudio Ambrosini (Leone d’Oro alla Biennale di Venezia); il 7 giugno “Andante mistico, robustoso et forte”, omaggio a San Francesco nell’ottavo centenario della morte, con visita guidata all’ “Estasi di San Francesco” di Giovanni Battista Piazzetta.
Un’edizione che conferma il valore delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico come appuntamento di riferimento nella vita culturale vicentina e nel panorama musicale italiano.
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico godono del patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione del Veneto e del Comune di Vicenza. Il Premio Lamberto Brunelli è co-organizzato con il Comune di Vicenza. Sponsor e partner del Premio: Infodati – Innovative Bridge (main sponsor), Yamaha e Bösendorfer; con il contributo della Fondazione Musicale Omizzolo Peruzzi. Le Settimane Musicali sono inoltre sostenute da Digitec, Fondazione Roi, Banca delle Terre Venete, Veronica e Dominique Marzotto, Famiglia Brunelli, Belluscio Assicurazioni, Funitek, Casa del Blues, Iiriti, Forma, The Aries, The Glam Boutique Hotel & Apt.
La Biblioteca civica Bertoliana presenterà il romanzo d’esordio “Sette volte bosco” di Caterina Manfrini mercoledì 8 aprile alle 18 a Palazzo Cordellina (contra’ Riale 12), in un incontro pubblico che vedrà l’autrice in dialogo con Michela Valsecchi.
Pubblicato nel 2025 per Neri Pozza nella collana “I Narratori delle Tavole”, il romanzo ha per protagonista Adalina, una giovane donna che torna al suo maso nel Tirolo meridionale dopo un anno trascorso nel campo profughi di Mitterndorf, dove ha perso i genitori durante la Grande Guerra.
Trova una casa in parte crollata, un paesaggio montano dilaniato dai bombardamenti, confini ridisegnati e una lingua diventata straniera in terra propria. Ma trova anche la forza di ricominciare, finché nel maso si introduce un giovane soldato tedesco che, come suo fratello Emiliano disperso in guerra, si trova ora dalla parte sbagliata del confine.
Crudo e poetico al tempo stesso, “Sette volte bosco” è un romanzo sulla ricostruzione: del corpo, dell’anima, di una casa, di un’identità. Sullo sfondo di una terra contesa tra culture e appartenenze, Manfrini intreccia la storia personale di Adalina con quella collettiva di una regione che ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni del Novecento.
Caterina Manfrini è nata a Rovereto nel 1996. Ha conseguito gli studi in ambito antropologico in Danimarca e a Bologna, e ha ottenuto un master in scrittura creativa a Londra. “Sette volte bosco” è il suo primo romanzo.
Il festival Incontro con la danza a Thiene taglia quest’anno il prestigioso traguardo della XXV edizione, confermandosi come uno degli eventi di riferimento per le realtà coreutiche del territorio. Sono previsti due appuntamenti al Teatro comunale nel weekend 11-12 aprile 2026.
“La Città è lieta di accogliere questa splendida 25^ edizione – dichiara Ludovica Sartore, assessora alla Cultura – e augura a tutti e a tutte le partecipanti e al numeroso pubblico di spettatori di vivere due giorni all’insegna delle emozioni e del divertimento. La rassegna è una splendida occasione di confronto e di crescita della propria professionalità. Ringrazio Giulia Chiesi per il significativo e prezioso lavoro organizzativo che sottende l’evento e che regala a Thiene una manifestazione amata e apprezzata”.
Per celebrare questa speciale edizione d’argento, le quindici scuole di danza provenienti da tutta la provincia di Vicenza saranno unite dal tema comune “Il Tempo”. Ciascuna delle due serate di danza presenterà coreografie differenti, coinvolgendo centinaia di danzatori di ogni età, che si esibiranno sul palco del Teatro Comunale di Thiene in un’alternanza di generi e stili di danza: dal classico al moderno, dal contemporaneo all’hip hop.
Un’occasione di scambio artistico in cui ogni scuola partecipante presenterà coreografie originali ispirate alle diverse sfumature della temporalità. In collaborazione con l’Ufficio Cultura del Comune di Thiene, la direzione artistica dell’evento è affidata a Giulia Chiesi, direttrice dello Studio Danza Thiene ASD.
Le scuole aderenti sono Centro Danza Hip Hop di Thiene, ViviDiDanza di Zanè, Ma.Ma. Cooperativa di Zugliano, Anima Danza di Isola Vicentina, Percorso Danza di Isola Vicentina, Areamove di Vicenza, Stage Door di Schio, Progetto Artem Motus di Valdagno, Studio Danza Thiene, Smove Hip Hop School di Thiene, Kappa House di Isola Vicentina, Centro Studio Danza di Dueville, Palladio Danza di Vicenza, Ballet Studio di Lonigo e Sinedomo Dance District di Creazzo.
Prosegue con il nono spettacolo in cartellone la XLV Stagione di prosa thienese con la messa in scena al Teatro Comunale, martedì 31 marzo con repliche mercoledì 1° e giovedì 2 aprile 2026, di “Gaber, mi fa male il mondo“. Tutti gli spettacoli della 45^ Stagione Teatrale di Prosa iniziano alle ore 20.45.
Lo spettacolo da Giorgio Gaber e Sandro Luporini con Neri Marcorè è una produzione di Teatro Stabile di Bolzano, Teatro della Toscana – Teatro Nazionale in collaborazione con Fondazione Giorgio Gaber e Centro Servizi Culturali Santa Chiara.
“Sogno, utopia, libertà, democrazia, etica, pensiero, partecipazione, appartenenza, idea, ideologia sono alcune delle parole e dei concetti identitari e ricorrenti nella scrittura di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Una incessante, laboriosa, impietosa ricerca di senso e di verità, mai autoassolutoria, che fosse guida e sostegno ai comportamenti umani e civili del vivere contemporaneo. Il tutto dentro quella modalità artistica ed espressiva che i due artisti hanno prima creato e poi perfezionato per più di 40 anni: il Teatro Canzone, una forma e un linguaggio teatrale per musica e parole che vide Gaber geniale front man e Luporini lucidissimo tessitore. Un lascito ricchissimo di canzoni e monologhi, intuizioni e svelamenti che ancora oggi vibrano di verità quasi preveggenti. A tutto questo il nostro spettacolo si ispira, riprendendo e rielaborando i loro materiali in una forma musicale per quattro pianoforti, quasi cameristica perciò, rinnovata e compatta, in un certo qual modo fuori dal tempo.
Sarà ancora Neri Marcorè a portare sulla scena queste creazioni in musica, sempre così vibranti e fertili di pensiero e di vita, profonde e giocose insieme, costantemente ironiche ma mai prevedibili o digestive. È come continuare un percorso iniziato anche per noi, assieme ormai vent’anni fa, con “Un certo signor G”, continuato con “Eretici e corsari” e poi proseguito da Neri in decine di concerti sempre con le canzoni di Gaber a innervare il cammino. “Gaber – Mi fa male il mondo” questo vuole essere: un ritorno, forse più maturo e consapevole, ad una lingua teatrale ancora così attuale e necessaria andando a cercarne le radici letterarie (Pasolini, Calvino, Gramsci, Galeano, Berlinguer, Celine, Saramago e tanti altri) e recuperando anche testi e canzoni meno note o consuete per reinterpretarle oggi con sincerità, rigore e con la nostra sensibilità umana e artistica” (note di regia e drammaturgia).
“Mi colpisce e mi affascina la regolarità di Gaber che insieme a Luporini ogni estate, tra un tour e l’altro, scrive le canzoni del prossimo spettacolo. È un modo di operare che mi ricorda quello dei compositori classici, una metodologia al servizio della profondità espressiva e della ricerca di senso. Per questo motivo, anche se le sue canzoni sono certamente nate alla chitarra, quando penso al suo lavoro mi viene in mente il pianoforte, che nella storia è stato lo strumento dove i musicisti hanno scritto per orchestra e per ogni sorta di formazione strumentale e vocale, e naturalmente dove hanno immaginato il teatro musicale. Il pianoforte è come la macchina da scrivere per uno scrittore. È come un film in bianco e nero che ti lascia la libertà di colorarlo con la fantasia. Già in uno spettacolo precedente che si intitolava “Un certo signor G” avevamo utilizzato 2 pianoforti, ma in questo dove ce ne sono addirittura 4 abbiamo voluto moltiplicare quest’idea formando una vera e propria orchestra di pianoforti» (Note all’arrangiamento musicale di Paolo Silvestri)
Per informazioni e prenotazione: Ufficio Cultura negli orari di apertura al pubblico, piazza A. Ferrarin 1, tel. 0445-804.745-746, [email protected]
Il programma della 45^ Stagione Teatrale Thienese è consultabile sul sito www.comune.thiene.vi.it.
Si svolgerà a Vicenza il 12aprile, la terza edizione del Premio CarloMazzacurati, dedicato al regista padovano, promosso dal Cinema Odeon di Vicenza e dalla Scuola di Cinema Carlo Mazzacurati, in collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo, che premia il Miglior Personaggio tra quelli dei film usciti nelle sale cinematografiche nell’ultima stagione e assegna una Menzione Speciale al Film Nascosto.
La giuria ufficiale compostada Francesca Comencini, Marco Pettenello e Marina Zangirolami Mazzacurati,sceglierà il vincitore della terza edizione del Premio, tra i cinque candidati:
Marcello – Enrico Borello in La città proibita di Gabriele Mainetti Elisa – Barbara Ronchi in Elisa di Leonardo Di Costanzo Gela – Aurora Quattrocchi in Gioia mia di Margherita Spampinato Lui – Valerio Mastandrea in Nonostante di Valerio Mastandrea Santino – Alessandro Borghi in Testa o Croce? di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis.
Si aggiunge in questa terza edizione un riconoscimento che racchiude il senso del Premio Mazzacurati: il Premio al Personaggio d’Onore, che quest’anno va a Gianni Di Gregorio (Pranzo di Ferragosto, Lontano lontano, Come ti muovi sbagli) per aver costruito un personaggio unico e universale che attraversa i film che abita con ironia e malinconia. Che, con la sua mitezza, si impone con forza e rimane impresso, come se avesse una vita propria anche al di fuori delle storie dove lo incontriamo al cinema.
Dal 9 all’11 aprile al Cinema Odeon di Vicenza verranno proiettati i 3 film finalisti, mentre il 12 aprile, durante la serata di premiazione condotta da Federico Pontiggia, giornalista e critico di Cinematografo, saranno premiati i vincitori. Per l’occasione, è prevista la partecipazione speciale di Natalino Balasso.
Il Premio Carlo Mazzacurati ha un approccio indipendente verso i personaggi cinematografici che nascono da un’ispirazione artistica pura, non necessariamente protagonisti, ma figure che rimangono credibili nel loro insieme, dando la stessa importanza all’idea, alla scrittura, al casting, alla direzione, all’interpretazione fino ai costumi e il trucco. La menzione speciale al Film Nascosto vuole invece individuare il film italiano che più degli altri avrebbe meritato maggiore diffusione e attenzione.
Il Premio al Miglior Personaggio consisterà in una speciale targa in pietra di Vicenza con l’illustrazione originale che rappresenta il Premio, opera dell’artista Lorenzo Mattotti, mentre la menzione al Film Nascosto, oltre al riconoscimento materiale, si propone di riportare il lungometraggio al pubblico con sale e arene d’essai che collaborano con il Premio, alla presenza del regista.
(articolo di Salvatore Borghese, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
“Intelligenza artificiale” (AI) è un’etichetta comoda, ma molto (forse troppo) ampia. Dentro questa etichetta ci sono software che riconoscono volti, algoritmi che ottimizzano rotte logistiche, sistemi che suggeriscono una diagnosi medica e chatbot capaci di scrivere, tradurre, riassumere e perfino programmare. In molti casi il motore dell’AI è il cosiddetto “machine learning”, un meccanismo che si basa su un numero immenso di dati per individuare gli schemi e le regolarità e riprodurle per adattarsi alle richieste degli utenti.
Quando i dati sono linguistici – testi, dialoghi, documenti – arriva quella che possiamo chiamare “language learning machine”: un modello che apprende come le frasi tendono a susseguirsi e genera risposte automatizzate. Funziona spesso in modo sorprendente, ma resta fallibile: può inventare dettagli plausibili (le cosiddette “allucinazioni”) e riflette i limiti dei dati e delle istruzioni con cui è stato “addestrato”. La svolta degli ultimi anni è che questi strumenti sono usciti dai reparti di ricerca e sviluppo e sono diventati prodotti di massa.
Rischi e opportunità legate all’Intelligenza Artificiale (fonte: sondaggio SWG)
La situazione nel mondo
La parte più visibile di questa rivoluzione è forse la gara tra prodotti dei colossi del tech: ChatGPT (OpenAI), Gemini (Google), Claude (Anthropic) e Copilot (Microsoft) competono su qualità delle risposte e integrazione con app e software di lavoro; per usi meno “professionali” ci sono le AI di Meta e il famigerato Grok, il chatbot della piattaforma X (ex Twitter) che prova a differenziarsi proprio grazie a questa collocazione “dentro” il flusso social.
Sotto la superficie c’è un secondo binario, quello dell’infrastruttura: chip, data center, cloud e accesso all’energia. Qui la posta in gioco non è solo tecnologica, ma (macro) industriale, anche perché quanto più i modelli diventano sofisticati e “operativi” – cioè capaci di eseguire compiti in sequenza sempre più complessi – la potenza di calcolo richiesta tende a salire.
Il terzo binario è la governance. Le analisi più autorevoli concordano su un punto: la diffusione dell’AI e del suo utilizzo è in rapida crescita, ma parallelamente cresce il bisogno di regole, controlli e trasparenza. Il report “AI Index 2025” dell’università di Stanford raccoglie indicatori su ricerca, investimenti e performance dei modelli, documentando un’innovazione sempre più rapida.
Anche l’OCSE, nel suo report dedicato agli investimenti in AI, mette in evidenza la concentrazione delle risorse in pochi poli globali. Nella sua analisi “The State of AI”, McKinsey descrive poi un passaggio cruciale: dall’AI come semplice esperimento alla sua diffusione come pratica organizzativa, con conseguenze molto concrete e talvolta problematiche (qualità dei dati, sicurezza, responsabilità, competenze).
La situazione in Italia
Anche per l’Italia la domanda ormai non è più “se” l’AI arriverà, ma “come” verrà governata e con quali basi. In questo senso, il rapporto della Commissione UE (2025 Digital Decade Country Report) dedicato all’Italia è utile perché misura il contesto, in particolare la diffusione di competenze digitali, infrastrutture e adozione di tecnologie avanzate. Da queste analisi risulta evidente come senza una gestione corretta di dati, cloud, sicurezza e formazione personale, l’AI rischia di rimanere “bloccata” al livello di una demo, senza generare un vero e proprio cambio di passo.
Un tema di cui si discute da tempo anche nelle istituzioni. Già due anni fa, in un Rapporto della Commissione Trasporti della Camera dei deputati (31 gennaio 2024) emerge un’idea di fondo: per usare l’IA servono capacità di valutazione, regole chiare e competenze interne, soprattutto nella Pubblica Amministrazione. In altre parole, non basta “comprare” un chatbot per avere una PA più efficiente: bisogna sapere cosa fanno questi software, su quali dati si basano, e soprattutto chi risponde quando sbagliano.
Nel frattempo, molte aziende in modo capillare e spontaneo, hanno ormai iniziato a utilizzare l’AI in modo strutturale, sia pure attraverso le sue varianti più semplici: strumenti di scrittura, ricerca, sintesi e traduzione che riducono il tempo speso su attività cognitive ripetitive e facilmente automatizzabili. È un approccio pragmatico, ma anche questo richiede metodo: verifiche, policy interne e formazione.
Cosa pensano gli italiani
L’atteggiamento degli italiani verso l’Intelligenza Artificiale (fonte: sondaggio SWG)
Ma come si pongono gli italiani rispetto a questa rivoluzione tecnologica e ai suoi sviluppi? Secondo una ricerca dell’istituto SWG di esattamente un anno fa (febbraio 2025) tra gli italiani prevale ancora un’opinione ottimistica nei confronti dell’AI (51%). Eppure, cresce la quota di chi ne vede soprattutto i rischi: 41%, con una crescita di ben 12 punti in due anni. Se vogliamo, una naturale conseguenza della diffusione di quella che prima era una novità e che si è trasformata gradualmente in presenza quotidiana: quando l’AI entra nei servizi, nel lavoro e nella scuola, chiediamo più garanzie.
Non a caso, sempre SWG rileva una preferenza netta per un approccio prudente e regolatorio (58%) che del resto è in linea con l’approccio generale dell’Unione Europea quando si parla di novità tecnologiche, ben diverso rispetto ai modelli regolatori di USA o Cina. Le preoccupazioni principali restano quelle legate al lavoro (38%), ma nello stesso sondaggio cambia la qualità dei timori: l’idea di dipendenza dalle macchine lascia spazio alla questione delle responsabilità umane. A spaventare non è più (solo) l’algoritmo, bensì l’assenza di controlli su chi lo progetta e chi lo usa.
Questi sondaggi fotografano anche un confine abbastanza chiaro: oggi rivendichiamo più autonomia decisionale e siamo meno favorevoli a farci assistere dall’AI nelle scelte più importanti.
In campo affettivo, etico, educativo e politico la netta maggioranza degli italiani non ama le ingerenze, mentre per quanto riguarda le sfere più pubbliche (in ambito giuridico ed economico) c’è una maggiore divisione, ma la tendenza è quella di una maggior chiusura rispetto al 2023. E poi c’è la pratica quotidiana, che spesso anticipa le opinioni: l’esperienza degli utenti sta diventando più “utilitaristica”, come conferma il 36% che dichiara di usare ChatGPT per aumentare la produttività lavorativa.
Interessante, infine, l’orientamento dei dirigenti della PA rilevato da un’indagine apposita: quasi 4 su 5 vedono l’AI come un’opportunità, per guadagnare tempo su attività complesse e semplificare processi. È una buona notizia, a patto che l’opportunità non diventi scorciatoia: soprattutto perché (a differenza che nelle aziende private) nella PA la qualità delle procedure e delle decisioni pesa quanto la velocità.
Una sfida di responsabilità
Il quadro, dunque, è meno “fantascientifico” e molto più “umano” di quanto sembri. Nel mondo l’AI corre su tre binari – prodotti, infrastrutture, regole – non necessariamente paralleli, come dimostrano le differenze di approccio tra l’Europa e altri colossi geopolitici come USA e Cina. In Italia, assente l’aspetto puramente industriale, il tema è più di carattere infrastrutturale e soprattutto regolatorio, il che chiama necessariamente in causa un coordinamento in sede UE. Ma con un’opinione pubblica che, nonostante i timori crescenti, resta in maggioranza ottimista, ci sono margini per un intervento equilibrato, che non assecondi i timori dei catastrofisti ma che tenga conto del potenziale dirompente di questa nuova tecnologia, soprattutto per ciò che riguarda gli equilibri nel mondo del lavoro.
Forse la domanda decisiva a cui dobbiamo rispondere non è se l’intelligenza artificiale sia “buona” o “cattiva”, bensì se l’intelligenza naturale umana sarà in grado di usarla come uno strumento allo stesso tempo potente e fallibile, con responsabilità tracciabili, senza trasformarla né in un oracolo a cui delegare tutto, né in uno spauracchio da cui fuggire.
(articolo di Eleonora Boin, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Il 2025 è stato sicuramente l’anno del boom dell’intelligenza artificiale, come confermato dal giornale americano Time, che ha dichiarato l’IA e i suoi architetti persona dell’anno. Infatti, se fino agli anni scorsi era rimasta una tecnologia di nicchia e poco potente, ultimamente si è trasformata in una vera e propria infrastruttura diffusa, utilizzata in settori sempre più ampi: dalla selezione del personale alla diagnosi medica, dai sistemi di sorveglianza ai modelli in grado di generare testi, immagini e video. Un utilizzo sempre maggiore sia a livello aziendale che personale, che ne ha decretato la rilevanza ormai assoluta all’interno della nostra società. Una diffusione rapida e totale, che ha posto ai governi un problema ormai centrale: come regolare una tecnologia che permette benefici economici e sociali importanti, ma che rischia di produrre discriminazioni, violazioni della privacy, dei diritti d’autore e nuove forme di controllo sociale?
Thierry Breton, ex commissario europeo al Mercato interno alla presentazione dell’AI Act
L’Unione europea ha risposto a questa domanda con un regolamento, ovvero uno di quegli atti giuridici dell’Ue che vale automaticamente in tutti gli stati membri. Parliamo dell’AI Act (dall’inglese Artificial Intelligence Act), ovvero il primo regolamento al mondo pensato per disciplinare in modo organico l’uso e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
L’AI Act è stato approvato definitivamente nel 2024 dopo oltre tre anni di negoziati ed entrerà in vigore in modo graduale tra il 2025 e il 2026.
Questo regolamento è solo l’ultimo di una serie di atti volti a regolamentare lo spazio digitale voluti dall’ex commissario al mercato interno Thierry Breton. Negli ultimi anni l’Ue ha costruito un vero e proprio impianto normativo sul digitale, che comprende il GDPR sulla protezione dei dati personali, il Digital Services Act sulla responsabilità delle piattaforme online, il Digital Markets Act sulla concorrenza nei mercati digitali, il Data Act sulla circolazione dei dati e il Media Freedom Act, sulla libertà di informazione.
In questo contesto, l’IA viene quindi trattata come una tecnologia che va integrata all’interno di una legislazione ben precisa in materia di digitale, che va adeguata essa stessa in un ecosistema basato sui principi europei di tutela dei diritti, concorrenza e sicurezza dei consumatori/cittadini.
Un regolamento basato sul rischio
L’impianto dell’AI Act si basa sulla classificazione del rischio, dividendo di fatto i sistemi IA in quattro livelli differenti in base al potenziale impatto che possono avere sulle persone e sulla società.
Classificazione dei sistemi di IA in base al rischio
Il primo livello è quello a rischio più alto, ovvero tutti quei sistemi considerati un “rischio inaccettabile” e che quindi vengono vietati in modo esplicito. Ne fanno parte tutti i sistemi di manipolazione comportamentale che sfruttano vulnerabilità psicologiche, i meccanismi di social scoring dei cittadini e alcune forme di sorveglianza biometrica di massa. Ad esempio, negli spazi pubblici dell’Ue è esplicitamente vietato l’utilizzo del riconoscimento facciale in tempo reale, salvo eccezioni molto limitate legate alla sicurezza nazionale, cosa che non si può dire in altri paesi, come ad esempio la Cina o l’Iran, dotati di telecamere nelle strade che di fatto controllano i cittadini. Questo divieto assoluto di utilizzare questi sistemi deriva dalla logica che essi siano incompatibili con i valori fondamentali dell’Ue e non possano essere legittimate nemmeno da possibili benefici.
Il secondo livello riguarda i sistemi di IA ad “alto rischio”, che non sono vietati in assoluto, ma vengono sottoposti a un regime di controllo rigoroso. Si tratta di tutti i sistemi IA utilizzati in specifici settori considerati delicati, come la sanità, l’istruzione, la selezione del personale, l’accesso al credito, la giustizia, il controllo delle frontiere o la gestione di infrastrutture critiche.
L’AI Act prevede una serie di obblighi in questi casi, tra cui una valutazione preventiva dei rischi, la qualità e rappresentatività dei dati di addestramento, che le decisioni prese dall’IA siano tracciabili, che vengano opportunamente documentati i dettagli tecnici e, infine, la presenza di supervisione umana. L’obiettivo è ridurre il rischio di errori sistemici, discriminazioni automatizzate e decisioni opache difficili da contestare, per non lasciare che i bias umani trasportati dai programmatori ai software decidano chi ha il diritto di ottenere una casa famiglia o un trapianto di cuore.
Ci sono poi i cosiddetti sistemi a “rischio limitato”, che sostanzialmente sono solo soggetti a obblighi di trasparenza, come nel caso dei chatbot o dei sistemi di generazione di contenuti, che devono rendere evidente che gli utenti stanno interagendo con un’IA, ma anche quando un testo, un’immagine o un video sono stati prodotti artificialmente. Perché alla fine, il problema non è tanto l’esistenza di queste tecnologie, quanto il loro utilizzo senza consapevolezza da parte delle persone che non riescono a riconoscere che il video di un gatto sugli sci non è reale.
Tutto ciò che non rientra in queste categorie viene classificato come a “rischio minimo” e non è soggetto a nuovi obblighi specifici. Questa categoria rappresenta una parte consistente dell’intelligenza artificiale che esiste oggi e serve a evitare che il regolamento diventi un freno generalizzato all’innovazione.
Il nodo dell’intelligenza artificiale generativa
Uno degli aspetti più complessi del negoziato sull’AI Act sono stati i modelli di intelligenza artificiale per finalità generali, come quelli alla base dei sistemi di IA generativa. Quando la proposta iniziale della Commissione fu presentata nel 2021, questi strumenti non erano ancora diffusi come oggi e soprattutto non erano così potenti. La rapida affermazione dei grandi modelli linguistici ha costretto le istituzioni europee a intervenire, e così nel testo finale sono stati introdotti obblighi specifici per questi modelli, soprattutto in termini di trasparenza. Tra le altre cose, le aziende che li producono devono dichiarare quali dati sono stati utilizzati per l’addestramento e adottare misure per rispettare il diritto d’autore. Per i modelli più potenti, considerati di “impatto sistemico” e quindi potenzialmente in grado di influenzare il mercato o il dibattito pubblico, sono previsti requisiti aggiuntivi di sicurezza e valutazione dei rischi.
Sanzioni, controlli e applicazione
Il sistema di sanzioni previsto dall’AI Act è simile a quello del GDPR e di altri regolamenti europei: le violazioni più gravi, come l’uso di pratiche vietate, possono essere punite con multe fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato globale annuo dell’azienda. Le sanzioni diminuiscono per gli obblighi meno rilevanti, ma restano comunque elevate. L’applicazione del regolamento sarà affidata alle singole nazioni, che verranno coordinate a livello europeo da un nuovo Ufficio per l’IA istituito presso la Commissione, un modello di governance che cerca di bilanciare l’armonizzazione del mercato unico con le competenze degli Stati membri, ma che potrebbe creare differenze nell’applicazione pratica delle regole.
Tra tutela dei diritti e timori per l’innovazione
Politicamente, l’AI Act rappresenta una scelta chiara: l’Ue ha deciso di intervenire prima che l’intelligenza artificiale diventi completamente pervasiva, fissando regole comuni in anticipo. Le istituzioni europee lo presentano come un modello di IA affidabile e centrata sull’essere umano. C’è però da dire che questo regolamento si inserisce in un contesto, quello europeo, in cui ci sono poche aziende che producono intelligenza artificiale e per questo è stato bollato da alcuni come inutile e dannoso per la competitività del continente, insomma, un altro problema burocratico voluto da Bruxelles. Molte startup e investitori sostengono che il regolamento rischi di favorire i grandi gruppi tecnologici (perlopiù americani), più attrezzati per sostenere i costi di conformità e anche tra gli Stati membri sono emerse divisioni, soprattutto sul grado di regolazione dei modelli di base.
Nonostante tutto, l’AI Act rimane un passaggio importante nella storia della regolazione tecnologica e, come accaduto con il GDPR e gli altri regolamenti dello spazio digitale, il suo impatto andrà probabilmente oltre i confini europei, dato che anche i colossi americani e cinesi dovranno adeguarsi agli standard dell’Ue per operare nel nostro mercato.