martedì, Novembre 28, 2023
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Altavilla Vicentina, gli archi sulla strada veneziana

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Storie Vicentine ci racconta la storia degli archi sulla strada veneziana ad Altavilla Vicentina a partire dal 1328.

Siamo nell’anno 1328. Il vescovo di Vicenza Francesco Tempraini considerando che le colline tra i comuni di Altavilla, Brendola, Montecchio Maggiore sono terreno sterile e incolto decide di metterlo a coltura per gente germanica immigrata. Il vescovo concorda con il notaio Anzio Dyetmar che i luoghi siano ripuliti, coltivati e abitati dai germanici…

Via Ernesto Monico è così titolata in memoria del pilota da caccia e acrobatico Altavillese di nascita, medaglia d’oro. Prima, l’antica strada era nominata Strada Comunale Veneziana e, prima ancora, distinta dal toponimo antico di Strada Bassona. Era selciata con ciottoli di nero basalto, le cunette laterali formate da bianchi sassi tondi calcarei.

Portava ai campi del Palusello e alla contrada di Rio e poi ai boschi del Rovaron e dei Vigri. Sui lati la delimitavano case intervallate da portoni e stretti passaggi, simili a calli veneziane, ancora esistenti. Sul retro delle case si coltivavano piccoli orti di là dei quali si apriva l’aperta campagna. I varchi dei portoni davano su cortili comuni o corti esclusive.

fig. 1
fig. 1

L’unico arco, ancor oggi, si apre e campeggia imperioso in pietra bugnata (fig.1) e reca alla sommità del concio di chiave, una lapide (fig.2) incisa da una scritta in latino della cui traduzione non ho trovato traccia. Sui lati, a metà degli archi si aprono nel muro di tamponamento due fori finestra muniti di sola inferriata che alleggeriscono la struttura.

lapide
Fig. 2

Dopo una ventina di passi, scendendo verso la campagna, si alza un secondo arco gemello di mattoni e sassi come a serrare le costruzioni antiche, ora restaurate, che si trovano sui lati. Questo arco è chiaramente datato sul concio di chiave dove si legge M.M – 1836 A.P. Marc’Antonio Morseletto – 1836 – APRILE.

fig. 2
Un arco ad Altavilla Vicentina

E’ stato costruito, quindi, un cinquanta anni dopo il primo arco sulla pubblica via. Marc’Antonio Morseletto aveva inclinazioni poetiche. Scriveva versi in italiano e versi latini bucolici di squisita fattura, come quelli sulle due lapidi del vecchio asilo in centro del paese.

Prima che, negli anni 60 del 1900, l’autostrada arginasse crudelmente la campagna, si apriva, dopo il secondo arco, un passaggio in leggera discesa detto “del Canevon” per la presenza di un gran cantinone del quale rimanevano tracce di mattoni prima che l’autostrada scombinasse i luoghi. Una parte di questo passaggio esiste ancora fin a ridosso dell’autostrada: era il collegamento tra la Strada Veneziana e i coltivi a sud.

Dalla parte più alta del “Canevon” si poteva ammirare la vasta campagna fino sotto alle colline dei Vigri, preceduta dal Praroman e si poteva ascoltare il silenzio colloquiare solo con i suoni della natura. Chissà per quale miracolo, gli archi sono sopravvissuti a tutto: intemperie e interventi edilizi, scuotimenti, anni, vandalismi. Dei possenti portoni di legno restano solo i cardini.

La presenza di due archi così ravvicinati può individuare una “porta maggiore” nell’arco ver- so la pubblica via e una chiusura di protezione verso la libera campagna l’arco a valle. Tra i due archi si chiude uno spazio sicuro e protetto, una specie di corte fortificata interna ad uso dei fabbricati rurali prospettanti. Per i Vigri, luogo desolato parzialmente boscoso e per il resto incolto sterile con roccia affiorante, vale riportare un frammento di storia. Siamo nell’anno 1328.

fig. 3
fig. 3

Il vescovo di Vicenza Francesco Tempraini considerando che le colline tra i comuni di Altavilla, Brendola, Montecchio Maggiore sono terreno sterile e incolto decide di metterlo a coltura per gente germanica immigrata.

Il vescovo concorda con il notaio Anzio Dyetmar che i luoghi siano ripuliti, coltivati e abitati dai germanici. I seicentocinquanta campi saranno divisi in ventisei masi in modo da lasciare una parte dei terreni a pascolo per gli animali allevati dagli stessi abitanti. Il gastaldo nominato vi dovrà pure abitare in un maso a lui assegnato. Il vescovo riceverà ogni trenta novembre, giorno di San Andrea, un livello. Per ogni maso sono stabilite tre Lire più un pollo e la decima delle biade, uva, lino, olive e bestie minute, agnelli, capretti porcellini, nascenti. Se di detti animali non si poteva dare la decima, si sarebbero pagato il corrispettivo in denari.

Per i primi tre anni i tenutari dei masi non sono tenuti a pagare le tre Lire ma consegnare soltanto la decima prevista. Nel caso di vendita del maso, avrebbero fatto denuncia al vescovo o al gastaldo. Al vescovo avrebbero venduto per un prezzo di favore altrimenti l’acquirente sarebbe stato un abitante dei masi.

Gli occupanti dei Vigri dovevano essere solo germanici e non latini, né altri poteva- no ottenere l’investitura e abitarvi senza licenza del vescovo o del gastaldo. Metà delle tassazioni, multe e altri proventi del genere sono del vescovo e l’altra metà del gastaldo. Il vescovo avrà il diritto di eleggere i deca- ni, i guardiani e gli altri ufficiali che siano, comunque, sempre lì abitanti. Il gastaldo può esercitare questo diritto in funzione del vescovo.

altavilla
Altavillla Vicentina, gli archi sulla strada veneziana

Per ricompensare il notaio Anzio, il vescovo gli avrebbe assegnato in feudo le decime del territorio svegrato. Il notaio Anzio Dyetmar non riesce nell’intento per cui il vescovo Francesco Tempraini, nel maggio del 1329, affida l’incarico a Bertoldo Gualdemanno da Altissimo, un altro oriundo germanico.

Il documento ripete quello precedente con la sola eccezione che i campi da 650 si riducono a 550, forse perché sembrava più facile trovare ventuno nuclei familiari anziché venticinque, disposti a trasferirsi sulla collina berica.

Tuttavia anche la missione di Bertoldo non ha esito positivo, per cui il vescovo abbandona l’idea e i luoghi sono rimasti incolti, per massima parte, fino ai nostri giorni. I coloni tedeschi preferirono i monti Lessini prealpini. Occorre considerare che i notai Anzio e Bertoldo provenivano da Altissimo, Rovegliana, San Pietro Mussolino e non apprezzavano questa porzione dei Berici. Il Praroman è nome popolare antichissimo che individua il Prato assegnato agli Arimanni. Il regime longobardo chiamava Arimanni un servizio militare a cavallo, parte dell’esercito regio. Erano guerrieri acquartierati in guarnigioni in certe zone particolarmente importanti da un punto di vista strategico e direttamente dipendenti dal re.

Potevano esercitare l’agricoltura in tempo di pace, pur sempre pronti al servizio militare. Dopo questo brevi annotazioni stori- che, torniamo alla lapide riportando la lettura del testo latino e la traduzione. In rosso sono indicati i dubbi interpretativi.

Di Giorgio Rigotto da Storie Vicentine n. 13-2023.

 

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