di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) – Il grande regista Robert Zemeckis, 40 anni fa lo ha previsto e raccontato, con la sua macchina del tempo che sembrava catapultarci nel futuro ma in realta’ ci voleva far rivivere il passato. Si chiamava “Ritorno al Futuro”, questo film del 1985. Il 17enne che ne e’ protagonista torna indietro di 30 anni, e si ritrova a vivere nel 1955. Ieri sera, il Presidente degli Stati Uniti parlando al mondo dall’Air Force 1 sembrava immerso appunto in una macchina del tempo, mentre annunciava che dopo il Venezuela,i militari della Delta Force potrebbero sbarcare presto in Colombia e subito dopo, giusto il tempo di indossare le tute invernali, paracadutarsi sulla Groenlandia. D’altronde, sostiene Trump, l’America ha bisogno della Groenlandia per la propria sicurezza. E tanto basta. Poche ore prima, il Presidente aveva adombrato un nuovo possibile attacco all’Iran. E qualche mese fa, per tornare al cortile di casa, ha rivolto le sue attenzioni a Panama, che a suo dire immeritatamente controlla l’omonimo Canale grazie a un Presidente debole, Jimmy Carter, che glielo ha regalato. E invece, quel Canale e’ necessario per la sicurezza degli Stati Uniti e dunque deve tornare “one way or the other” a battere bandiera americana. Prima ancora di ridecorare l’Oval Office nello stile di Mar o’ Lago, il Presidente aveva trovato il tempo di annunciare che il Canada avrebbe fatto bene a candidarsi subito per diventare la stella n. 51 nella bandiera degli Stati Uniti.
Infine, Trump ha voluto informare tutti, in primis la Presidenta del Messico, che egli non esclude affatto di intervenire militarmente contro i narcos direttamente in territorio messicano. Nel frattempo, il Pentagono continuerà’ ad affondare le imbarcazioni che plausibilmente, secondo il conduttore televisivo Pete Heghseth divenuto Secretary of War, trasportano droga verso le coste americane e quelle barche saranno bombardate a prescindere dal fatto che se si trovino o meno in acque internazionali quando vengono obliterate con i loro equipaggi. Eppure, nonostante le tante affermazioni e i tanti propositi muscolari di questo Presidente ottantenne, uno sguardo alle realta’ del nostro tempo fanno supporre che in verita’ non siamo tornati agli Anni 50 e agli interventi di quegli anni della CIA in Iran, a Cuba e nelle “Banana Repubblics” centro americane. E di conseguenza dovremo ragionare su cosa potremo o dovremo fare noi europei, gli attoniti alleati storici dell’America negli ultimi 80 anni. E non lasciarci distrarre dal divorzio onirico dell’Amministrazione Trump dal mondo reale. Alla realta’ Trump e’ stato riportato finora soltanto dal Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, quando in due riprese e in quattro e quattr’otto ha bloccato l’export di terre rare verso il resto del mondo occidentale.
Se usciamo dalla macchina del tempo del Presidente Trump, una incongruenza macroscopica salta subito agli occhi e si puo’ sintetizzare con un luogo comune, ossia che l’America non e’ piu’ quella di un tempo, dominante colosso. In termini di percentuale del PIL globale, di potenza industriale manifatturiera, di dominio assoluto, quasi monopolistico dei mercati finanziari. Persino in termini militari, la potenza americana trova ormai dei contrappesi importanti, a cominciare da quello esercitato dalla Cina. Mentre le ultime guerre asimmetriche combattute in Iraq e in Afghanistan non sono state un successo. Tuttavia, piu’ che disquisire sulle violazioni del diritto internazionale e su un piu’ o meno imminente rischio di guerra, il quesito che soprattutto in Europa occorre porsi e’ se il Presidente Trump non stia esibendo tutto questo tintinnio di sciabole all’estero contro avversari che non possono contrastarlo, per distoglierci dalle incertezze che domineranno questo 2026.
Si prospettano scadenze politiche difficili in autunno, ma soprattutto vi e’ la possibilità’ che incidenti gravi nell’ economia americana gli esplodano tra le mani. Le elezioni di Mid Term del prossimo Novembre possono costargli la maggioranza di controllo del Congresso e trasformare gli ultimi due anni della sua Presidenza nell agonia tipica dei Presidenti che diventano delle “lame ducks”, anatre zoppe. Anche il versante economico si preannuncia piu’ che insidioso, perche’ sono almeno due le bolle finanziarie che Trump ha incoraggiato ed in parte direttamente alimentato. Anche prima di Novembre o comunque probabilmente entro l’anno, vi sono altre due correzioni finanziarie che possono sconvolgere Wall Street e frantumare lo schieramento di grandi azionisti di riferimento delle Big Tech che costituiscono oggi una sorta di guardia pretoriana intorno al Presidente, alla sua famiglia e ai loro interessi economici diretti, immediati e personali. La prima crisi puo’ scaturire dallo scoppio della bolla dei valori di borsa legati agli investimenti nelll’intelligenza artificiale, sia nell’hardware dei data center che nel software.
La seconda possibile fonte di crisi sono le criptovalute. Entrambe le bolle sono dovute in parte alle prospettive obiettivamente positive che l’I.A e le cripto offrono agli investitori oggi e agli imprenditori domani. Ma in misura importante, parte dell’iperbolica aspettativa di guadagno e’ anche alimentata dall’enfasi che molte piattaforme digitali sia di investimento che di social media dedicano al futuro di queste nuove tecnologie. Il problema aggiuntivo e’ che per entrambe le bolle, la famiglia Trump e’ protagonista diretta, in prima persona, a Wall Street. E in entrambi i casi ha contribuito a stimolare il flusso degli investimenti. Societa’ possedute dai figli del Presidente hanno investito centinaia di milioni di dollari nei data center per l’I.A. ricevendo anche lauti contributi pubblici. Per le criptovalute, pochi giorni prima di installarsi alla Casa Bianca, Melania Trump ha emesso una stable coin denominata “$Melania” mentre il neo Presidente ne ha emesso un’altra denominata “$Trump”. La prima oggi vale 0,10 cent di dollaro contro i 13,75 del valore di emissione. La seconda vale 4 dollari contro i 13,73 dell’ emissione. Il Financial Times in uno studio molto approfondito ha valutato in 1 miliardo di dollari i profitti lordi incassati con le cripto valute dalla famiglia Trump facendo data dalle elezioni del novembre 2024.
Fatto sta che di per se’, le bolle tecnologiche non sarebbero intrinsecamente negative per l’economia anche se portano a volte lacrime e sangue tra i risparmiatori quando il mercato corregge anche bruscamente quotazioni e aspettative. Le bolle tecnologiche storicamente hanno lasciato spesso dietro di se’ tecnologie ed infrastrutture che poi hanno dato vita a straordinari cicli di nuovo sviluppo. Altre bolle invece, puramente speculative, hanno soltanto bruciato ricchezza finanziaria. Nel suo bel libro del 1978, ”Manie, panico e crolli, l’economista Charles Kindleberger analizza una bolla del primo tipo, ossia quella delle Ferrovie americane e inglesi scoppiata tra il 1837 e il 1846 che nonostante tanti fallimenti di finanzieri illustri lasciarono a Gran Bretagna e Stati Uniti una straordinaria infrastruttura che produsse grande sviluppo in entrambi i Paesi. A questa bolla, Kindleberger contrappone quella dei tulipani scoppiata in Olanda nel 1637, quando basto’ che una singola asta di bulbi di tulipano andasse deserta ad Harleem perche decine di migliaia di commercianti, banchieri e risparmiatori andassero in rovina in poche ore. Naturalmente, la corsa agli investimenti in I.A. appartiene al primo tipo di bolla per gli incrementi di produttività’ che questa tecnologia porterà’ nella manifattura e nei servizi. Ed e’ probabile che anche la bolla delle criptovalute creerà’ valore insieme a sistemi moderni di realizzazione delle transazioni basati sulla tecnologia della blockchain.
Ma con le bolle di ogni genere, quelle buone e quelle meno buone, il problema e’ sempre lo stesso ed e’ comune ad entrambe: quando gli ‘gnomi di Zurigo e quelli di Wall Street” decidono di rientrare in tutto o in parte dal flusso degli investimenti, le Borse cedono o addirittura crollano e in assenza di politiche idonee e credibili, fiscali e finanziarie, la crisi passa dalla finanza all’economia che va in recessione. La speculazione finanziaria e’ un dato della vita, non e’ un peccato, ma puo’ diventare un comportamento criminale se si realizza attraverso il ”pumping and dumping”, ossia la esaltazione delle aspettative e lo scarico subitaneo e” privilegiato’ dei titoli gonfiati ad arte prima che il mercato proceda alla loro correzione. Da questo punto di vista, prima o poi qualcuno in America avra’ obiezioni alle pratiche di investimento della famiglia Trump.
In conclusione: avremo quest’anno una crisi piu’ o meno profonda a Wall Street, dovuta allo scoppio della bolla sull’intelligenza artificiale? E la FED, la Banca Centrale americana, sara’ in grado di agire in autonomia, con la manovra sui tassi di interesse per tentare di prevenirla o per rispondere a una possibile ripresa delle tensioni inflazionistiche dovute alla traslazione sui prezzi al consumatore delle tariffe imposte agli importatori? La risposta dipende in gran parte da un fattore determinante che conosceremo in maggio. Ossia la preservazione dell’autonomia della FED e l’autorevolezza della persona che il Presidente Trump nominera’ alla Presidenza del Board della Banca Centrale. I precedenti in questo primo anno della presidenza Trump non sono incoraggianti. Ogni volta che si e’ trattato di nominare il responsabile di una Authority il Presidente ha privilegiato la fedelta’ alla sua persona e la conseguente malleabilità’ rispetto a qualsivoglia altra caratteristica professionale o personale dei candidati. Soltanto fedelissimi sono stati nominati a dirigere per esempio la Security Exchange Commission, il National Labour Relations Board,l’ Internal Revenue Service.
Ancor meno promettenti sono gli insulti e le minacce che Trump ha rivolto piu’ volte pubblicamente, al Presidente in carica della FED ,Jerome Powell, che pure fu lo stesso Trump a nominare nel 2017 durante il suo primo mandato. La colpa di Powell era di non abbassare i tassi di interesse se la Casa Bianca lo pretendeva. Se in maggio, nella scelta del successore di Powell si confermera’ l’avversione di Trump per qualsivoglia istituzione in grado di ridurre i margini di discrezionalità’ decisionali del Presidente, la crisi finanziaria diventerà’ piu’ probabile e potenzialmente piu’ profonda. Sarebbe una crisi ”man made” perche’ oggi i fondamentali per un anno di continuato sviluppo dell’economia e della finanza americane ci sarebbero: tassi in discesa, inflazione sotto controllo, raccolta fiscale eccellente grazie ai 180 miliardi di introiti provenienti dalle tariffe. Eppure, deve far riflettere l’esperienza gia’ fatta con la caduta delle obbligazioni del Tesoro americano nelle ore successive al Liberation Day, il 2 Aprile dell’anno scorso, quando Trump annuncio’ tariffe stratosferiche. I mercati lo costrinsero in poche ore a congelarle per 90 giorni.
In definitiva la crisi della Presidenza Trump quest’anno e’ possibile che nasca a Wall Street piuttosto che per i contraccolpi geopolitici del suo ritorno onirico al mondo degli anni 50. A Berlino, Parigi, Bruxelles e Tokyo, nelle cancellerie dei Paesi alleati, ci si sta chiedendo come prepararsi alle ricadute di questa possibile crisi per inebriamento. Forse anche l’Italia, che si voglia definirla Paese o nazione, trarrebbe benefici importanti dal partecipare a questa riflessione.
foto IPA
(*) ambasciatore
(ITALPRESS).