Appuntamento per giovedì 16 aprile presso il Teatro Comunale di Vicenza per la finale della 5^ edizione del Campiello Junior, il riconoscimento letterario nato dalla collaborazione tra la Fondazione Il Campiello, Pirelli e la Fondazione Pirelli e dedicato a opere italiane di narrativa, poesia e teatro per bambini e bambine e ragazzi e ragazze che premia due categorie specifiche: quella tra i 7 e i 10 anni e quella dagli 11 ai 14 anni.
L’evento conclusivo, realizzato grazie alla collaborazione con il Comune di Vicenza e al supporto di Confindustria Vicenza, si terrà presso la Sala Maggiore del Teatro Comunale e vedrà la partecipazione di Giacomo Possamai, Sindaco di Vicenza, Ivan Tomasi, delegato all’Education di Confindustria Vicenza, Raffaele Boscaini, Presidente della Fondazione Il Campiello e di Confindustria Veneto, e Antonio Calabrò, Senior Vice President Cultura di Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli.
La quinta edizione del Campiello Junior consolida la preziosa collaborazione con Rai Radio Kids, la radio per bambini di Rai – Radiotelevisione italiana S.p.A , grazie alla quale il Premio viene promosso e raccontato all’interno di alcune rubriche e programmi. A guidare l’appuntamento conclusivo del Premio ci sarà proprio Armando Traverso, conduttore di Rai Radio Kids, giornalista e figura storica della televisione dedicata ai ragazzi, insieme all’autore e regista Davide Stefanato.
La finale avrà inizio alle ore 10:30 e verrà trasmessa anche in diretta sul canale Youtube del Premio Campiello. L’evento, dedicato ai ragazzi e alla lettura, vedrà il coinvolgimento di tanti studenti delle scuole del territorio e non solo, che avranno così la possibilità di vivere un’esperienza didattica e coinvolgente allo stesso tempo.
Protagonisti della mattinata saranno i finalisti del Campiello Junior. Per la categoria “Campiello Junior 7-10 anni”: Mariangela Gualtieri con Album per pensare e non pensare (Bompiani), Michela Guidi con Il Seminatore di storie e altri strani mestieri (Giangiacomo Feltrinelli Editore), Rosella Postorino con Un fratellino. Storia di Nanni e di Mario (Salani Editore).
Per la categoria “Campiello Junior 11-14 anni”: Matteo Bussola con Il talento della rondine (Salani Editore), Luisa Mattia con Segui la tigre (Il Battello a Vapore), Daniele Mencarelli con Adelmo che voleva essere settimo. Sette fratelli. Un unico destino. Una grande avventura (Mondadori).
Nel corso dell’appuntamento interverranno anche alcuni componenti della Giuria di Selezione del Premio presieduta da Pino Boero, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura, e composta da: Emma Beseghi, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bologna; Lea Martina Forti Grazzini, autrice e sceneggiatrice di programmi radio e tv Rai; Chiara Lagani, attrice e drammaturga; Michela Possamai, docente presso l’Università IUSVE di Venezia, già membro del Comitato Tecnico del Campiello Giovani.
Il compito della scelta dei vincitori è stato affidato a giovani lettori di tutta Italia e dall’estero, attraversouna giuria popolare composta da 240 ragazzi, suddivisi in due categorie di 120 ciascuna. L’iniziativa si è svolta con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e della Regione Veneto.
I vincitori celebrati oggi avranno, tra le altre iniziative, l’opportunità di presentare le proprie opere ai giovani lettori il 14 maggio, durante la prestigiosa cornice del Salone Internazionale del Libro di Torino.
(da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Da quando Donald Trump è entrato sulla scena politica americana, una linea è diventata via via più esplicita: gli Stati Uniti intendono ridurre il proprio impegno diretto nella difesa europea, chiedendo agli alleati di farsi carico in misura crescente della propria sicurezza. Una tendenza che non nasce ieri, che attraversa amministrazioni diverse e che oggi si traduce in scelte politiche, militari ed economiche sempre più chiare, orientate verso aree considerate strategicamente più rilevanti per Washington.
In questo contesto generale, Vicenza occupa una posizione particolare. In città sono presenti due basi statunitensi – Caserma Ederle e Caserma Del Din – che hanno segnato profondamente il territorio, la vita urbana e il dibattito politico degli ultimi decenni. È legittimo domandarsi se, in uno scenario di progressivo disimpegno Usa dalla difesa europea, anche queste strutture possano essere coinvolte, nel medio-lungo periodo, da una riduzione delle presenze o addirittura da un abbandono.
Basi Usa a Vicenza: Ederle, interno (foto di Dania Ceragioli)
Va detto con chiarezza: oggi non esistono evidenze fattuali che indichino decisioni imminenti in tal senso. Ma proprio perché si tratta di ipotesi e non di emergenze, è questo il momento giusto per porre il tema. Attendere segnali ufficiali o scelte già definite significherebbe, come spesso accaduto in passato, trovarsi di fronte a decisioni prese altrove, senza un progetto condiviso e senza una visione per il futuro della città.
Una parte consistente della comunità vicentina, ancora segnata dalla lunga e dolorosa vicenda dell’imposizione della seconda base al Dal Molin, guarderebbe con favore a un’eventuale riduzione o uscita delle forze americane. Sarebbe ipocrita non riconoscerlo. Ma un abbandono, se non governato, non è automaticamente una buona notizia. Può trasformarsi in un problema enorme se non si affronta subito la domanda cruciale: che cosa fare degli spazi liberati, e per conto di chi?
Le basi militari non sono vuoti neutri. Sono porzioni rilevanti di territorio urbano, infrastrutture complesse, nodi logistici e ambientali delicati. Lasciarle in attesa, o peggio destinarle a usi improvvisati, significherebbe perdere un’occasione storica. Al contrario, avviare fin da ora uno studio serio sulle possibili destinazioni – civili, pubbliche, universitarie, ambientali, produttive o miste – consentirebbe a Vicenza di farsi trovare pronta. Non si tratta di alimentare paure né illusioni, ma di esercitare una responsabilità politica e amministrativa elementare: prevedere. Così come la città ha subito decisioni calate dall’alto quando si è trattato di ospitare nuove basi, oggi ha il diritto – e il dovere – di ragionare su un futuro diverso, se lo scenario internazionale dovesse cambiare.
Aprire un confronto pubblico, coinvolgere istituzioni, università, mondo economico e società civile, immaginare scenari di riuso compatibili con l’interesse collettivo non significa augurarsi l’abbandono americano. Significa evitare che, qualora accadesse, Vicenza si trovi ancora una volta a rincorrere eventi già decisi altrove. In politica, come nell’urbanistica, non pensare per tempo è spesso la scelta più costosa.
Basi militari dismesse e città che cambiano: cosa insegna l’Europa (e perché Vicenza dovrebbe pensarci ora)
Del Din, l’interno (foto di Dania Ceragioli)
Negli ultimi decenni l’Europa ha già attraversato ciò che oggi, per Vicenza, è ancora solo un’ipotesi: la dismissione, totale o parziale, di basi militari straniere e la necessità di trasformare spazi enormi, complessi e simbolicamente carichi in nuove parti di città. Guardare a questi casi non significa prevedere il futuro, ma dotarsi di strumenti per non subirlo.
L’esperienza europea mostra una verità semplice e spesso ignorata: le basi dismesse diventano risorse o problemi a seconda di quando e come si inizia a pensarle. Non dopo l’abbandono, ma prima.
La Germania, un laboratorio a cielo aperto
Il riferimento principale resta la Germania, che dopo la fine della Guerra Fredda si è trovata a gestire decine di basi USA e NATO. Qui la dismissione è stata affrontata come un tema urbanistico e politico, non come una parentesi tecnica.
L’ex Heidelberg US Army Base diventata centro urbano con spazi universitari, incubatori per startup, servizi e verde residenziale
A Berlino, l’ex Tempelhof Airport, utilizzato anche in ambito militare, è stato chiuso nel 2008. La città ha scelto di non cedere alla pressione immobiliare e, dopo un referendum popolare, ha trasformato l’area in uno dei più grandi parchi urbani d’Europa. Non un “vuoto verde”, ma uno spazio vissuto, attraversato, appropriato dalla comunità. Qui il messaggio è chiaro: una decisione pubblica forte può resistere anche a interessi economici rilevanti, se supportata da una visione condivisa. Ancora più istruttivo, perché più simile a Vicenza, è il caso di Heidelberg US Army Base. Storica sede del comando USA in Europa, è stata progressivamente dismessa dal 2013. La città ha avviato un piano unitario di riconversione: quartieri residenziali, spazi universitari, incubatori per startup, servizi e verde. Il passaggio chiave è stato l’investimento pubblico iniziale per bonifiche e infrastrutture, senza il quale il mercato non avrebbe funzionato. Qui la lezione è netta: senza una regia pubblica iniziale, la riconversione resta frammentata o si blocca.
La Francia: sviluppo economico e pragmatismo
In Francia l’approccio è stato più tecnico e meno partecipativo, ma non meno efficace. La Base aérienne 128 Metz-Frescaty, chiusa nel 2012, è stata riconvertita gradualmente in parco tecnologico, polo logistico e area verde. La priorità è stata l’occupazione, con un forte coordinamento tra Stato e territori. Meno simboli, meno dibattito pubblico, più pragmatismo. Funziona, ma produce luoghi spesso efficienti e poco identitari.
Regno Unito: quando il mercato da solo non basta
Il caso britannico mostra invece i rischi di una delega eccessiva al mercato. La RAF Upper Heyford, ex base USAF chiusa negli anni ’90, ha vissuto una lunga fase di stallo, segnata da progetti incompiuti e speculazioni mancate. Solo quando è intervenuta una regia pubblica più decisa, l’area ha trovato un equilibrio come villaggio residenziale e polo economico.
Qui la lezione è altrettanto chiara: il mercato senza una visione pubblica produce tempi lunghi, incertezze e sprechi.
Spagna: riuso funzionale, poca narrazione
In Spagna la dismissione di alcune basi USA e NATO, come quella di Base de Zaragoza, ha seguito un approccio funzionale: riusi logistici, industriali, infrastrutturali. Poco spazio alla dimensione simbolica, molta attenzione alla ricaduta economica. Un modello che garantisce efficienza, ma che raramente ricuce davvero il rapporto tra città e spazio militare dismesso.
Italia: pochi esempi, molte occasioni perse
In Italia, i casi di riconversione riuscita sono rari e spesso tardivi. La Caserma Prandina è emblematica: anni di immobilismo, incertezze sulle destinazioni, assenza di una visione condivisa. Solo di recente si è avviato un percorso verso il parco urbano.
Il rischio che emerge è quello che Vicenza conosce bene: decenni di vuoto decisionale, in cui l’area resta sospesa, degradata o oggetto di contese sterili.
Cosa insegnano davvero questi casi
Al netto delle differenze nazionali, le esperienze europee convergono su alcuni punti chiave:
• Chi pianifica prima governa il cambiamento. Chi aspetta, lo subisce.
• Il vuoto è il peggior esito possibile: favorisce degrado o speculazione.
• La visione deve essere pubblica, anche se l’attuazione può coinvolgere privati.
• La partecipazione funziona solo se strutturata, non come rituale o scontro ideologico.
• Le basi non sono semplici aree edificabili, ma pezzi di città e di memoria collettiva.
Vicenza e la domanda che conta
Trasferendo queste lezioni a Vicenza, la domanda non è se o quando le basi americane verranno dismesse. La domanda, più concreta e politicamente matura, è un’altra: se accadesse, Vicenza vorrebbe farsi trovare pronta o impreparata?
Pensarci ora non significa auspicare l’abbandono, ma esercitare responsabilità. Significa studiare scenari, capire differenze tra le aree, coinvolgere competenze, immaginare funzioni compatibili con l’interesse collettivo. Significa evitare che, ancora una volta, le decisioni arrivino dall’alto e il territorio debba solo adattarsi.
L’Europa insegna che la riconversione delle basi può diventare un’occasione storica o un problema strutturale. La differenza non la fa il destino, ma il tempo in cui si inizia a decidere. E quel tempo, se Vicenza vuole davvero governare il proprio futuro, è adesso.
(articolo di Renzo Mazzaro, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
C’è una canzone di Sergio Endrigo “Il treno che viene dal Sud” che descrive l’immigrazione italiana degli anni Sessanta verso il triangolo industriale Torino, Milano, Genova. «Nel treno che viene dal Sud», cantava Endrigo, «sudore e mille valigie, gente nata tra gli ulivi che va a scordare il sole… E la notte un sogno sempre uguale: avrò una casa per te e per me?». Il finale della canzone era molto amaro: «Dal treno che viene dal Sud scendono uomini cupi, che hanno in tasca la speranza ma nel cuore sentono che questa nuova, questa grande società, non si farà».
Sergio Endrigo era triestino ed era iscritto al Psiup, Partito socialista di unità proletaria, il quale si preoccupò subito di precisare che non aveva una visione così negativa del futuro: erano gli anni del boom, della crescita dell’Italia, la nuova società era l’obiettivo di tutti, quello che bisognava fare era lottare per dirigere il cambiamento.
Sessant’anni dopo, questa nuova grande società in qualche modo si è fatta, ma l’emergenza casa è peggiorata. Oggi il treno che viene dal Sud non parte più dal meridione d’Italia, ma dal meridione del mondo. Porta gente molto più disperata, con la pelle diversa, che non parla la nostra lingua, che scappa dalla fame e dalla guerra sognando un futuro che probabilmente non avrà mai. E noi ci sentiamo aggrediti, ci difendiamo con i denti. Chiusi nel fortino della nostra grande società abbiamo smarrito i riferimenti culturali, parliamo di ributtare indietro tutta questa gente. “Remigrazione” l’abbiamo battezzata. A casa vostra, go home!
Nessuno racconta più il presente con la capacità di fornire chiavi di lettura nuove, in un mondo frantumato. Mancano giornalisti del calibro di un Giorgio Bocca o di una Natalia Aspesi, sui quali ci siamo formati noi della generazione successiva, che sul Giorno raccontavano il dramma della casa nella periferia di Milano, a Quarto Oggiaro, dove i palazzi sorgevano come funghi mentre la gente continuava a peregrinare senza trovare un tetto. Certi pezzi scuotevano le coscienze. Oggi l’autorevolezza della carta stampata è finita sotto i tacchi. A trainare l’opinione pubblica sono i social, dove l’autorevolezza naviga in un mare di banalità e di fake news.
Affitti cresciuti del 60%
Qualche settimana fa una statistica segnalava che nelle città venete sulla direttrice Venezia-Milano i prezzi delle case in vendita sono aumentati in pochi anni del 30% ma gli affitti del 60%. Il mercato immobiliare punta sul lusso, sui palazzi storici dismessi o inutilizzati dai proprietari, di solito enti pubblici, che vengono ristrutturati e messi in vendita a cifre con 6 zeri. Trovando subito compratori. Se l’operazione contempla l’affitto le cifre sono irraggiungibili, fatte apposta per escludere i redditi medi, non parliamo di quelli bassi. Case in affitto a prezzo calmierato non si trovano più. Chi le cerca è costretto a mettersi assieme ad altri nelle sue stesse condizioni, per trovare un posto dove dormire, farsi da mangiare e riuscire a pagarlo. Una riedizione della camera a ore. Sono italiani, non immigrati, per chiarezza. Persone che arrivano dalla Calabria per lavorare nelle case di riposo del Veneto. Autisti che vengono dal Piemonte a guidare gli autobus delle nostre città. Tutti con regolari stipendi da 1.300 euro al mese o giù di lì, che non consentono di fronteggiare canoni mensili da 600-800 euro. Costretti a una vita senza prospettive che vadano oltre la sopravvivenza quotidiana.
Chi fa questi esempi è Maurizio Trabuio, direttore di Fondazione La Casa, una onlus presente in quattro province del Veneto: «Noi stiamo ospitando in alcuni co-housing persone che non potrebbero permettersi una casa anche se la trovassero. Hanno un lavoro regolare ma non sono abbastanza poveri per rientrare nelle graduatorie dell’edilizia pubblica e non sono abbastanza ricchi per permettersi un affitto a mercato libero. Questo sono le nostre città oggi».
La domanda di casa delle persone monoreddito dovrebbe trovare risposta nell’edilizia sociale, che invece è stata ignorata dalla giunta Zaia per scelta politica precisa, sostiene Trabuio: «Dopo Giancarlo Galan non è mai stato messo a bilancio regionale un euro di spesa per alloggi sociali, solo i trasferimenti dello Stato alle Ater. Per dire quanta attenzione c’è stata a questo tema dal 2010 in poi. Noi in quindici anni siamo riusciti a parlare solo due volte con l’assessora alla casa Manuela Lanzarin, per sentirci dire che non era interessata. “Abbiamo già l’Ater che pensa alla povera gente”, ci ha risposto. Erano convinti di risolvere tutto con le Ater, adesso stiamo vedendo cosa succede nelle città: studenti che non trovano un alloggio, anziani che non sanno dove sbattere la testa, persone monoreddito ma anche famiglie incapaci di sostenere l’affitto».
Il nuovo piano della Regione
Il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani presenta l’iniziativa Generazione Casa
Questa situazione drammatica è stata illustrata il 9 gennaio scorso dal presidente della Regione Alberto Stefani quasi con le stesse parole di Maurizio Trabuio. Il Veneto perfetto raccontato per un quindicennio da Luca Zaia si è incrinato di colpo: Stefani, che pure è arrivato professando la continuità con il predecessore, ci ha fatto sapere che oltre 8.800 case Ater sono chiuse perché lasciate senza manutenzione e da ristrutturare. Nessuno l’aveva detto prima. Viene da chiedersi come mai, con tutti i soldi distribuiti attraverso il 110 per cento a chi voleva ristrutturare la casa, ben 8.800 alloggi pubblici da ristrutturare siano rimasti fuori.
Qualcuno ha una risposta? Stefani ha citato gli 8.800 alloggi Ater nel quadro di un programma di svecchiamento della legge regionale 39 del 2017 annunciando uno stanziamento di 50 milioni di euro: «Serviranno a dare un’abitazione a chi lavora ma non può permettersi affitti ai prezzi di mercato e non rientra nelle graduatorie dell’edilizia pubblica», ha detto. «Attiveremo una nuova forma di social housing e contemporaneamente potremo reperire risorse per iniziare a recuperare gli alloggi Ater oggi sfitti».
Siamo solo all’annuncio, i soldi dovranno essere trovati e messi sul tavolo e il piano, ribattezzato “Generazione casa”, passare al vaglio del Consiglio regionale. Ma intanto bisogna registrare con piacere «una inversione di rotta», espressione usata dallo stesso Stefani, sul quindicennio della giunta Zaia. Evidentemente la continuità proclamata in campagna elettorale comincia a fare i conti con la realtà. Bene.
Contro l’eccesso di rendita speculativa
Maurizio Trabuio
Il “social housing” di cui parla Alberto Stefani è il mestiere che uno come Maurizio Trabuio pratica dal 2001. Fondazione La Casa compie 25 anni, a maggio festeggerà l’anniversario presentando un report delle attività di edilizia sociale messe in piedi nel Veneto. L’assunto di partenza è una arrampicata da sesto grado: provare a “demercificare” la casa, contrastare l’eccesso di rendita speculativa. «Non intendiamo dire che la casa non può essere oggetto di mercato», spiega Trabuio, «la nostra filosofia è togliere le plusvalenze, cioè evitare che attraverso la casa si facciano utili fuori misura».
Una parola. Come riuscite a farlo? «Interpelliamo enti che hanno immobili dismessi, vecchi edifici declassati e chiusi», risponde Trabuio. «Ce li facciamo assegnare, li ristrutturiamo e con gli affitti modesti che riusciamo a far pagare manteniamo nel tempo questo patrimonio immobiliare, che così torna in circolo. Questo è il meccanismo di funzionamento di Fondazione Casa. Parte dal presupposto che la povera gente, se ha una casa dignitosa dove vivere con poco, può tornare membro attivo di una comunità. Se uno può mantenere la casa, resterà sempre autonomo e autosufficiente e questo previene forme di assistenza di cui altrimenti avrebbe bisogno».
Gli edifici utilizzati sono vecchie scuole elementari, canoniche dismesse dalle parrocchie, immobili pubblici abbandonati all’incuria e al degrado, che la Fondazione ottiene in usufrutto o con diritto di superfice. Il Veneto è pieno di edifici di questo tipo lasciati deperire: affidandoli alla Fondazione i proprietari rimangono tali e ottengono una valorizzazione dell’immobile senza muovere un dito. Sembra l’uovo di Colombo: cosa c’è di meglio?
«Infatti!», replica Trabuio. «Se avessimo qualche soldo in più potremmo cambiare la faccia al Veneto, per dire. Invece siamo una piccola istituzione, periferica rispetto ai centri di decisione e di spesa. Facciamo le nozze con i fichi secchi. Eppure mentre preparo il bilancio di questi 25 anni mi sto accorgendo di quanto abbiamo lavorato. Moltissima gente ha girato nelle nostre case. Possiamo dire che ogni euro speso ha prodotto un grande beneficio: l’algoritmo giusto non lo so ancora ma sono certo che se questa spesa fosse stata moltiplicata per tot volte avrebbe avuto risultati esponenziali».
Un esperimento pilota
Fondazione La Casa ha partecipato ad un ciclo di incontri organizzato dalla Facoltà teologica del Triveneto lo scorso gennaio, sul tema dell’abitare. Due giornate di dibattito, da una parte il mercato libero con costruttori e immobiliaristi, dall’altra le forme nuove dell’abitare, con esperienze pilota che possono suggerire strade nuove anche al legislatore. Da questo incrocio peschiamo il singolare caso di Bergamo, dove 52 famiglie hanno costituito una cooperativa e realizzato un complesso edilizio da 20 milioni di euro, in cui accanto agli spazi privati sono stati ricavati spazi comuni per i condomini e spazi aperti al quartiere. Gli spazi comuni e aperti al quartiere sono quasi 1.000 metri quadrati coperti e 2.500 scoperti. La filosofia che anima questa iniziativa è il superamento della logica dell’appartamento: la scatola di cemento in cui chiudersi al ritorno dall’ufficio dopo l’immancabile coda passata nella scatoletta dell’auto.
Johnny Dotti
L’ideatore di questa esperienza è Johnny Dotti, pedagogista, imprenditore sociale e docente a contratto alla Cattolica di Milano. «La casa deve avere spazi comuni in cui si intrecciano relazioni», dice. «Le forme dell’abitare non sono neutre, contribuiscono alla nostra socialità, alla nostra economia, alla nostra affettività. Per me trattare il tema della casa non è moltiplicare i contenitori in cui inscatolare le persone più o meno gratis. È generare degli spazi di vita, in cui la vita possa continuare ad esistere, e la vita è relazioni. In questi anni mi sto impegnando perché possano nascere esperienze di abitare in cui gli abitanti vengono prima dell’abitazione. Sto cercando di riqualificare anche conventi, strutture religiose, non per erogare servizi ai poveri ma per far vivere le persone in maniera decente. Punto».
Dotti, quando si scatena, diventa un fiume in piena. Bellissimo ascoltarlo: «Aver trasformato la casa nel mercato degli alloggi è un vero suicidio. La casa mediterranea non è mai stata un alloggio, parola che era utilizzata solo per il ricovero di asini e cavalli fino a inizio Novecento. E neanche un appartamento, parola che indicava la parte privata della reggia, l’abitazione del re. Condominio è con-dominus, non una fabbrica di appartamenti sul mercato degli alloggi. Ci sarebbe molto da dire su questi risvolti di natura antropologica, economica, politica, teologica. È che il cristianesimo si è completamente perso, è il capitalismo dei poveretti. Il capitalismo vero del mercato, che è una religione, ha trasformato la casa in un’attività per estrarre denaro attraverso la vita delle persone. La crisi del patrimonio edilizio della Chiesa è tutta lì, ha perso il senso di quello che fa. Conosco frati che trattano i conventi come se fossero case private, questa è una bestemmia. Vanno tutti all’inferno, anzi sono già all’inferno». Come no, l’inferno è qui (Shakespeare).
Come recuperare le case abbandonate
Un’altra esperienza interessante viene da Mestre, via Piave, zona calda della città diventata off-limits per gli stessi abitanti: droga, prostituzione, risse tra bande rivali per il controllo dello spaccio. Interventi continui della polizia, senza esito. Un’area che è rimasta ingovernabile per anni. Finché nel 2023 gli abitanti si coalizzano, una settantina di associazioni portano in piazza 5.000 persone con un solo slogan: “Riprendiamo la città”. La manifestazione segna un capolinea, è la svolta che sta cambiando le cose.
In 5000 a Mestre si “riprendono la città”
«Uno dei punti cruciali che avevamo individuato come causa del degrado», racconta Nicola Ianuale, esponente del Gruppo di lavoro di Via Piave, il coordinamento informale che queste associazioni si sono date, «era il fatto che in via Piave c’erano una ottantina di case abbandonate: palazzine a due piani, con giardino, lasciate al degrado. La sicurezza doveva passare attraverso il recupero degli immobili abbandonati. Abbiamo cominciato con i negozi sfitti, ce li siamo fatti dare in comodato d’uso gratuito, li abbiamo risistemati e affidati alle associazioni. Questo ha messo in moto un processo di imitazione da parte di altri proprietari. Una volta fatti rivivere attraverso l’attività associativa, questi immobili sono diventati appetibili per imprenditori che li rimettono nel mercato».
Una palazzina abbandonata, restaurata dalle associazioni con semplice manutenzione ordinaria, è diventata interessante per un acquirente che l’ha trasformata in un B&B. Un immobile di 400 metri quadrati, passato attraverso questa forma di riciclo fatto dalle associazioni, ospita oggi un minimarket di quartiere. Lentamente ma progressivamente la città si riprende, dal basso, gli spazi abbandonati.
«Il movimento “Riprendiamo la città” opera attraverso tre leve: vigilanza, welfare territoriale, residenzialità », aggiunge Ianuale. «Lavorando in questo modo noi risultiamo interessanti anche per l’imprenditoria, che non trova dipendenti perché questi non trovano case a prezzi sostenibili. Non so se vale anche per altre zone del Veneto, Mestre è inondata dalla domanda di case ma la concorrenza della residenza turistica fagocita tutto. Il mercato immobiliare punta sul lusso, offre case a 5.000 euro a metro quadrato o con affitti proibitivi. Tutto il resto non interessa e il rischio è che il posto dove vivi diventi una banlieue».
Il Veneto è pieno di vie Piave, ogni città ne ha una. L’esperimento di Mestre può offrire idee alla politica, suggerire modelli agli amministratori pubblici. Perché no?
(articolo di Eleonora Boin, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Se negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è finita nella nostra quotidianità vuol dire che ha iniziato ad essere usata anche nelle aziende e nei contesti produttivi locali. E Vicenza, ovviamente, non fa eccezione: era immancabile che una tecnologia come l’IA si affermasse in una provincia a così forte vocazione industriale e manifatturiera. In particolare, le aziende vicentine utilizzano l’IA per ottimizzare i processi, ridurre gli sprechi, analizzare dati e supportare i dipendenti umani in decisioni che fino a poco tempo fa erano affidate esclusivamente all’esperienza umana. Secondo i dati di Confartigianato, già nel 2024 oltre l’11% delle imprese vicentine con dipendenti utilizzava soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, in particolare sotto forma di software di supporto alla produzione, al controllo qualità o alla gestione delle infrastrutture.
I settori chiave: la consulenza
Uno dei settori in cui l’IA si sta diffondendo più rapidamente in tutto il mondo è quello della consulenza e dei servizi digitali alle imprese. E proprio a Vicenza e provincia hanno sede alcune aziende del territorio che stanno sviluppando appositi sistemi in questo campo, pensati per affiancare manager e responsabili di stabilimento nelle scelte operative quotidiane. È il caso, ad esempio, della PMI innovativa Quindi (gruppo Considi Spa di Grisignano di Zocco, VI), che ha realizzato Production copilot: un sistema IA avanzato per la produzione industriale.
L’idea è quella di integrare in un’unica piattaforma i dati provenienti da macchinari, ordini e personale, così da individuare anomalie e suggerire come riorganizzare la produzione in tempo reale. Non un’IA che prende decisioni autonome quindi, ma piuttosto uno programma che rende più evidenti situazioni complesse, riducendo il margine di errore umano. È simile anche il caso di Miriade, una società di consulenza informatica con sede a Thiene, che supporta le aziende in progetti di data analytics (soprattutto per quanto riguarda i big data) e machine learning, utilizzando grandi quantità di dati per individuare i pattern di comportamento dei consumatori, ottimizzando quindi i processi interni.
I settori chiave: la manifattura
Anche nel settore della manifattura l’IA ha un impatto elevato nel territorio vicentino. A partire da Vimar, l’azienda storica del settore elettrico con sede a Marostica, che ha introdotto recentemente dei sistemi di visione artificiale e deep learning nei suoi processi. L’obiettivo? Migliorare il controllo qualità nello stampaggio a iniezione, grazie alla presenza di telecamere abbinate ad algoritmi che analizzano i pezzi prodotti in tempo reale, individuando difetti e riducendo gli scarti. Questo progetto, chiamato Twist, è stato sviluppato grazie a una collaborazione con l’Università di Padova e Maxfone, azienda di Verona specializzata nello sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale.
I settori chiave: la moda
Il Diesel village a Vicenza
L’IA si sta rivelando utile anche in un settore molto tradizionale del territorio vicentino: la moda. Ad esempio, il gruppo Only The Brave (OTB) di Renzo Rosso, che detiene marchi di moda come Diesel, Jil Sander, Maison Margiela, Marni e Viktor&Rolf, utilizza l’IA per fare previsioni di vendite e analisi di trend per migliorare i contenuti digitali. Tra i marchi del gruppo, Diesel ha adottato degli strumenti di auto-tagging, che permettono di poter catalogare automaticamente i prodotti dello shop online. Questo sistema riduce notevolmente il lavoro manuale, rendendo più coerenti le informazioni disponibili sull’e-commerce. Sul fronte dello sport troviamo invece il celebre marchio di abbigliamento tecnico da motociclismo Dainese (Colceresa, VI) che ha sviluppato D-Air®, un airbag intelligente basato su sensori e algoritmi addestrati su grandi quantità di dati, che garantiscono il tempismo perfetto di apertura.
I settori chiave: la sanità
A Vicenza queste tecnologie vengono adottate anche dalla sanità pubblica, precisamente nell’azienda ULSS 8 Berica, all’ospedale San Bortolo di Vicenza. Il distretto sanitario ha introdotto una risonanza magnetica 3 Tesla, dotata di algoritmi di intelligenza artificiale e immagini tridimensionali, che velocizzano i tempi degli esami e della diagnosi. Un territorio quindi, quello Vicentino, permeato dalla presenza di IA, almeno quanto è permeato da grandi aziende e piccole medie imprese. E che ancora una volta evidenzia di essere in prima linea per quanto riguarda la produttività.
(articolo di padre Gino Alberto Faccioli, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Con l’Eucaristia delle ore 15.00 presieduta dal Segretario di Stato card. Pietro Parolin, si è aperto ufficialmente l’8 febbraio 2026 l’Anno Giubilare Mariano e della Rinascita, memoria dei 600 anni della prima apparizione della Beata Vergine Maria, ad un’anziana donna di Sovizzo, Vincenza Pasini, abitante da qualche anno a Vicenza, e che stava salendo il colle Berico per portare da mangiare al marito che stava lavorando alle viti che qui si trovavano.
Il Santuario che oggi vediamo, e che fin da subito è stato oggetto di ampliamenti, è frutto di una precisa volontà della Madre di Dio, manifestata in entrambe le apparizioni (la seconda ed ultima, perché esaudita la richiesta, è del 1° agosto del 1428). Il sacello originale, che corrisponde all’attuale perimetro del presbiterio, è stato tracciato, come ci ricorda il Processus (si tratta della cronaca degli avvenimenti accaduti all’epoca, redatta nel 1432 da Giovanni Da Porto il più illustre giureconsulto del tempo), da Maria stessa con una croce in legno conficcata sul terreno dove lei era apparsa.
La risposta affermativa alla volontà della Vergine Santa, non solo nella costruzione della Chiesa, ma anche nel salire sul colle a pregare, ha fatto sì che lei intercedesse per tutto il popolo ponendo fine al terribile contagio della peste e che questa sua protezione si estendesse anche lungo i secoli, come ci ricorda l’ex voto cittadino del 25 febbraio del 1695 a ricordo della protezione accordata alla Città di Vicenza in occasione del terremoto.
Voto rinnovato circa tre secoli dopo, quando il 25 febbraio del 1917, di fronte ai pericoli della “grande guerra”, il vescovo Rodolfi a nome della cittadinanza tutta espresse il desiderio di onorare la Madre di Dio in modo solenne considerando festivo l’8 settembre, festa liturgica in cui si ricorda la sua natività.
Questi voti e i continui pellegrinaggi presso il Santuario di Monte Berico sono il frutto di una forte devozione mariana. Tuttavia, a volte, nel corso del tempo accade che questa devozione scada in devozionalismo originando quindi una religiosità popolare per alcuni aspetti deviata.
Proprio per aiutare i fedeli a ritrovare una sana pietà popolare mariana e la conseguente religiosità si è voluto preparare questo Anno Giubilare Mariano con un Congresso Mariologico/Mariano Internazionale Straordinario, dal titolo Maria Madre di Misericordia tra pietà popolare e rinascita delle comunità. Questo Congresso, che si è svolto dal 6 all’8 febbraio del 2026 (il segretario coordinatore oltre che relatore è stato proprio il nostro autore, padre Gino Alberto Faccioli, ndd), ha voluto essere uno stimolo, in un momento come l’attuale, a riscoprire una corretta devozione alla Madre di Dio, una devozione sobria, non intimistica, che si incarni nella liturgia e che aiuti i fedeli a sviluppare un corretto culto alla Beata Vergine Maria. Il quale si deve tradurre “in concreto e sofferto amore per la Chiesa”, come mirabilmente propone l’orazione dopo la Comunione del 15 settembre: “…perché, nella memoria della beata Vergine addolorata, completiamo in noi, per la santa Chiesa, ciò che manca alla passione di Cristo» (MC 11)”. Ciò in concreto significa essere cristiani attivi e collaborare per la rinascita delle nostre comunità, le quali per mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose vivono un momento di difficoltà.
Da sx, p. Stefano Cecchin, presidente Pami, don Nicola Spinato, segretario congresso, card. Pietro Parolin, mons. Giuliano Brugnotto, p. Gino Alberto, segretario coordinatore
Per cercare di raggiungere i due obiettivi preposti la figura di Maria è stata “riletta” attraverso nove ambiti o aree concatenanti, da quella biblica a quella teologica, dalla storica, che ci aiuterà a ripercorrere la storia e lo sviluppo della devozione mariana nella diocesi di Vicenza, a quella della pietà popolare e liturgia, per ricomprendere come la devozione a Maria non si fondi su sentimentalismi, ma ha la sua origine nell’unico culto a Cristo; dall’area pastorale a quella dell’arte per aiutare a comprendere come la figura della Vergine abbia influito e influisca ancora oggi nella vita dei fedeli, e le immagini che ci ricordano come la Madre della Misericordia abbia contribuito e contribuisce a sostenere nei momenti difficili la fiducia in Dio; da quella ecumenica a quella interreligiosa, che ci ricordano come la figura di Maria, rettamente compresa, sia via di dialogo tra le religioni monoteiste. Le oltre venti relazioni che si sono susseguite, sono state proposte da docenti che vanno dal mariologo Salvatore Perrella, a Stefano Cecchin, da Antonio Escudero a Daniela Del Gaudio, da Ada Campione a Francesco Gasparini, da Natascia Danieli, Blidar Inout a Layla Mustapha Ammar per l’area ecumenica/interreligiosa.
Le relazioni sono state integrate da brevi comunicazioni proposte da docenti e studenti della Facoltà Teologica del Triveneto e di alcuni Istituti Superiori di Scienze Religiose locali. Tali contributi, che hanno arricchito il programma del Congresso, sono stati presentati in sessioni parallele nel pomeriggio di sabato 7 febbraio, dalle 17.00 alle 18.00, con quattro papers in contemporanea alle 17.00 e quattro alle 17.30.
Il senso di questo Congresso e dell’Anno Giubilare Mariano, lo ha stupendamente sintetizzato il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, nelle sue conclusioni al Congresso: «L’anno giubilare che questo Congresso ha inaugurato è un’esperienza che guarda al futuro: è un andare oltre per scoprire la capacità generativa della fede di cui Maria è maestra.
Preghiamo dunque affinché la radice, la Mater misericordiae, sia la portatrice di un’esperienza giubilare capace di attraversare i tempi, così come ancora Papa Leone ci ricorda: “Una Chiesa dal cuore mariano [come quella di questa città e di questa regione] custodisce e comprende sempre meglio la gerarchia delle verità di fede, integrando ragione e affetto, corpo e anima, universale e locale, persona e comunità, umanità e cosmo. È una Chiesa che non rinuncia a porre a sé stessa, agli altri e a Dio domande scomode ‘come avverrà questo?’ (Lc 1,34)- e a percorrere le vie esigenti della fede e dell’amore – ‘ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,38)’.
Grazie per questa testimonianza di ritorno alla “radice” compiuto in questi giorni di Congresso. Esso permette di far risuonare nei molteplici linguaggi della cultura, dell’arte, della pietà popolare, della liturgia e dell’impegno sociale la domanda essenziale che accomuna la “Mater misericordiae”, la comunità cristiana, ogni essere umano; la domanda essenziale che il giubileo serve con il suo andare oltre e che si racchiude nel termine “vocazione”.
Nella risposta autentica, consapevole e coraggiosa che verrà data a questa domanda sulla “vocazione” stanno il successo di questo Congresso e dell’Anno giubilare che lo segue; e il progresso di questa città e di questo territorio, inseparabili dal progresso di tutte le città e i territori del mondo e dal progresso della Chiesa locale, delle Chiese di questo territorio e della Chiesa universale.
Progresso e successo che non possono dimenticare i poveri, né tantomeno disprezzarli o giudicarli. E questo perché la “Mater misericordiae” è la donna del Magnificat: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52- 53)”. E perché nella donna del Magnificat, la “Mater misericordiae”, colei che il popolo di questa città e di queste terre ha “eletto” a sua “radice”, nel suo manto e nel suo volto, “i poveri ‘incontrano la tenerezza e l’amore di Dio […]. In lei si riflette il messaggio essenziale del Vangelo’. Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro» (card. Pietro Parolin, Conclusione Congresso).
Chiude con un travolgente spettacolo di teatro concerto “Mutazioni 06”, ventesima edizione della stagione di spettacolo del Teatro Spazio Bixio, promossa dal Comune di Vicenza e curata da Theama Teatro, in collaborazione con l’associazione For.The.
Sabato 18 aprile ore 21 sarà in scena nel giardino del teatro “Picasso, le donne e la chitarra”, produzione Teatro dei Pazzi da un testo di Giuseppe Marra per la regia di Giovanni Giusto e con protagonisti Giuseppe Marra, Marica Rampazzo, Cecilia Prosperi (attori), Giovanni Giusto (narrazione, canto e chitarra) e Diego Vio (chitarra).
La storia del grande genio dell’arte spagnola che rivoluzionò il Novecento è anche la storia delle donne che lo accompagnarono nella vita; è la storia di un uomo che non riuscì mai a vivere da solo. Molte donne gli furono vicine nella sua lunga esistenza, ma lui dipinse solo quelle che aveva fisicamente amato. Cosa hanno rappresentato le donne per lui? Quale ruolo ebbero nella sua arte e nella sua vita? Quale masochismo le rendeva pazze per lui? Perché ogni suo grande amore ha avuto una parabola tragicamente discendente? Pablo Picasso era un uomo che “creava” le sue amanti attraverso l’arte, con quello stesso pennello che poi trasformava in spada per distruggerle.
Una sola donna seppe dirgli di no in tempo. Tutte le altre non riuscirono, o non vollero, sciogliere il nodo che le univa all’artista e una volta abbandonate, nonostante la sofferenza, continuavano a rimanergli sentimentalmente attaccate. Più di una decise di seguirlo anche nella morte. La testimonianza delle sue amanti e muse entra prepotentemente nei dialoghi e nella narrazione di Giusto, permettendo allo spettatore di scoprire l’anima e l’essenza di Picasso, in un turbinio di emozioni e musica.
Per informazioni e prenotazioni (consigliate): [email protected] oppure 0444 322525, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18; nel giorni di spettacolo, dalle 10 alle 18, è attivo il numero 392 1670914.
Informazioni aggiuntive su Mutazioni 06 sono reperibili sul sito www.teatrospaziobixio.com. Il Teatro Spazio Bixio si trova in via Mameli, 4 a Vicenza.
(articolo di Alessandro Dai Zotti, da VicenzaPiù Viva n. 305, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Inizi a sbucciare un’arancia. Nel momento in cui la buccia si rompe senti il suo aroma tipico. Forse ti ricorda qualcosa. Poi prendi uno spicchio e lo assaggi. Nella tua bocca percepisci la consistenza, il succo dolce e leggermente aspro. Lo assapori, ognuno di noi con delle sfumature proprie. Tu sai cos’è un’arancia. L’hai provata, fa parte delle tue esperienze e dei tuoi ricordi. Per l’AI “arancia” è solo una parola. Sa che potrebbe essere con molta probabilità vicina a parole come “mangiare”, “arancione”, “frutto”. Può così comporre una frase che per noi abbia senso. Come? Immagina che abbia letto tutti i libri del mondo. Poi faccia tantissimi calcoli matematici velocissimi per indovinare quale sia la risposta migliore, più probabile. Ma non sa veramente quello che sta dicendo.
Un altro esempio. Guardi una nuvola, vedi una forma e da qui potresti inventarti una breve storia. Se tu chiedi all’AI, partendo dalla forma, di inventarsi una storia, l’AI non inventa davvero. È come un DJ che mixa brani altrui per creare qualcosa che sembra nuovo, ma non ha mai scritto una nota. L’AI non vive nel mondo. Non vede, non sente, non prova emozioni. Sembra intelligente perché ha visto miliardi di frasi, riconosce schemi, imita molto bene il modo umano di parlare. Indovina le parole giuste usando la matematica. Tutto qui.
Questo significa che l’AI è inutile? Al contrario. La stiamo usando da anni, solo che non potevi parlarci come si fa adesso. Hai presente il correttore automatico? “Corregge i refusi quando scrivo veloce”. Esatto. Ma come fa? Analizza il contesto della frase, prevede la parola più probabile tra migliaia, impara dal tuo modo personale di scrivere.
Se scrivi “Buon comple…”, ha visto miliardi di frasi simili e ha capito che matematicamente è quasi certo che segua “anno” piuttosto che “sso”.
Google Maps. Dice qual è la strada più veloce prevedendo il traffico futuro (5-40 minuti). In che modo? Analizza milioni di persone in tempo reale. Capisce incidenti da tweet/foto. Sceglie il percorso ottimale per te.
E quando Netflix ti propone proprio quella serie coreana che non sapevi di voler vedere? Guarda tutto quello che hai fatto (tempo di visione, pause, abbandoni, ora del giorno…). Confronta il tuo gusto con milioni di utenti simili. Decide quali copertine mostrarti. Non è fortuna: è un sistema che ha calcolato.
Impressionante, vero? Il problema è che questa stessa logica decide quali notizie vedi sui social – e lì non si tratta più solo di serie TV. Per riassumere.
L’AI “Tradizionale”
Questa è l’AI che abbiamo usato per anni (come quella del correttore automatico, di Netflix o Google Maps). Il suo compito è osservare quello che già c’è e fare una scelta. Esempio: Se le mostri 100 foto di animali, lei sa dirti: “Questo è un cane, questo è un gatto”.
Il suo obiettivo: Trovare la risposta giusta tra quelle che già conosce.
L’AI Generativa
Questa è l’AI più nuova (come chat-GPT, Claude o Grok). Il suo compito non è solo scegliere, ma creare qualcosa di “nuovo”. “Inventa”, scrive, disegna e compone. Esempio: Non le chiedi solo di riconoscere un cane, ma le dici: “Disegnami un gatto paffuto con le ali mentre esplora il fondale marino di un libro di Lovecraft”. E lei lo crea da zero!
Il suo obiettivo: Creare un contenuto nuovo mettendo insieme tutto quello che ha imparato.
Ma attenzione: l’AI Generativa sembra un artista, ma è più simile a un pappagallo straordinariamente bravo: ripete e ricombina brillantemente senza comprendere davvero. E questo ha conseguenze.
Ora, la domanda vera è: se l’AI generativa non capisce davvero quello che crea, cosa succede quando le affidiamo decisioni importanti?
Presenza autorevole nel panorama internazionale della musica da camera, il Gringolts Quartet torna al Teatro Comunale di Vicenzamartedì 14 aprile su invito della Società del Quartetto. Per l’occasione il quartetto d’archi guidato dal Premio Paganini Ilya Gringolts si presenta in formazione allargata con l’inserimento della violista finlandese Lilli Maijala per l’esecuzione dei Quintetti di Johannes Brahms: in Fa maggiore Op. 88 e in Sol maggiore Op. 111.
I due capolavori, lontani otto anni uno dall’altro, furono entrambi ultimati nel ritiro dorato di Bad Ischl dove il compositore amburghese amava trascorrere i mesi estivi immerso in una natura rigogliosa e ispiratrice. L’Opus 88, in particolare, convinse subito il suo autore e gli amici più cari come Clara Schumann, il violinista Joseph Joachim e Theodor Billroth, che lo giudicò “di una bellezza raffaellesca”. In effetti la pagina datata 1882 sorprende per una scrittura essenziale, intensa ed equilibrata che è totalmente pervasa da un clima di estrema felicità.
Il Quintetto Opera 111 nasce nel 1890 e nelle intenzioni di Brahms avrebbe dovuto essere la pagina che poneva fine alla sua parabola di compositore. Pezzo che presenta notevoli asperità per gli esecutori, il Quintetto in Sol maggiore rivela sia il lato classico che quello romantico della sua arte, ma rappresenta soprattutto una summa del pensiero brahmsiano: invenzione radiosa, vitalità, concisione e soprattutto equilibrio fra perfezione formale e tono confidenziale.
Fondato nel 2008, il Gringolts Quartet si è subito messo in luce per un suono brillante, denso, ricco di calore e in grado di far risplendere ogni minimo dettaglio delle partiture interpretate. La formazione è frutto dell’incontro di personalità musicali con diverse radici culturali: russe per il leader Ilya Gringolts, armene per la violinista Anahit Kurtikyan, romene per la violista Silvia Simionescu e tedesche per il cellista Claudius Hermann. Con base a Zurigo, la formazione è ospite delle più importanti sale da concerto e festival internazionali e vanta collaborazioni con personalità musicali di spicco.
In sala d’incisione il Gringolts Quartet ha registrato dal 2011 i Quartetti di Schumann e di Brahms, i Quintetti di Walter Braunfels assieme al cellista David Geringas (premio ECHO Klassik 2012), i Quintetti di Glazunov e Taneyev (premio Diapason d’Or 2016), gli Ottetti di Mendelssohn ed Enescu assieme al Meta4 Quartet e i Quartetti di Schönberg (premio Diapason d’Or 2022).
Non di rado il gruppo si presenta in formazione di Quintetto, come martedì sera al Comunale con l’innesto della violista Lilli Maijala.
Considerata fra le interpreti più in vista del Nord Europa e vincitrice di importanti concorsi, Maijala è anche un’apprezzata docente all’Università di Zurigo e al Conservatorio di Amsterdam, dove vive. Come solista si esibisce con rinomate orchestre come la Helsinki Philharmonic, la Camerata Salzburg e l’Orchestra da Camera di Essen mentre nella musica da camera è stata membro del Quartet Lab e ora del Valo Quartet.
Il concerto del Gringolts Quartet al Teatro Comunale di Vicenza martedì 14 aprile, inizia alle 20 e 45.
Il patrimonio diffuso d’arte religiosa di Bolzano Vicentino entra ufficialmente nell’offerta culturale del Calendario del Giubileo Mariano per la celebrazione dei 600 anni dalla prima apparizione mariana a Monte Berico.
L’iniziativa “Santa Maria Assunta: il racconto plastico tra terra e divino di Ubaldo Oppi”, promosso dall’Assessorato alla Cultura di Bolzano Vicentino, curato da Michela Menegus e supportata dal gruppo di volontariato culturale “I narratori di Oppi” propone al pubblico una nuova chiave di lettura dei più significativi patrimoni di arte sacra del Novecento italiano.
Il progetto culturale, calendarizzato da marzo 2026 a marzo 2027, consiste in un ciclo di visite narrate all’interno del Museo diffuso d’arte sacra “Ubaldo Oppi”, un unicum di grande valore storico e artistico che integra la Galleria Municipale, sita via Roma 2, e la Chiesa Arcipretale di Santa Maria, sira in piazza Roma, in un unico percorso espositivo territoriale.
Il museo diffuso, realizzato in occasione dei 130 anni dalla nascita di Ubaldo Oppi (1889– 1942) e avviato tra il 2019 e il 2020, conserva l’unico ciclo completo di affreschi, di circa 700 mq, realizzato dall’artista negli anni Trenta del Novecento, insieme a tredici disegni preparatori in scala 1:1, studi e bozzetti custoditi nella Galleria Municipale. La rilevanza di questo patrimonio è stata riconosciuta dal critico d’arte Francesco Barbieri, autore del catalogo dell’apparato decorativo della chiesa.
Il focus delle visite narrate sarà l’interpretazione iconografica dell’apparato decorativo della Chiesa Arcipretale, dedicata a Santa Maria della Purificazione, le cui origini risalgono alla fondazione della pieve nel 1133, con ricostruzione nel 1925 e consacrazione nel 1937. Proprio la centralità della Madonna, figura mediatrice tra l’umanità e Dio, costituisce il profondo nesso simbolico tra il ciclo pittorico di Oppi e il culto della Madonna di Monte Berico, al centro delle celebrazioni giubilari del capoluogo berico.
Nella chiesa, il fulcro del percorso visivo è rappresentato dall’arco trionfale e dal catino absidale, dove Oppi raffigura la Purificazione di Maria e la Presentazione di Gesù al Tempio, con un linguaggio pittorico che unisce spiritualità, rigore formale e suggestioni del Realismo Magico. Alla Galleria Municipale è inoltre conservato un acquarello di straordinaria importanza, che documenta un progetto mai realizzato per la parete di contraltare: il Cristo in Gloria, affiancato da una Madonna vestita di bianco e blu, icona di intercessione e mediazione divina.
Le visite narrate programmate con cadenza mensile (sabato e domenica), con accesso gratuito su prenotazione rappresentano un’occasione esclusiva per riscoprire il dialogo tra arte, fede e provincia vicentina all’interno dell’Anno Giubilare.
Domenica 12 aprile 2026 alle ore 17.00 si terrà l’ultimo concerto della XXIV Stagione Pomeriggio tra le Muse – La musica sveglia il tempo, la rassegna concertistica curata dall’Ensemble Musagète nella suggestiva cornice delle Gallerie d’Italia di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza.
Il nuovo appuntamento trasformerà il Salone d’Apollo in un palcoscenico dedicato ai grandi maestri del Settecento europeo, celebrando il virtuosismo del flauto e dell’oboe.
Il programma offre un percorso cameristico variegato che spazia dal neoclassicismo francese alle suggestioni popolari dell’Est Europa. L’apertura è affidata ad André Jolivet con la sua Sonatina per flauto e clarinetto, opera del 1961 caratterizzata da un dialogo serrato e virtuosistico. Seguirà l’ironia e l’eleganza di Francis Poulenc con L’Invitation au Château, musica di scena scritta per la pièce di Jean Anouilh, che tra valzer, tango e tarantelle ricrea un’atmosfera teatrale e “canaille”.
La seconda parte del concerto si sposta in Italia con il Trio di Nino Rota, pagina di raffinato equilibrio formale e melodico, per concludersi con le intense emozioni del Trio di Aram Kaciaturian, opera giovanile intrisa di colori popolari armeni e di un profondo vigore espressivo.
Protagonisti del concerto saranno i solisti dell’Ensemble Musagète: Fabio Pupillo al flauto, Luigi Marasca al clarinetto, Tommaso Luison al violino e Gabriele Dal Santo al pianoforte.