giovedì, Febbraio 22, 2024
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Oratorio di Santa Maria del Carmine in località Secula di Longare

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L’oratorio di Santa Maria del Carmine sorge in località Secula di Longare, a sinistra del Bacchiglione, che scorre poco lontano. Gaetano Maccà, nella sua Storia del territorio vicentino del 1812, attesta che qui la famiglia Valmarana possedeva una villa, distrutta da un incendio nel 1927. L’annesso oratorio, che nel 1620 risultava già esistente e che era dedicato a San Odorico, si salvò, invece, dalle fiamme. Divenuto fatiscente, i Valmarana ottennero dal vescovo Sebastiano Venier il permesso di abbatterlo e di fabbricarne uno nuovo, che dedicarono alla Beata Vergine del Carmine e ai Santi Gaetano e Teresa d’Avila.

La lapide in facciata indica i promotori di questo intervento (Paolo Antonio arcidiacono, Gaspare canonico, Giovanni Battista conte, figli di Giacomo Valmarana) e l’anno di conclusione dei lavori (1724). L’oratorio di Santa Maria del Carmine passò poi in proprietà della famiglia di Luigi Bassani. Gravemente danneggiato durante la prima Guerra mondiale, tanto da divenire inagibile e non più adatto al culto, come attesta l’arciprete di Costozza e vicario Foraneo Luigi Zanellato, fu restaurato da Girolamo Bassani. Successivamente abbandonato, le sue condizioni divennero di nuovo precarie.

Nel 1990 la famiglia Bassani decise di donarlo alla parrocchia di Longare in memoria del padre prof. Bruno, come riporta una lapide all’interno. Una campagna di recupero, conclusasi nel 1999 sotto la spinta di don Alessandro Campese e sotto l’egida della Soprintendenza, nella persona dell’arch. Rosa Di Stefano, ha riportato il manufatto agli splendori originari. Il 21 ottobre di quell’anno il vescovo di Vicenza Pietro Nonis inaugurò ufficialmente l’edificio, riacquistato anche all’uso liturgico. Due targhe ricordano, all’interno, questo fatto e i nomi dei benefattori che hanno permesso, con il loro contributo, l’intervento: Richard Edwars, Vittor Luigi Braga, Associazione Amici dei Monumenti di Vicenza e Parrocchia e Comune di Longare.

Quanto alla facciata, l’oratorio mostra una articolazione strutturale sobria, leggera ed elegante, ad accentuato sviluppo verticale. Sottolineato dalla coppia di lunghe lesene angolari, che si dipartono da un alto zoccolo e si concludono con capitelli vagamente ionici. Al centro delle volute sono disposte delle decorazioni con motivi approssimativamente vegetali con in mezzo uno scudo, sopra il quale si notano degli elementi ornamentali alternati: una sorta di rosetta e lo stemma dei Valmarana, con le nove palle che ricordano il loro titolo di conti. Inquadrato da una cornice modanata in pietra è il portale di ingresso, sul cui architrave poggia una finestra, racchiusa in altra cornice anch’essa modanata in modi tipicamente settecenteschi.

La larga trabeazione sostiene un robusto frontone, con dentelli negli spioventi del timpano. Sul frontone poggiano dei pinnacoli acroteriali, elementi decorativi che continuano, in forme semplificate, la tradizione avviatasi nel Seicento. Svettano, infatti, delle pigne a fianco di due vasi che si concludono in modo differente: a fiamma il sinistro e con una specie di supporto il destro. Sopra l’elemento centrale si innalza una croce in ferro battuto lanceolata, ovvero appuntita.

A caratterizzare la facciata è l’andamento leggermente concavo, accentuato dai due corpi che le stanno a fianco, quasi a formare una sorta di esedra. Un accorgimento non da poco: se l’architetto non l’avesse adottato, la facciata ci sbatterebbe in faccia, tenuto anche conto dello spazio ristretto, essendovi di fronte, a pochi metri, un altro fabbricato. Ad evitare l’effetto muro concorrono anche gli spigoli dell’edificio, che non sono net- ti, ma si addolciscono, allargandosi verso l’esterno in un gioco di lesene che si rincorrono e che si concludono in una trabeazione laterale accentuatamente ricurva.

Un impianto che si mostra del tutto libero e svincolato dall’esuberante e talora scomposto gusto barocco e che si proietta verso una architettura di razionalismo illuminista. Si tratta, insomma, di una prova di gran- de compostezza e linearità. Del resto, questo piccolo capolavoro ha una paternità illustre.

È, infatti, progetto di Francesco Muttoni, che, nella vicina Costozza, aveva firmato quello per il rifacimento (1719) dell’antica pieve benedettina di San Mauro, risalente all’XII secolo. Un foresto, Muttoni, (era nato nel 1668 a Cima di Porlezza, un paesino sulla sponda italiana del lago di Lugano), giunto a Vicenza con la famiglia nel 1696 e che riuscì ben presto ad emergere, perché interprete della volontà della classe egemone, che reclamava una architettura capace di soddisfare le rinnovate nuove istanze di fasto e di autocelebrazione dopo il controriformista stile severo (copyright Fausto Franco, 1937) di Vincenzo Scamozzi. L’interno rispecchia e replica la sobrietà e la misura che caratterizzano la facciata. L’aula rettangolare si allarga nel presbiterio, permettendo così di ricavare due piccoli vani di servizio ad uso sacrestia e ripostiglio, uniti da un corridoio passante dietro l’altare e nascosto dalle tende rosse della due porte, dagli stipiti ben sagomati e dalla robusta cimasa.

L’interno è inondato dalla luce, che penetra da tre finestre dalle modulate cornici e  che esalta il gioco di stucchi, che scandiscono lo spazio del soffitto, caratterizzato dalle fasce che convergono in un cupolino cieco rettangolare mistilineo, che ospita una decorazione raffigurante la colomba dello Spirito Santo, racchiusa in una cornice ellissoidale. In questo spazio risalta il rincorrersi degli stucchi, dalle ampie volute e dai sinuosi girali, con foglie di vite al centro della composizione, che lasciano intravvedere i simbolici grappoli d’uva. Un apparato giuntoci purtroppo con parecchie lacune, uscito indubbiamente da un atelier di buon livello, del quale, però, non abbiamo notizie. Si può solamente ricordare come altre fabbriche progettate da Muttoni ospitino decorazioni di stucco di elevata fattura. E non è forse fuori luogo ritenere che anche l’apparato decorativo presente in questo oratorio sia stato disegnato da Muttoni ed eseguito da una delle botteghe vicentine costituite da artisti provenienti dalla Lombardia e dal Canton Ticino.

L’oratorio di Santa Maria del Carmine custodisce anche importanti testimonianze scultoree. In posizione angolare, sono collocate, entro nicchie e appoggiate su di una specie di mensola, quattro sculture, ritenute manufatti cinquecenteschi di artisti non identificati. Quella che rivela maggior capacità esecutiva raffigura Sant’Eurosia da Jaca, spagnola vissuta nell’ IX sec. La postura è felicemente impostata sulla gamba destra, leggermente avanzata, che permette il dipanarsi dell’elegantissimo panneggio della veste, al quale fa eco lo svolazzare del drappeggio della manica. La chioma all’indietro mette in risalto i purissimi lineamenti del volto.

A fianco, San Francesco Saverio, missionario gesuita, dal volto ben delineato e incorniciato dalla barba. Il suo sguardo penetrante sembra scrutare le lontane terre di missione, luoghi del suo apostolato. Negli altri due angoli sono invece raffigurati i più noti San Giuseppe, con il barbuto volto severo, che tiene fra le mani un paffuto Bambino e Sant’Antonio di Padova, che regge, come da consolidata iconografia, il Bambino, nonché il libro e il giglio. Il paliotto dell’unico altare è inquadrato da due angeli mutili, che reggono la mensa. Da essi si dipartono due festoni di fiori che convergono al centro, dove un altro angioletto è a cavalcioni di una conchiglia, che posa sulla base della struttura, sulla quale si dispongono delle movimentate volute e delle composizioni che richiamano dei fossili (gasteropodi), molto numerosi nelle vicine cave di Costozza.

Il soprastante gruppo scultoreo raffigura i tre titolari dell’oratorio, la Vergine col Bambino, venerata come Madonna del Carmine, san Gaetano Thiene e santa Teresa d’Avila. La Vergine, ritta su di una nube sorretta da quattro angioletti, si erge in posa regale, ieratica, accentuata dall’ampio gesto della mano destra, perfettamente eretta, nono- stante la spinta eccentrica provocata dal Bambino, che sembra volersi divincolare dalle braccia della Madre. Un Bambino irrequieto come lo sono tutti i bambini, non presago del futuro destino salvifico, che lo vedrà morire crocifisso.

A sinistra è collocata la statua di san Gaetano Thiene, che, inginocchiato, rivolge lo sguardo alla Madonna, alla quale sembra consacrare il suo cuore con il gesto della mano sinistra.

La statua di destra coglie santa Teresa d’Avila inginocchiata, in estasi e in enfasi barocca (chi non ricorda il capolavoro di Gian Lorenzo Bernini?), con l’abito del suo ordine mosso da un articolato panneggio, quasi sconvolto da un vortice che sembra salire dalla sottostante nuvola. Un indubbio manufatto di pregio, il più felice dei tre: il che fa pensare si tratti di lavori non di un’unica mano. Per questo apparato scultoreo è stato fatto il nome di Orazio Marinali, come riporta l’insegna turistica all’esterno dell’oratorio.

Basandosi anche sulla circostanza che dietro alla statua della Vergine sono scolpite le iniziali OMO, acronimo di Opera Marinali Orazio. Personalmente non condivido questa attribuzione. Che vi siano le tre lettere OMO non c’è dubbio. Ma questo non basta ad assegnare la paternità del manufatto ad Orazio Marinali. Anzitutto perché lo scultore, nato nel 1643, è morto nel 1720, quattro anni prima che l’oratorio fosse finito. Sarebbe singolare che a Marinali fossero stati commissiona- ti l’altare e le tre statue con un anticipo di quattro anni rispetto alla conclusione dei lavori.

E allora, come si spiegano quelle tre lettere? Con il fatto che, alla morte di Orazio, l’attività fu continuata da Giacomo Cassetti, genero di Marinali e suo più fedele allievo e l’unico, fra i tanti, rimasto a Vicenza. I lavori di Cassetti erano così fedeli ai modi di Orazio, tanto che sovente li firmava con la sigla del maestro, quando addirittura non si appropriava del suo cognome, così da firmarsi Giacomo Marinali. La sigla OMO era, insomma, divenuta una sorta di marchio, di segno distintivo dell’impresa avviata da Orazio. Un brand, come oggi si suol dire. Il grandioso apparato, dunque, non è opera di Orazio Marinali, ma, verosimilmente, ottimo prodotto di quella gloriosa bottega.

Di Giorgio Ceraso da Storie Vicentine n. 11 novembre-dicembre 2022


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