martedì, Maggio 28, 2024
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Maria Fogazzaro e il Piccolo Mondo Vicentino

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Maria Fogazzaro, esponente della buona società e grande benefattrice, è stata incompresa dai vicentini. Il racconto di Storie Vicentine.

Maria era un personaggio molto in vista nella buona società: ultima esponente di una famiglia colta, ricca e famosa. Ma, di propria volontà, rinunciò a essere la grande donna vicentina che poteva essere, per divenire “la disprezzata dai suoi familiari e dai concittadini”. Eppure a questa grande benefattrice, sia in vita sia negli anni successivi è venuta a mancare una doverosa riconoscenza.

La prima volta che ho incontrato Maria Fogazzaro è stato da bambino: frequentavo la Casa Materna a Longara, non come orfano, ma come esterno nel servizio pomeridiano di doposcuola. In cortile alzavo lo sguardo alla facciata seicentesca della villa, alta e sontuosa, che da mezzo secolo ospitava gli orfani e leggevo la lapide murata a ricordo della benefattrice che l’aveva acquistata e adibita a tale scopo fin dal 1918.
Ma è stato molti anni più tardi e in maniera del tutto casuale che mi è capitato di incontrare di nuovo Maria, tra il groviglio delle mie letture. L’occasione mi è stata data da un libro di Giustino di Valmarana intitolato “Ieri”. Da quel momento è nato in me il desiderio di conoscere la sua figura.

maria e padre
Maria con il padre.

“Ieri” è un libretto a tiratura limitata: la stampa di un taccuino di memorie che il conte ha lasciato tra le sue carte in cui, tra l’altro, ha descritto alcuni personaggi della sua famiglia e di quella dei Fogazzaro (imparentate tra loro da quando, nel 1866, la zia contessa Margherita aveva sposato lo scrittore Antonio). Il conte Giustino (1898-1977) ebbe modo
di conoscere da vicino i Fogazzaro e di frequentarli, in qualità di cugino di Maria.
Per lunghi anni le due famiglie, che avevano le loro ville adiacenti sul colle di San Sebastiano nell’immediata periferia di Vicenza, in virtù del vincolo di parentela vissero in stretto contatto, addirittura quasi come un’unica famiglia, specie nel periodo in cui i nipoti di Antonio rimasero orfani di entrambi i genitori e lo scrittore li considerò alla stregua di figli. Personaggio “sui generis” d’altri tempi, il conte Giustino era la figura più idonea a dipingere questo microcosmo di provincia, attento a cogliere le sfumature salienti dell’ambiente ristretto ed esclusivo in cui si muovevano i notabili di provincia negli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900. Egli li descrive con tratti incisivi, senza possibilità di appello. Era un clan di pochi eletti che villeggiava con pragmatica consuetudine nelle dimore signorili fogazzariane che comprendevano, oltre a San Bastian, ville di campagna e di villeggiatura.
Nella cerchia dei parenti figuravano i Valmarana, i Franco, i Lampertico, i Roi, ma molto variegata era la presenza di amicizie e di personalità altolocate, di esponenti di primo piano della cultura, della nobiltà, del clero, della politica.
Bisogna notare che Giustino non era minimamente interessato alla pubblicazione delle sue memorie, non ci pensava affatto e infatti il libro uscì postumo nel 1978.

ritratto di famiglia
Foto di famiglia

Come testimonia Giustino: “Era Maria una creatura buona e simpatica che a quelli che la circondavano dava una impressione di fiducia e di conforto”. Una bambina intelligente e sensibile si era manifestata fin dai primi anni di vita e il padre lo rimarcò con orgoglio in vari scritti. Fu a lungo malata, e portò i segni di una coxalgia restando claudicante per tutta la vita. In secondo luogo, sempre secondo il cugino, la sua era una “natura complementare” nel senso che viveva non di vita propria, ma riflessa. Cioè la sua vita si sarebbe suddivisa in vari periodi, in ciascuno dei quali era guidata dalla “spinta e direzione” di un’altra persona: dapprima il padre scrittore e dopo di lui Tommaso Gallarati Scotti, l’amica Noemi Lucchini, il padre spirituale Gioachino Maria Rossetto dei Servi di Monte
Berico e, da ultima, Emanuela Zampieri, con la quale diresse fino alla fine un’istituzione
filantropica.

Villa Fogazzaro a Montegalda
Villa Fogazzaro a Montegalda

Altro importante aspetto che Giustino sottolinea del carattere di Maria è il suo continuo porsi in cambiamento, senza conservare memoria del passato, come del resto ammetteva lei stessa. Maria non sentiva di essere stata diversa e quindi – e questa può sembrare una critica che il cugino le muove – il cambiamento senza memoria del passato non giova a “tenere lontani dagli estremi e a credere nel presente come un assoluto, perché il ricordo di quando si pensava all’opposto serve di controllo, di remora”. Forse più di tutte la motivazione spirituale ebbe un ruolo determinante in Maria, nata e cresciuta in una famiglia di profonda spiritualità: recepì e condivise il tormento religioso del padre, che influì sulla sua formazione e sulle sue scelte di vita. Dopo esser stata la confidente e la curatrice postuma della memoria paterna, Maria fece di più: riuscì a risolvere quella che per il genitore era stata una tensione spirituale e un’inquietudine che avevano caratterizzato la sua vita interiore e i suoi libri. La figlia è riuscita a tradurre la più intima aspirazione cristiana del padre in vita vissuta. Maria è la continuità ideale e concreta della vita interiore
del padre, la sua realizzazione. Ulteriore elemento a influire sulle sue scelte può essere stata la rinuncia a una vita sentimentale propria e a una famiglia tradizionale, dopo che fallì il progetto amoroso che nutriva, in quanto non ricambiato; su questo punto Giustino è di una chiarezza impietosa: quell’uomo da lei amato aveva “stroncato una creatura, senza darle quello cui agognava”.

villa san bastian
Villa San Bastian

Eppure la vita di Maria fu contraddistinta da una coerente determinazione; affrontò le critiche e la disapprovazione del suo stesso ambiente, non si curò di chi voleva fermarla, apertamente o per vie traverse, ignorò i canoni della mentalità corrente fino a perseguire a caro prezzo lo scopo che si era prefissa. Di suo pugno lasciò una dichiarazione di autonomia nei confronti del frate proclamando la sua libertà decisionale. Perché la storia di Maria e delle sue opere e quella di padre Rossetto, si sono a un certo punto indissolubilmente intrecciate e lei, insieme al frate, dovette affrontare ostacoli, accuse e recriminazioni, fino ad abbandonare per sempre Vicenza. La Zampieri in una sua nota delineò in lei “la grandezza d’animo e la fiducia illimitata nel seguire il padre Rossetto”.
Nella mia ricerca tra i documenti d’archivio anche l’aspetto patrimoniale assumeva un rilievo importante. Alla famiglia Fogazzaro faceva capo un patrimonio che aveva assunto una cospicua consistenza finché lo scrittore era in vita. Antonio e la consorte contessa Margherita avevano raggiunto, nel primo Novecento, un ragguardevole grado di agiatezza, notorietà e prestigio. Notevoli erano le ville di loro proprietà: a San Bastian, a Montegalda, a Velo d’Astico e a Oria sul Lago di Lugano oltre ad altri palazzi e possedimenti terrieri (a Caldogno, a Montebello, a Ferrara) che procuravano rendite del tutto significative. E però al momento della morte della contessa Rita (avvenuta nel 1922) nell’asse ereditario, di cui ella per testamento dispose che fosse suddiviso in parti uguali tra le due figlie, non risultavano più alcuni importanti possedimenti.
Negli undici anni intercorsi tra la morte dello scrittore e quella della consorte, nella massa ereditaria non erano presenti beni rimarchevoli, come le ville di Oria e di Montegalda o lo storico palazzo in contrà dei Carmini in cui era nato lo scrittore. In quel lasso di tempo alcuni cespiti erano passati in proprietà ai Roi (la sorella Gina aveva sposato nel 1888 l’industriale della canapa Giuseppe Roi), per accordi intervenuti tra le sorelle con il consenso della madre e, con ogni probabilità, per adempiere alla volontà di Maria di monetizzare la sua parte del patrimonio per fini caritativi.
Cercando nelle biblioteche non ho trovato uno studio organico su Maria, fatta eccezione per un opuscolo commemorativo redatto nel 1953 da Ottorino Morra con il contributo dei familiari e della Casa S. Raffaele di Vittorio Veneto, dove l’anno prima si era ritirata ed era morta. Il Morra, studioso e biografo del padre, ebbe modo di conoscerla personalmente e non esitò a definirla “una creatura indubbiamente d’eccezione”.

maria con il padre
Maria con il padre

Come la sua indole voleva, la vicenda personale era riflessa in quelle di altri personaggi; ho dovuto perciò ricostruirla, mettendo insieme un tassello dietro l’altro, ricavandoli da notizie, documenti e ricordi, da fonti varie, come un mosaico. La maggior parte delle notizie relative a Maria si ricava in primis dalla corrispondenza paterna e per gli anni successivi dalle biografie del Rossetto.
Il libro, fin dal titolo, vuole riferirsi a una famiglia, quella dei Fogazzaro, che a Vicenza fu lo specchio di un’epoca. Inoltre, con l’iniziale maiuscola, è il nome di un’istituzione filantropica, nata per iniziativa di fra’ Rossetto, a cui Maria fu tra le prime a farne parte. Quelle donne laiche che la costituivano volevano supplire alla famiglia, cellula fondamentale della società, tutte le volte che in qualunque modo veniva drammaticamente a mancare.
Ho strutturato il libro in due parti: il racconto in cui, pur concedendo qualche spazio alla fantasia, tutti gli episodi sono documentati, a cui fa seguito la biografia.
Storici sono alcuni episodi poco noti della famiglia Fogazzaro, anzi tenuti volutamente
nell’ombra, come quando tra suocero e genero si innescò una diatriba di natura politica che debordò nel privato, minando l’integrità della famiglia (nel marzo del 1909 Giuseppe Roi, già sindaco di Vicenza dal 1906, presentò la propria candidatura per il collegio di Vicenza in occasione delle elezioni nazionali per il Parlamento; non fu eletto, e ritenne determinate per la sconfitta il mancato appoggio politico dell’illustre suocero con cui ruppe ogni contatto).
Storici sono alcuni scritti personali dello scrittore, taluni riferiti a una sua segreta passione amorosa, che furono secretati dagli eredi per cento anni dalla sua morte. O il misterioso furto perpetrato nel 1926 nella biblioteca della villa di S. Bastian ad opera di ignoti, al fine di sottrarre alcuni documenti ritenuti compromettenti per l’integrità morale di Maria.
Il titolo richiama il concetto di “memoria”, la propensione a tenere viva la conoscenza e gli insegnamenti della storia, specie quella del territorio in cui viviamo, indispensabile per nutrire il sentimento delle nostre radici. Un’attitudine andata quanto mai dispersa nella nostra epoca e in una società che ora è profondamente cambiata rispetto a cent’anni fa, una società “liquida” nei valori e nella cultura.

villa oria
Villa Oria sul Lago di Lugano

Maria passava da un periodo all’altro piena di ardore, “senza ricordare gli stati d’animo precedenti”. E intanto realizzava una dopo l’altra le sue opere: le case-famiglia, gli orfanotrofi, gli asili, la Casa di protezione della giovane… Realtà che in molti casi sono tuttora presenti. L’opera di Maria è stata “oscura, umile e grande” secondo il giudizio del biografo Morra. Dovette subire non pochi affronti, tra cui per pochi giorni anche la prigionia.
(Alla fine del conflitto il Generale Pecori Giraldi le conferì la Croce di guerra).
Eppure a questa grande benefattrice, sia in vita sia negli anni successivi è venuta a
mancare una doverosa riconoscenza. Per le tante opere sociali Vicenza, la sua città, avrebbe dovuto attribuirle almeno postumo il giusto riconoscimento, magari con l’intitolazione di una strada o di un edificio pubblico, il ché non è avvenuto.

Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 14-2023.

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