giovedì, Febbraio 22, 2024
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Tra il Ponte della Pusterla e il Prà dell’Asenello le pietre parlano

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Storie Vicentine ci racconta come le pietre tra il Ponte della Pusterla e il Prà dell’Asenello diventino oggetto di ricerca storica.

Ogni angolo delle nostre città conserva ricordi visibili, ma soprattutto invisibili, per effetto
del sollevamento del suolo lungo i secoli, causato dal trasporto a valle di detriti sassosi, terrosi e sabbiosi ad opera dei torrenti e dei fiumi. E se il livello del suolo si alza, capita a volte che interi palazzi o case o parte di essi come le fondamenta, rimangano nel sottosuolo a conservarsi per i posteri (ci sono città che conservano più “piani” o livelli sotto terra. Vedi Roma, che in certi punti conserva otto livelli.)
Quello che noi umani moderni abbiamo trovato nel sottosuolo, lo dobbiamo esclusivamente ai lavori di scavo che abbiano un’utilità, poche volte si è scavato esclusivamente per la ricerca di queste reliquie1.
Bisognerebbe farlo invece, chissà cosa potremmo scoprire: pietre e mattoni non si consumano, sono là sotto che ci aspettano. I ricordi storici e la storia tramandata costituirebbero una sicura traccia per le nostre ricerche. E se qualcuno affermasse che questi lavori sono costosi e non servono a nulla, sappiano che la conoscenza del nostro passato è preziosa per il nostro presente e anche per il nostro futuro. In quanto ai costi, sarebbero ampiamente compensati dai proventi del turismo. Vogliamo fare un solo esempio? Contrà del Brotton ha questo nome perché lì sorgeva il tempio al dio romano
Brotonto. Il tempio, a detta di molti, è ancora lì sotto, intero o a pezzi, e aspetta il piccone e il badile degli uomini di buona volontà. Potrebbe rivelarsi una balla? Potrebbe, ma anche no. Sarebbe inutile la ricerca? La ricerca non è mai inutile, neanche dal punto di vista economico, perché crea posti di lavoro.

Lapide fotografata in loco, con le gambe in acqua (scatto di Paolo Olinto Panozzo)
Lapide fotografata in loco, con le gambe in acqua (scatto di Paolo Olinto Panozzo)

Ma veniamo al nostro programma: zona S. Biagio, Pusterla e limitrofi. E’ importante l’osservazione, può sempre capitare la scoperta. Un giorno di molti anni fa, guardando dal parapetto del ponte della Pusterla, mi accorsi che una lastra di pietra di quelle che formano lo scivolo a monte per regimare un accentuato dislivello del fiume (ce n’è un altro a valle), forse a causa della giusta posizione della luce solare, presentava dei graffiti o addirittura lettere. Non ho mai goduto di una vista perfetta, quindi ricorsi agli ausili che facilmente oggi sono a nostra disposizione.
Ripassai con un binocolo, che confermò i miei sospetti; in seguito mi avvalsi dell’aiuto di un amico munito di macchina fotografica con teleobbiettivo. Il risultato fu l’idea che potesse trattarsi di un’antica lapide riutilizzata. Ai nostri tempi noi non riutilizziamo niente, buttiamo via quello che non serve, siamo diventati troppo ricchi e spreconi, ma ci furono tempi (migliori) in cui non si buttava via niente, e tutto veniva riutilizzato, mattoni o pietre che fossero.

Interpretazione della lapide (i puntini stanno a significare l’impossibilità di lettura; qualche lettera è interpretata): OTTONE GIOVANNI INGIENIERE PROGETTO’ E DIRESSE —— UTINTI PE, CRISTOFORI GAETANO CIBELE FRANCESCO RINALDI ANTONIO RUDENA GIOVANNI ZAMPIERI FRANCESCO OTTOBRE 18(5)4 (il cinque non è chiaro).
In questo caso la lapide può non essere di riutilizzo, ma posizionata apposta. Può essere testimonianza di lavori effettuati, i lavori di regimazione; i nomi dei partecipanti al progetto, forse finanziatori (sono quasi tutti cognomi appartenenti alla creme vicentina).
Ora passiamo ad altro: le due foto che presento qui ci narrano qualcosa di molto più importante. Si tratta di due colonne che si trovano all’interno del piccolo negozio di giornali di fronte al Patronato. Siccome mi meravigliavo che le colonne riportassero il capitello ma non il piede, mi è stato detto dai proprietari che il piede si trova a un metro sotto il livello del pavimento. Così vicino al fiume il fenomeno dell’interramento è molto più accentuato che altrove. Immaginiamoci l’attuale livello del terreno in zona abbassarsi di uno o due metri per raggiungere il livello di mille o duemila anni prima. Quanti tesori architettonici divenuti archeologia potremmo vedere?

Interno negozio di giornali (scatti dii Paolo Olinto Panozzo)
Interno negozio di giornali (scatti dii Paolo Olinto Panozzo)

Ma non finisce qui con le colonne. I proprietari dell’edicola assicurano che all’interno della ormai definitivamente chiusa osteria al di là della strada, che fa angolo con via Veneto, ci sono altre due colonne uguali a queste, distanti l’una dall’altra quanto queste due fotografate. Allora è facile pensare che qualche parola pronunciata in merito ad un porticato adiacente alla porta fortificata non siano solo chiacchiere: porticato colonnato, ovviamente. Non ho potuto fotografarle perché mi manca l’indirizzo del proprietario e così non ho potuto
contattarlo. Se in seguito riuscirò a entrare nella vecchia osteria, certamente ne darò testimonianza con una foto. Ora spostiamoci sul declivio verso il Bacchiglione, lasciandoci a sinistra il fabbricato corrispondente alla chiesa del convento di S. Biagio Nuovo (ora parcheggio coperto).
Questo declivio un tempo era molto più spazioso e veniva chiamato “il Pra’ dell’Asenello o dello Spurgo”. L’odonimo attuale di questo spazio è Piazza San Biagio, ed è laterale della Contrada Pedemuro San Biagio. Attualmente è parzialmente occupato dal (orrore!) bar con dehors e dalla cosiddetta spiaggetta con gli ombrelloni (orrore!).
Guardando verso il fianco della chiesa, dovrebbe essere possibile individuare (se non è nascosto dalle baracchette che fanno parte di questo bar sui generis) una bifora in pietra incorporata nel muro: pietra riutilizzata o ex finestra di un’ipotetica cripta della chiesa (nessuno sa se ci sia effettivamente la cripta)? Ma in quanto a pietre che parlano, gli interni del convento e della chiesa presentano, soprattutto sui manufatti in pietra, la curiosa particolarità di poter essere retrodatati di un paio di secoli dall’epoca della costruzione.
Infatti il tutto si chiama S. Biagio Nuovo perché prima di essere lì si trovava in un sito che potrebbe corrispondere allo spazio ora occupato dalle ex Missioni Estere, poi Istituto card. Baronio, fondato da don Paolo Zanutel, dell’ordine di S. Filippo Neri.
Si narra che il convento francescano venne demolito con cura, in modo da recuperare
tutto il possibile, e che il materiale venne trasportato con le barche fino al sito del nuovo insediamento. Così accade che all’occhio esperto si presentino colonnine e altri elementi dell’apparato lapideo che ci arrivano da un altro tempo (due secoli prima). Gli affreschi invece, sono cinquecenteschi, anche se dubito che siano recuperabili. Ma perché i frati avevano deciso di spostarsi in città? Questioni economiche, perché nel posto dov’era prima il convento, decisamente fuori città, rendeva poco dal punto di vista delle offerte e della “caccia alle tombe” da parte delle famiglie nobiliari. Di qui l’importante decisione di entrare in città (non proprio all’interno della città, perché il convento risulta adiacente alle mura, ma all’esterno, verso il fiume).
Un ultimo particolare su S. Biagio. Tutti possiamo facilmente constatare che la stradina tra la proprietà dell’ex convento e la sede delle ex AIM (ora per nostra disgrazia AGSM-AIM) , che è quella percorsa da chi vuole raggiungere il parcheggio Fogazzaro, costituisce il confine tra i due siti. Prima che cominciassero le visite pubbliche al convento2 fortemente volute da Italia Nostra congiuntamente col responsabile di allora dell’Archivio di Stato, dott. Marcadella3, correvano i primi anni 2000, io mi divertivo a visitare per conto mio il sito, entrando dalla parte vicina al fiume, dove c’era l’accesso sia dell’Associazione Scoutistica, sia del falegname che aveva trovato la sua sede lavorativa in alcune stanze cadenti prospicienti ad uno dei due chiostri, cadenti anch’essi. In una di queste mie visite, ebbi l’intuizione che uno dei percorsi claustrali potesse continuare al di là del muro di confine
verso AIM. Siccome non mi fermo di fronte a nulla, chiesi un colloquio al direttore di allora, e mi fu subito concesso di poter visitare un antico magazzino che, lo si vede chiaramente, fa parte del complesso del convento e nulla ha a che vedere con l’AIM. Appena entrato, capii subito che la mia intuizione era stata corretta.

pilastri aquedotto romano in corso fogazzaro
Pilastri acquedotto romano in Corso Fogazzaro

Tra il disordine e la sporcizia, mi apparvero soffitti a vela di antica fattura, colonne e lunette
affrescate appartenenti all’antico percorso claustrale. Lo stato di conservazione era a dir poco fatiscente, ma si riconoscevano ancora la sbiadite figure rappresentanti la vita di S. Francesco. Vidi addirittura una trave in ferro piantata al centro di una delle lunette affrescate: insomma, una rovina.
Scrivevo allora per Realtà Vicentina, mensile dell’ Editrice Veneta di Sandro Mazzarol. Subito preparai un articolo con foto e una minuziosa descrizione (settembre 1999). Poco tempo prima, un libro edito dall’Accademia Olimpica, scritto da Maria Teresa Dirani Mistrorigo, che descriveva l’antico convento (l’avevo letto qualche mese prima di questi fatti), non riportava notizia di quanto avevo scoperto (scoperta da poco, era ufficialmente conosciuto e non altro dal Comune e da AIM, nonché dall’altro proprietario, che è il Demanio Militare).
Auspicavo un “ricongiungimento” di proprietà, per poter riunire tutte le parti di quella memoria vicentina sotto un unico “padrone”, anche in vista dei restauri e soprattutto della valorizzazione che a tutt’oggi non è diventata realtà. Nel frattempo il tempo, autore massimo del degrado, ha continuato la sua opera a danno del monumento e della città tutta. Soprattutto sfarinando gli affreschi.
A quando una possibile soluzione? Un dubbio: quel piccolo sito misterioso, stante il cambiamento di proprietà di AIM, sarà rimasto al Comune o avrà seguito il nuovo proprietario a Rimini? Che guaio sarebbe! Sempre in quella zona, ma nel lato opposto di contrada Pedemuro S. Biagio, sorge la casa degli Ezzelini. Nel lato interno, in cortile, la proprietà confina con quella di Palazzo Festa, Iseppo Porto, opera del Palladio.
In occasione dei lavori di ampliamento nel lato casa Ezzelini, durante uno scavo emerse una villa romana con tanto di piscina. Casa di lusso, mosaici dappertutto. La sovrintendenza pretese di secretare i lavori, e nessuno poté vedere qualcosa. I mosaici furono smontati, trasformando un’opera d’arte antica in un cumulo di sassi e furono portati a Padova. Gli scavi portarono alla luce circa la metà della villa, per trovare l’altra metà si dovrebbero demolire costruzioni moderne circostanti: impossibile. Fortuna che una persona, tenace conoscitrice delle antichità di Vicenza e sostenitrice della loro sopravvivenza, gabbò il sovrintendente e fece un centinaio di foto dal quinto piano di una casa privata adiacente. Verrà il giorno che le foto salteranno fuori, e chi ha creato il danno sarà punito.
Tra le pietre che parlano vorrei citare anche, poco lontano da via Pedemuro S. Biagio, l’acquedotto romano proveniente da Lobia, del quale alcuni resti poderosi sono conservati al n. 220 di corso Fogazzaro (visibili all’interno, nel vano garage-cantine)e ai n. 214 – 212 – 196 – 194, visibili sotto al marciapiedi, coperto da pavimentazione in vetro. Vicetia diventa municipium romano tra il 49 e il 42 a.e.v., l’acquedotto viene costruito mezzo secolo più tardi. Duemila anni ci dividono dall’importante avvenimento.
Se uno poi vuole vedere le arcate rimaste, per quanto messe maluccio, ma almeno rendono l’idea, non fa altro che inforcare la bicicletta e recarsi a Lobia, dove potrà ammirare quanto rimasto.
Altro caso: si tratta di alcune pietre di recupero inserite nel muro di cinta che divide la proprietà (in quel punto il brolo) della parrocchia dei Carmini e la stradella del Gas (rectius Beccariette), adiacente dall’altra parte col muro che la separa dal parcheggio Fogazzaro, ma che fu in passato il muro divisorio dell’opificio Schröder (dai Vicentini chiamato Scroider). Tornando al muro del brolo, si può scorgere qualche pietra con sculture che di solito adornano le parti laterali di sostegno dei portoni d’ingresso ai palazzi o anche a quegli elementi in pietra che in qualche caso fanno da cornice all’entrata degli altari laterali delle chiese (rappresentano quasi sempre delle candelabre o delle grottesche o motivi a foglie, nel mio caso candelabre). Confrontati con gli stessi elementi che adornano ora la chiesa, appaiono scolpiti in modo diverso, cioè quelli presenti in chiesa sono incisi molto più in profondità.

Vespasiani Art Deco all’esterno del cimitero monumentale; piccolo gioiello da mantenere per il futuro.Sulla sinistra si intravede la piastra tombale della famiglia Benezzato (foto di Paolo Olinto Panozzo).
Vespasiani Art Deco all’esterno del cimitero monumentale; piccolo gioiello da mantenere per il futuro. Sulla sinistra si intravede la piastra tombale della famiglia Benezzato (foto di Paolo Olinto Panozzo).

Tutto l’apparato scultoreo presente in chiesa altro non è che un massiccio recupero da parte dell’architetto Friedrich Schmidt architetto imperiale inviato in città per alcuni lavori tanto per far guadagnare consensi all’imperatore qualche decennio prima della fine del suo impero4) delle pietre appartenute alla trecentesca chiesa di S. Bortolo (Ospedale), tenute provvidenzialmente da parte durante la parziale demolizione e conservate per usi futuri.
Non credo che quelle semplici pietre di cui parlo, che probabilmente facevano parte della chiesa medievale prima del restauro, sfigurerebbero al civico museo. Il mio archivio ha in serbo ancora un ritrovamento, però lontano dalla zona citata nel titolo circa cinquecento metri, quindi lo inserisco anche se non dovrei. Guardando la chiesa del cimitero monumentale e girando a sinistra, si raggiunge dopo cinquanta metri un datato gabinetto pubblico Art Deco (accostato al piccolo obelisco con le lapidi e i nomi dei caduti che fa pendant con l’altro, all’estremità opposta). La particolarità di questo servizio pubblico è quella di essere sempre “chiuso per manutenzione”, con grave incomodo per i prostatici
come me, che hanno in ogni angolo della città un posto in cui tranquillamente liberarsi del disagio che ogni tanto li assale.
Devo confessare che, trattandosi di un sito al di fuori dei normali percorsi e defilato alla vista, non ho disdegnato a volte di fare le mie cose en plain air, come i pittori, alla faccia del gabinetto chiuso per manutenzione. Proprio lì a sinistra del pubblico pisciatoio, giace una lapide dal non indifferente peso, dove anche altri prima di me hanno sostato, ma per ben altre incombenze, molto più abbondanti e solide.
Osservando, notai che la pietra era stata spostata dimodoché ci si potesse accucciare in un angolo dove con lo spostamento si era formato un vuoto sottostante, atto a raccogliere le deiezioni. Lodevole provvedimento, potessimo farlo anche per i cani…
La pietra tombale, grossa e pesante come detto, porta inciso il nome della famiglia che alloggiò forse per secoli sotto di essa: la Famiglia Benezzato. Con queste mie righe non ho voluto mancare al dovuto rispetto nei confronti della famiglia e del luogo del suo riposo.
In finale auspico (e chiamo in causa il Comune) un poco costoso recupero del vecchio vespasiano Art Deco. Va conservato gelosamente come si conviene ad una importante e rara testimonianza architettonica.
L’impianto poi va riparato e tenuto funzionante mediante manutenzione periodica, perché utile alla cittadinanza.

Di Lucio Panozzo Camparo da Storie Vicentine n.15-2023.

Note:
1) E qui devo lodare quelle iniziative di enti statali (in special modo sovrintendenze) che inviano squadre di archeologi in occasione di grandi lavori di scavo (autostrade, posa di tubazioni, scavo di canali, realizzazione di metropolitane, ecc. ). Rari esempi di pubblica utilità. Poco o tanto, salta fuori sempre qualche cosa.
2) Proposi io il programma, in sede di consiglio di presidenza, di cui ho fatto parte per un paio di mandati.
3) In quei momenti era quasi deciso da parte delle due proprietà, Demanio Militare e Comune di Vicenza, di affidare all’Archivio di Stato la conduzione
del restauro e la gestione di quello che a tutti gli effetti sarebbe diventato il polo archivistico della città. Mi sembra di ricordare che anche la Biblioteca Bertoliana avrebbe potuto trovare lì la sua nuova sede. Purtroppo, nonostante gli sforzi del responsabile dell’Archivio di Stato, dott. Marcadella, il progetto naufragò, rendendo vani tutti i progetti e le speranze. Vorrei citare qui anche la competente opera dell’architetto Emilio Alberti, che si prodigò con entusiasmo ai progetti di restauro.
4) Intendo parlare della fine dell’Impero Austroungarico, non certo del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica al quale era succeduto, avvenuto con la restituzione delle insegne al papato, da parte di Francesco II d’Asburgo- Lorena il 6 agosto 1806 (decisione del Trattato di Presburgo), 1006 anni dopo l’incoronazione di Carlo Magno a S. Pietro in Roma.

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