giovedì, Febbraio 22, 2024
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Quell’8 settembre di 80 anni fa, memorie storiche personali di Giovanni Bertacche

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Le memorie storiche personali di Giovanni Bertacche dell’8 settembre 1943 raccolte su Storie Vicentine.

Erano giorni di tormentosi interrogativi, non sapevamo di preciso di cosa si trattasse, ma un senso di malessere ci aveva pervasi tutti: dai più grandi ai più piccoli. Una cosa si dava per certa, da quando Mussolini era stato deposto dal re e più non si sapeva dove e come si trovasse, che qualcosa di oscuro stava per accadere. E proprio da un momento all’altro.

Era questo, l’inatteso, che ci disorientava. Anche perché non sapevamo quanti giorni erano trascorsi da quella data del 25 luglio; una data sempre lì, ingombrante e perfino sconcertante. La sentivamo ripetere ad ogni occasione, con le immancabili allusioni sul futuro che ci poteva attendere. I tedeschi si impadroniranno del nostro paese e perfino delle nostre case; o forse (perfino auspicabile?) ritornerà Mussolini a rimettere ordine alla confusione di questi giorni; o vedremo presto, come speravamo, tornare dal fronte gli zii Antonio e Luigi come sospirava la nonna Katina. Chissà! Ascoltavamo la radio di Badoglio, non senza una certa dose di curiosità perché andavamo dietro quel grande apparecchio per scorgervi chi stava dietro a parlare, così ogni mattina dalla maestra Oringa, dopo la Messa alla chiesetta. Ma quelle informazioni alla radio non erano per niente chiare e comprensibili, o probabilmente eravamo noi troppo piccoli, incapaci a elaborarle.
Facevano riferimento vagamente ad invasioni o forse intendevano liberazione da parte degli americani e loro alleati, o ancora riferivano non meglio precisati scontri con i tedeschi in alcune città lontane, laggiù.
Congetture sospiri aspettative. Una mattina, ma venivamo avvertiti solo alla sera che si trattava proprio di quel mercoledì, avevamo notato sulla strada che passava proprio nei pressi delle nostre case, strani movimenti. Soldati tedeschi, così si disse, perché mai visti prima dalle nostre parti, a bordo di automezzi pesanti. Provenivano dalla pianura per risalire la nostra collina da cui si poteva controllare l’uscita dalla città verso i monti.
Certo qualcosa di insolito stava per accadere o forse no era già successo senza che noi lassù ne fossimo avvertiti. I sospetti e più ancora le paure trasmesseci per giorni dai più grandi avevano fatto presa sui nostri pensieri; l’ansia aveva spento anche i nostri giochi.
E non potremo più dimenticare quel mercoledì 8 settembre. Solo alla sera ci veniva riferito che da radio Algeria, ben lontano dunque da noi, il comandante generale degli americani aveva annunciato, secco, il governo italiano si è arreso. Ma quando, ma come, con quali prospettive; nessun chiarimento! E ciò che più premeva, e con l’alleato tedesco, che già era qui e occupava le nostre contrade, come avremmo dovuto comportarci? A proposito, quello che più ci stupiva di riflesso delle osservazioni che seguivamo, era il perdurare del
silenzio da parte dei nostri governanti. Se ancora potevamo meritarcene qualcuno, il commento amaro! Ma quand’ecco circa un’ora dopo, al momento della cena, Badoglio, il nuovo capo di governo, comunicare alla radio, che allora aveva un altro nome, di aver concluso l’armistizio con i comandi americani e che dunque le forze italiane dovevano cessare ogni ostilità nei confronti degli alleati d’oltreoceano, mentre dovevano reagire
ad attacchi di qualsiasi altra provenienza. Proprio così! Reagire ad attacchi di altra provenienza. Insomma non si voleva nominare i tedeschi, quasicchè un tale esorcismo ci potesse evitare la furia degli alleati trasformati, proprio da noi in un battibaleno, senza nemmeno un preavviso, in acerrimi avversari.

messaggio badoglio
Poveri noi e quella indescrivibile agitazione della serata e della notte che ne seguì! Chi correva, complice l’oscurità, a nascondere nel bosco, ben avvolti, oggetti preziosi, perfino del denaro, pane fatto in casa e salumi del proprio allevamento. Temibili le razzie da parte dei nuovi occupanti. L’imprevisto era accaduto e dunque bisognava vivere alla giornata e
senza più futuro. Perché quanto sostenuto da chi doveva chiamarsi capo del governo
era di una assurdità inaudita. Ora con quale governo o su quale Stato potevamo fare affidamento; rimasti soli, noi piccoli con mamme e i nonni. Senza uomini, tutti lontani a fare i militari nei vari fronti, come avremmo potuto affrontare la furia dei tedeschi per di più traditi in quel modo? Ma l’impensabile non era ancora terminato. La mattina successiva la radio della Maestra ci avvertiva che il Re e con lui tutti i governanti si erano allontanati da
Roma ma senza indicare la destinazione; che la Capitale rimaneva sguarnita di sovrapposti. Una tragicomica! Durante la giornata cercavamo notizie inseguendo le cronache della radio anche se alquanto scarne e più spesso interrotte. Dei reali e del loro seguito governativo più nessuna nuova, una vile fuga insomma, mentre i tedeschi attaccavano contingenti italiani, avendone per lo più la meglio. Che ne sarà adesso dei nostri soldati nei vari fronti avendo a fianco da tre anni i tedeschi ora contrariati più che mai e dunque incontrollabili.
Si ribelleranno o fuggiranno? O si consegneranno? Domande angoscianti anche per gli zii in armi. Passavano così nella più totale incertezza alcuni giorni. Quando un pomeriggio verso sera vedevamo muoversi qualcosa di strano tra l’erba del prato a fianco del cortile di casa.
Vi spuntavano due soldati che facevano cenni di volersi riparare velocemente dentro casa. Ciò che noi eseguivamo prontamente accompagnandoli dentro e richiudendo immediatamente le porte. Avevano una cera da far pietà. Affamati stanchi impauriti vestivano una camicia e pantaloni militari, ma tutti sbrindellati.
Avevano un accento lombardo e pare provenissero dalle parti del lago d’Iseo. Per prima cosa ci chiedevano da mangiare, erano giorni che non facevano un pasto. E mentre divoravano un panino annaffiato da un buon bicchiere del vino di casa, in attesa del piatto di spaghetti e della carne, si aprivano alle confidenze. Di essere scappati dal fronte jugoslavo appena il loro comandante, sapute le vergognose cose italiane dell’abbandono del re e dei suoi accoliti, aveva lanciato il grido: si salvi chi può! E prima che i commilitoni
tedeschi se ne rendessero conto di quanto stava accadendo, loro, lasciate armi e bagagli, correvano a nascondersi nella più vicina boscaglia. Più tardi sentivano spari nella loro direzione e ordini perentori in tedesco; ma loro sempre nascosti sotto il fogliame attendevano la notte fonda per allontanarsi. Così si fuggivano dal fronte, muovendosi sempre di notte e avvicinandosi alle case alla sera per racimolare qualche pezzo di pane. Superato il confine italiano non è che le cose si mettessero meglio. Al di qua i tedeschi davano la caccia agli italiani e anzi con più spietatezza, che fossero o meno militari. Per questo la lunga traversata per giungere fin da noi era stata più travagliata e con tanti e
maggiori pericoli di imboscate. Di certo avendo la fortuna di scappare, mentre molti commilitoni erano stati trattenuti come era accaduto agli zii per essere deportati in Germania, dovevano perciò restare nascosti. La reazione dei tedeschi di fronte all’onta del tradimento non era augurabile proprio a nessuno. Quella sera dopo essersi lavati e con un buon cambio di biancheria i due andavano a riposare ma in un locale seminascosto là dietro le case. Nessuno nemmeno tra i parenti doveva sapere che c’erano quei due forestieri ad evitare rischi per loro e anche per noi ospiti. Al mattino presto, erano circa le 5, i due erano in piedi e già rivestiti ma in borghese. Dopo una veloce colazione passando ai ringraziamenti e ai saluti a me più piccolo donavano due matite provenienti dalla zona del fronte. Il loro legno aveva un profumo squisito lasciandomi così un più gradito ricordo.
I due venivano quindi accompagnati nei pressi del più vicino bosco e fornite loro indicazioni per dirigersi solleciti, sempre restando al coperto, verso Verona.
Di quei due soldati più nessuna notizia né allora né dopo. Di certo gli inopinabili avvenimenti di quei giorni e quelli che ne seguirono nei 20 mesi successivi, lasceranno profonde ferite e divisioni che segneranno il futuro fino ad oggi.

Di Giovanni Bertacche da Storie Vicentine n. 15-2023.
[email protected]
8 SETTEMBRE 1943

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