domenica, Giugno 16, 2024
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La “Primavera” vicentina: eventi, battaglie e protagonisti 

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Una “Primavera Vicentina“, attraverso vari autori per un approfondimento sulla nota primavera dei popoli, conosciuta anche come rivoluzione del 1848 o moti del 1848. Ovvero l’ondata di moti rivoluzionari avvenuti nella metà del XIX secolo contro i regimi assolutisti di tutta Europa.

La resistenza patriottica

L’anno ufficiale, che fece entrare in maniera prorompente Vicenza nel clima risorgimentale, già da tempo creatosi, è da considerare il 1848. A livello europeo, la cosiddetta “Primavera dei popoli”, che infiammò gli animi e le coscienze, venne recepita anche dalla Città Berica. Infatti, dopo la sollevazione di Vienna e di Venezia, il 25 marzo 1848, a Vicenza, le guarnigioni austriache lasciarono spontaneamente il territorio, senza spargimento di sangue, ritirandosi nel Quadrilatero (Verona-Mantova-Peschiera-Legnago). Fu costituito tempestivamente un Comitato Provvisorio, formato da alcuni membri appartenenti a diversi ceti sociali, sia per quanto riguarda l’ambito amministrativo che per l’organizzazione della difesa militare nel caso in cui fossero ritornati gli austriaci. Era già stata istituita la Guardia Civica composta prevalentemente da volontari cittadini. I Crociati invece erano soprattutto giovani e studenti universitari che provenivano da diverse città e furono ospitati, come le truppe regolari pontificie del generale Durando, nelle case abitate all’interno delle mura. Gli attacchi austriaci iniziarono nel maggio del 1848 e finirono il 10

giugno a Monte Berico con la capitolazione “gloriosa” di Vicenza. Determinanti furono le barricate ideate dal Comitato appositamente formatosi nell’occasione sotto la supervisione dell’arch. Caregaro Negrin. La Città di Vicenza aveva quindi tessuto un importante piano strategico difensivo onorando una strenua resistenza. Con la sua resa, tutte le altre città della terraferma caddero con effetto domino. Solo Venezia resistette fino all’estate del 1849.

(Loris Liotto)

ll 17 e 18 marzo del 1848 a Vicenza ci furono le prime manifestazioni patriottiche e il 1° aprile si formò la Guardia Civica e il Comitato Provvisorio era presieduto dall’avv. Giampaolo Bonollo e da altri membri tra cui l’avv. Sebastiano Tecchio che diventò il leader, Don Giuseppe Fogazzaro, il notaio Bartolomeo Verona, il conte Luigi Loschi, Giovanni Toniato commerciante, il canonico don Giovanni Rossi. Si erano anche formate le prime formazioni dei Crociati Vicentini che combatterono a Montebello e Sorio.

Vicenza era difesa da 5000 uomini e fu investita il 20 maggio a Porta Santa Lucia e San Bortolo, ma gli austriaci non riuscirono a passare e si ritirarono. In questi scontri emerse la figura di Antonio Piccoli che, manovrando un cannone da Porta San Bortolo, fece strage di nemici. Il 21 il gen. Giacomo Antonini uscì dalla città, riuscendo a respingere provvisoriamente gli Austriaci a Ponte Alto.

“Gli austriaci portarono quindi l’artiglieria sul piazzale di del Cristo (l’attuale piazzale del santuario non esisteva ancora) e co- minciarono a bombardare la città. La resa avvenne poco dopo…” ( tratto dal libro di Bruno Cardini: “Matteo Rasia, uno dei Mille da Cornedo Vic.”)

L’eroica difesa

Il 23 maggio, a mezzanotte, gli austriaci attaccarono in tre direzioni Monte Berico, la Rocchetta, Borgo Santa Lucia. Dal Monte Berico caddero sulla città oltre 6.000 proiettili, ma senza risultato; le armate imperiali si ritirano per sferrare l’attacco definitivo il 10 giugno quando 30 mila imperiali con 50 cannoni investirono la città dai colli Berici. La difesa vicentina si era ingrossata con soldati pontifici e volontari, circa 11 mila uomini e 38 cannoni al comando del Generale Giovanni Durando. L’azione principale austriaca si sviluppò contro le posizioni di Monte Berico, vera chiave di volta nella difesa vicentina; posizione presidiata da forze regolari pontificie e da volontari. Azioni secondarie in pianura avevano compiti di sostegno dell’azione principale. Il generale Giovanni Durando, comandante delle milizie “indigene ed estere”, posizionò sulla dorsale dei Berici due battaglioni di soldati svizzeri con otto pezzi di artiglieria, una legione romana comandata da Giuseppe Gallieno, il battaglione universitario del maggiore Luigi Ceccarini, il battaglione civico guidato dal maggiore Raffaele Pasi e alcuni volontari vicentini, tutti sotto il comando dei colonnelli Massimo D’Azeglio ed Enrico Cialdini. Qui combatterono anche i Bersaglieri Volontari del Po di Tancredi Trotti Mosti, quelli del Reno del Pietramellara e quelli vicentini e civici di Schio di Pier Eleonoro Negri e Arnaldo Fusinato. Dal Castel Rambaldo sino alle barricate che cingevano il Santuario della Madonna, attraverso le posizioni dei Colli Bella Guardia ed Ambellicopoli di Villa Guiccioli, si articolava così il sistema di presidi a protezione di Vicenza. Gli austriaci occuparono dapprima Castel Rambaldo poi presero, persero e ripresero la Bella Guardia. Mentre il Santuario veniva difeso da pochi valorosi risoluti al sacrificio, il grosso dei difensori si ritirava ordinatamente, tentando anche un ultimo contrattacco che però non poteva cambiare le sorti della giornata. Perduto il monte la città diventava indifendibile, anche per mancanza di riserve da gettare nella lotta, nonostante il fervore di Arnaldo Fusinato. Il 10 giugno 1848 fu la resa e all’alba dell’11 giugno, a Villa Balbi, fu firmata l’intesa. I difensori sarebbero usciti dalla città con l’onore delle armi. Le perdite furono per gli imperiali 304 morti, 541 feriti, 140 dispersi. Per gli Italiani 293 morti e 1665 feriti.

(Luciano Parolin)

Le conseguenze per la città

Il protagonista del dopo 10 giugno, fu il feldmaresciallo Costantino D’Aspre barone di Hoobreuck, nato a Bruxelles 18 dicembre 1789, morto a Padova, 24 maggio 1850. Gli ordini del generale d’Aspre nei confronti della popolazione vicentina erano molto duri. La prima diffida contro gli assenti era del 18 giugno 1848 e prevedeva la confisca dei beni.

Fu ordinato un prestito coatto per la sussistenza militare di lire 1,093,814,96 da pagarsi in tre rate il 10 luglio, il 31 e il 15 agosto. Contro i membri del Comitato Vicentino fu emanata una esecuzione fiscale di lire 168,000 per la demolizione delle barricate e di lire 159,000 per le spese di casermaggio dei militari. Furono inoltre emessi sequestri dei beni e taglie sui fuoriusciti, ad alcuni vicentini come: Giampaolo Bonollo, Sebastiano Tecchio, Valentino Pasini, Luigi Caffo, Carlo Pisani, fu inibito il rientro in città. I militari austriaci chiedevano continuamente lavori per le caserme, fortificazioni e altro, tutti i reggimenti civili erano stati sciolti, nel 1849 in città comparve il colera che fece numerose vittime. Vicenza si riebbe a fatica, ma per far dimenticare la durezza della repressione, si tentò di far divertire la cittadinanza a qualunque costo. Nel 1851, contro l’opinione pubblica si riaprì la fiera in Campo Marzo, nella serata del 14 agosto una bellissima luminaria, scarsa la partecipazione dei vicentini. Il 13 settembre dello stesso anno, si fece l’inaugurazione dell’Eretenio restaurato, con l’opera i Masnadieri di Giuseppe Verdi. Il giorno dopo nella mattinata del 14 settembre alla stazione ferroviaria si fermò l’imperatore Francesco Giuseppe. Nel 1852 il Podestà Francesco Bressan ricevette ordine di fare la Ruota, ma dopo un gran lavorio il maresciallo Radetzky, ordinò che tutto fosse disfatto, non si fece nemmeno la processione del Corpus Domini. Il 24 marzo 1854, muore il Conte Ottaviano Porto Angaran che lascia la sua casa al Ponte degli Angeli e la sua biblioteca al Comune di Vicenza. Nello stesso anno si apre il nuovo seminario vicentino nel Borgo di Santa Lucia. 

(Luciano Parolin)

da: “Memorie storiche della città di Vicenza” di Francesco Formenton

La posizione strategica di Vicenza

Radetsky aveva concentrato quasi tutte le sue forze (circa 40.000 uomini) a Verona. Confidava che a Vienna la situazione politica si chiarisse in breve e, ne era certo, chiunque salisse al governo non avrebbe abbandonato una armata in Italia. Le vie attraverso cui potevano giungere i rinforzi erano, come ai tempi della campagna d’Italia di Napoleone, tre: il Brennero, Il Tarvisio e la soglia di Gorizia. Da Vienna fino a Trento le linee di comunicazione erano sicure, ma erano bloccabili da forze esigue a Rivoli (come Napoleone aveva dimostrato), era necessario fossero mantenute libere la Valsugana e i passi degli altopiani Trento/vicentini. Le linee di comunicazione attraverso il bellunese erano minacciate dalle milizie di Pier Fortunato Calvi, il Tarvisio era libero da Vienna fino alla pedemontana. Su tutte le linee di comunicazione che dalle Alpi arrivavano a Verona, con la sola eccezione della Valle dell’Adige, la città di Vicenza stava come un minaccioso ostacolo. Per tenersi aperte tutte le opzioni, compresa quella di una ritirata, il Radetsky doveva liberarsi dell’ostacolo di Vicenza. La città era dotata di mura medioevali che non avrebbero resistito ad un assedio con moderne artiglierie, ma che costituivano un ostacolo formidabile per un colpo di mano. A Nord e a Sud Est il terreno era paludoso attraversato da poche strade facilmente difendibili; ma uno degli elementi di forza di Vicenza era anche la sua debolezza. Quel colle con il santuario che si prestava bene alla difesa una volta conquistato avrebbe posto la città sotto il tiro delle artiglierie costringendola alla resa.

A maggio la prima spedizione di rinforzo/soccorso a Radetsky scese in Italia dal Tarvisio, con 26 cannoni, sotto il comando del generale Nugent che occupava Udine vanamente contrastato. Il 20 maggio si portava sotto le mura di Vicenza tra porta S.Lucia e B.go Casale; nel frattempo il Durando, generale pontificio che aveva il comando dei crociati, aveva ordinato alle proprie truppe, che erano sparse per il veneto, di accorrere nella città. A Vicenza, messi sull’avviso dalla sconfitta di Udine, erano giunti rinforzi da Padova e Venezia. Il Nugent aveva 16.000 uomini che lanciò all’assalto, con l’appoggio di sei cannoni, ma venne sanguinosamente respinto, pur disponendo la città di Vicenza di un solo cannone e di soli 5.000 uomini armati; in questa battaglia si distinsero i volontari romani. Valutando che la sua missione fosse quella di portare munizioni e rinforzi a Verona il generale Thurn-Taxis che, grazie alla strage di Castelnuovo, era diventato l’uomo di fiducia del Radetsky  ed era subentrato al Nugent, abbandonava l’assalto e si dirigeva su Verona. Veniva inseguito il giorno 21 dai volontari del generale Antonini, ap- pena giunto da Parigi con un migliaio di uomini di tutte le regioni d’Italia (La cosiddetta Legione Straniera o Legione Antonini) a cui il Taxis rispondeva con un combattimento di retroguardia a Olmo. Il sopraggiungere di 5.000 soldati svizzeri e pontifici limitava la sconfitta degli italiani. In tale combattimento il valoroso Antonini perdeva il braccio destro. Il Radetsky, per quanto contento dei rinforzi e delle munizioni che gli giungevano era tuttavia un cervello militare di prim’ordine e non dimenticava che la priorità era quella di mantenere libere le linee di comunicazione: Vicenza quindi doveva cadere. E se questo comportava altissimi rischi avendo i piemontesi sull’uscio di casa era disposto a correrli.

Faceva  perciò  fermare  la  colonna Thurn-Taxis a S.Bonifacio e impartiva disposizioni di rinnovare l’attacco alla città berica. I vicentini che seguivano la colonna del Thurn videro che stava ritornando verso Vicenza e consapevoli della debolezza della città allagarono, con il Retrone, la zona di S.Agostino in modo da ostacolare un eventuale attacco verso il monte e cominciarono a costruire barricate e trincee sulle vie di accesso; per la costruzione di tali opere di difesa partecipò gran parte della città e non solo i combattenti.

Per impreparazione o sottovalutazione gli austriaci attaccarono frontalmente la notte del 23 maggio sotto un violento temporale. I difensori della Loggetta vennero sopraffatti, ma si resistette alla Polveriera sistemata alla “Rocchetta” (sull’attuale via Mazzini) e a Porta S.Croce con il bastione d’angolo verso l’attuale viale Trento. Da queste posizioni la modesta artiglieria vicentina riuscì, sparando a mitraglia, a mettere in fuga gli assalitori e con il fuoco di controbatteria a mettere fuori uso un paio di cannoni austriaci. Gli austriaci tentarono più volte, durante la notte e sotto un violento temporale, l’assalto frontale, ma furono respinti. Il poderoso corpo d’armata di 16.000 uomini se ne tornò a S.Bonifacio Vicenza era salva. La sollevazione iniziale di pochi giovani e dei volontari accorsi era diventata sollevazione popolare. Indipendentemente da quello che successe poi va considerato che un corpo di milizie cittadine e volontari eterogenei aveva sconfitto per due volte un corpo d’armata di uno degli eserciti meglio armati, addestrati e organizzati d’Europa.

 (Bruno Cardini)

La controffensiva di Radetsky

Il Radetsky che non era solo un militare, ma aveva anche un occhio politico comprese che la sconfitta dell’esercito a Vicenza poteva avere conseguenze gravissime sia sulle proprie truppe che sulle altre città del Veneto: se Padova e Treviso si fossero unite a Vicenza in un’unica forza militare si sarebbe trovato stretto tra i Piemontesi a S.Lucia e un esercito di 40-50.000 uomini che, anche se male armati, gli avrebbe tagliato i rifornimenti e ogni via di fuga; oltre ciò la sconfitta di Vicenza aveva demoralizzato le truppe imperiali e minacciava di entusiasmare le altre città del Veneto. L’infezione Vicenza doveva essere incisa e ripulita. Radetsky operò con audacia estrema: lasciò poche truppe a difesa del campo fortificato di S. Lucia di Veron, unì il grosso della sua armata alle sconfitte truppe del Thurn raggiungendo un organico di 30.000 uomini e 50 cannoni; Vicenza poteva contare su 11.000 armati e 38 cannoni. Con una marcia forzata notturna piombò su Vicenza. Evitò le strettoie allagate di Olmo e S.Agostino e le mura medioevali a Nord e si diresse da Lonigo attraverso i Berici lungo la strada che da Brendola arriva al colle Bella Guardia e da Montagnana lungo la Riviera Berica e attaccò la città da sud ovest. Militarmente parlando fu un capolavoro. Le pur stanche truppe croate presero all’assalto il colle di Ambellicopoli e la famosa villa La Rotonda del Palladio all’interno della quale avvennero feroci combattimenti alla baionetta, caduta La Rotonda le pur forti posizioni di Ambellicopoli dovettero essere abbandonate per rischio aggiramento da Est. L’immagine successiva è di una stampa dell’epoca che rappresenta l’assalto dei croati alla villa palladiana.

Segnaliamo la nazionalità degli attaccanti: croati. Come croati erano i soldati che avevano affrontato la rivolta delle cinque giornate di Milano. L’Austria aveva una politica militare che prevedeva l’oppressione reciproca delle singole nazionalità e la coltivazione dell’odio tra queste. I risultati si sono visti più di un secolo dopo nella guerra dei Balcani. Anima della difesa fu l’onnipresente Fusinato che tentò anche un contrattacco verso il Monte Bella Guardia da cui proveniva l’assalto austriaco ad Ambellicopoli. Il comando militare cittadino non seppe valutare in tempo se l’assalto fosse un diversivo o l’attacco principale e non riuscì a muovere per linee interne rafforzando i pur notevoli punti di resistenza che vi erano. Cadde, sotto la soverchiante pressione austriaca e la minaccia di aggiramento da valle la linea di Ambellicopoli, e i vicentini e i volontari svizzeri si ritirarono per un’ultima difesa attorno al santurario. Proseguirono ferocissimi combattimenti anche all’interno dello stesso dove venne ucciso, da uno svizzero, il principe Liechtenstein che era entrato in chiesa a cavallo. Cento anni dopo l’illustratore della Domenica del Corriere Walter Molino lo rappresenta in una immagine del settimanale per il fascicolo sul centenario dell’unità d’Italia. E’ nel corso di questo assalto che soldati croati, penetrano nella sala del refettorio e sfregiano e lacerano rabbiosamente con le baionette il famoso quadro di Paolo Veronese. Una offesa senza senso sia all’arte che alla religione. Gli austriaci portarono quindi l’artiglieria sul piazzale di del Cristo (l’attuale piazzale del santuario non esisteva ancora) e cominciarono a bombardare la città. La resa avvenne poco dopo; per accordo con gli austriaci, che volevano liberarsi rapidamente del problema Vicenza, le truppe dei volontari, in prevalenza romani, poterono lasciare la città assediata dirigendosi verso Este. Radetsky, intanto, aveva fatto fare dietro front alla maggior parte delle sue truppe che con una ulteriore marcia forzata tornarono a Verona prima che gli istupiditi piemontesi si accorgessero di avere di fronte una città indifesa e un esercito stanco fuori dalla sua linea dei forti.

Il 10 giugno 1848 a Monte Berico

«Nella chiesa della Madonna gli austriaci commisero tali profanazioni da far inorridire. Le candele tolte agli altari illuminavano i boschetti di rose e di gelsomini della terrazza; i soldati inebriati dall’ardore del combattimento e dal fumo della polvere ballavano fra i cadaveri dei loro compagni. Le magnifiche volte, che risuonarono di cantici e preghiere, ora echeggiano di osceni ululati, i paramenti sacerdotali mascherano a ludibrio i sozzi soldati dell’impero; non furono rispettati i monumenti d’arte, così le baionette croate lacerarono quel classico dipinto, capolavoro di Paolo Veronese, che raffigura la cena di San Gregorio Magno, più tardi ricomposto a brano a brano dall’arte magistrale del veneziano Andrea Tagliapietra.»

Vincenzo Bertolotti, “Storia dell’esercito sardo e dei suoi alleati nelle campagne di guerra 1848-1849”

Alla sera del 10 giugno 1848, la battaglia è finita; il marchese Georges de Pimodan, ufficiale dell’Esercito austriaco ed aiutante del maresciallo Radetzky, così descrive l’interno della Villa-castello dei conti Rambaldo: “Accesi la mia candela ed entrai nella cantina. Il terreno, temperato dal vino, formava una melma liquida; una cassa di legno duro era stata tolta con leve da una fossa. Salii al primo piano: le mobilie di legno di rosa coperte da marmi preziosi erano rovesciate sui tappeti, fra resti di specchi e di candelabri spezzati. Passai da un’altra parte camminando su un ammasso di biancheria, di robe di seta e di merletti fino al ginocchio; le casse di argenteria ingombravano i corridoi; i ritratti di famiglia erano stati stracciati a colpi di baionetta. Nella gran sala al piano terreno un cadavere era appoggiato al muro…”

Storia e immagini di villa di Santa Margherita dei Berici – Renzo Carlo Avanzo – Vicenza 2015

(Luciano Cestonaro)

 

Di Loris Liotto, Luciano Parolin, Luciano Cestonaro, Bruno Cardini da Storie Vicentine n. 4 Settembre-Ottobre 2021


In uscita il prossimo numero di Marzo 2023
distribuito nelle edicole del centro e prima periferia e agli Abbonati
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