sabato, Maggio 18, 2024
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Il Covolo di Costozza: viaggio in un sistema di grotte dalla storia millenaria

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Uno storico vicentino di fine Settecento, l’abate Gaetano Macca’ (Sarcedo 1740 – Vicenza 1824), ha lasciato parecchie opere frutto di studi e ricerche sul territorio, tra cui una voluminosa “Storia del territorio vicentino”. Un’altra sua opera interessante riguarda le grotte di Costozza” (“Storia della famosa grotta di Costozza detta volgarmente il Covolo o Covalo di Costoza” – Vicenza MDCCXCIX – 1799).

Il Covolo di Costozza frontespizio del libro di Gaetano Macca'
Il Covolo di Costozza frontespizio del libro di Gaetano Macca’

Questo pittoresco paese dei Berici ha la peculiarità che le sue grotte vantano una storia millenaria che si perde nella notte dei tempi, legata all’estrazione della pietra calcarea da taglio la cosiddetta pietra di Costozza o pietra di Vicenza.

Insigni studiosi, storici, letterati e architetti nei secoli passati (Giovanni Arduino, Filippo Pigafetta, Pietro Bembo, Andrea Palladio, Domenico dell’Acqua, Giangiorgio Trissino, Francesco Scoto, e altri) descrissero queste grotte o covoli definendoli “l’ottava meraviglia del mondo antico” poiché, col progredire dell’estrazione, erano diventate vastissime: insieme formavano un intricato labirinto, anche su più livelli, la cui estensione era pressoché sconosciuta, secondo alcuni storici la più vasta, per quanto noto, in Italia.

Riporta lo Scamozzi che “alcuni covoli trapassano sino a Brendola per lo spazio di cinque miglia”. Ed ancora “Il conte Alfonso Loschi nei suoi compendi storici dice che questa caverna è lunga miglia dieci”. Maccà riporta la citazione da una “storia manoscritta di autore anonimo esistente in Casa Testa, che asserisce essere questa caverna amplissima trapassando di monte in monte sino a Brendola”.

Il Maccà chiese ed ottenne dal conte Ottavio Trento, ultimo erede della famiglia che visse e dominò a Costozza per oltre 200 anni, il permesso di visitare le grotte di sua proprietà, le perlustrò e le descrisse in questo volume che dedicò al nobile Collegio dei Notai di Vicenza. La proprietà Trento alla fine del 1700 comprendeva le due più grandi grotte: quella attigua al palazzo Trento e quella più in alto denominata il covolo della Guerra, che il conte aveva comprato nel 1759 al prezzo di 16 ducati d’argento.

L’utilizzo di queste grotte ha origini antichissime: prima ancora che a quella romana risalgono all’era paleoveneta o etrusca. Lo dimostra un’iscrizione in caratteri paleoveneti (o etruschi secondo il Da Schio e altri) un tempo incisa sopra l’ingresso della grotta maggiore, fu asportata nel 1800 ed ora esposta nell’atrio di palazzo Da Schio in Vicenza.

Il Maccà descrive l’entrata del covolo della Guerra qual era al tempo: angusta e protetta ai lati da feritoie per archibugi e balestre per respingere dall’ingresso gli assalitori in tempo di guerra, divenendo così un rifugio inespugnabile come fortezza (all’interno furono trovati anche quattro piccoli cannoni in ferro).

Lo storico Giulio Barbarano scrive: “in questo Covolo potrebbero alloggiare dieci mila uomini”. Negli spazi più ampi, intervallati da enormi pilastroni di sostegno, erano stati ricavati recinti e “cameroni” in muratura, con porte e finestre a inferriate, luoghi che la tradizione individuava come le antiche prigioni.

In effetti qualche storico ipotizza che il nome Costozza possa derivare dal latino “custodiae”, o prigioni, dove i condannati erano adibiti al lavoro di estrazione della pietra. Ma, nei secoli successivi, erano state anche cantine per la conservazione ottimale di vino e derrate.

Il Macca’ ritrova un forno in mattoni per cuocere il pane e riporta altre fonti che affermano esisterne più di uno. Impossibile gli fu perlustrare interamente tale labirinto per la sua vastità e complessità e per i crolli in alcuni tratti che ne ostacolavano il percorso, dovuti anche a terremoti, l’ultimo dei quali in data 22 ottobre 1796.

Il Maccà conferma la presenza di sorgenti e di un lago (descritto anche da altri autori e in una lettera del Trissino) con acqua limpidissima e “in alcuni luoghi profondissima” in cui stanziava una specie di gamberetto cieco. La cronaca cita tentativi di prosecuzione del percorso con barchette, tuttavia impediti a un certo punto dal completo allagamento delle gallerie. (Nella mappa del 1759 redatta da un pubblico perito sono visibili gli “stagni d’acqua” o laghetti, oltre i quali la grotta prosegue, come pure nella mappa di metà 800 pubblicata dal Da Schio).

Il Maccà vede e descrive l’inizio dei ventidotti ossia i cunicoli – noti anche al Palladio – che dalle grotte scendono il monte e si dipanano, ancor oggi, con successivo percorso sotterraneo, fino alle ville storiche del paese portando in esse un circolo d’aria a temperatura pressoché costante in ogni stagione. (nella foto in basso il locale di Villa Eolia raffrescato naturalmente).

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Il locale di Villa Eolia raffrescato naturalmente dai condotti ventilati

In appendice al suo volume il Maccà riporta i vari fatti storici che hanno interessato le grotte, tratti da cronache di guerra fino agli anni 1510-1514 quando gli eserciti tedeschi e spagnoli, impegnati nella guerra di Cambrai contro Venezia, tentarono più volte di espugnare le grotte dentro le quali, dai paesi vicini e dalla città, si era rifugiata una moltitudine di gente con i loro beni più preziosi, ma il tentativo fallì.

Di Luciano Cestonaro da Storie Vicentine n. 2 Aprile maggio 2021


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