(Articolo di Federica Zanini su Massimiliano Rossato da VicenzaPiù Viva n. 304, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr).
Bastano desiderio di conoscere, capacità di indagare, serietà e amore puro per le proprie radici per fare un grande divulgatore. Fondatore e presidente del Centro Culturale Andrea Palladio, il nostro personaggio del mese parla alla gente il linguaggio della gente e fa conoscere Vicenza ai vicentini.
Curiosity killed the cat (curiosità uccise il gatto), recita il proverbio. Non è il caso di Massimiliano Rossato, per il quale curiosità è vita. Tutto nella sua esistenza è sempre partito dalla curiosità che lo “possiede”. Un po’ curiosa ero anch’io quando ho cominciato a notare le sue iniziative culturali sui social. Poi il destino ha voluto che, durante una visita improvvisata nella Giornata delle Ville Venete, lo conoscessi di persona, nelle vesti di guida sui generis. Formalità al bando, sciorinamenti di noiose date aboliti, tante chicche e aneddoti.
Non lezione, ma amabile divulgazione, alla portata di tutti e in fiera lingua… veneta.
Sarebbe bastato questo (chiamaci poco) a conquistarmi, ma da vicentina di ritorno e sostenitrice del Bello sotto casa quale sono, la mia ammirazione è salita a mille quando ho scoperto come e perché è nato il Centro Culturale Andrea Palladio, di cui Rossato è fondatore e presidente.

Massimiliano, è impossibile darti del Lei. Tu sei per la cultura per tutti, indipendentemente dallo status e aborri le formalità. C’è anche questo dietro il CCAP?
Mi sono scontrato in passato con ambienti snob e prevenuti, ma la cultura è un bene di tutti e deve essere accessibile a chiunque. Ho analizzato qualche numero e verificato che i vicentini -ma è una pecca comune- poco conoscono lo straordinario territorio e patrimonio artistico che gli appartiene. Quando ero direttore culturale a Villa Valmarana Bressan, dove portai i visitatori da un’ottantina a circa 1600 in 8 mesi, rilevai che di questi solo lo 0,8% era vicentino. Così mi dedicai a un sondaggio personale e scoprii che in pochissimi avevano visitato la Basilica, il Teatro Olimpico o la Rotonda, pur avendoli a portata di mano. La delusione si è subito trasformata in missione: coinvolgere la gente (comune). Incuriosendola, parlando la sua lingua (e non è solo questione di idioma), evitando atteggiamenti saccenti. Restando me stesso, insomma. Nasce così, tre anni fa, il Centro Culturale Andrea Palladio. Eravamo una ventina e agli inizi è stato difficile. Oggi abbiamo superato i 1500 iscritti. Siamo popolari, in tutti i sensi. Nelle tariffe calmierate delle visite, nei temi particolari che le ispirano, nei toni semplici della narrazione.

Come sei diventato palladianista?
Sempre con la curiosità. Alle superiori ci tennero una lezione di due ore sul Palladio, in particolare sulle sue colonne. All’epoca non me ne poteva importare di meno, ma… Quindicenne me ne andavo spensierato in bicicletta e passando davanti alla settecentesca Villa Da Porto Casarotto, ai Pilastroni, fui colpito dal colonnato, che non rispettava le regole
del Palladio e capii allora quanto geniale fosse stato quest’ultimo, che non lasciava nulla al caso.
Nelle sue architetture, la bellezza e l’armonia complessiva sono il frutto di misurazioni e proporzioni rigidissime e ingegnose. Cominciai ad appassionarmi e a documentarmi, più sulla figura del Palladio che sulla sua architettura. Scarseggiano infatti i ritratti del genio, per suo stesso volere: voleva che fosse la sua arte a parlare. Da allora non ho mai smesso
di studiare, ricercare, approfondire e ho fatto anche qualche interessante scoperta. Nel mio percorso ho avuto la fortuna di conoscere figure di rilievo nello studio del Palladio e nella valorizzazione delle sue opere, da Guido Beltramini a Renato Cevese e altri.
Per uno come me, che umilmente ama e studia Palladio ma non è né uno storico accreditato né un architetto, è stato arricchente.

Lo so io e lo sai tu: i titoli e le cariche nella vita vera non contano e tu lo dimostri. Per spiegare però ai nostri lettori, come ti definisci?
Molto semplicemente non sono un accademico, ma un divulgatore culturale. Curioso e appassionato. Non mi interessano i riconoscimenti, non mi interessa apparire, ma mi interessa condividere le mie scoperte, portare la conoscenza a tutti. Anche questa
intervista l’ho accettata non per me, ma perché le persone sappiano quello che facciamo, come lo facciamo e che c’è un’opportunità che aspetta solo loro.
La curiosità di solito è bambina. A te è venuta solo avanti con gli anni?
Assolutamente no. Fin da piccolo mi sono appassionato alla cultura veneta e vicentina in particolare.
Mi interessa tutto quello che riguarda il nostro territorio, la nostra identità culturale, le nostre tradizioni e la nostra civiltà contadina. Oggi posseggo una collezione di oggetti raccolti in ben 50 anni: ho cominciato a 8 anni!
Prima mi facevo raccontare e regalare attrezzi destinati a scomparire, poi sono passato ai mercatini, dove amo scovare utensili che nemmeno il venditore sa a che cosa servissero. E anche lì mi metto a studiare. A metà dicembre partirò con le visite al Museo della Civiltà Contadina che ho allestito a Villa Gazzotti, il primo in città. Gazzotti non era nobile e la sua era una villa di relax, un’alternativa al palazzo di città, però la scelta della cornice per il museo non è in contrasto con la mia passione palladiana: non solo la residenza è una delle primissime firmate dall’archistar dei tempi, ma il concetto stesso di villa secondo il Palladio era basato sulla compenetrazione con la natura e l’agricoltura, in quanto concepita come centro direzionale autosufficiente dei fondi agricoli dei signori. Ozio e negozio.
Sei diventato famoso per la tua Vampira di Bertesina. Non ti interessa monetizzare, né apparire, com’è allora che hai ceduto al filone noir?
Da curioso, il mistero mi attira e occupandomi di ville antiche sono incappato spesso in leggende, ma anche in fatti di cronaca nera. Quello del noir è un trend molto forte, ma a me non interessano baggianate inventate, mode forzate… Io tratto solo storie documentate. In tanti anni ho raccolto chicche, curiosità, enigmi e leggende su personaggi mitologici, figure mistiche, briganti e vampiri in previsione di un libro sul tema. Nel frattempo, però, era un peccato non sfruttare quegli appunti e -dopo aver lanciato Storie e mistero a Villa Bressan (un format a cui sto lavorando di nuovo con Daniel Tinto, per un’altra villa)- sono incorso in Tophania grazie alla testimonianza scritta nel ‘600 da Padre Leopoldo, frate esorcista chiamato a Bertesina per via di un evento soprannaturale. Prima di decidermi a confezionare La Vampira di Bertesina, ho condotto uno studio di otto
mesi. Rigorosamente su libri e documenti originali (non mi affido mai a Internet).
Il noir è stato per me solo un pretesto per attirare a Villa Gazzotti chi altrimenti non si sarebbe sognato di visitarla. E più che su Tophania, ho posto l’accento sulla figura del vampiro nei secoli. Senza nulla togliere alla genialità di Bram Stoker e del suo Dracula, i vampiri compaiono nei trattati storici: erano chiamati masticatori di sudari. Comunque, dalle tre edizioni che avevo previsto La Vampira è giunta alla tredicesima e ne mancano
ancora 3. Poi basta, credo, perché non voglio diventare solo “quello della Vampira”.
Oltre a essere stata oggetto di una tavola speciale di Galliano Rosset, comunque, si sta “reincarnando” in uno spettacolo teatrale della compagnia La Giostra ed è stata inserita nel prossimo libro di Roberto Dal Bosco sul vampirismo.

Hai detto che una villa vera, per essere considerata tale, deve avere tre requisiti: un pozzo della morte, un tunnel segreto e un fantasma. Credi negli spettri?
No, ma sono curioso ad ampio spettro, quindi ho sondato anche il sovrannaturale.
Affidandomi a studiosi del paranormale e armandomi anche io delle bacchette da rabdomante che furono di mio padre, ho indagato su eventuali presenze energetiche sia a Villa Thiene di Quinto Vicentino che a Villa Gazzotti. E anche qui ne è uscito qualcosa di… stimolante.
Se non paranormale, almeno innaturale potrebbe risultare a molti la scelta di vita che hai fatto nel 2014…
Per me fu naturalissimo. Ero dirigente d’azienda nel metalmeccanico e la mia carriera era lanciata, ma il mio amore per il Bello mi portò a scegliere tra soldi e successo e le mie passioni. Scelsi queste.

Quali sono al momento le tue proposte?
Lavoro con La Rotonda, dove organizzo -scegliendomi personalmente la guidatour
classici, ma anche speciali, come la visita serale con il proprietario, e con Villa Suman a Zugliano, organizzo passeggiate culturali in centro a Vicenza e anche nei suoi sotterranei archeologici.
Sto preparando delle sorprese a Villa Thiene di Quinto e ho appena collaudato con grande partecipazione di pubblico una visita alle tombe monumentali del Cimitero di Vicenza, riuscendo a farmi aprire eccezionalmente anche la parte acattolica.
Riassumendo, sempre che ci si riesca, in cosa sei attualmente impegnato?
Sono presidente del Centro Culturale Andrea Palladio e del Gruppo Arte di Cavazzale, direttore culturale di Villa Gazzotti-Curti, sto scrivendo la biografia di Taddeo Gazzotti in quanto filantropo, continuo a studiare e fare ricerche, presento libri, sostengo scrittori alla prima pubblicazione, organizzo conferenze e mostre, costruisco nuove visite narrate, collaboro con realtà teatrali, con il cinema (docufilm), scuole di danza e associazioni culturali, con diverse ville (Capra, ai Nani e Suman), con il Museo Diocesano e con gli Assessorati alla Cultura di Vicenza e Quinto Vicentino. Non mi basta mai, benedetta curiosità.


