domenica, Gennaio 11, 2026

La questione Groenlandia e il disegno neo-imperiale di Trump

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di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – I diplomatici di tutto il mondo conoscono a memoria la frase di un loro collega, che rappresentava Sua Maestà britannica presso la Serenissima agli inizi del 1600, Lord Henry Wotton. Questi definì la figura dell’Ambasciatore come quella di “un gentiluomo inviato all’estero per mentire, a beneficio del suo Governo”. Il Segretario di Stato Marco Rubio, prestato alla diplomazia dalla politica interna americana, probabilmente proprio questo si accinge a fare, magari con meno eleganza, quando in Danimarca la prossima settimana, parlerà di Groenlandia con i diretti interessati, i fedeli alleati danesi e i pacifici groenlandesi. Rubio ha annunciato loro che Washington vorrebbe comprare la loro gigantesca isola ghiacciata e non escluderà, in caso di rifiuto, che l’America possa passare alle vie di fatto.

Lord Wotton sorriderà garbatamente nella sua tomba perché Rubio in Danimarca e in Groenlandia andrà a raccontare una mezza bugia che poi naturalmente illustrerà ai giornalisti come l’ennesimo successo della risolutezza del suo Presidente. E cioè ai microfoni racconterà al mondo che l’America ha ottenuto che la base americana di Pituffik, già esistente ed operativa da decenni in Groenlandia, venga ampliata e magari se ne costruiscano altre simili in diverse località’ della sconfinata costa della Groenlandia, meglio se sarà la NATO a pagare il costo del nuovo investimento e dei nuovi oneri. Presumibilmente il Segretario di Stato sorvolerà sul fatto che in realtà, Pituffik fu costruita segretamente nel 1951 in base ad un Trattato tuttora vivo e vegeto, stipulato tra Stati Uniti e Danimarca, dopo che la Danimarca aveva rifiutato la proposta americana di comprarsi l’isola.

E quel Trattato statuisce già da un pezzo che gli USA possono “costruire, installare e gestire basi militari in Groenlandia” e possono “controllare i movimenti in Groenlandia di navi, aerei e qualsivoglia altra imbarcazione”. Nella Base di Pituffik, l’Air Force fa già attività di sorveglianza spaziale e di allerta missilistica. E adesso farà molto di più. Ma allora, perché mai da Washington arriva tanto rumore sulla Groenlandia, se come accade di solito, basterebbe mettere riservatamente intorno al tavolo della NATO gli Ambasciatori dei Paesi che ne sono membri per far loro approvare in un baleno un piano di infrastruttura e di monitoraggio dell’Alleanza in Groenlandia per scongiurare il rischio di una invasione di navi spia battenti la bandiera della Cina o della Russia?

Tutti acconsentirebbero, noi italiani per primi, come ha di fatto annunciato con grande intelligenza la nostra Presidente del Consiglio quando ha affermato pochi giorni fa che il problema della Groenlandia va affrontato nel contesto dell’Alleanza. Ed è urgente farlo adesso perché le rotte dell’estremo nord dell’Atlantico sono divenute vitali per la sicurezza della NATO, come conseguenza della navigabilità crescente del Mar Artico. Europei e americani saremmo tutti contenti e i poveri danesi pagherebbero volentieri con noi e gli alleati tutti i costi delle nuove Basi. E allora perché tanto rumore? La risposta a questa domanda è abbastanza semplice e banale. D’altronde, nel fiume di esternazioni di Trump ai giornalisti e sui social, questa risposta si intravede. A condizione di guardar bene il contesto americano di oggi, pur nella nebbia delle comunicazioni martellanti circa il petrolio del Venezuela che spetta all’America, gli alleati Nato che sono degli ingrati, il Canada che si ostina a restare un grande Paese sovrano. E via dicendo.

Significativamente, tra una minaccia e una iperbole Trump ai microfoni ha anche detto testualmente “dobbiamo assolutamente vincere le elezioni di mid term a novembre, altrimenti i Democratici troveranno il modo di incriminarmi”. Poteva aggiungere anche che sono parecchi i giudici distrettuali che tornerebbero volentieri a riaprire in qualche modo i fascicoli dei 32 reati per i quali Trump poteva essere processato se non fosse stato eletto alla Presidenza. Quello che alla stampa Trump non poteva dire esplicitamente è che se nell’economia americana le cose restano come sono oggi e come sembrano proiettarsi nei prossimi mesi, il Partito Repubblicano le elezioni di Novembre può già darle pressoché per perse. E con esse la maggioranza di blocco nel Congresso a protezione del Presidente.

Eppure, il suo primo anno di Presidenza, il 2025, si era aperto con l’aspettativa che la Borsa americana avrebbe fatto segnare aumenti pari ad un multiplo di quelli che potevano realizzare le borse europee e quelle asiatiche. E invece al rendiconto di fine anno 2025, Wall Street aveva incrementato i suoi indici di poco più di un modesto 5% contro gli eccellenti risultati registrati in Asia, per esempio a Seoul con il 76%, e in Europa, per esempio a Madrid col 49%e a Milano col 31%. Nello stesso anno, il dollaro ha perso l’11% sull’Euro e ancora altro terreno sta perdendo costantemente quest’anno. E l’esperienza insegna che quando il dollaro si svaluta le Borse del resto del mondo corrono più veloci di Wall Street. Ma quello che ancor più preoccupa il Presidente americano ai fini delle elezioni di Novembre è la “affordability crisis”, ossia la costante e inarrestabile riduzione della capacità di consumo, che sta rendendo la vita veramente molto difficile per il ceto medio-basso americano, nel quale oltre un terzo delle famiglie spende ormai il 95% del proprio reddito solo per acquistare alimenti e combustibili e pagare le polizze assicurative.

E viene da chiedersi cosa potrebbe accadere sul piano finanziario, se in questi 9 mesi che ci separano dalle elezioni mid-term, si riducesse in maniera rilevante il fiume di 1,36 trilioni di dollari di risorse che europei ed asiatici hanno investito l’anno scorso, sui titoli azionari quotati a Wall Street e sui Bonds del Tesoro, salvando tra l’altro la bilancia dei pagamenti americana. Quel fiume di denaro si attendeva una remunerazione che l’anno scorso non ha ricevuto e potrebbe dirigersi altrove almeno in parte. In politica interna, il “catch 22”, il dilemma senza soluzione che incombe su Trump mentre promette di far finalmente tornare grande l’America nel mondo, si può provare a sintetizzarlo in pochi concetti consequenziali.
Ossia, se perde le elezioni di novembre, il giorno dopo Trump diventa un bersaglio per il Congresso e per i giudici. Ma per non perdere le elezioni, l’Amministrazione deve rinunciare a ripristinare rigore nei conti pubblici e soprattutto deve imporre al prossimo Presidente della Banca Centrale che lo stesso Trump nominerà in maggio, di continuare a ridurre i tassi di interesse sebbene già da 55 mesi in qua, il tasso inflazionistico negli USA resti sopra il livello del 2% che è l’obbiettivo storico ottimale della FED.

Ma poniamo il caso che la nuova Presidenza FED dia retta a Trump e dunque rinunci a riportare l’inflazione sotto il 2%. E mettiamo che come lo stesso Trump ha già annunciato di voler fare il Tesoro, decida di elargire sussidi nella misura di 2000 dollari a persona a tutti indistintamente gli americani. In tal caso, tutto fa temere che la fiducia degli investitori internazionali nella prospettiva di stabilità finanziaria degli Stati Uniti potrebbe incrinarsi seriamente per la prima volta. E quei 1,36 trilioni di investimenti dall’estero ricevuti nel 2025 si ridurrebbero fortemente, i tassi sui Bonds del tesoro di conseguenza salirebbero, e il deficit di bilancio sfonderebbe il già elevato 6% attuale rispetto al Pil. Il Congressional Budget Office già quest’anno ha definito “insostenibile” il livello del deficit. Da ultimo, i mercati potrebbero prendere sul serio l’annuncio del Presidente di voler portare nel 2027 a 1,5 trilioni di dollari il bilancio della Difesa, un livello astronomico di spesa anche difficile da realizzare viste per esempio le pessime condizioni della cantieristica militare americana e l’overbooking nell’industria missilistica che già oggi impedisce all’America di mandare all’Ucraina tutte le armi anti aeree che gli europei sono pronti ad acquistare per conto di Kiev.

Il combinato disposto di tutte queste considerazioni è che gli Stati Uniti potrebbero rapidamente incorrere in una ondata di vendite sui titoli azionari e obbligazionari. Questo costringerebbe Trump a fare esattamente l’opposto di quello che invece gli serve fare per salvarsi dalla sconfitta elettorale. Il Presidente dovrebbe tagliare la spesa ed accentare che la FED aumenti i tassi di interesse. Questo normalmente accade in tutto il resto del mondo in condizioni analoghe. Senza volerlo, Trump potrebbe decretare quest’anno la fine dell’”excepcionalism” storico di cui godono gli Stati Uniti. Solo che egli lo ha interpretato come una licenza assoluta di fare quel che vuole, come vuole e dove vuole, sia in America che fuori dai confini. Il problema è che una crisi economica americana la pagheremmo molto cara anche noi in Europa come è sempre accaduto, dal 1929 al disastro del 2007-2008 della Lehmann Brothers.

Ancor peggio, sul piano politico e di sicurezza internazionale, il rischio e’ che Cina e Russia possano interpretare queste divagazioni neo imperiali del Presidente degli Stati Uniti come un implicito consenso a comportamenti speculari russi e cinesi in Europa e in Asia. Dopo tutto anche loro sono grandi paesi ed hanno per questo diritto ai loro progetti neo imperiali.
E sarebbe un pasticcio dagli esiti non prevedibili. “Ci penseremo domani, domani…”, diciamo noi in Europa. Un po’ come faceva la splendida e malinconica Scarlett di “Via col Vento”. Intanto, nell’immediato la sfida di Macron di Merz e della Meloni e’ quella di contenere Trump e mantenerlo impegnato a sostegno degli europei in Ucraina e nella NATO. Almeno per altri 3-5 anni, il tempo necessario per portare a massa critica il riarmo europeo e la ripartenza dell’industria europea. Non c’è altra scelta.

(*) ambasciatore

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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