(Articolo sul leone e il tricolore di Jonathan Gabrieletto da Vicenza In Centro n. 1-2026).
Un’opera di finzione basata su fatti e personaggi storici, che immagina l’intreccio di due destini in un momento cruciale della storia d’Italia.
Vicenza, 1866. La nebbia di fine ottobre è una creatura lugubre che si muove nell’ombra. S’aggrappa alle colonne palladiane, umetta le statue della piazza di viscida incertezza, attutisce suoni e colori di una città costretta a trattenere il respiro in attesa di rivedere il cielo. L’aquila bicipite degli Asburgo è stata ammainata da poche settimane, ma l’aria è ancora densa di un passato che non vuol saperne di perire e di un futuro che stenta parecchio a sbocciare. È la notte del 20 ottobre, la vigilia del grande Plebiscito. Avvolto nella nebbia, sotto le logge maestose della Basilica, un vagito trafigge il silenzio. Proviene da un fagotto di panni ruvidi, abbandonato sul marmo gelato. All’interno, un cucciolo d’uomo dagli occhi chiari e un ciuffetto di capelli ramati.
Accanto a lui solo un piccolo leone di S.Marco in peltro, simbolo della caduta Serenissima, a cui qualcuno ha annodato un nastrino sfilacciato di color verde, bianco e rosso. Un ossimoro, un paradosso, il simbolo di un’identità confusa: il vecchio leone vestito del nuovo tricolore. A trovare quel figlio della disperazione, non è una guardia notturna o una popolana, ma un uomo distinto, avvolto in un pesante pastrano, mentre rincasa da una riunione infuocata al Caffè Garibaldi. Il suo nome è Fedele Lampertico, economista, senatore del Regno in pectore e una delle menti più brillanti della città. Un uomo abituato a decifrare gli sguardi degli uomini, ma non i pianti dei neonati. Eppure, in quel piccolo fagotto, vede il riflesso della sua terra: un’anima nuova, vulnerabile, abbandonata tra le rovine di un potere troppo vecchio e consunto per poter sopravvivere.
Lampertico solleva il bambino, ne sente il calore, ne percepisce la fragilità. Decide di portarlo con sé fino al pio luogo degli esposti, l’orfanotrofio di San Rocco. Alle suore, che l’accolgono con sorpresa e devozione, dice: «Sorelle, non conosco i suoi genitori, ma segnate la sua data di nascita. Si dirà ch’è nato nei giorni della grande scelta. Il suo nome sarà Pietro, perché sia una pietra sulla quale costruire. E il suo cognome…». Lampertico tergiversa finché non ha un’illuminazione. Per le strade, sui muri, ovunque, campeggiano le scritte che incitavano al voto, all’unione. Era l’unica parola che contava in quei giorni. «…il suo cognome sarà D’Italia». Pietro D’Italia.
(CONTINUA nel prossimo numero)


