domenica, Marzo 29, 2026

A briglia sciolta contro il pensiero unico dell’intelligenza artificiale

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(Articolo di Giorgio Langella, Componente del comitato centrale del PCI da VicenzaPiù Viva n. 305sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr) 

Antonio Lepschy, professore dell’Università di Padova, circa 50 anni fa mi disse che, in un futuro neppure tanto remoto, la ricchezza e il potere si sarebbero concentrati nelle mani di chi avrebbe posseduto le informazioni. Ipotizzava, già allora, che tali entità non sarebbero state necessariamente pubbliche ma una specie di corporazioni private e che, quindi, proprio nella questione della proprietà delle informazioni, sarebbe stato necessario agire per distribuire quella ricchezza ed evitare la concentrazione del potere in pochi oligarchi avulsi dalla democrazia. Oggi ci troviamo in quella situazione profetizzata quasi cinquant’anni fa.

A pensarci bene, quello che mi è rimasto di quella conversazione è un’idea che (inizialmente considerata fantascientifica) si è insinuata nella mia mente ed è cresciuta sviluppando un pensiero poco (o per nulla) ortodosso. Una forma laica di pensare che era un continuo porsi delle domande ricercando risposte che potessero anche essere estranee agli schemi imposti dal “sentire comune” e che mi permettessero di guardare le cose da un altro punto di vista rispetto a quello del sistema nel quale viviamo. È stato un incentivo a sviluppare la capacità del pensiero critico.

Oggi siamo circondati dal pensiero unico e non è un caso che il libro di Mark Fisher “Realismo Capitalista” inizi con il capitolo intitolato “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.

In effetti siamo sempre di più immersi in un sistema, il capitalismo, che ci avvolge e ci soffoca, più o meno subdolamente, imponendoci la convinzione che esso sia l’unico possibile, irriformabile ed eterno. Un sistema nel quale il profitto, la ricchezza e il potere individuale sono gli obiettivi principali e la guerra, la disuguaglianza e lo sfruttamento sono i mezzi per ottenerli.

Di conseguenza la precarietà diffusa e prevaricante; la mancanza delle normali garanzie di sicurezza nel lavoro (e non solo); le basse retribuzioni (salari e pensioni); l’aumento del tempo di lavoro che divora il tempo libero necessario per la piena realizzazione dell’essere umano e che allontana il raggiungimento della pensione; la progressiva cancellazione dei diritti essenziali alla salute, alla casa, all’istruzione; la solitudine e la rassegnazione; l’assenza di valori diversi dal “fare soldi” … sono diventate, ormai, caratteristiche della nostra esistenza. Hanno conquistato il nostro pensare.

Un pensare eterodiretto che ci impedisce di affrontare da protagonisti la grande questione dell’uso dell’Intelligenza Artificiale e della tecnologia dal momento che siamo indotti ad accettare la convinzione che non possono essere capite né tanto meno essere messe in discussione perché vanno oltre la nostra comprensione. Eppure, ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione industriale che, anche se fatichiamo a comprendere, condizionerà le nostre esistenze e che dovremmo almeno tentare di governare.

L’intelligenza artificiale per le persone (immagine generata con l’AI)

Il fatto è che le corporazioni private che, attualmente, hanno in mano la parte decisionale della questione (ovvero progettazione, produzione, gestione, controllo e benefici dell’innovazione tecnologica in senso lato), non hanno interesse di farci conoscere e comprendere cosa stia succedendo.

Questo avviene anche grazie a una narrazione che provoca più che altro sgomento e persino paura riguardo al “nuovo”. Una narrazione veicolata da mezzi di informazione globali controllati, di fatto, dalle stesse corporazioni che possono decidere cosa farci sapere. Così le innovazioni restano avvolte in una confusa ignoranza che le fa apparire ostili e pericolose seppur stupefacenti e spesso affascinanti.

Abbiamo acquisito la certezza che sia ovvio che quelle che ritengo sia corretto definire “macchine pensanti” (un insieme di hardware/meccanica/elettronica e software/IA) vengano considerate (percepite) “esseri” più efficienti e migliori degli umani che vengono relegati a un ruolo marginale e subalterno. Si assume l’assioma che esse sostituiranno chi oggi lavora aumentando disoccupazione e povertà e che, al massimo, si dovrà sperare di riuscire a “contenere il danno”. Le persone, di fatto, diventeranno strumenti da esse usati e non controllori né, tanto meno, beneficiari dell’innovazione tecnologica in atto.

Di fronte a quello che è un futuro distopico (lo è già, per molti versi il presente nel quale diventa normale togliere i diritti di tutti per destinare centinaia di miliardi per condurre guerre di dominio e controllo) al quale non possiamo sottrarci (questo è quello di cui vogliono convincerci) diventa necessario, per noi comunisti, progettare un futuro diverso e andare in direzione opposta a quello che è diventato il pensiero unico dominante.

Dobbiamo avere fantasia ed essere rivoluzionari procedendo a briglia sciolta ma saldi in resta. Studiare, analizzare, elaborare un nostro progetto di sviluppo tecnologico e dell’utilizzo delle innovazioni prodotte. Un progetto che metta al primo posto il fatto che possiamo e dobbiamo tutti vivere meglio avendo piena coscienza che è indispensabile contrapporre al conformismo del pensiero unico la capacità di elaborare un pensiero critico.

Ecco che nella nostra elaborazione l’innovazione tecnologica e la stessa IA possono e devono essere indirizzate a liberare l’essere umano dalla fatica, dalle malattie, dalla povertà, dall’ignoranza. Lavorare meglio, meno, in sicurezza e giustamente retribuiti perde la caratteristica di slogan utopistico e diventa un obiettivo raggiungibile effetto di quella che è la vera rivoluzione.

Robot industriale meccanizzato e lavoratore umano lavorano insieme nella fabbrica del futuro

Uno stravolgimento del sistema attuale (e della vita stessa) nel quale assume particolare importanza l’appropriazione della cultura, intesa come insieme di arti e scienze, con il presupposto, però, di non cadere nell’inganno di considerarle alla stregua di religioni insindacabili e taumaturgiche. Un insieme che diventa dirompente (e quindi rivoluzionario) in quanto prospetta la creazione di una società nella quale il collettivo umano usa tutti gli strumenti del lavoro (e quindi anche le “macchine pensanti” comprensive dell’IA) per produrre benessere diffuso e non per il profitto delle nuove aristocrazie oligarchiche.

Non è, forse, proprio questa la nuova coscienza di classe che dobbiamo costruire?

E, non è per questo che è normale e utile lottare e vivere?

Per noi comunisti deve essere indispensabile che l’elaborazione del progetto e la lotta procedano scambiandosi le informazioni e i feedback necessari al loro miglioramento in maniera che entrambe possano evolvere stimolando un’intelligenza collettiva frutto di quell’unità che è necessario costruire con tutte le forze politiche e sociali che vogliono un reale cambiamento dell’attuale sistema. Un sistema spaventoso che ci frutta, ci opprime e ci uccide, nelle guerre che fa “ai poveri di dentro e ai popoli di fuori” (cit. da “U rancuri” di Ignazio Buttita).

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