L’Ospedale a Vicenza e l’epidemia di peste del 1630/31: gli Annali di Luciano Parolin

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L’ospedale inteso come luogo di ricovero e cura è esistito dall’antichità.
Hospitale deriva da hospes ospite come albergo per i poveri e ammalati.
La Charitas imponeva la creazione di luoghi per i fratres, cioè cristiani in transito.
La plebes christiana, del IV° secolo, aveva compiti assistenziali e ospedalieri in particolare lungo le grandi vie di comunicazione.

Il xenodochium di origine orientale aveva il significato di ospizio gratuito per forestieri, nosocomio era invece l’ospizio per malati. Molti Ospedali del Veneto, sono stati fondati dalle fraglie cioè da confraternite o fratellanze laiche di ispirazione religiosa.
I frequenti pellegrinaggi ai luoghi santi, i movimenti delle truppe in guerra, le relazioni commerciali tra nazioni, resero necessari la fondazione di luoghi ospitali situati nei luoghi strategici e di passaggio.

Con questi intendimenti nacquero gli ordini militari-ospedalieri il più noto dei quali fu l’ordine dei Templari nati all’inizio del XII° secolo con lo scopo di proteggere i pellegrini che andavano a Gerusalemme. I templari furono soppressi nel 1312 da papa Clemente V°, i loro beni furono incamerati dal Sovrano Ordine di Malta.
Gli ospedali medioevali di Vicenza erano ubicati entro e fuori le mura antiche della città i principali erano quelli di: San Salvatore in Carpagnon, San Marcello attuale Liceo Pigafetta, Sant’ Antonio Abate in Piazza Duomo. Numerosi i luoghi ospitali nei borghi Ospedale della Misericordia in Borgo Pusterla, San Lazzaro a San Felice, Santa Croce nel Borgo omonimo, a Porta Nuova San Ambrogio e Bellino, San Giorgio in Gogna, San Bartolomeo, San Giuliano, Santa Caterina al Porto in Borgo di Berga, ecc…In città funzionavano 6 ospedali, 11 nel territorio della diocesi.

Da considerare che il flagello del tempo erano le epidemie: tifo, colera, peste, la sifilide, il vaiolo. Le carestie, avversità atmosferiche, la povertà, la pellagra, riempivano i lazzaretti. La peste del 1630/31 colpì Vicenza, il morbo mise a dura prova la cittadinanza, la città restò isolata, il male si propagava per contatto, per la grave estensione della malattia nei lazzaretti non si trovava posto. Secondo il medico Giovanni Imperiali i morti furono oltre 10mila in città e 30 mila nei borghi. Il podestà Antonio Bragadin calcolò i morti in 14.000 su una popolazione di circa 30.000 abitanti. La Repubblica Serenissima il 18 novembre 1631, comunicava alle corti europee la fine dell’epidemia di peste con una cifra di 46.490 vittime nella sola Venezia che contava al tempo 200 mila abitanti.

Luciano Parolin

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