La pandemia che colpisce le donne, Italia ultima in Ue per lavoro femminile

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Grafico relativo alle disuguaglianze di genere. Fonte: ASviS

Il tasso di occupazione femminile in Italia nel 2019 è ancora molto basso (50,1%) e registra una distanza di 17,9 punti percentuali da quello maschile. Molto ampi i divari territoriali, con un tasso di occupazione delle donne pari al 60,4% al Nord e al 33,2% nel Mezzogiorno. Sono solo alcuni dati che si trovano in una recentissima relazione sul Bilancio di genere del Ministero dell’Economia .

E l’epidemia da Coronavirus assieme al conseguente lockdown hanno peggiorato la situazione delle donne.

Il Rapporto Asvis 2020 (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), ha infatti evidenziato come le donne hanno subito la situazione di crisi sanitaria da Covid -19, sia sul piano occupazionale, dati i settori in cui lavorano e l’instabilità dei contratti, sia per quanto l’accesso riguarda ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva e per la violenza domestica durante il lockdown. Sulla base delle informazioni disponibili, il documento ritiene che nel 2020 la crisi peggiorerà le disuguaglianze di genere.

L’Italia è il Paese che ha registrato- secondo la relazione del Ministero dell’Economia- in termini di uguaglianza di genere, i maggiori progressi nel periodo 2005-2017 a confronto con gli altri Stati dell’Unione europea, guadagnando dodici posizioni (ora è quattordicesima). Tuttavia, il Paese rimane ultimo in termini di divari sul lavoro: le donne hanno meno possibilità di occupazione, diversità dei redditi e stipendi inferiori.

Sul fronte della qualità del lavoro, appare in crescita la percentuale di donne che lavorano in part-time (32,9% nel 2019), involontario nel 60,8% dei casi. Inoltre, è alta tra le donne l’incidenza di lavori con bassa paga (11,5%), nonostante più di una donna su quattro sia sovraistruita rispetto al proprio impiego. Analizzando poi nello specifico la partecipazione al mercato del lavoro delle donne nella fascia di età 25-49 anni, si rileva un forte gap occupazionale (74,3%) tra le donne con figli in età prescolare e le donne senza figli, uno dei sintomi più evidenti delle difficoltà di conciliare vita lavorativa e vita professionale per le donne.

Nella premessa al Bilancio di genere, la sottosegretaria Cecilia Guerra ha ricordato che è possibile ridurre il divario di genere senza aumentare le spese di bilancio dello Stato, che “sono stimate nell’ordine dello 0,3% del totale (al netto delle spese per il personale) e sono concentrati in pochi ambiti ”. Esiste però – ha scritto Guerra -” area rilevante del bilancio “, pari al 16,5% delle spese che potrebbero avere effetti indiretti,” in cui si possono produrre effetti sulla riduzione positivi delle diseguaglianze di genere senza necessariamente generare nuovi oneri “.

“Ma la riduzione del gender gap- ha aggiunto Guerra- può passare anche attraverso il Recovery Plan, considerata un’occasione irripetibile per aggredire le disuguaglianze di genere, a partire da quelle che riguardano il mercato del lavoro, con strumenti importanti quali il potenziamento dei servizi di cura, asili nido in primo luogo ”. Da qui la necessità che “i piani nazionali di ripresa e resilienza collegati all’uso delle risorse Ue includano il più possibile valutazioni degli impatti di genere, accanto a quelli già previsti per la transizione ecologica e la trasformazione digitale”, ha concluso Guerra, evidenziando come questa scelta questa scelta dovrebbe favorire la costruzione di indicatori disaggregati di genere, da utilizzare, anche in futuro, nella valutazione sia ex ante che ex post di tutte le politiche pubbliche.

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