“E poi ci sono i cieli”, un racconto da Vejer de la Frontera

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Conil de la Frontera guarda davanti a sé, foto di Maurizio Mascarin
Conil de la Frontera guarda davanti a sé, foto di Maurizio Mascarin

Cammino sotto un cielo blu e terso dopo due giorni di estrema variabilità primaverile con forti e improvvisi acquazzoni, oggi il sole e questa luce meravigliosa fa sembrare tutto bello e più leggero. Odo i miei passi sulle pietre antiche dei vicoli e il tic tic tic delle unghie della mia cagnolina, la perrita de agua che mi segue. Grazie a lei posso uscire per passeggiare perché anche qui a Vejer de la Frontera, vicino a Conil, e in tutta Spagna come in molti altri Paesi nel mondo coinvolti dalla crisi causata dal coronavirus, vige l’obbligo di rimanere in casa.

Mi sembra di essere in un villaggio che improvvisamente ha dovuto essere abbandonato, stormi di rondini e passeri volteggiano sopra la mia testa e sui tetti a terrazza delle case bianche, o tra le fronde di qualche albero se la raccontano.

L'esercito tra le vie di Vejer de la Frontera
L’esercito tra le vie di Vejer de la Frontera

Per evitare la pattuglia dei vigili che fa la ronda in auto a passo d’uomo tra le calli e i vicoli di Vejer e anche per spendere un pò di energia mi arrampico sulle scalinate che portano da un vicolo all’altro del casco antiguo. Le porte dei patio spalancate a la miriade di piante verdi e fiorite in vaso tipico di queste terre mi confortano, c’è vita nella case, anche se non si ode una parola.

Una giovane donna con la mascherina sulla bocca cammina spedita a testa bassa evitando così d’incrociare il mio sguardo come potessi contagiarla con gli occhi, non si sa mai. Quanta paura si sta diffondendo tra le persone a causa di questo virus! Avverto la tremenda paura di contagio e di morire oltrepassare anche i muri delle case.

Ma se alzo lo sguardo al cielo turchese affrescato da spumose nuvole bianche all’orizzonte e respiro il profumo dei fiori di limone mi riconnetto con la vita e coll’infinito.

Stanno morendo a centinaia i nostri vecchi in Italia e nel mondo come se dovessimo in qualche modo togliere il passato dalla storia di cui loro sono testimonianza. Senza radici storiche ci spingeremo a cercare la radice dentro di noi nella nostra anima.

La nostra natura umana si rivela in tutta la sua fragilità e limitatezza.

Il contatto salvifico lo troveremo in Madre Natura. Dobbiamo tornare ad una dimensione di rispetto e bontà; risvegliando in noi la facoltà morale come guida interiore potremmo trovare il senso e lo scopo delle nostre vite in relazione al Tutto.

E’ sera a Vejer e come ogni sera quando le campane della della Iglesia del divino Salvador suonano le 8 improvvisamente come un tuono in mezzo al nulla si alza un battito di mani fragoroso e intenso di richiamo, sono i miei vicini  che spalancate le imposte o fuori sul patio ritmano a mo di flamenco un battere di mani gioioso come è tradizione in queste terre. Ci scambiamo saluti e battute da una casa all’altra per qualche minuto, c’è chi alza il volume su un pezzo musicale, chi fa urlare una sirena, insomma un miscuglio di suoni e parole dirompente che dura qualche minuto e poi piomba nuovamente il silenzio più lieve. E questo accade tutte le sere alla stessa ora in tutta Spagna, mi dicono, da quando è iniziata l’emergenza nazionale di protezione al contagio.

E’ notte ormai anche la mia cagnolina dorme sul divano vicino a me e io qui a raccontare accanto alla stufa a legna che arde, grata di questo tepore naturale; solo un leggero crepitio dal fuoco acceso e il respiro della mia pelosa.

Il cielo di questa notte come un mare stellato e silente guarda giù e sorride.

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