Conil, un tributo dell’esule Mascarin a Hemingway: l’americano amava rifugiarsi in questo pueblo blanco di fronte all’oceano

Narrazione immaginaria di una storia vera. Lo scrittore venne a Conil più volte, l'ultima nel 1959 come documenta Juan Jose' Poblador in un volume del 1983.

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r El Pasaje a Conil, Foto Mascarin
r El Pasaje a Conil, Foto Mascarin

Prendeva il suo solito hostal (ostello) in calle de la Fuente, al civico 31, da lì guardava l’Atlantico e scriveva; guardava il Rio Salado e scriveva; guardava la playa de Los Batelos, quella dei mille gabbiani, e scriveva.

Carmen, la giovane e piacente proprietaria di quel modesto alberghetto per forestieri, lo conosceva bene, ormai. Conosceva il suo carattere, i suoi umori, le sue abitudini. E forse anche di più, come si malignava in giro tra le donne del mercado de Abasto. Sempre allegra e premurosa, Carmen non mancava mai di fargli pervenire in camera del Jerez seco e del vino blanco de Suiza. Non ci fosse stato, quell’Americano viscerale, dal fisico ormai vissuto, si sarebbe messo ad urlare, ad imprecare in tutte le lingue.

Vista del Bar el Pasaye a Conil ai tempi dell'americano
Vista del Bar el Pasaye a Conil ai tempi dell’americano

A Conil de la Frontera, allora, solo in pochi conoscevano la sua fama. Qui non era come nei salotti eleganti, perbenisti e pettegoli di Madrid, dove tutti lo rincorrevano come un trofeo per far bella figura. E forse anche per questo lui, che per tutti gli amigos della Costa de la Luz era l’Americano (el americano de espana ), cercava rifugio in questo tratto di costa ancora tanto selvaggia quanto solenne, onirica.

Hemingway... scrive
Hemingway… scrive

Una volta fuori dalla mischia di Pamplona, o di Cordoba, o di Madrid, quest’uomo contrastato – furente e dissipato, prepotente e fragile – scappava “in questo pueblo senza angoli, dove il candore delle pareti imbiancate a calce fa scomparire le ombre e i bordi”, ebbe a dire (e a scrivere) in un suo racconto dalla Espana.

Lo si vedeva (scrivere) sotto le palme di Capo Roche; lo si vedeva nervosamente camminare tra le calli del Barrio de los Pescadores. Un vino blanco al cafè Andaluz, e poi via verso calle Arcos, da “El Sopa”, per una tortilla de camarones. Se non scriveva, pensava. Se pensava, già stava scrivendo.

Maurizio Mascarin giornalista e pittore vicentino, nella plaza de Espana di Conil de la Frontera con la statua di uomo + Boy
Maurizio Mascarin giornalista e pittore vicentino, nella plaza de Espana di Conil de la Frontera con la statua di uomo + Boy

Ma che vuoi che me ne freghi dell’editore… quello puzza di m…da. Se non ami il vento, le magie di questo Levante forte, coraggioso, implacabile, allora vattene da qui, vattene da me“, lo sentirono gridare all’amica fotoreporter venuta fin qui per portarlo via dall’oceano di Conil. Lui rimase, lei se ne andò. Anche questo era l’Americano: iroso, inquieto, invincibile.

Conil de la Trontera. Qualche anno dopo, 1959

Lui, lo scrittore di fama internazionale riconosciuto dal mondo, nella primavera del 1959 ritornò in Spagna. Prima Madrid, poi Cadice, poi Jerez de la Frontera; infine, il suo amato rifugio bianco e arabeggiante di Conil de la Frontera.

Aveva già scritto tanto nella sua vita, ma il piacere di un ultimo fresco Tio Pepe, il suo Gonzales Byass, assaporato tra i tavolini frontemare de El Pasejo non se lo fece mancare. Anche questo era l’Americano. Anche questo era Ernest Heminguay (1899-1961)

Alla prossima puntata, qui tutte


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