C’era una volta, la Vicenza delle botteghe: gli Annali Vicentini di Luciano Parolin ci fanno riscoprire la fragranza di una città fa. Parte 2

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Le osterie, nel passato, avevano una funzione sociale ben precisa, di aggregazione, di comunità popolare, di quartiere, discussioni d’affari, gioco delle carte, anche di prestiti. Molte osterie, avevano la corte per le “bale” o bocce si giocava a cava balin, a Borgo Casale, all’Albara, al Cavalletto, alla Fortuna, i luoghi erano rumorosi, qualche ubriaco per troppi “goti” (bicchieri di vino) i tavoli rustici con sedie impagliate. Mio nonno era specialista nel braccio di ferro, ad ogni vittoria si beveva una “cucheta de graspa” circa 1/20 di litro. Le osterie, come le ricordo, sono tutte scomparse. In Piasa o piaxa il giovedì, giorno di mercato, alla trattoria la Luna da Asia “supa de tripe”, alle Alpi in contrà Pescaria (ora De Bernardini) pasta e faxoi; in prima fila il venditore del Pojana Lunario calendario meteo per contadini.
In Piazzetta Palladio, a cavallo tra fine 1940/50, si tenevano i primi mercati, tre volte la settimana: martedì, giovedì, sabato, gli ambulanti erano tutti vicentini, reduci ed ex internati della guerra finita nel 1945, niente sussidi, bisognava arrangiarsi. Niente banchi in piazza dei Signori per il decoro e perché deputata al passeggio dei nobili. Ma con la crescita del commercio si chiesero nuovi posti, così che la piazza diventò un vero mercato della contrattazione degli animali con relativa borsa merci, uno spasso: gli scarpari o zavateri in piazza dei socoli o delle scarpe; i calderari lavoratori del ferro, rame, bronzo, vendevano e riparavano pignate (pentole), calieri (paioli), tecie (padelle) e arrotavano coltelli.
La famiglia Marangoni cioè falegnami, si era data alle merzerie, garzerie, cioè mercerie varie. In piazza Biade, prodotti per la terra, frumento, segala e vino.
I prestinai, vecchio toponimo di fornaio, ormai scomparsi dalla scena vicentina, avevano il pane profumato già alle 5 del mattino, da Soghe a Sant’Ambrogio, ora non esiste più. Ogni tanto per il Borgo di Santa Croce, passava una vecchietta che trascinando un carretto gridava: strasse, ossi, fero vecio. Tempi duri per mangiare. Ma forse era meglio cosi.

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