Padova Degustibus: 1219 -2019, ottocento anni del Sottosalone del Palazzo della Ragione

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La Padova Comunale tra potere, corporazioni ed economia.

Il secolo XII ha visto l’Italia centro-settentrionale protagonista della nascita dei comuni come nuova realtà politica e amministrativa.

Verso la fine del XII secolo, dopo la conclusione dello scontro, che per circa trent’anni oppose le città italiane all’Impero, si avviò una seconda fase caratterizzata dalla presenza alla guida del governo cittadino di un podestà al posto della magistratura collegiale dei consoli, mentre, per impulso dello sviluppo economico, nuovi protagonisti si affacciarono sulla scena politica. È in questo periodo che si andarono ad affermare le prime consapevoli iniziative in ambito costruttivo e si procedette con l’edificazione dei primi palazzi del comune .

A metà del XIII secolo la crescente influenza dei ceti popolari, compattamente inquadrati in associazioni rionali e di mestiere, consentì di imporre accanto al governo podestarile propri rappresentanti e un capitanio del popolo, in una sorta di governo parallelo che in parte si affiancava, in parte si sovrapponeva a quello ufficiale rappresentato dal podestà.

Componente essenziale della civiltà dei comuni in territorio italiano fu lo sviluppo di una ideologia della città, che, ricollegandosi alla memoria antica, si sforzò di elaborare un’idea della civitas come luogo della libertà, di cui le repubbliche comunali erano individuate insieme come le artefici e le gelose custodi. Ad indicare il nuovo ordinamento politico cittadino che si stava affermando nel territorio italiano tra la fine del XI se l’inizio del XII secolo non si usò il termine Commune”, ma il termine “civitas” o altre forme sostanzialmente equivalenti4.

Il termine Commune”, a cui venne attribuito valore di sostantivo, e che fu usato per indicare il nuovo ordinamento pubblico cittadino, ebbe invece di norma il valore di aggettivo; significava generale”, “tutto”, ed era usato per indicare la totalità o l’insieme concorde degli abitanti della città: esso esprimeva il medesimo concetto di concordia civium (concordia degli abitanti)

La piazza come luogo centrale della vita pubblica e sede del palazzo che amministra le attività mercantili e giuridiche, ci comunica la volontà forte del nuovo governo di porsi in dialogo diretto con il popolo.

Il monumento civile, Il Palazzo, andava così a mettersi in comunicazione con le piazze, mostrandosi alla cittadinanza come un edificio monumentale, ma non aristocraticamente distaccato dai cittadini. A Padova troviamo l’asse viaria assorbita all’interno della costruzione che diviene edificio adibito all’esercizio della mercatura: il popolo viene accolto nel luogo dove si svolge la vita economica ed amministrativa.

Come la Basilica di San Antonio era il fulcro religioso della Padova medievale, così il Palazzo del Potere nella sua struttura incarnava il fulcro civile, mercantile e politico.

La decisione poi dei governatori padovani comunali d’innalzare nel 1218 il Palazzo di Giustizia in forme nuove, più solide e ampie, un palazzo che, fin dalla sua denominazione, intendeva porsi nel solco di un’antica tradizione di potere pubblico, che rientrava in quella prassi condivisa con tutte le giovani città-stato del nord Italia .I lavori furono terminati nel giugno 1219, come indica questa citazione :Messer Malpelo di San Miniato di Toscana podestà di Padoa. Costui dette compimento al Palazzo di Padoa”.

La scelta del luogo che va ad ospitare il Palazzo di Giustizia per Padova non è casuale: lontano dall’ambito vescovile, il nuovo edificio nasce in mezzo ai mercati come garante dei diritti contro i privilegi ecclesiastici, non riconoscendo più al clero alcun privilegio.

Nelle carte topografiche di Padova il luogo centrale della urbs è il Palazzo della Ragione, che emerge con la sua posizione di superiorità e di potere, oltre che di controllo e coordinamento.

Il Palazzo della Ragione (www.padovanet.it )è il risultato di una forma che si è manifestata nel corso dei secoli e che si è modificata nel tempo fino a giungere all’aspetto attuale.

Il Palazzo è il palinsesto dei continui interventi che già dal Duecento si sono susseguiti ininterrottamente: interventi decorativi, cambiamenti nella suddivisione interna degli spazi, restauri e sedimentazioni.

Il Palazzo aveva lo scopo di ospitare, già almeno dal 1220 la concio o arengo della città e anche i consigli comunali, in particolare il generale consilium o plenum et generale composto da 200 e fino poi a 600 persone..

Il piano superiore aveva camere dedicate a funzioni specifiche quale la camera dei Catavèri, come luogo esistente all’interno del palazzo, nel quale si svolgeva l’adunanza del collegio dei giudici o della “canevarìa”, cioè dell’esattoria del comune. I Cattaveri avevano il diritto di esigere denaro pubblico.In una camera operavano anche gli “ingrossatori “.

Avevano il compito di fare le stime dei beni e delle proprietà, e giudicare le cause inerenti alle case e alle proprietà:Fino agli anni venti del Duecento era presente anche un orinatoio pubblico. Sul lato orientale del palazzo fu eretta sin dall’inizio una chiesetta dove ogni giorno veniva celebrata la messa. La chiesa all’interno del palazzo era denominata “Chiesa del palazzo” e dedicata a San Prosdocimo, santo patrono della città e proto vescovo, e proprio all’interno era custodita la copia degli statuti cittadini.

Il Palazzo infatti sin da subito aveva il compito di custodire le scritture pubbliche, per permetterne la consultazione democratica da parte della cittadinanza..All’ interno due tribunali:il Sigillo e del Maleficio.Il primo di questi era una specie di corte d’appello dove il Podestà esercitava il suo potere decisionale e dall’alto del suo soglio venivano svolte le cause maggiori e venivano redatti i documenti di maggior importanza, come testamenti, assegnazioni di tutori, dichiarazioni di emancipazione, che necessitavano del sigillo del Comune.

Il secondo tribunale, quello appunto del Malefizio, si trovava esattamente nell’altro lato della parete, e si occupava dei reati di sangue o comunque quelli più gravi contro la proprietà. Nella grande sala centrale erano collocati i diversi tribunali: nell’angolo sud-est nel lato meridionale si trovava ad esempio il tribunale del Malefizio fuori, forse per i reati minori, vicino al tribunale dell’Aquila: quest’ultimo aveva il compito di occuparsi delle questioni relative ai tributi comunali e in generale agli affari finanziari, provvedendo alle esecuzioni personali come l’incarceramento o il pignoramento nei confronti dei debitori del Comune.

Poi si trovava l’Ufficio delle Vettovaglie, per giudicare tutte le controversie riguardanti la mancata immissione di merci da parte delle terre del contado nei confronti del mercato cittadino o, al contrario, per punire i reati di contrabbando per evitare l’esportazione clandestina di merci. Quindi tutto il perimetro era scandito dai vari tribunali fino ad un totale di dodici.

L’ultimo, l’Ufficio dell’Unicorno, un tribunale criminale “maleficio de extra”, che si occupava delle cause criminali dei rurali e di tutti gli abitanti del contado all’interno del distretto padovano.

Al centro della sala spiccava poi tra le quattro colonne policrome il lapis vituperii, che rimase nei secoli come testimonianza delle pene inflitte ai colpevoli ed espiate sotto gli occhi di tutti i cittadini. Il debitore, secondo uno statuto del 1216, dichiaratosi fallito, doveva umiliarsi davanti alla cittadinanza deponendo le vesti e rimanendo solo con la camicia e le mutande; a questo punto doveva infliggersi dei colpi sulle natiche proprio contro questo sedile sotto gli occhi di almeno cento persone dicendo cedobonis (svendo tutti i miei beni) .

Dopo l’atto di penitenza, il colpevole veniva espulso dalla città. Infine lungo la linea mediana della sala erano collocate, forse tra una colonna e l’altra, delle panche di legno per coloro che dovevano attendere il loro turno. L’edificio che oggi vediamo è il risultato di una forma che si è manifestata nel corso dei secoli e che si è modificata nel tempo fino a giungere all’aspetto attuale. Il Palazzo è il palinsesto dei continui interventi che già dal Duecento si sono susseguiti ininterrottamente: interventi decorativi, cambiamenti nella suddivisione interna degli spazi, restauri e sedimentazioni.

Il Palazzo e le botteghe

Il Sottosalone (interno al primo piano del Palazzo) e la zona delle piazze formavano la vera cittadella mercantile, dove venivano svolte tutte le attività di compra e vendita, sotto l’occhio attento del Comune e delle sue amministrazioni di giustizia, che ne garantivano la sicurezza. Specie con l’intervento di Frà Giovanni degli Eremitani tutti gli edifici di quest’area vengono adibiti a portico per garantire luoghi “nihil sun sole novi” (nulla di nuovo sotto il sole), ovvero un vero e proprio sistema di mercati coperti e protetti.

La struttura delle botteghe rimane molto affascinante e specchio di una società dinamica e ricca, che perfettamente dimostrava un’organizzazione di altissimo livello e profondamente specializzata attraverso la dislocazione di varie stationes, ovvero banchi e botteghe. L’utilizzo del portico, da sempre presente nelle abitazioni private nobiliari e di antica memoria classica, fu sfruttato in ogni sua possibilità affittandone gli spazi, e dando vita ad un sistema di mercati coperti di grandissima proporzione. Queste porzioni di portici venivano, come abbiamo avuto modo di verificare, a partire dal XIII secolo, regolarmente affittate dal Comune che ne gestiva direttamente la proprietà.

Il Giovanni Da Nono, giudice del Palazzo, fornisce moltissime indicazioni sulle attività che venivano svolte . La descrizione di quest’area, tra piazza delle Erbe, della Frutta e i portici del Palazzo del Podestà e del Consiglio (oltre ovviamente al Salone), ci permettono di avere una visione completa di come dovevano apparire i mercati cittadini nel cuore economico di Padova dopo il 1310, ma, in parte, anche già prima nel Duecento.

La domus macellatorum, sede della corporazione dei macellai e luogo di vendita delle carni macellate, si trovava in un quel semplice edificio presente in piazza delle Erbe all’angolo dell’attuale via Manin con via Gritti; mentre tra via Squarcione e via Gritti si trovava uno dei mercati delle calzature, che aveva sede anche davanti al lato settentrionale dell’edificio detto delle Debite, tra via S. Clemente e via Fiume. Nelle vicinanze la fonte ci riferisce che tra piazza della Frutta e via Boccalerie si trovava il mercato dell’olio e dei formaggi, e, sempre di fronte al palazzo, anche il mercato dei salumi e separati da via Breda, i mercati delle pelletterie.

Queste botteghe non erano però direttamente visibili dal Salone per la presenza del Peronum fructuum  dell’Alodium: nel primo si svolgeva il mercato della frutta e della verdura, mentre il secondo prendeva il nome da “ad ludum”, per la presenza al secondo piano di una casa da gioco gestita direttamente dal Comune, al cui piano terra, dove si apriva un ampio portico, si vendeva il pane, anch’esso monopolio del Comune. ìAl primo piano invece si svolgeva il mercato del cuoio. Tra questi due edifici si trovava il mercato dei ferrivecchi.

La ricchezza del quadro si amplia seguendo la direttrice del Palazzo del Consiglio, dove tra piazza della Frutta e via Oberdan si trovava il mercato dedicato ai tessuti, dove si vendevano le maglierie, mentre dietro, dove oggi troviamo il Caffè Pedrocchi, si apriva la piazza delle Biade, uno spazio aperto che solo dopo il 1302, Giovanni degli Eremitani occupò con il Fondaco delle Biade. Sul lato orientale di questo palazzo, lungo il vicolo Storione, i giubbettieri avevano organizzato le loro botteghe, mentre gli orefici vendevano i loro prodotti sotto i portici verso piazza delle Erbe.

Il palazzo del Podestà era sfruttato profondamente dall’attività commerciale: i suoi portici, quelli che appunto davano su via Moroni, erano affittati ai venditori di panni, di bombasino, di seta e lana; mentre sul lato verso piazza delle Erbe vi si trovavano le botteghe che lavoravano il ferro. La loggia del palazzo del Consiglio era destinata ad alcuni beni di lusso, come i panni veronesi e altre stoffe di pregio. In generale l’intera piazza delle Erbe ospitava la vendita di oggetti semplici e poveri, di solito generi di uso quotidiano, come il pesce, le crusche, i legumi, il frumento e le biade.

Al centro della piazza davanti al corridoio che metteva in comunicazione le due piazze, si trovava l’esposizione di stuoie e legni per botti e mastelli, mentre nella parte più occidentale si vendeva il vino, infatti la scala del palazzo su questo lato prende il nome di Scala del Vin e quella sul lato opposto vicino al portico del palazzo del Podestà Scala del Ferro.

Decisamente più ricca era piazza della Frutta, detta del Peronio fino all’età napoleonica, che ospitava una più grande varietà di merci. La Scala degli Uccelli ricorda il grande mercato dei volatili (astori e falconi) che venivano venduti nella parte della piazza tra il palazzo e l’Alodio.

Di fronte al Peronio si vendeva selvaggina e pesce d’acqua dolce, all’altezza della Scavezzaria tele di lino, panni vecchi e armi, mentre, a seguire, il mercato, diviso in tre zone, vendeva pollame e uova, carne arrostita e verdura. Queste botteghe erano a cielo aperto, o almeno non abbiamo notizia di strutture sulla piazza che permettessero la protezione dalle intemperie, quindi dobbiamo immaginarcele molto precarie, la cui merce era riposta su bancali o addirittura nelle ceste, anche se non è da escludere qualche struttura molto semplice di riparo.

Diverso era il discorso per tutte quelle attività che si svolgevano sotto i portici o nel piano terra del palazzo. Nella struttura duecentesca i corridoi del Salone con le loro botteghe erano direttamente a vista e non offuscati dalle successive strutture porticate trecentesche e quattrocentesche. Il lato meridionale ospitava i pellicciai, la cui attività continuava anche nel mezzanino, dove gli spazi erano in parte divisi con i produttori di pergamena o probabilmente con amanuensi professionisti.

Sul lato settentrionale invece verso piazza della Frutta, a est, aveva sede il mercato delle stoffe preziose e nell’ammezzato i laboratori dei sarti, mentre tra la Scavezzaria e il Volto c’erano le botteghe degli orefici e degli argentieri.

Il Salone dei sapori nella Padova odierna.

Una volta passati sotto agli archi e giunti nei corridoi coperti Sotto al Salone (www.mercatosottoilsalone.it) ci si ritrova avvolti dal profumo di ogni ben di Dio.  Formaggi, salumi, prosciutti, carni, pesce, vino esposti nei vari banchi e botteghe regalano ad ogni passo un’esperienza olfattiva inebriante .Chi visita questi luoghi sarà affascinato dalla cornice quasi artistica dei numerosissimi prodotti agroalimentari e piatti di eccellenza veneta e italiana.

Baccala’ alla vicentina o mantecato,bigoli rotondi trafilati al bronzo all’uovo Prosciutto dolce di Montagnana,pesce fresco e pronto.I migliori vini del veneto (www.uvive.it). Ora come allora il “Salone” e le “piasse”suggeriscono ai padovani, come ai turisti, un cocktail di emozioni olfattive e di gusto unico.Si respira un un “aria antica” all’ombra del Palazzo . Atmosfera tutta padovana che potrete cogliere in due note di gastronomica allegria in qualche bar o osteria:un buon “spuncione” (goloso stuzzichino da aperitivo a base di moscardini bolliti, o mezzo uovo sodo con l’acciuga, o piccole fetta di cotechino), insieme a un’ “ombra” di vino buono o a un calice di esuberanti bollicine.

Se sarete all’ombra del Palazzo, a Padova, ricordate questa meraviglia pronunciando, con il calice in mano, un famoso detto veneto :”Val depí an ora de alegría que zhento de malinconía”.(Vale più un’ora di allegria che cento di malinconia).

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Marco Spiandorello
Marco Spiandorello, 51 anni, padre di cinque figli, vive e risiede a Padova. Ha compiuto inizialmente gli studio professionali turistico alberghieri, completati con un percorso economico – giuridico ed umanistico nelle università di Perugia e Padova. Dopo giovanili esperienze lavorative nel settore alberghiero in Italia e all’estero, in particolare in Svizzera, e il servizio militare assolto ,ha iniziato l’attività imprenditoriale, giovanissimo, rilevando l’azienda di famiglia, una scuola di estetica di Padova. Contemporaneamente ha alternato esperienze lavorative, sempre in iItalia e all’estero, con l’insegnamento nella scuola pubblica e l’attività di cooperazione in Slovacchia e Romania. Nel 1994, dopo la partecipazione al concorso nazionale, viene immesso in ruolo dal Ministero della Pubblica Istruzione in qualità di docente di scuola superiore. L’insegnamento e l’esercizio della libera professione, oltre all’attività di impresa gli permettono di lavorare in diversi settori (formazione professionale ,industria turistica, pubblica amministrazione, PMI, Università, agroalimentare, sicurezza pubblica, lavoro, termalismo, agro ambiente, comunicazione pubblica, sociale ed immigrazione) in quasi tutte le regioni italiane, e in diversi paesi europei ed extraue (Spagna, Romania, Moldavia, Albania, Bielorussia, Ucraina e Senegal). Solo negli anni 2000 si approccia a tematiche completamente diverse dall’origine del suo itinerario personale, organizzando azioni, e progettando studi, dedicati a due ambiti cruciali della vita del nostro Paese: l’Immigrazione e la Sicurezza pubblica insieme allo Sviluppo economico del territorio. Le sue esperienze professionali hanno registrato numerose attività, occasionali, in qualità di organizzatore di eventi, missioni istituzionali e di cooperazione, oltre a diverse attività redazionali e giornalistiche a mezzo stampa e radiotelevisive. Ha maturato numerose esperienze politiche “dietro le quinte” collaborando con alcuni partiti ed amministratori locali e nazionali, dal 1987 al 2012. Dal 2011 al 2015 è stato amministratore della piu’ grande struttura formativa nazionale, accreditata nel settore del benessere (estetiste e parrucchiere), con più di 1000 allievi dislocati in quattro province del Veneto. Quest’ultima esperienza gli ha permesso di erogare attività di servizio pubblico per la Pubblica amministrazione (Regione Veneto formazione ) con la conseguente acquisizione di conoscenze e competenze nei sistemi di processo della progettazione. gestione, controllo e rendicontazione delle risorse pubbliche. Dal 2016 è rientrato a tempo pieno ad insegnare marketing e laboratorio enogastromico presso l’Istituto Alberghiero di Abano Terme.