Matrimonio con rito ebraico di un vicentino dopo novanta anni dall’ultimo

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Matrimonio ebraico di un vicentino a Treviso, la lettura della Ketubah
Matrimonio ebraico di un vicentino a Treviso, la lettura della Ketubah

Si dice siano passati novant’anni, forse di più da quando si è celebrato un matrimonio di un ebreo vicentino con rito ebraico. Vero che nel Veneto non si celebrano molti matrimoni ebraici, ma gli ebrei diversamente giovani (quelli che ora hanno novant’anni) non hanno ricordi di un matrimonio di un vicentino, si presume che l’ultimo sia stato tra il 1920 e il 1930.

Francesco Yehuda Nardese e Xenia Tzipporah Salvadori, friulana, si sono uniti in matrimonio, a Villa Cavarzerani, a Gaiarine in provincia di Treviso, il 24 marzo del 2019. Gli sposi sono membri della comunità ebraica Etz Haim e la cerimonia è stata celebrata dal Rabbino Haim Fabrizio Cipriani, il cui rabbinato affonda le radici nella tradizione italiana e chassidica.

Matrimonio ebraico, la rottura del bicchiere
Matrimonio ebraico, la rottura del bicchiere

Ha studiato presso il Collegio Rabbinico Italiano sotto la guida di rav Giuseppe Laras e ha ricevuto la tradizionale ordinazione rabbinica dalla Yeshiva Ateret Tzvi, della scuola del grande rav Shlomo Carlebach, oltre che dal New Yorker Rebbe, Rabbi Joseph H. Gelberman e il Rabbinical Seminary International.  E’ anche un rabbino-musicista, perché si è diplomato brillantemente all’età di 17 anni presso il Conservatorio “N. Paganini” di Genova, sua città natale, nella classe di M. Trabucco, perfezionandosi nelle antiche prassi esecutive con E. Gatti, A. Bylsma, G. Lavespa, K.Boeke.

Le cerimonie nuziali variano, ma gli aspetti comuni di un matrimonio ebraico comprendono la ketubah (contratto matrimoniale), un baldacchino (chuppah), un anello di proprietà dello sposo che viene dato alla sposa, mentre la coppia si trova sotto la chuppah e la tradizionale “rottura del bicchiere” (che rievoca la distruzione del tempio di Gerusalemme e serve a ricordare agli sposi e a tutti gli ospiti il comandamento del salmo 137:6 che recita “ costruisci Gerusalemme sulla mia più grande gioia”). La Ketubah è firmata da due testimoni, in questa circostanza da Roberto Israel, veronese ma vicentino di nascita e David Udella di Merano. Come da prassi, il contenuto della Ketubah è stato letto ad alta voce sotto il baldacchino nuziale.

Matrimonio ebraico, la sposa e lo sposo sotto la chuppah
Matrimonio ebraico, la sposa e lo sposo sotto la chuppah

Il termine matrimonio in lingua ebraica non esiste, si dice Kiddushin, ossia “consacrazione”, come spiegava domenica 24 il rabbino Haim Cipriani, deriva dalla radice ebraica che significa “santo”. Nella tradizione ebraica il concetto di santo indica che prendiamo qualcosa che gli altri vedono come ordinario, lo separiamo, lo distinguiamo e lo eleviamo per uno scopo speciale. In altre parole, si può anche dire “prendere una persona comune, per assegnarle un ruolo non comune, atto che conferisce uno status particolare”, questo è il matrimonio ebraico.

Yehuda e Tzipporaha hanno compiuto i sette giri tradizionali, l’uno intorno all’altro, dopo di ché il Rabbino Cipriani ha detto “Siamo qui con voi in questo tempo santo per chiedere la benedizione di D-o sulla vostra unione e per sostenervi nel vostro impegno a creare una casa insieme, in cui i valori ebraici di compassione e giustizia, verità e fedeltà siano onorati. Questa è una cerimonia per chiedere la benedizione di D-o e chiedere a D-o di essere presente in questo momento speciale della vostra vita insieme, portando forza nei momenti di prova, aggiungendo gioia ai momenti di felicità, dando significato e scopo alle vostre vite”.

La sposa ha parlato dei contrasti che ha subito per coronare il suo sogno d’amore e alla mia età potrei scrivere cento romanzi sui matrimoni ebraici contrastati (poi m’inimicherei mezzo mondo, il mio silenzio è il mio passe-partout!), ma mi sono comportata bene, sono rimasta zitta.

Matrimonio ebraico a Treviso, l'anello
Matrimonio ebraico a Treviso, l’anello

Di sicuro i matrimoni non contrastati sono quelli, programmati e mediati, nei quali un entourage di persone decide chi devi sposare, quali sono le condizioni… tu non devi fare niente, decidono tutto gli altri per te, se sei fortunata, forse, ti lasciano mettere lingua nel vestito, purché non sia troppo scollato o mostri mezzo centimetro di polso in più. Eppure molto spesso questi matrimoni sembrano felici e durano una vita intera. Non ho mai capito il perché.

Certo che gli sposi non avranno una vita semplice: lei è infermiera al St. George Hospital di Londra, reparto cardiologia, lui lavora a Tokio nel campo edilizio. Una delle tante cose belle, come spesso avviene nei matrimoni ebraici, è stata la presenza di alcuni loro colleghi di lavoro giapponesi e inglesi, ma anche persone di altre origini, ed è proprio questo metissaggio di colori, di stili e di religioni che ha reso ancora più vivo il matrimonio.

Del resto ci piaccia o no dobbiamo imparare a convivere con altre realtà, modificare leggermente le regole del gioco, addentrarci continuamente in linguaggi sperimentali, creando alchimie sostenibili (con l’anima). Dobbiamo adottare nuove abitudini pur conservando le nostre radici, le nostre tradizioni, impedendo qualsiasi azione di sopraffazione dei nostri principi e valori, qualsiasi annientamento della nostra cultura e della nostra religione.

Ringrazio gli sposi Francesco Yehuda e Xenia Tzipporah per il bellissimo matrimonio, Yacov di Venezia che mi ha messo in contatto con loro, il “ritrovato” rabbino Haim Cipriani, tutti gli amici ebrei che hanno seguito questo matrimonio, perché senza di loro la sua realizzazione sarebbe stata molto difficile, nella religione ebraica c’è bisogno di un rabbino e di un quorum di dieci ebrei.

Agli sposi Mazal o Mazel tov che letteralmente significa “buona fortuna” in ebraico, ma il termine è stato incorporato nel linguaggio Yiddish, usato per esprimere congratulazioni!

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Paola Farina
Nata a Vicenza il 25 gennaio 1954, studentessa mediocre, le bastava un sette meno, anche meno in matematica, ragazza intelligente, ma poca voglia di studiare, dicevano i suoi professori. Smentisce categoricamente , studiava quello che voleva lei. Formazione turistica, poi una abilitazione all’esercizio della professione di hostess di nave, rimasta quasi inutilizzata, un primo imbarco tranquillo sulla Lauro, un secondo sulla Chandris Cruiser e il mal di mare. Agli stipendi alti ha sempre preferito l’autonomia, ha lavorato in aziende di abbigliamento, oreficeria, complemento d’arredo, editoria e pubbliche relazioni, ha girato il mondo. A trent’anni aveva già ricostruito la storia degli ebrei internati a Vicenza, ma dopo qualche articolo, decise di non pubblicare più. Non sempre molto amata, fa quello che vuole, molto diretta al punto di apparire antipatica. Dove c’è bisogno, dà una mano e raramente si tira indietro. E’ generosa, ma molto poco incline al perdono. Preferisce la regia alla partecipazione pubblica. Frequenta ambienti ebraici, dai riformisti agli ortodossi, dai conservative ai Lubavitch, riesce nonostante il suo carattere a mantenere rapporti equilibrati con tutti o quasi. Sembra impossibile, ma si adegua allo stile di vita altrui, in casa loro, ovviamente.