L’Altopiano di Asiago e la Grande Guerra. Un piccolo grande cuore d’Italia dietro… il Torcolato

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Il Corriere della Sera, di lunedì 24 maggio 1915 titolava, in prima paginan: l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria. All’alba di quel giorno, esattamente centoquattro anni fa, l’esercito italiano sparò i primi colpi di cannone contro le truppe austriache: era l’inizio della Prima guerra mondiale, il conflitto più sanguinoso nella storia dell’Italia. Il primo colpo di cannone fu sparato alle 3.55 del mattino,dal Forte Verena, sull’altopiano di Asiago (www.venetograndeguerra.it). L’ufficialità del tempo,affermava che la “Grande guerra è stata un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti gli italiani” (così l’allora sottosegretario Paolo Peluffo).

La guerra del ’15-’18, imposta al popolo italiano dai politici e dal grande capitale, non trovava grandi motivazioni ideali presso i soldati e la «fuga» dalla guerra era praticata già prima della disfatta di Caporetto del 1917.

Uno degli ultimi reduci ancora in vita nel 2007, affermò: ” Noi abbiamo fatto una guerra senza sapere perché la facevamo. Perché spararsi addosso quando nemmeno ci si conosceva?”.Cio nonostante, solo con la prima guerra mondiale , gli “italiani” si resero conto di essere ”itagliani”, una popolazione di estrazione agricola, per la maggior parte analfabeta (nel 1911 il tasso di analfabetismo in Italia era del 47%) e che spesso si era spostata dal proprio paese solo per andare alla fiera del paese vicino, che si esprimeva solo in dialetto, che viaggiava a piedi, in pochi, rari casi, con il treno e che in molti casi non aveva mai visto la neve e che si vide reclutata a centinaia o migliaia di Km di distanza,per combattere gente che parlava una lingua straniera.

Mio nonno,Attilio,era un ragazzo del ’99. Un giovane catapultato, a 18 anni,in una guerra che papa Benedetto XV aveva gia definito “ lotta tremenda,la quale,ogni giorno di più, apparisce un inutile strage”.Mio padre,Luigi ,nato il 25 maggio del ’28, mi racconta ancor oggi, la storia del nonno ,insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto,nel 1974, pochi giorni dopo la sua morte. Un giovane fante italiano, proveniente da Castelbaldo,un piccolo comune della provincia di Padova.

L’arruolamento,l’addestramento, la vita militare prima del fronte. La trincea e la perdita degli occhi per i gas del nemico,fino al trasferimento all’ospedale militare di Milano .Poi il matrimonio,al suo rientro, a 21 anni cieco, a casa dalla “morosa”-del suo amico commilitone,morto trafitto dalle baionette nemiche-di cui si era innamorato. Mio nonno, come molti nonni da nord a sud di questo meraviglioso paese e’ ancora presente , in una vecchia fotografia, in un antico baule di casa,deposito delle memorie familiari.I ragazzi del ’99,questa famosa denominazione data alle leve che nel 1917 compivano il diciottesimo anno di età e che venivano impiegate sul campo di battaglia durante la prima guerra mondiale.

Giovanissimi ragazzi nati nel 1899 che combatterono valorosamente ed eroicamente, conoscendo sulla propria pelle, o meglio nelle loro carni, cosa davvero significava la tragedia della guerra, il suo sconvolgimento sociale, le sue privazioni, le sue sofferenze. Molti ancora diciassettenni, vennero mandati in prima linea per colmare i vuoti lasciati tra le file dell’Esercito, dopo Caporetto ,nell’ottobre del 1917. Una generazione che nasceva, mentre l’Ottocento finiva!

Le giovanissime reclute, in un momento di gravissima crisi per il Paese e per il Regio Esercito, rinsaldarono le file sul Piave, del Grappa e del Montello, permettendo all’Italia la riscossa nel ’18, a un anno esatto da Caporetto, con la battaglia di Vittorio Veneto e quindi la firma dell’armistizio di Villa Giusti, da parte dell’Impero austro-ungarico. Il nonno ci ha raccontato la vita in trincea: come si viveva.

I suoi racconti li ho riletti e immaginati in “un anno sull’Altopiano” ,un romanzo memorialistico di Emilio Lussu. Chi visita i luoghi della Grande Guerra ,nell’Altopiano di Asiago, non può’ esimersi dalla lettura del romanzo di Lussu,giovane ufficiale della Brigata Sassari,unità militare,che a seguito della Strafexpedition (spedizione punitiva austriaca), evito’ all’Esercito Italiano l’accerchiamento e la probabile disfatta. Scongiurò la caduta dell’Altopiano di Asiago difendendo la popolazione in fuga dai villaggi a rischio invasione, facendo nascere una solidarietà che rafforzò l’unione fra Esercito e popolo italiano.Luoghi dove la vita in trincea (www. Asiago.it escursione un anno sull’Altipiano) era cadenzata dalla severa disciplina, incentivata dall’Alto Comando, risultato di una combinazione di necessità ed abitudine.

Gli ufficiali seguivano una tipologia di comportamento derivata da un addestramento basato su principi che risalivano al secolo precedente, fondati sul mito garibaldino e sulla tradizione napoleonica che prevedeva che i soldati seguissero in perfetto ordine di battaglia i propri ufficiali eseguendo i loro ordini e che attendessero, sempre in perfetta disciplina, le disposizioni del comandante in capo, che arrivavano tramite portaordini. Questo tipo di tradizione si scontrava con la realtà dei fatti che presentava una massa di soldati poco addestrati e decisamente lontani dal “perfetto ordine”. La severa disciplina era vista anche come una necessità.

Gli Alti Comandi, infatti, ritenevano che proprio a causa dello scarso addestramento ricevuto, i soldati non fossero in grado di sopportare la vita militare e solo una severa disciplina poteva evitare situazioni pericolose per lo spirito di corpo. Nella realtà le ferree regole imposte non fecero altro che accrescere la distanza fra gli ufficiali e la truppa. Molti ufficiali, infatti, vedevano i soldati come una massa informe da utilizzare come macchina da guerra, mentre i soldati vedevano i propri comandanti come personaggi presenti solo per dettare ordini, in alcuni casi totalmente incomprensibili e avulsi dalla realtà e che sparivano non appena terminate le operazioni.

Questa distanza venne ridotta grazie al cameratismo, che malgrado le difficoltà, riuscì comunque a farsi largo fra le truppe e gli ufficiali, in particolare con gli ufficiali di grado più basso, che erano più vicini ai soldati e che nelle trincee passavano la maggior parte del tempo. Non mancavano, infatti, gli episodi di vera ed intensa amicizia fra soldati e ufficiali che andavano a rompere una tradizione di diffidenza ormai secolare. Questa maggiore “amicizia” permise al Regio Esercito di risorgere dopo Caporetto e di portare a termine azioni che in altri eserciti sarebbe stato quasi impensabile proporre.

La vita del soldato nelle trincee delle Prima Guerra Mondiale era molto diversa rispetto alle guerre precedenti. Nel passato i soldati marciavano per lunghe distanze ed i combattimenti erano frutto di azioni condensate in poco tempo, massimo 10/12 ore, dove spesso si passava più tempo a svolgere manovre rispetto che al combattimento vero e proprio.

Nelle trincee la situazione era molto diversa: i soldati restavano fermi anche per settimane e gli unici movimenti erano gli assalti alle postazioni nemiche. Queste lunghe attese erano molto snervanti per le truppe che vivevano sotto la minaccia di un attacco nemico improvviso, del tiro dell’artiglieria avversaria, di incidenti e con la tensione di ricevere l’ordine di assalto.

La vita di trincea era una vita rovesciata: all’immobilità diurna si contrapponeva un’ attività notturna quasi febbrile : di notte si mangiava e si compivano tutti quei lavori definiti di corvè a cui tutti i soldati a turno erano destinati. Protetti dall’oscurità, si provvedeva alla manutenzione della trincea, all’approvvigionamento dei materiali e dei viveri, a piccole azioni di disturbo verso le trincee nemiche ed anche al pietoso compito di seppellire i morti dopo averli sottratti dalla “terra di nessuno”.

Di giorno, invece si doveva stare quasi immobili e gli spostamenti erano contingentati e dettati dall’estrema urgenza, prestando molto attenzione ai cecchini. I soldati nelle trincee vivevano nei ripari costruiti in svariati modi a seconda della situazione logistica e del materiale che si poteva recuperare ed utilizzare direttamente sul luogo. I ripari più amati dai soldati e sicuramente quelli più sicuri, furono quelli interrati che venivano scavati sotto il livello delle trincee o dentro la roccia, dove correvano i trinceramenti. Sul fronte italiano,dato il territorio favorevole, vennero scavati tantissimi ripari (www.itinerarigrandeguerra.it) di questo tipo.

Ai soldati veniva assicurata la razione minima giornaliera di circa 3900 calorie.Per le truppe sottoposte a lavoro intenso in montagna la razione era di circa 4700 calorie, aumentando il pane ed il vino ed aggiungendo moderate distribuzioni di rum o marsala. Una delle preoccupazioni che assillava gli alti comandi militari era che i nostri soldati potessero mangiare a sufficienza. La quantità distribuita era superiore, anche rispetto a quanto distribuito alle truppe austro-ungarico (alle quali veniva servito un rancio molto più esiguo, e scadente.

I comandi dell’esercito italiano fornivano ogni giorno, ad ogni soldato, una quantità di cibo che poteva variare da stagione a località. 600 grammi di pane, 100 grammi di carne e pasta (o riso), frutta e verdura (a volte), un quarto di vino e del caffè . L’acqua potabile, invece, era un problema notevole e raramente si poteva superare la dose di mezzo litro al giorno. Per coloro che si trovavano in prima linea la gavetta (o gamella) era leggermente più grande. Prima degli assalti inoltre venivano distribuite anche delle dosi più consistenti di cibo con l’aggiunta di gallette, scatole di carne, cioccolato e liquori.

Nei musei dellla Grande Guerra ( www.museoguerracanove.it ) si possono ancora oggi osservare i contenitori di metallo che custodivano i 220 grammi di carne, di alici sottolio o di frutta candita. Ogni scatola era decorata con motti patriottici quali “Antipasto finissimo Trento e Trieste”o”Savoia!”.

Chi visita i siti di guerra dell’Altopiano dei Sette Comuni,potrà’ -seguendo le narrazioni di Lussu-percepire e sentire l’anima di fratellanza e comunione dei popoli italici.Diversi per cultura,ed identità sociale, ma uniti e combattenti sotto la bandiera d’Italia.
Sull’altopiano, l’ortigara, la torta tradizionale asiaghese ,è un simbolo di questa italica coesione. Veniva portata ai soldati al fronte e in trincea per rifocillarli ,sul monte Ortigara, teatro della più terribile battaglia combattuta durante la Prima Guerra Mondiale.

È una torta semplice ma al tempo stesso speciale, fatta semplicemente con farina di frumento, burro, uova, zucchero, mandorle e aromi. Il segreto sta nella sua morbidezza. Ottima a fine pranzo, morbida e fragrante.Se accompagnata dal Torcolato (www.breganzedoc.it), magico vino passito ai piedi dell’Altipiano di Asiago (www.stradadeltorcolato.it), l’abbinamento enogastronomico è sublime.

Il Torcolato è un vino passito ,prodotto con uve Vespaiolo a Breganze, un paese che sorge nella pedemontana vicentina, diviso a metà tra collina e pianura, alle falde dell’Altopiano di Asiago.Con il calice in mano e la squisita torta ortigara , sull’altopiano di asiago in qualsiasi locanda o ristoro, potrete immaginare e risentire il “Ta-pum “: caratteristico rumore che i soldati italiani sentivano stando in trincea quando i tiratori austriaci sparavano con il loro fucile Mannlicher M95. Spari che partivano da lontano . Prima veniva sentito il rumore dell’arrivo del proiettile, “TA” e successivamente il suono della detonazione, “PUM”.Questo suono di guerra, lo potrete riecheggiare cantando con, sommo rispetto questa breve ,ma stupenda canzone del 1916 :

TA PUM
Venti giorni sull’Ortigara senza il cambio per dismontàta,
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

E domani si va all’assalto,soldatino non farti ammazzar,
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

Quando poi si discende a valle battaglione non hai più soldà.
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

Nella valle c’è un cimitero,cimitero di noi soldà.
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

Cimitero di noi soldà forse un giorno ti vengo a trovà.
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

Ho lasciato la mamma mia,l’ho lasciata per fare il soldà.
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

Quando portano la pagnottail cecchino comincia a sparar.
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

Battaglione di tutti i Morti,noi giuriamo l’Italia salvar.
ta pum ta pum ta pum…ta pum ta pum ta pum…

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Marco Spiandorello
Marco Spiandorello, 51 anni, padre di cinque figli, vive e risiede a Padova. Ha compiuto inizialmente gli studio professionali turistico alberghieri, completati con un percorso economico – giuridico ed umanistico nelle università di Perugia e Padova. Dopo giovanili esperienze lavorative nel settore alberghiero in Italia e all’estero, in particolare in Svizzera, e il servizio militare assolto ,ha iniziato l’attività imprenditoriale, giovanissimo, rilevando l’azienda di famiglia, una scuola di estetica di Padova. Contemporaneamente ha alternato esperienze lavorative, sempre in iItalia e all’estero, con l’insegnamento nella scuola pubblica e l’attività di cooperazione in Slovacchia e Romania. Nel 1994, dopo la partecipazione al concorso nazionale, viene immesso in ruolo dal Ministero della Pubblica Istruzione in qualità di docente di scuola superiore. L’insegnamento e l’esercizio della libera professione, oltre all’attività di impresa gli permettono di lavorare in diversi settori (formazione professionale ,industria turistica, pubblica amministrazione, PMI, Università, agroalimentare, sicurezza pubblica, lavoro, termalismo, agro ambiente, comunicazione pubblica, sociale ed immigrazione) in quasi tutte le regioni italiane, e in diversi paesi europei ed extraue (Spagna, Romania, Moldavia, Albania, Bielorussia, Ucraina e Senegal). Solo negli anni 2000 si approccia a tematiche completamente diverse dall’origine del suo itinerario personale, organizzando azioni, e progettando studi, dedicati a due ambiti cruciali della vita del nostro Paese: l’Immigrazione e la Sicurezza pubblica insieme allo Sviluppo economico del territorio. Le sue esperienze professionali hanno registrato numerose attività, occasionali, in qualità di organizzatore di eventi, missioni istituzionali e di cooperazione, oltre a diverse attività redazionali e giornalistiche a mezzo stampa e radiotelevisive. Ha maturato numerose esperienze politiche “dietro le quinte” collaborando con alcuni partiti ed amministratori locali e nazionali, dal 1987 al 2012. Dal 2011 al 2015 è stato amministratore della piu’ grande struttura formativa nazionale, accreditata nel settore del benessere (estetiste e parrucchiere), con più di 1000 allievi dislocati in quattro province del Veneto. Quest’ultima esperienza gli ha permesso di erogare attività di servizio pubblico per la Pubblica amministrazione (Regione Veneto formazione ) con la conseguente acquisizione di conoscenze e competenze nei sistemi di processo della progettazione. gestione, controllo e rendicontazione delle risorse pubbliche. Dal 2016 è rientrato a tempo pieno ad insegnare marketing e laboratorio enogastromico presso l’Istituto Alberghiero di Abano Terme.